viaggi nel 2021

Travel Industry: cosa aspettarci dai viaggi nel 2021

La crisi sanitaria internazionale ha colpito pesantemente il settore turistico, facendo registrare perdite milionarie nelle economia nazionali di molti paesi europei ed extra europei. 

Probabilmente il settore turistico è stato tra i più colpiti dalla pandemia di coronavirus trascinando con sé la chiusura di ristoranti, piccoli negozi (e non solo), bar, club e molti purtroppo senza la possibilità di ripartire. Senza dimenticare le gallerie d’arte, i musei, gli zoo ed i monumenti in genere.  Molte attività si sono evolute per evitare le chiusure: alcuni musei hanno organizzato tour virtuali e i ristoranti hanno adottato diverse forme di delivery, ma non si è trattato di certo di un cambiamento semplice e soprattutto senza perdite economiche. 

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Si spera che nel 2021, con l’arrivo dei vaccini, la situazione dell’industria del turismo possa migliorare, ma ciò che è certo è che non torneremo a viaggiare liberamente come eravamo soliti fare. 

Se è vero che sarà l’anno della rinascita e della ripartenza, lo è altrettanto il fatto che siamo ancora molto lontani dalla fine dell’emergenza sanitaria internazionale. In questo 2021 saranno ancora numerosi purtroppo, i cambiamenti e i momenti difficili per molti settori.

viaggiare con il coronavirus

I viaggi nel 2021 tra paure e cambiamenti 

Se fino a pochissimi mesi fa visitare città affollate e luoghi traboccanti di gente erano le caratteristiche ideali di un viaggio divertente e indimenticabile, oggi e nei viaggi di prossimi mesi, saranno situazioni che causeranno paura ed ansia ai primi viaggiatori del mondo post-covid. 

I viaggiatori saranno più consapevoli dell’importanza del distanziamento sociale e del rispetto dei protocolli di sicurezza e per questi motivi saranno preferite mete meno affollate, fuori dai classici circuiti turistici in favore di luoghi più remoti e di esperienze più individuali come: percorsi in bicicletta, tour di birdwatching o altre attività all’aria aperta e immerse nella natura. 

Nuovi viaggi di gruppo e scomparsa delle tradizionali mete turistiche

I viaggi di gruppo sono stati per anni delle leve molto importanti per tutta l’industria turistica. Una buona occasione per conoscere nuove persone, scoprire posti nuovi, vivere esperienze indimenticabili e perché no, risparmiare sui costi del viaggio. 

La pandemia, che ha notevolmente modificato l’intero settore turistico, non ha di certo risparmiato i viaggi di gruppo, che non torneranno ad essere gli stessi ancora per molto tempo. I tour operator potrebbero notevolmente modificare le condizioni di viaggio in gruppo, riservandoli solo a conoscenti, a gruppi di persone con rapporti regolari e parenti. 

Senza alcun dubbio, nasceranno nuove mete turistiche con la conseguente scomparsa di altre. Le destinazioni cambieranno e la scelta potrebbe essere basata non solo sul prezzo, ma essere pesantemente influenzata dagli standard igienici adottati, dall’obbligatorietà dell’uso delle mascherine o meno, della qualità dei trasporti pubblici e dalle misure adottate nei mesi scorsi per il contenimento delle diverse ondate pandemiche.

La sicurezza dei viaggiatori sarà il fulcro e l’elemento determinante nella scelta delle destinazioni dei primi viaggiatori del mondo post Covid. Evitare le folle, scegliere destinazioni sicure e adottare comportamenti precauzionali saranno certamente i tre elementi indispensabili dei prossimi mesi o anni.

L’incertezza di viaggi e la diffusione di notizie contraddittorie (a volte false) spingeranno i viaggiatori ad affidarsi  a veri esperti, nella pianificazione degli spostamenti. Per questi motivi, molti tour operator offriranno la possibilità di consultare una persona in grado di illustrare le diverse normative sanitarie da rispettare durante il viaggio e che possa offrire un supporto logistico nel caso di contaminazione in paesi europei o extra-europei. 

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Il fascino delle vacanze alternative

Il fascino delle vacanze alternative è aumentato esponenzialmente dall’inizio della pandemia. Con il susseguirsi delle notizie disastrose provenienti da ogni angolo del mondo, le persone sembrano essere diventate più sensibili rispetto all’impatto ambientale delle loro vacanze e la tendenza influirà anche sui viaggi nel 2021.

Questo interesse sta pian piano alimentando la voglia di viaggi con esperienze del tutto nuove, molto lontane dall’idea classica di vacanza che ci ha accompagnato sino ad oggi. 

Oltre ad i viaggi sostenibili, di gran moda diventeranno i viaggi rigenerativi, che spinge il turismo a compiere un ulteriore passo in avanti. Infatti, se le vacanze sostenibili puntano a  un impatto negativo molto basso compensando le emissioni inevitabili, il turismo rigenerativo punta al miglioramento delle condizioni sociali o ambientali del paese ospitante. 

Tutto ciò è possibile contribuendo attivamente al territorio attraverso donazioni, realizzazione di progetti e il sostegno a cause di grande rilevanza del territorio. 

viaggi nel 2021

2021: l’anno dei viaggi responsabili 

Il 2021 sarà l’anno dei viaggi responsabili, l’anno degli spostamenti per lavoro e per necessità. Se da un lato i principali attori del settore (come le compagnie aeree, le compagnie ferroviarie, gli hotel ed i servizi di noleggio auto) adotteranno nuove misure di contenimento del contagio, obbligando i viaggiatori a certificare le proprie condizioni di salute, dall’altro dovranno riconquistare la fiducia dei viaggiatori e dimostrare che è possibile tornare a viaggiare senza troppe preoccupazioni. 

Altro nodo di fondamentale importanza saranno le precauzioni sanitarie. Le aziende chiederanno con maggiore rigore ai propri dipendenti, in linea con le misure governative, le quarantene prima e dopo i viaggi (con un tracciamento dettagliato di ogni spostamento), l’uso rigoroso delle mascherine e di effettuare i tamponi con maggiore frequenza. 

Tra le novità dei viaggi nel 2021 è prevista anche una maggiore sostenibilità ambientale dei viaggi aziendali. La pioniera in questa direzione è stata Microsoft con l’acquisto di carburante ecosostenibile per i voli dei propri dipendenti, un ulteriore incentivo per il rilancio dei viaggi aziendali in chiave green.

Il rispetto dei protocolli per la sicurezza della salute e la sostenibilità ambientale saranno inevitabilmente i due pilastri dell’industria turistica dei prossimi anni.  Saranno anche le chiavi che permetteranno al turismo una ripresa graduale.

I viaggiatori non hanno perso la speranza di esplorare il mondo e sono molti quelli che non vedono l’ora di prenotare e partire appena possibile per la prossima avventura, magari all’aria aperta e lontano dei luoghi affollati.

Senza dimenticare la fiducia, che ancora è viva nei cuori dei viaggiatori e che sarà l’elemento alla base del rilancio dell’intero settore turistico.

 

Quando i brand toccano i fili dell’alta tensione: La Molisana e altri illustri scivoloni

  • Le parole contano e i brand lo sanno. Cosa succede però quando i messaggi non funzionano come dovrebbero?
  • Il caso La Molisana e altri brand che hanno toccato i fili dell’alta tensione

 

Abbiamo un rapporto complicato con le parole. Ci svegliamo la mattina mugugnando qualcosa, e la sera andiamo a dormire farfugliando sottovoce pensieri e desideri. Durante il giorno è un continuo giro di parole, con noi stessi e con gli altri. Iniziamo a parlare da piccolissimi per esprimere i nostri bisogni, per comunicare ma soprattutto per creare un legame con chi ci circonda. Le parole sono potenti, ma spesso le sottovalutiamo.

La famosissima citazione, ripresa ovunque, di Oscar Wilde nella sua celebre opera “Il ritratto di Dorian Gray” affermava che l’unica cosa peggiore di far parlare male di sé è quella di non far parlare affatto di sé. Cosa significa esattamente? Parlarne bene o parlarne male non importa, l’importante è che se ne parli.

Se il noto scrittore fosse vissuto nell’epoca dei social network, non siamo certi che la penserebbe ancora in questo modo.

Il caso La Molisana: cosa è successo

È un pomeriggio invernale di pioggia e freddo umido, hai appena spento il PC dopo 8 ore di smart working e decidi di fare uno spuntino. Apri la porta del frigo e arrivi alla triste conclusione: il frigorifero è vuoto. Spulci in ogni cassetto, setacci ogni angolo degli scaffali, ma nulla.

Quindi ti armi di felpa, cappello e cappotto e ti avvii con poco entusiasmo al supermercato. Nel reparto pasta, senza nemmeno guardare prendi distrattamente qualche pacco a caso e continui il  giro. Poi a casa decidi di seguire una ricetta scritta e suggerita sulla confezione per gustare un bel piatto con un tipico “sapore littorio”. In che senso?!?

