Perché riconoscere oggi il target di domani è così importante, spiegato con il caso Pepsi

  • John Sculley, Presidente di Pepsi Cola, effettuò delle indagini di mercato: Coca-Cola rappresentava un prodotto da mostrare, Pepsi era il prodotto da nascondere
  • La Pepsi Generation nel tempo ha saputo crearsi una nuova immagine, come scelta rivoluzionaria, anticonformista e differente dal passato

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Siamo nel pieno degli anni ’50 e Coca-Cola è regina incontrastata delle bevande gassate, mentre Pepsi è solo una “povera” alternativa, una brutta copia, una sottomarca da non tenere neanche in considerazione.

In effetti, tra le due bevande non c’è una grande differenza se non il rapporto delle vendite, che era 9 a 1, all’epoca. Allora perché una funzionava benissimo e l’altra no?

Il successo di Coca-Cola nasceva sì, dal prodotto, ma anche e soprattutto dal modo di comunicarlo alle persone. Coca-Cola era un brand rassicurante, strettamente legato al Natale e alla famiglia, aveva fidelizzato i suoi clienti facendoli affezionare al concetto stesso di Coca-Cola e a tutto quello che esso rappresentava. E questa, certamente, era stata la sua strategia vincente (così come oggi il brand ha saputo leggere il desiderio di autenticità e inclusione delle persone).

Pepsi, inizialmente, si era posizionata all’interno del mercato delle bibite economiche che, negli anni ’30, era interessante e vasto. Ma poi la società è cambiata.

La differenza tra Pepsi e Coca-Cola

John Sculley, a quei tempi Presidente di Pepsi, insieme al suo team, aveva effettuato delle indagini di mercato e aveva constatato che le persone che avevano una bottiglia di Coca-Cola in frigo, la portavano in tavola per i propri ospiti, se invece avevano la Pepsi la versavano direttamente nei bicchieri in cucina.

La differenza, quindi, oltre che nelle vendite, stava nella percezione che le persone avevano della bevanda. La Coca-Cola rappresentava un prodotto ambito, da mostrare, la Pepsi, invece, era il prodotto di cui vergognarsi e da nascondere. 

Il punto, dunque, era questo: come rendere la Pepsi un prodotto ambito e desiderabile?

Il lifestyle marketing di Pepsi

Si decise di trattare la Pepsi come fosse una cravatta. Le persone scelgono con cura la cravatta da indossare perché rappresenta il modo in cui si mostrano agli altri. Allo stesso modo, per Sculley e il suo team, la Pepsi avrebbe dovuto rappresentare “il modo migliore di mostrarsi agli altri”. 

Venne ideata così la Pepsi Generation, quella dei baby boomer del domani e la prima ad avere una buona disponibilità economica, tanto da spendere dei soldi per prodotti non necessari. Come intercettarla? Attraverso i giovani degli anni ’60 che si avviavano verso la nascente contestazione culturale del ’68, rendendosi così la scelta rivoluzionaria, anticonformista, differente dal passato. Per differenziarsi, anche dalla se stessa del passato, Pepsi cambiò anche il suo logo per mostrarsi in tutta la sua trasformazione.

L’attenzione di Pepsi, dunque, fu tutta sulle persone, non sul prodotto. Ed è questa prospettiva che ha reso possibile la sua fortuna negli anni ’70. Si tratta di uno dei più vincenti casi di lifestyle marketing, una campagna pubblicitaria interamente incentrata sugli stili di vita delle persone.

Gli spot di Pepsi – per cui l’azienda si rivolse direttamente ad Hollywood per creare dei veri e propri film per la TV da 60 secondi – mostravano persone che facevano sci d’acqua, che andavano in bicicletta e che volavano in deltaplano e tutte bevevano, alla fine, una Pepsi.

Pepsi non era una semplice bevanda, ma uno stile di vita dinamico e frizzante. Tali spot s’insinuavano tra i colori delle nuove televisioni a 19 pollici e risaltavano ancora di più, attiravano l’attenzione, affascinavano e rapivano le persone. La Pepsi divenne la bevanda rivoluzionaria più ambita degli anni ’70.

L’importanza del target

Sebbene di recente, propria una pubblicità sullo stesso tema (quello della “rivoluzione”) sia costato aspre critiche al brand, con l’accusa di aver svuotato un messaggio importante, facendolo esprimere da una celebrity lontana da certe problematiche, la strategia di Pepsi ha saputo convincere per alcuni decenni.

Dunque, è davvero così importante intercettare il nostro target di riferimento ora e adesso? Ampliare il nostro modo di guardare la società in cui viviamo, in cui siamo immersi, talvolta può risultare difficile, eppure nella maggior parte dei casi è necessario per compiere oggi scelte vincenti per il futuro del nostro brand.

Ecco perché Burger King pubblicizza un Whopper ammuffito

  • Burger King rimuove conservanti, colori e sapori artificiali dal suo sandwich Whopper.
  • La catena di hamburger ha deciso di sottolineare il cambiamento attraverso una campagna pubblicitaria che utilizza un Whopper ammuffito.

Burger King ha adottato un approccio coraggioso per pubblicizzare la decisione di rimuovere i conservanti artificiali dal suo panino più