Le “Tripoline”, le “Bengasine”, le “Assabesi” e le “Abissine”, sono questi i formati di pasta che hanno fomentato la polemica legata al pastificio La Molisana. I nomi scelti ricordano chiaramente la stagione del colonialismo italiano in Africa degli anni ‘30, eventi che non sono certo da celebrare, anzi. Ma la storia non può essere cancellata, il passato è importante perché ci ricorda ciò che siamo stati, nel bene e nel male, e ci insegna che possiamo migliorare e andare oltre. 

Le reazioni

Quello che ha fatto infuriare molte persone, però, è stata anche la descrizione e la motivazione per la scelta di questi nomi, una didascalia che fino a qualche giorno fa era presente sul sito dell’azienda e che era online dal 2018, ma che ora è stata rimossa, come sono stati cancellati e revisionati anche i nomi dei formati di pasta.

parole brand

Probabilmente il ricorso allo storytelling celebrativo, come ci tiene a sottolineare la scheda descrittiva delle Abissine, è quello che ha urtato di più il popolo del web e non solo, pronto a boicottare l’azienda e i suoi prodotti se non fosse intervenuta subito.

Le reazioni però non sono state tutte negative, molti si sono schierati a favore de La Molisana, accusata sui social di essere fascista e di esaltare la parentesi colonialista italiana. In primis un articolo apparso su “Il Gambero Rosso” che ha preso le parti del brand definendo l’attacco subito un’aggressione senza senso e legittimando la scelta di questi nomi per descrivere un tipo di formato storico di pasta che, secondo il Gambero Rosso, va tutelato e protetto, e non stigmatizzato.

Certo è che La Molisana non è l’unico pastificio ad aver associato a un certo tipologia di pasta queste nomenclature, altri lo hanno fatto e i prodotti gastronomici italiani degli anni ‘20 e gli anni ‘30 che conservano ancora questi nomi sono diversi.

Come ha risposta La Molisana

Rossella Ferro è una figura chiave del nuovo volto del brand La Molisana, oltre a esserne la responsabile marketing, e le sue scuse insieme a quelle degli altri membri dell’azienda non sono tardate ad arrivare.

In un comunicato stampa del 5 Gennaio, si legge il rammarico riguardante i formati di pasta Abissine Rigate e Tripoline che hanno rievocato, citiamo testualmente, in maniera inaccettabile una pagina drammatica della storia italiana.  L’azienda ha poi provveduto alla sostituzione dei nomi e i dei contenuti testuali dei formati in questione.

L’errore sarebbe nato da una svista, quello di non ricontrollare le schede affidate all’agenzia di comunicazione.

Parole e brand: errori da non ripetere

La Molisana non è l’unica azienda a essere stata per giorni nell’occhio del ciclone mediatico. I brand sanno quanto siano importanti le parole, ma a volte commettono dei veri e propri disastri, anche se le intenzioni sono ben diverse. Ricordate il caso Pandora di qualche anno fa?

Pandora accusata di sessismo

Natale 2017, un momento clou per i brand. Il COVID-19 non esisteva ancora e tutti eravamo indaffarati tra lavoro, impegni e la lista per i regali natalizi. Come in ogni ricorrenza, i brand preparano le proprie campagne marketing, tra parole sdolcinate e, purtroppo, cliché vecchi e superati.

Il messaggio di Pandora arrivò molto chiaramente alle orecchie e agli occhi di tutti, specialmente a quelli delle donne.

parole brand

A caratteri cubitali, impossibile da non notare, questo cartellone affisso nella metropolitana di Milano, suggeriva cosa regalare a una donna. Un messaggio che, come l’azienda danese ha tenuto a precisare, è stato travisato, perché l’intento era quello di evitare di far regali convenzionali ma andare oltre e acquistare dei gioielli. Perché le donne amano i gioielli. E basta? Viene da chiederci ripensando alla vicenda.

Dalla padella alla brace insomma (per restare in tema).

Altro giro, altra corsa, altro brand.

H&M razzista? La felpa incriminata

Dicono che la bellezza sia negli occhi di chi guarda. Ma allora lo è anche il pregiudizio? Fino a un certo punto.

Era il 2018, e H&M, la grande catena di abbigliamento low cost, pubblicizzava una felpa in grado di provocare una vera e propria polemica social. Un bambino di colore con una calda felpa verde per proteggersi dalle fredde temperature invernali e la scritta “Coolest monkey in the jungle”, cioè “La scimmia più cool della giungla”. Al di là della dicitura opinabile, il brand fu subito accusato di razzismo e di aver diffuso un messaggio di cattivo gusto.

Ovviamente le immagini pubblicitarie furono immediatamente ritirate con tanto di scuse da parte l’azienda, che invece ha sostenuto di credere fortemente nell’inclusività e nella diversità.

Barilla e il concetto di famiglia tradizionale

Sempre a proposito di pasta, uno dei commenti più imbarazzanti fu quello di Barilla di qualche anno fa.

Alla domanda sul perché nei suoi spot non venivano mai mostrate coppie omosessuali, Guido Barilla, ai microfoni di Radio 24, spiegò le sue motivazioni, dicendo che Barilla si rivolgeva alla famiglia tradizionale e per questo non avrebbe incluso nelle sue pubblicità persone omosessuali.

La cosa più spiacevole fu quella di rimarcare la sua posizione aggiungendo che “se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca“. Il gelo.

È inutile dire che la questione non è la fermezza nel credere in un tipo di famiglia, ma di annullare completamente tutte le altre e di non legittimarle. Le sue parole scatenarono un vero putiferio, seguito poi dalle scuse dell’azienda.

Due anni fa una piccola svolta: una collaborazione tra Barilla e il brand streetwear GCDS ha dato alla luce un cortometraggio sul rispetto della diversità e l’inclusione, ispirato ai retroscena technicolor dei film anni ’60.

Dolce & Gabbana e la crisi con la Cina

I brand di moda sono quelli che, negli ultimi anni, hanno più volte sperimentato crisi e malumori, ma per quale motivo? Le ragioni sono davvero tante, ma ci si lamenta soprattutto per i retroscena del campo della moda, un mondo che esalta canoni di perfezione troppo alti, e spesso drastici.

Noti marchi come Dolce & Gabbana, Patrizia Pepe, Victoria’s Secret e Carpisa hanno avuto i loro tempi duri.

Vi ricordate quando il brand Dolce & Gabbana girò e fece circolare in Cina tre video che ritraevano una donna cinese mentre mangiava tipici cibi italiani come pizza e pasta, con le bacchette? La campagna per sponsorizzare l’imminente sfilata fu accusata di banalizzare la cultura cinese raffigurando, inoltre, le donne cinesi in modo stereotipato e razzista.

Oltre al boicottaggio della nota maison, venne annullata anche la sfilata che doveva tenersi pochi giorni dopo a Shanghai. A tutto questo, dobbiamo poi aggiungere la comparsa di una serie di messaggi offensivi rivolti ai cinesi dall’account Instagram di Stefano Gabbana che però ci tenne a sostenere che quelle parole non erano sue.

Come si concluse la vicenda? D&G cercò di sistemare la situazione, pubblicando un video di scuse per aver interpretato male e offeso la Cina, Paese di cui sono, come hanno tenuto a sottolineare, innamoratissimi.

Come non comunicare: il caso Patrizia Pepe

Forse nel 2011 i contenuti social non avevano ancora la forza virale di oggi, ma qualcosa si stava già muovendo. Svariati commenti sotto una foto promozionale del brand Patrizia Pepe fecero infuriare il social media manager o chi si occupava della gestione dei profili social del marchio.

Le persone lamentavano un’eccessiva magrezza della modella protagonista della campagna, accusando la casa di moda di promuovere un canone di bellezza nocivo, stereotipato e superato.

Alzare la voce con aggressività per difendere le proprie idee e le proprie posizioni non è mai la strada giusta, soprattutto per un brand.

Alcuni di questi, quando si sentono minacciati, non riescono a gestire le crisi e si approcciano alla community in maniera troppo impulsiva e impetuosa. Anche in questo caso non sono mancate le dovute scuse da parte dell’azienda.

Victoria’s Secret e lo stop alle sfilate

Victoria’s Secret è un brand statunitense di abbigliamento femminile noto soprattutto per le creazioni di lingerie e prodotti di bellezza. Dal 1995 fino al 2019 il brand ha dato vita a uno show, seguitissimo, in cui la maggior parte delle super modelle più quotate del mondo hanno sfilato mostrando fiere e impeccabili sulla passerella i modellini striminziti del patinato marchio. 

Ma il sipario, dopo ben 24 anni, è calato su questa passerella per tanti motivi. Nel 2018, durante un’intervista fu chiesto se anche le modelle Lgbt e taglie forti avrebbero potuto finalmente sfilare, ma il chief marketing officer Ed Razek asserì che non rientravo nelle fantasie che lo show intende vendere.

Ma soprattutto, i ritmi che venivano richiesti erano massacranti per le modelle. Prima di ogni sfilata, non ingerivano cibi solidi, come la stessa Adriana Lima confessò al Daily Telegraph. Affermò di nutrirsi con solo frullati proteici nei 9 giorni precedenti allo show, e che nelle 12 ore prima della sfilata, eliminava addirittura anche i liquidi. 

Carpisa e l’infelice proposta dello stage

Un’idea che se studiata diversamente avrebbe potuto lanciare un messaggio positivo, soprattutto per i più giovani, si è trasformata inesorabilmente in un boomerang contro Carpisa. 

La proposta era quella di “vincere” uno stage acquistando una borsa Carpisa, partecipare a un concorso, elaborando un piano di comunicazione, e sperare di essere scelti. Il compenso? Un forfait di 500 euro.

Carpisa toppò alla grande perché l’argomento “lavoro” è uno dei più delicati da trattare, specialmente quando si parla di stage. Inoltre, il messaggio di acquistare un prodotto per “sperare” di ottenere in cambio un lavoro non è il massimo, soprattutto se ci si riferisce a un pubblico giovane che ogni giorno combatte con una precarietà diventata ormai insostenibile.

Un’iniziativa trattata davvero con superficialità che fece infuriare il mondo del web a cui l’azienda ha risposto (anche in questo caso) con le più sentite scuse. 

Spostiamoci adesso su un altro tema dibattuto e motivo d’imbarazzo per molte aziende. Purtroppo il razzismo continua a essere un problema gravissimo e spesso i brand hanno navigato senza rotta in acque davvero insidiose. Ecco tre casi che fanno parte a pieno titolo di questa raccolta di scivoloni illustri: Uliveto, Pomì e easyJet.

Uliveto e la foto delle azzurre

Dopo la finale dei mondiali di pallavolo femminile persa dalle azzurre contro la Serbia, il brand Uliveto decise di ringraziare le giovani giocatrici per il loro brillante percorso pubblicando una foto celebrativa, manifestando così gratitudine e orgoglio. Peccato per gigantografia di una bottiglietta d’acqua proprio sulle due atlete di colore, Miriam Sylla e Paola Egonu.

Coincidenze? La bufera si abbatté violentemente sull’azienda, che a sua volta si difese asserendo che Uliveto non fa alcun tipo di distinzione. L’attenzione ai dettagli è una cosa che, specialmente in comunicazione, non si può sottovalutare.

Pomì e i pomodori made in Padania

pomodori pomi in lombardia

Quando qualche anno fa venne alla luce lo scandalo della “Terra dei Fuochi”, le reazioni furono tante. Manifestazioni di solidarietà, certo, ma non mancarono episodi di vero e proprio sciacallaggio.

Una vasta porzione del territorio campano compreso tra Napoli e Caserta ha visto un aumento considerevole di patologie mortali per gli abitanti della zona dovute all’inquinamento, da parte di gente senza scrupoli.

In questo contesto arriva lo scivolone di Pomì, che in un momento delicato come quello, diffuse una campagna di comunicazione incentrata esclusivamente sulla provenienza dei suoi pomodori, in terreni localizzati in Padania, sottolineandone più volte l’origine con comunicati stampa e immagini promozionali ad hoc.

Il problema non è affatto specificare la provenienza dei propri prodotti, ma approfittare di una problematica così grave per emergere. Molti si indignarono per questa presa di posizione, boicottando il prodotto, specialmente al Sud. 

La rivalità Nord e Sud Italia è uno degli argomenti più tristi della nostra storia, e utilizzare questa polarizzazione in comunicazione, oltre che sgradevole, dovrebbe essere ormai superato.

easyJet e l’offensivo spot sulla Calabria

Le illazioni sul Sud Italia non si fermano qui: stavolta ci mette il suo anche easyJet.

In uno spot finalizzato a rilanciare il territorio calabrese e a movimentarne il turismo, la compagnia aerea aveva pubblicato una descrizione denigratoria e fuorviante nei confronti di una delle regioni italiane più ricche di storia e bellezze artistiche. 

easyJet è riuscita ad attirare solo malumori, critiche e l’indignazione, e non solo della Calabria. Le scuse della compagnia sono arrivate dopo poco, ma il problema rimane: perché alcuni brand  utilizzano luoghi comuni per raccontare i prodotti e servizi che vendono?

Ognuno di questi esempi può insegnarci qualcosa sul valore delle parole e il rispetto verso le persone.

Cosa sta cambiando nelle persone

Per anni siamo stati spettatori di pubblicità sessiste, di spot e jingle inopportuni che rasentavano il razzismo, canoni di bellezza alterati e spesso dannosi, soprattutto per i più giovani, e cose a cui non facevamo tanto caso perché abituati a vederle distrattamente. Per fortuna la società stessa si evolve, cambia e non smette mai di farsi domande.

C’è chi però crede che tutti questi contraddittori siano figli di un politically correct esagerato, che limiti le idee e la creatività, che sia una sorta di bavaglio soffocante, e la linea di confine tra ciò che è offensivo o meno, sta diventando sempre più sottile.

È vero che “non si può dire più nulla”?

La verità è che dimentichiamo il potere delle parole. Siamo così concentrati su quello che vogliamo dire che facciamo caso solo al contenuto ma mai al tono e al modo di parlare. Vogliamo così tanto dire la nostra opinione che ci dimentichiamo di metterci dal punto di vista degli altri. Abbiamo così timore dell’ignoto, dell’altro e di quello che non sappiamo, che preferiamo attaccare piuttosto che provare ad ascoltare.

Chiudiamo la nostra carrellata con un po’ di speranza e con una campagna che invece vuole inspirarsi e far breccia sulla sensibilità delle persone.

Abbracci da Barilla per gli infermieri e le loro famiglie

In questo mese di gennaio, Barilla ha realizzato una limited edition dei suoi famosi biscotti, gli Abbracci, per supportare gli infermieri e le loro famiglie donando loro il 100% dei ricavi. Un gesto di solidarietà per chi, tutti i giorni e da quasi un anno, sta lavorando senza sosta, anteponendo la vita degli altri alla propria. 

I medici, gli infermieri, tutte le persone che lavorano in ambito medico e in strutture sanitarie stanno facendo il possibile e tenendo duro, aiutando e supportando le persone più fragili e colpite da questo maledetto virus. Un piccolo gesto da parte delle aziende, anche simbolico, per supportare chi ne ha bisogno. 

abbracci barilla infermieri

Ovviamente le polemiche non sono mancate: c’è chi parla di un’astuta mossa di marketing e chi invece crede nei gesti spontanei, anche se provengono da colossi dell’economia italiana.

automotive trends

Da Stellantis all’acquisto online: tutti i trend automotive per il 2021

  • Secondo un rapporto di Cox Automotive , circa due acquirenti su tre hanno maggiori probabilità di acquistare prodotti completamente online
  • L’intelligenza artificiale sta già abilitando metodi di viaggio intelligenti attraverso auto a guida autonoma

 

È proprio il caso di dire che il nuovo anno automobilistico nasce sotto una buona…”Stellantis”.

Il nuovo brand rappresenta l’unione tra due partner che condividono la stessa mentalità. Due realtà che si alleano per costruire qualcosa di unico”. Con queste parole John Elkann, presidente Exor e Fca, ha commentato il via libera dell’assemblea della holding della famiglia Agnelli alla fusione tra Fiat Chrysler Automobiles e Peugeot e dunque alla nascita del nuovo gruppo denominato Stellantis.

automotive stellantis logo

Vogliamo avere un ruolo di primo piano nel prossimo decennio, che ridefinirà la mobilità”, ha sottolineato Elkann, “proprio come hanno fatto i nostri padri fondatori con grande energia negli anni pionieristici. La fusione proposta con Groupe Psa è un ulteriore coraggioso passo avanti nel nostro viaggio.  Due realtà che si alleano per costruire qualcosa di unico”.

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Il Marketing dell’automotive sta cambiando

Sebbene le vendite di automobili siano diminuite all’inizio di quest’anno a causa della pandemia, la domanda è di nuovo in ripresa. In effetti, alcuni consumatori che in precedenza facevano affidamento sul ride-sharing e sul trasporto pubblico stanno pianificando di acquistare un’auto quest’anno, secondo un sondaggio CarGurus , e altri non vedono l’ora di acquistare un nuovo veicolo mentre l’attività economica continua a salire. L’industria automobilistica deve essere pronta a raggiungere questi nuovi clienti.

Molti marchi stavano già spostando le loro tattiche per servire più clienti online, ma le restrizioni COVID-19 richiedevano una svolta decisiva. Nuovi dati stanno facendo luce su come e perché ciò è accaduto e cosa devono fare i dirigenti senior al riguardo. Treasure Data ha collaborato con Winterberry Group e Ansira per raccogliere informazioni da oltre 30 professionisti del marketing del settore automobilistico per avere un’idea di ciò che verrà dopo.

Quattro fattori chiave per il futuro del marketing automobilitisco

1. Con la pandemia, l’automotive si sta adeguando al digitale

Quando gli acquirenti di auto non erano in grado di visitare gli showroom, il tradizionale modello di Marketing della concessionaria si è rotto. Sempre più persone hanno iniziato ad acquistare auto online e sono alla ricerca di nuovi modi per visualizzare in anteprima i propri acquisti. Anche prima, circa l’88% dei potenziali acquirenti di auto ha ricercato le proprie opzioni online prima di entrare in una concessionaria, secondo DealerWebb Services , e il 60% degli acquirenti ha trascorso sei o più mesi nella ricerca, con un massimo di 24 punti di contatto di marketing lungo il percorso.

Le case automobilistiche intelligenti stanno ruotando rapidamente con i loro annunci e stanno trovando modi unici per raggiungere questo potenziale pubblico. Anche ancora, l’industria è in ritardo. Le aziende automobilistiche sono abituate ad acquistare annunci TV e spot di trasmissione in prima serata, ma il pubblico che guarda la televisione in diretta continua a spostarsi verso i servizi di streaming. Questo è solo aumentato durante la pandemia.

Oltre a ciò, il vero impatto degli annunci televisivi è difficile da monitorare, poiché più persone fanno multitasking e controllano i loro telefoni, disattivano l’audio degli annunci pubblicitari o si allontanano dallo schermo durante le pause. Per rimanere competitive, le aziende automobilistiche dovranno adottare tattiche di marketing digitale, dove possono monitorare più da vicino come la spesa pubblicitaria influenza le decisioni di acquisto.

2. Gli acquirenti richiedono un approccio diverso

Secondo un rapporto di Cox Automotive , circa due acquirenti su tre hanno maggiori probabilità di acquistare prodotti completamente online oggi, secondo un rapporto di Cox Automotive , e sono alla ricerca di un’esperienza ricca di contenuti. Nel viaggio di acquisto dell’auto, le persone vogliono vedere tutte le opzioni disponibili e testare le variabili da soli piuttosto che sedersi in una concessionaria e discutere i dettagli nelle trattative faccia a faccia.

Le aziende automobilistiche vincenti saranno quelle che offrono numeri di inventario in tempo reale, opzioni di personalizzazione e dettagli sui prezzi sfumati. Invece di seguire un faticoso piano di implementazione di tre o cinque anni per i touchpoint digitali, i dirigenti devono cambiare marcia nell’immediato. I più veloci lo faranno meglio a lungo termine. È diventato ovvio che queste nuove strategie di marketing non saranno temporanee e richiederanno un’area di competenza completamente separata che si concentra sui dati.

3. I dati e gli strumenti in silos non funzioneranno

Le imprese automobilistiche sono abituate a lavorare in silos, con marketing, vendite, servizi e finanziamenti incentrati sulle proprie specialità.

Nel mondo digitale, questo ostacola la comunicazione incrociata sui clienti e sui dati rilevanti che potrebbero portare a vendite, come risposte alla pubblicità, visualizzazioni di siti Web, visite in concessionaria, cronologia dei servizi e informazioni sui precedenti acquirenti. Sebbene alcuni leader automobilistici abbiano iniziato a collegare i loro sistemi, c’è ancora un divario tra produttori e concessionari, nonché dipartimenti all’interno di ciascuno. Non esiste un vero framework end-to-end per monitorare le campagne di marketing, dare la priorità ai probabili acquirenti, personalizzare i messaggi o garantire che i team di vendita e assistenza dispongano di informazioni complete sui clienti

Quando le case automobilistiche combinano i loro dati per comprendere gli acquirenti, diventano più strategiche e aumentano i loro tassi di conversione. Con i flussi di dati connessi, i dirigenti possono selezionare gli acquirenti qualificati e tenere traccia dei passaggi precisi nel percorso del cliente. Possono anche creare campagne di marketing per raggiungere i clienti al momento giusto con messaggi personalizzati per la manutenzione dell’auto, test drive, riduzioni di prezzo e offerte di permuta dei veicoli. In poche parole, il nuovo focus sui dati riguarda la creazione di un’esperienza acquirente senza interruzioni.

4. Le case automobilistiche hanno bisogno di una solida base di dati

Per combinare questi approcci a silos ai dati, le aziende automobilistiche devono esaminare i loro strumenti tecnologici di marketing e reinventare del tutto il viaggio dell’acquirente nel mondo digitale. La parte difficile, ovviamente, è che gli attuali sistemi di gestione dei concessionari non sono sempre ben collegati. Allo stesso tempo, non è plausibile immaginare che le aziende inizino da zero con sistemi completamente nuovi.

Invece, possono fare un inventario dei loro dati attuali e utilizzare uno strumento come una piattaforma dati dei clienti (CDP) per colmare il divario e riunire le informazioni. Con i dati unificati, i professionisti del marketing automobilistico possono tracciare un particolare cliente o un gruppo di potenziali acquirenti in base ai loro interessi e bisogni. Ad esempio, se desiderano raggiungere gli acquirenti di autocarri di età compresa tra 30 e 50 anni che hanno un contratto di locazione in scadenza, possono creare un elenco segmentato e inviare messaggi personalizzati che abbiano senso e colpire nel momento ideale.

Quando Subaru ha effettuato la transizione, ad esempio, il team è stato in grado di combinare i dati da più touchpoint, inclusi social media, pubblicità, e-mail, la loro app mobile, spettacoli di auto di persona, test drive, visite in concessionaria e record di servizio. Sono stati in grado di personalizzare la messaggistica, migliorare il rendimento degli annunci, aumentare le vendite e aumentare in modo significativo le percentuali di chiusura della concessionaria.

Ora è il momento di prepararsi per l’impatto imminente sull’industria automobilistica e trovare nuovi modi per andare avanti. Il digitale è il “grande campo di battaglia ora“, come ha affermato uno dei leader del settore, e “tutti stanno combattendo per quel cliente digitale“. Chi è in grado di raccogliere dati e interpretarli correttamente avrà un’idea migliore di chi è nel mercato di un veicolo e di come offrire loro un’esperienza di acquisto fluida. Ecco dove sta il futuro.

Con l’accelerata digitalizzazione l’automotive è in evoluzione

automotive driving

L’industria automobilistica sta ora adottando tecnologie come Intelligenza Artificiale e Big Data, che sono in circolazione da un po’ di tempo. Tecnologie più recenti come Internet of Things (IoT) e Blockchain stanno trovando numerose applicazioni anche nel settore automobilistico.

Veicolo autonomo basato su IA

I veicoli autonomi basati sull’intelligenza artificiale  sono i primi nel settore dell’automotive, L’intelligenza artificiale sta già abilitando metodi di viaggio intelligenti attraverso auto a guida autonoma. Queste auto non richiedono conducenti e si affidano a sensori e software per la navigazione e il controllo.

I veicoli autonomi  mirano a ridurre la necessità di conducenti umani e semplificare il trasporto quotidiano. Gli studi riflettono che oggi ci sono circa 1.400 auto a guida autonoma sulle strade degli Stati Uniti. Anche se attualmente non è un numero elevato, è una cifra in costante aumento.

Grandi attori come Tesla, Google, Uber stanno spingendo fortemente i limiti delle auto autonome, rendendole più affidabili. Tuttavia, la pandemia di Covid-19 ha temporaneamente frenato il miglioramento del settore. Con l’industria dei veicoli autonomi stimata in un valore di 556 milioni di dollari entro il 2026, è probabile che gli investimenti continueranno ad arrivare, soprattutto se verranno esplorate ulteriori applicazioni.

Marketing e negoziazione digitale: elementi clou dell’automotive

La visione “futuristica” della vendita di veicoli automobilistici online si è affermata durante la pandemia. Anche se la visita di persona ai negozi dei concessionari e la guida di prova era uno step immancabile nell’acquisto di un’auto, i protocolli di blocco che limitavano gli spostamenti hanno spostato le preferenze sul mezzo online. Una significativa percentuale di persone ha apprezzato particolarmente questo cambiamento. Gli acquirenti di veicoli sono in grado di confrontare diversi modelli di auto e scegliere secondo le proprie reali esigenze, senza farsi condizionare dai suggerimenti del rivenditore. I concessionari moderni stanno quindi cercando di normalizzare l’acquisto di auto online offrendo nuove soluzioni: tour virtuali per garantire il checkout,  opzioni finanziarie online e politiche di restituzione, anche se c’è da considerare che l’81% degli acquirenti, al momento, non approva l’acquisto online di auto nuove o usate. Questo trend è però destinato a cambiare nel 2021.

automotive cars

Elettrificazione

L’aumento del tasso di combustibili fossili e il danno all’ambiente causato dal loro utilizzo ha cambiato le prospettive dell’industria automobilistica verso i veicoli elettrici (EV). Le automobili contribuiscono al 15% delle emissioni di carbonio, il che esaurisce le preziose riserve di combustibili fossili e causa potenziali danni ambientali irreversibili.

Le auto elettriche, d’altra parte, stanno affrontando le nuove sfide sfruttando un livello più elevato di efficienza energetica e un ridotto consumo di carburante. Nell’agosto 2020, c’erano oltre 1,6 milioni di veicoli elettrici sulle strade degli Stati Uniti, che è esponenzialmente superiore ai previsti 1,4 milioni entro il 2024. Tuttavia, per una maggiore adozione e accettazione da parte delle persone, i veicoli elettrici devono trovare soluzioni ai prezzi mediamente più elevati, alla scarsa durata della batteri e, alla mancanza di infrastrutture di ricarica adeguate.

Blockchain nell’automotive

La Blockchain ha la capacità di trasformare i processi di un’organizzazione. Ciò include la condivisione dei dati del veicolo in rete e soluzioni di mobilità condivise come ride-hailing, trasporto urbano e consegne. La blockchain viene utilizzata nel processo di verifica per migliorare l’efficienza nella catena di approvvigionamento e nei lavori di back-office. Può anche essere utilizzata nella gestione e negli incentivi per migliorare le informazioni sui veicoli e i dati di utilizzo in tutto il settore. Anche in questo caso, si prevede che l’adozione della blockchain nel settore automobilistico aumenterà nel prossimo anno.

Stampa 3D

Un’esigenza che non si è modificata con l’adozione delle nuove tecnologie è quella di far fronte alla richiesta di nuovi veicoli e pezzi di ricambio. Anche la “sete” di veicoli più nuovi e con prestazioni migliori, così come la necessità di ottimizzare la produzione e razionalizzare le catene di approvvigionamento e la logistica, è in aumento. Una tecnologia che sta contribuendo ad affrontare queste sfide è la stampa 3D. La tecnologia di stampa 3D  viene infatti esplorata in tutte le aree della produzione automobilistica. A parte il suo ampio uso per la prototipazione rapida, la tecnologia viene utilizzata anche per produrre utensili e parti terminali.

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L’importanza di mappare il percorso del cliente

Un interessante studio di ACA Research ha cercato di mappare con precisione il customer journey di chi sta per acquistare un’auto , dalla ricerca iniziale all’acquisto finale.  I ricercatori hanno scoperto che questo “viaggio” può durare dalle 5 alle 12 settimane e che si sviluppa più o meno in questo modo:

  • Nella fase iniziale, il consumatore utilizza le ricerche online per creare un elenco di veicoli e marchi che lo interessano (solitamente questo avviene da 1 a 3 mesi prima dell’acquisto);
  • viene quindi effettuata una selezione molto più ristretta, arrivando a una short-list (in media, 4/7 settimane prima dell’acquisto), spesso basata su opinioni e recensioni ;
  • successivamente, i potenziali acquirenti effettua il test drive (2/4 settimane prima dell’acquisto);
  • il consumatore arriva alla sua scelta finale.

Si tratta di un lungo viaggio del cliente che coinvolge diversi canali. Una buona campagna di marketing, quindi, non può ignorare tutto questo. Si tratta di trovarsi al posto giusto, al momento giusto e, soprattutto, sul canale giusto. Ciò sottolinea l’importanza fondamentale della raccolta e dell’analisi dei dati, nonché il ruolo di una prospettiva omnicanale. Attraverso questi touchpoint, l’automotive farà un concreto passo in avanti nel futuro.

Il potere del video personalizzato

Video personalizzati che si adattano all’utente, anche in tempo reale; sono interattivi e costruiti in base alle caratteristiche della persona a cui si rivolgono. L’efficacia di questo tipo di comunicazione è praticamente impareggiabile. Ma vale la pena tenerne conto: secondo una ricerca per Google di Millward Brown Digital , circa il 70% delle persone visualizza i video su YouTube nelle prime fasi del processo di acquisto dell’auto . Non è una sorpresa, poiché tenere conto delle nostre esperienze individuali sembra molto naturale.

Il pubblico di Jeep® Compass e Renegade 4xe Plug-In Hybrid ama le avventure ed è attento all’ecosistema digitale.

Oggi è possibile sfruttare le potenzialità del video abbinandolo alla personalizzazione . Non attraverso una comunicazione uno-a-molti (per quanto bella ed efficace), ma una comunicazione uno-a-uno su misura per il cliente che si ha di fronte. Non è un caso che Forbes definisca i video personalizzati come ” la svolta di marketing definitiva di cui i marchi hanno bisogno “.

streetwear

ABC dello Streetwear Marketing: chi, come, dove

  • Lo Streetwear vale 185 miliardi di dollari (PwC 2019) e rappresenta il 10% del fatturato totale di Apparel & Footwear
  • Il target è prevalentemente giovane, uomo e per il 60% asiatico
  • Per raggiungerlo, Instagram e YouTube si accompagnano a forum di settore e piattaforme di resell
  • Con il “drop” model, lo Streetwear si assicura consumatori disposti a un forte effort di tempo o denaro

Ormai non si può più ignorare né relegare a sotto-cultura: lo Streetwear è un segmento sempre più importante per il mondo del fashion. Secondo le stime più attuali di PwC (2019) è un settore che vale 185 miliardi di dollari, circa il 10% del totale del fatturato Apparel & Footwear.

Ma al di là dei dati quantitativi, se ci si guarda intorno è facile accorgersi di quanto lo Streetwear sia sempre più in vista. Dalla collaborazione di Louis Vuitton e Supreme (quella che forse ha avuto più risonanza) a quelle di Prada, Valentino, Gucci con i vari stilisti più spallati nel settore. Si potrebbe quasi parlare di Streetwear washing. Sembra quasi che per “svecchiarsi” e raggiungere la Gen Z, sia i grandi gruppi (LVMH, Kering) sia le varie maison siano disposte a perdere un po’ di allure borghese per riconvertirsi a un nuovo concetto di esclusività.

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L’ABC dello Streetwear Marketing: chi, come, dove. I protagonisti, il target e il marketing dello streetwear

Oggi vogliamo capire chi sono i protagonisti (who, chi è leader nel settore), chi il target (whom, a chi si rivolgono i brand), come (how, il marketing) e dove (where, con quali formule retail) lo fanno.

I protagonisti

Ricordo il momento in cui ho colto l’importanza dello Streetwear per il settore, ed è stato quando ho visto il video di Fedez che presentava a Barengo la sua collezione infinita di capi streetwear. Con un semplice logo, un capo Supreme può terminare nel giro di poche ore, essere rivenduto nel resale market passando da un valore di 158$ a un minimo di 500$ (Hypebeast, PwC 2019).

Ecco perché di fronte ai grandi del settore fashion, iper logati e dunque iper riconoscibili (Louis Vuitton, Gucci, Burberry) si stanno facendo sempre più spazio altri brand, più giovani, rivolti a un target più ampio e inclusivo e meno legati a una tradizione storica importante.

In principio erano Stussy e Supreme (lo racconta molto bene qui Federica Salto). Oggi c’è una batteria di brand provenienti da tutto il mondo (il Giappone è un’area molto profilica) pronti a conquistare una folla di millennial e zoomer in cerca di “esclusività”.

Senza voler indugiare troppo sulla storia dello streetwear nella moda (per cui anche quest’altro articolo di Federica Salto può funzionare da bussola), vediamo quelli che sono i leader del settore. Per farlo, facciamo riferimento al Brand Ranking di Hypebeast, che nell’ultimo report con PwC ha elencato le seguenti preferenze (su una coorte di 40.000 partecipanti):

  • Supreme (78%)
  • Nike (68%)
  • Off White (65%)
  • Adidas (45%)
  • BAPE (37%)
  • Stussy (33%)
  • Palace (28%)
  • Carhatt (22%)
  • Vetements (22%).

La classifica, che è stata stilata chiedendo ai partecipanti di indicare quale brand rappresentasse di più lo streetwear, riflette tutto sommato quello che è stato lo storico (Supreme si può effettivamente considerare come il primo vero brand di Streetwear comunemente inteso) e le spinte del settore (il Footwear – main ambito di Nike e Adidas – è effettivamente un segmento trainante).

Il target dello Streetwear Marketing: 1 consumatore su 5 è donna

Il pubblico dello streetwear è abbastanza omogeneo. Vi è, come facile intuire dal tipo di prodotto, una preponderanza maschile (81% versus 18% – il restante è non-binary). Ma se già oggi quasi 1/5 dei consumatori è donna, non è difficile prevedere che tale segmento possa crescere ancora. Le collaborazioni con i grandi marchi e lo stile no-gender potrebbero essere la chiave di volta per allargare ancora di più il bacino di affezionate.

Forse non acquirenti, ma consumatori giovanissimi

Volgendo l’attenzione all’età, si ritrova una concentrazione del target attorno alla fascia di età 16-25, un cluster che contiene circa il 60% del totale dei consumatori del genere. Il restante 40% è suddiviso in 26-30 (18%), 31-15 (10%) e over 35 (7%).

Una prima riflessione che viene naturale fare è che nonostante il prezzo degli item sia discretamente alto, la maggior parte dei consumatori è giovanissimo. D’altronde, una delle prime cose che si insegna ai futuri markettari è che non sempre il consumatore finale è il decisore o l’acquirente.

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In fila per Supreme: il target tipo. Giovani, uomini e disposti ad aspettare. Fonte: New York Times

Made in America, ma nel cuore di Coreani e Cinesi

Dal punto di vista geografico, se si pensa che lo Streetwear ha avuto origine negli USA ci si troverà un po’ confusi di fronte alle statistiche sulle nazionalità: al primo posto ci sono Corea e Cina (insieme al Giappone compongono circa il 60% del totale dei consumatori), seguiti da Europa (20%) e Nord America (14%).

Perché lo streetwear è così forte in Asia

Per rimettere assieme i pezzi e capire il perché di questa forte preponderanza Asian ci sono diversi fattori da considerare, primo tra tutti il fatto che il Giappone sia casa di diversi marchi del settore – BAPE tra i più popolari.

Secondariamente, una riflessione va mossa rispetto a tutto quello che lo streetwear rappresenta e per chi lo fa. Da un punto di vista socio-politico, offre ai giovani consumatori un’uniforme (il cui concetto torna) tramite la quale comunica il proprio punto di vista politico: sovversivo per il 41% dei consumatori cinesi e giapponese.

Da un punto più culturale, invece, lo streetwear offre una sorta di cartellino lampeggiante che comunica appartenenza ad un élite. Come vedremo poco qui sotto, lo streetwear marketing altro non è che esclusività e criterio della scarsità: tutti vogliono un accessorio in edizione limitata per poter dire Io lo possiedo. In mercati in via di espansione e in cui l’individualismo è un concetto del tutto nuovo e tende a camuffarsi nel contrario collettivismo (oltre Muraglia in maniera esemplare), poter dire di far parte di un gruppo – ristretto – è tutto quello che un giovane consumatore possa volere.

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Streetwear Marketing: le 4P dei brand

Se analizzare dal punto di vista strategico l’intera proposta di marketing dello streetwear non è possibile in poche righe, individuare elementi comuni a tutti i brand lo è. Prendendo come punto di partenza il marketing mix come composto da Product, Promotion, Place e Price, si possono evidenziare i seguenti capisaldi.

I prodotti top dello streetwear

Il report di PwC ha indigato sia dal punto di vista delle aziende che dei consumatori quali sono i prodotti top. All’interno dell’industry il tre segmenti più performanti sono le felpe (67%), le tshirt (67%) e il footwear (66%). Parallelamente, se si chiede ai consumatori di indicare quale sia il prodotto che più probabilmente compreranno il footwear (62%) ha la meglio su tutto, confermando la strategia delle aziende.

Dai forum a Instagram: la comunicazione dello streetwear

Quando si parla di streetwear si parla di nuove generazioni, quando si parla di nuove generazioni si parla di community social.

A partire dai primi anni 2000, prima dell’avvento di Facebook & Co, si sono sviluppati una serie di Forum frequentati dai cultori dei brand (NikeTalk, Strictly Supreme, etc) e incentrati sullo scambio di informazioni in merito ai prossimi drop e luoghi di compravendita dei prodotti. Evidentemente, il tipo di presidio di questi mezzi era squisitamente gestito dall’utente.

I forum sono un importante touchpoint passivo per i brand, all’interno dei forum è tutto UGC e le potenzialità di marketing riguardano quasi solo esclusivamente il social listening.

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Col tempo questo tipo di forum si è trasferito sui social media che oggi sono anche il punto di incontro tra target e brand. Da un lato ospitano le vecchie community (Facebook in particolare), da un lato offrono ai marchi la vetrina per comunicare con i consumatori.

Oggi, alla domanda “su quale piattaforma ti informi”, le persone rispondono quasi tutte Instagram (96%), seguito da YouTube (42% – il canale di Barengo è un case study esemplare). E questo non fa altro che rendere il bacino di consumatori potenzialmente più ampio: se prima occorreva visitare forum di nicchia per venire a contatto di un marchio street, oggi basta avere un account Instagram. Prima o poi il logo di Supreme ci colpirà: la nicchia non è più tanto nascosta.

Flagship store, modello “drop” e resale: le chiavi dello Streetwear Marketing

Quando si pensa allo Streetwear, uno dei primi ricordi top of mind sono le file infinite alle porte dei flagship store. I flagship store sono per diversi brand il principale punto di contatto e di vendita coi consumatori. Il dato di PwC ne conferma il rilievo, con il 60% delle aziende che lo indica come “parte importante della brand strategy” e un ulteriore 25% a definirlo “abbastanza” importante.

D’altra parte, ci sono anche brand che puntano solo sul digital, come Anti Social Social Club o Brain Dead, che vendono esclusivamente online. Una scelta che in maniera lungimirante riduce i costi per l’azienda e che in epoca Covid è sicuramente premiante (tra pochi mesi potremo anche dire quanto, dati alla mano).

Il “drop model”

Che poi sia digital, quello che accumuna queste scelte è la strategia di fondo: il modello “drop”. Tale modello ha avuto origine con James Jebbia, che ispirato da quello che facevano i brand in Giappone, ha suggerito di replicarlo per i suoi brand, prima con Stussy (co-fondato con Stussy stesso) e poi con Supreme. Oggi i drop rendono i consumatori più inclini a visitare lo store più spesso e attenti alla comunicazione del brand. A proposito delle code di fronte al negozio e di drop, il 54% degli intervistati di PwC ha dichiarato di essere disposto ad aspettare in fila per accaparrarsi un pezzo.

Croce e delizia dello Streetwear Marketing: il resale

Chi non è disposto ad aspettare, molto probabilmente sarà disposto a comprarlo a un prezzo più alto su e-commerce specializzati nella rivendita dei prodotti second-hand.

Il 70% dei consumatori ha acquistato circa un quarto dei propri prezzi in resale e sebbene questo possa sembrare a prima vista un inconveniente lato brand, per diversi motivi non lo è totalmente: il 69% delle aziende trova il resale un modello di business da valutare.

Ma soprattutto, il resale è un barometro concreto della domanda del mercato. Il decuplicare dei prezzi e la costante presenza di un target disposto a strapagare il prodotto è il più chiaro indice di apprezzamento e fidelizzazione dei consumatori. Che, o sono disposti a un effort di tempo facendo la fila al negozio (i medio-basso spendenti), o sono disposti a un effort di denaro ricomprando su StockX, Grailed o sui vari gruppi Facebook e nei forum di settore (alto spendenti).

E in Cina?

Poco più sopra si è parlato della forte connotazione asiatica del target dello streetwear. La maturità del segmento di consumatori è comparabile a quella del positioning dei brand nella Country? Con il prossimo articolo scopriremo status quo del più grande segmento luxury emergente nel più grande mercato emergente attuale, la Cina.

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Social Media Trend 2021: ecco le 5 tendenze chiave del prossimo anno

  • Nel 2021 i marketer più saggi continueranno a spingere sulla customer acquisition, ma contemporaneamente lavoreranno anche per offrire esperienze innovative che si integrino con i comportamenti d’acquisto
  • Il 2020 è stato un anno particolarmente importante per una generazione da sempre ignorata dai digital marketer, i baby boomer, e questo fattore resterà anche nel nuovo anno. A dirlo è l’ultimo report di Hootsuite

 

“Nessuno di noi può dire che il 2020 fosse in qualche modo prevedibile. Una pandemia globale, il collasso economico, le rivolte per l’uguaglianza razziale e la crisi climatica l’hanno reso un anno difficile e buio.
Ma dove c’è il buio, c’è anche la luce. C’è resilienza, innovazione e creatività. E c’è sempre una strada per tornare a crescere.”

Queste sono le parole di speranza con cui Tom Keiser, CEO di Hootsuite, apre l’ultimo Report annuale sui trend globali dei Social Media.

11.189 addetti al marketing sono stati intervistati per identificare le 5 tendenze chiave dei Social Media per il 2021.

Vediamole insieme.

I Social Media come catalizzatori per la customer experience

Non sorprenderà scoprire che dalla ricerca sia emersa l’acquisizione clienti come obiettivo principale nel 2021. Il 73% dei marketer ha dichiarato che sarà il risultato primario da raggiungere attraverso i social media – un dato che l’anno scorso era solo al 46%. La brand awareness prende il secondo posto sul podio, seguita dalla conversion dei lead già acquisiti.
Del resto, la pandemia globale in corso e il taglio dei budget ha messo un peso non indifferente sulle spalle di chi si occupa di canali digitali.

Ma, se da un lato è comprensibile l’impiego di risorse per massimizzare il ROI, dall’altro è fondamentale ricordare che la pandemia ha fatto scivolare in basso nelle priorità il fattore customer experience. E solo il 23 % degli intervistati considera il miglioramento di quest’area un risultato auspicabile per il prossimo anno.

Si tratta di un problema diffuso, perché le esperienze online offerte dalla maggior parte delle aziende sono ancora altamente transazionali (in quanto destinate, in origine, a integrare le esperienze degli utenti, non a sostituirle). Ma le transazioni da sole non creano brand memorabili o una crescita a lungo termine. E stare seduti ad aspettare che le cose tornino alla “normalità” invece di costruire per il futuro metterà le aziende in un grave svantaggio competitivo.

Considerando dunque che molte delle esperienze tangibili sono quantomeno messe in pausa, le aziende dovranno adattare la loro presenza online per colmare il gap – e qui entrano in gioco i social media.

I marketer più saggi continueranno a spingere sulla customer acquisition, ma contemporaneamente lavoreranno anche per offrire esperienze innovative che si integrino con i comportamenti d’acquisto e le esigenze dei clienti, immutate e fondamentali.

Volete avere un assaggio di quello che succederà? Guardate al mondo eCommerce, che sta già ridisegnando l’esperienza del cliente online con i social al centro. Del resto, la natura stessa dei social media ruota attorno alla scoperta, alla connessione e al divertimento, elementi che ai clienti mancano fortemente in assenza di esperienze ed eventi di persona.

Un nuovo approccio alle conversazioni

Avete presente quelle campagne di comunicazione dal tono eccessivamente sentimentale che sono circolate in primavera? Alla fine sono risultate tutte talmente simili tra di loro che le persone hanno iniziato a deridere i brand. Inoltre, l’eccessivo protagonismo delle aziende ha trascurato una verità fondamentale che spesso dimentichiamo: il motivo principale per cui usiamo i social media è quello di connetterci con gli altri.

Negli ultimi anni siamo stati tutti abbastanza ossessionati dall’idea di costruire delle relazioni one-to-one con gli utenti, ma come sottolinea Jerry Daykin, EMEA media director di GSK Media, “la realtà è che la maggior parte delle persone non vuole avere rapporti personali con molte aziende”.

Nel 2021 dunque i brand più intelligenti capiranno come inserirsi nella vita delle persone sui social media. E troveranno modi creativi per partecipare alle conversazioni invece di cercare di condurle, creando contenuti che sfondino il muro dell’indifferenza.

Come? In primo luogo ascoltando, prima di “parlare” – integrando altre fonti a quelle social, a seconda del differente comportamento della buyer persona. In secondo luogo, prendendo in considerazione le metriche corrette rispetto agli obiettivi di engagement e conversione.

La rivincita dei baby boomer

Il 2020 è stato un anno particolarmente importante per una generazione da sempre ignorata dai digital marketer: i baby boomer.

Complice la pandemia, questa fascia anagrafica ha iniziato a “frequentare” di più i social network, giocare online, effettuare pagamenti virtuali che prima evitava. Si sono sviluppate nuove forme di alfabetizzazione digitale che si stanno trasformando in nuove abitudini destinate a restare.

Secondo i dati del Report Digital 2020, il 70% degli internauti di età compresa tra i 55 e i 64 anni afferma di aver acquistato qualcosa online nell’ultimo mese e il 37% ha intenzione di continuare a farlo più frequentemente quando sarà finita l’emergenza. Inoltre, sebbene la crisi economica abbia diminuito anche la loro capacità di spesa, nel complesso hanno mostrato una minore fragilità finanziaria rispetto alle giovani.

Nel 2021, le aziende non potranno più ignorare né trascurare le generazioni più anziane sui social media. Segmentando le audience in modo intelligente, i marketer più saggi includeranno questa audience nelle loro strategie digitali capitalizzando questo crescente entusiasmo tecnologico. E superando gli stereotipi che vogliono i Baby Boomer fuori da Facebook, Instagram e YouTube.

Conoscere la propria community per quantificare il ROI

È semplice per le aziende pensare di poter raggiungere facilmente potenziali clienti attraverso i social. Dopotutto, dice l’Annual Report, più di quattro miliardi di persone sono attive sulle varie piattaforme, di cui oltre 450.000 nuovi utenti solo negli ultimi 12 mesi (il che equivale a una crescita annua superiore al 12%) Eppure, in un’indagine di 2.162 marketer e dirigenti che Hootsuite ha condotto con Altimeter per il Social Transformation Report, il 54% ha dichiarato di non essere sicuro che i propri follower siano particolarmente qualificati.

Perché? Semplice: non si sa con chi si interagisce. Non si conosce la propria fanbase.

Per cambiare questa situazione, l’unica via efficace è l’integrazione dei dati. La ricerca ha scoperto che solo il 10% dei marketer ritiene ha avviato processi di integrazione dei dati social nei sistemi aziendali come Adobe, Marketo o Salesforce. Ma senza di essi, è spesso difficile ricostruire comportamenti di acquisto o di conversione in generale – né quantificare in modo davvero accurato il ROI dei social media.

Insomma, i vostri clienti sono là fuori, e potete effettivamente usare i social media per creare relazioni più solide con loro. Dovete solo migliorare nel costruire un sistema integrato – e il 2021 è la finestra perfetta di opportunità per farlo accadere.

Il 2021 è l’anno del Purpose

Tra le ricadute economiche ed emotive del COVID-19, la proteste contro razzismo e brutalità della polizia, e i cambiamenti climatici che hanno causato gli incendi in Australia e in Nord America, le aziende di tutto il mondo sono state invitate a schierarsi. Sono state spinte a prendere posizione su questioni che non avevano mai affrontato o a cui stavano iniziando timidamente ad approcciarsi.

Prendete nota, perché si tratta di un trend in forte crescita: il brand positioning deve cambiare, per adattarsi alla mentalità e alle aspettative del target più giovani.

Nell’indagine annuale di Deloitte su Millennials e Gen Z, il 60% degli intervistati ha dichiarato di avere intenzione di acquistare prodotti e servizi da grandi aziende che si sono prese cura della loro forza lavoro e hanno influenzato positivamente la società durante la pandemia.

Solo le aziende Purpose-driven saranno dalla parte giusta della storia negli anni a venire, ma attenzione: non è qualcosa che si può falsificare o semplicemente imitare. La comunicazione sui social media, da sola, non può compensare la mancanza di un vero scopo di marca profondamente radicato in un’organizzazione.

Ed è qui che molti sono caduti nel 2020.

Il desiderio (comprensibile) di rispondere alle pressioni dell’opinione pubblica e di contribuire positivamente a queste conversazioni ha finito per generare azioni impulsive, molte delle quali sono risultate ipocrite agli occhi della fanbase.

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social media trends

Se quest’anno ha messo alla prova i brand sulla loro capacità di reagire, il 2021 è l’anno in cui dovranno dimostrare di avere a cuore la società e l’impatto che possono portare.

Attenzione però, perché questa direzione deve partire dai vertici: se i CMO non stanno già lavorando attivamente per creare un’organizzazione realmente orientata allo scopo, non potranno aspettarsi che i loro team di marketing riproducano sui social media qualcosa che non c’è.

Lapidario, in questo senso, è Michael MCGoey, Senior Manager Enterprise Partnership di Twitter, che afferma: “La voce del consumatore si sta esprimendo in modo diverso da qualsiasi altro momento della storia; è più forte di quanto non lo sia mai stata. I brand che sono in grado di ascoltare, e di plasmare i loro messaggi in un modo che questa narrazione sia autentica, sopravviveranno e cresceranno. Quelli che non sono sensibili ai tempi in cui ci troviamo, semplicemente non manterranno i propri clienti“.

La crescita esponenziale di Amazon nell’ultimo anno: dalle assunzioni alle vendite

  • La pandemia per Amazon ha segnato una crescita imprevedibile delle vendite e a queste è seguita la creazione di nuove opportunità di lavoro
  • Durante l’ultimo anno l’azienda sembra aver aggiunto una media di circa 1.400 nuovi membri del personale al giorno, spingendo la sua forza lavoro a più di 1,2 milioni di persone a livello globale

 

La crisi occupazionale data dalla pandemia non ha colpito Amazon, che durante l’ultimo anno sembra aver aggiunto una media di circa 1.400 nuovi membri del personale al giorno, spingendo la sua forza lavoro a più di 1,2 milioni di persone a livello globale (oltre il 50% rispetto all’anno precedente). 

Queste nuove opportunità di lavoro sono state destinate a persone con ogni tipo di esperienza, istruzione, livelli di competenza e non hanno riguardato solo magazzinieri, addetti a prelievo, imballaggio e spedizione della merce, autisti, ma anche responsabili dello sviluppo di software, della logistica, delle risorse umane, del customer care e dell’IT.

Ci sono state opportunità di impiego anche per il personale senza esperienza, che è stato adeguatamente formato ed inserito in azienda. Amazon, infatti, offre l’opportunità di beneficiare di percorsi formativi per accedere a diverse professioni. I numeri, invece, non includono i 100.000 lavoratori temporanei che sono stati reclutati per la stagione degli acquisti natalizi e i 500.000 corrieri (non sono dipendenti diretti di Amazon).

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Cosa offre Amazon ai propri dipendenti?

I nuovi posti di lavoro offrono una retribuzione competitiva, opportunità di crescita professionale, e un pacchetto completo di benefit, tra cui l’assicurazione sanitaria privata contro gli infortuni e sconti per acquisti sul sito. 

Amazon offre ai propri dipendenti anche sedi all’avanguardia ed un ambiente di lavoro sicuro: tra aprile e giugno sono stati investiti circa $4 miliardi per iniziative legate al COVID. Per tutelare i dipendenti, sono stati introdotti oltre 150 cambiamenti di processo tra cui una maggiore frequenza delle pulizie e della sanificazione, il mantenimento della distanza di sicurezza, il controllo della temperatura e la distribuzione di sistemi di protezione individuale. Sono state sospese tutte le riunioni, tutta la formazione viene effettuata in modalità webinar ed è stata rivista l’organizzazione delle pause e dei processi di ingresso e uscita dagli edifici.

Offrire posti di lavoro con una retribuzione leader del settore e un’ottima assistenza sanitaria è ancora più significativo in un momento come questo.

ha sottolineato Jeff Bezos, fondatore e CEO di Amazon.

 

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Inoltre, Amazon ha stanziato anche 500 milioni di dollari come bonus natalizio per tutti dipendenti della logistica, per il lavoro straordinario dovuto all’emergenza. Ad esempio, in Italia, i dipendenti del settore logistico e dei fornitori, avranno diritto a un bonus di 300 euro. Che gli “affari” di Amazon stessero andando particolarmente bene non era certo un mistero. Ma come sono andate esattamente le vendite di quest’anno?

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La crescita delle vendite grazie alla pandemia

Secondo le statistiche, tra aprile a giugno, Amazon avrebbe venduto il 57% in più di articoli, rispetto all’anno precedente e nel terzo trimestre sarebbe stato registrato il triplo dell’utile netto rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. 

Come se non bastasse, per le festività natalizie il colosso dell’eCommerce ha visto un’ulteriore incremento delle vendite. D’altro canto l’edizione del Black Friday e del Cyber Monday di quest’anno sono state le migliori di sempre: le piccole e medie imprese che vendono su Amazon, nonostante le limitazioni della pandemia, hanno ottenuto una crescita delle vendite del 60% rispetto all’anno precedente. 

Per non parlare dell’Amazon Prime Day, che si è svolto ad ottobre. Tra i prodotti più acquistati, a livello mondiale, sono stati segnalati Echo Dot, Fire Tv Stick 4K Ultra HD con telecomando vocale Alexa, iRobot Roomba, il filtro personale per l’acqua LifeStraw,  le cuffie wireless Bose QuietComfort 35 (serie II), lo smartwatch Fitbit Versa 2 e il casco di Stormtrooper di Star Wars.

Echo dot Amazon

In Italia, i prodotti più gettonati sono stati il videogioco “Fifa 21”, la PlayStation 4, con incluso upgrade per PS5, le capsule di caffè Borbone e le mascherine FFP2.

In Francia hanno spopolato i pannolini Pampers Premium Protection, lo Spazzolino Elettrico Ricaricabile Braun Oral-B Pro 2 2500, ed il Gufo Lego di Harry Potter.

In Spagna, tra i prodotti più acquistati c’è stato il detersivo per lavastoviglie Finish Powerball All in 1 Max, la crema giorno L’Oréal Paris Men Expert – 24H Hydra Energetic e la cartuccia universale per caraffa filtrante Brita Maxtra.

Nel Regno Unito tra i prodotti più venduti ci sono lo Shark, la Scopa elettrica Celebrations, lo spazzolino elettrico Oral-B Smart 6 6000N Crossaction.

Infine, negli USA, invece, non sono mancati l’iRobot Roomba Robot Vacuum, il Myq Apriporta Smart Wireless & Wifi per Garage, il filtro personale per acqua Lifestraw ed il gioco in scatola Kids against Maturity.

Anche le vendite di alcolici, di prodotti di bellezza e gli articoli per i bambini sono più che raddoppiati quest’anno, grazie all’aggressiva strategia di prezzo del gigante dell’eCommerce. L’analisi dei dati riguardante la vendita di alcool su amazon.com tra luglio e ottobre 2020, ad esempio, ha mostrato un aumento del 121% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente

spot 100 anni tim

100 anni di innovazione in Italia, il musical di TIM sulle note di Mina

  • Il nuovo spot istituzionale di TIM è un mini musical che parla dell’Italia, della sua storia e di un brand che di questa storia ha fatto parte
  • Lo spot è stato trasmesso da tutte le emittenti televisive in versione integrale di 3 minuti e 49 secondi e con un taglio a 60 secondi prima e dopo il messaggio del Presidente della Repubblica

 

Un mini musical di quasi 4 minuti che ripercorre la storia del nostro Paese, dipingendola con leggerezza e poesia. Sono i cento anni di innovazione e continua evoluzione nelle telecomunicazioni in Italia, raccontati dalla emozionante voce di Mina, sulle note dell brano ‘This is me’ del musical ‘The Greatest Showman’ – Golden Globe 2018 come miglior canzone originale e candidata all’Oscar nello stesso anno.

spot istituzionale TIM

TIM: la storia di un’idea

Questa è la storia di un’idea” recita l’incipit del brano che fa da colonna sonora al nuovo spot istituzionale TIM.

Il video, intitolato ‘Questa è TIM’, racconta la centralità del Gruppo nello sviluppo tecnologico e sociale del Paese e rivolge uno sguardo alle sfide del futuro: dall’IoT al Cloud, fino ai Data Center e all’Intelligenza Artificiale.

Lo spot, diretto da Luca Josi, Direttore Brand Strategy, Media & Multimedia Entertainment di TIM, insieme a Luca Tommassini, che ne ha curato anche la coreografia, sottolinea il ruolo di TIM come abilitatore della connessione per rendere possibile la comunicazione, da sempre fondamentale nell’evoluzione dell’uomo, dei costumi e della società.

Tutti gli elementi delle scene rimandano al mondo della tecnologia e della connettività e della loro evoluzione: dai cavi in rame, ai telefoni a disco, alle cabine telefoniche, alle centrali, ai telefoni cellulari, agli smartphone, alla fibra ottica e al 5G.

La storia delle comunicazioni in Italia: una innovazione lunga 100 anni

Un lungo percorso, che parte dagli anni ’20 con lo skyline di Torino, città in cui ha avuto inizio il percorso dell’innovazione di TIM, con le figure fondamentali dei tecnici nei laboratori e nelle centrali e delle centraliniste che permisero le prime conversazioni telefoniche.

Il viaggio continua ripercorrendo le epoche attraverso scene iconiche dei musical che hanno segnato l’immaginario collettivo: gli anni ’50 con ‘Singing in the rain’ e ‘Pane, amore e …’ con Sophia Loren e Vittorio De Sica.

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Gli anni ’60 con ‘Grease’, ‘Dirty Dancing’ e ‘Sweet Charity’ di Bob Fosse, proseguendo fino agli anni ’70 con i musical ‘Chorus Line’ e ‘Hair’, in cui i protagonisti danzano intorno ad una cabina telefonica. Arriviamo poi negli anni ’80, passando a ‘Fame’, con la citazione della famosa scena dei ballerini, che rappresentano i tecnici di TIM.

Il video continua con citazioni di ‘Flashdance’ e arriva al presente con le più moderne coreografie. Lo spot si conclude con una danza collettiva di tutta la popolazione TIM in un paesaggio immaginario rappresentato da monumenti e architetture iconiche del nostro Paese.

Atmosfere realistiche e di fantasia, scenografie ricercate con effetti di scena innovativi, costumi raffinati e curati nei minimi dettagli, visual effect cinematografici rendono questo spot originale e unico nel suo genere.

spot TIM musical Mina

Lo spot, in programma fino al 6 gennaio, è stato trasmesso da tutte le emittenti televisive in versione integrale di 3 minuti e 49 secondi e con un taglio a 60 secondi prima e dopo il messaggio del Presidente della Repubblica. Sono previsti anche passaggi in radio del brano completo di Mina e una campagna stampa, digital, e digital OOH con impianti iconici e di grande impatto a Roma e Milano.

Una produzione capace di emozionare, che parla dell’Italia, della sua storia e di un brand che di questa storia ha fatto parte, negli ultimi 100 anni, e che ha fatto volare milioni di “Ciao” e di “Come stai”.

Come un cuore che non si ferma mai. Come un cuore che batte per noi.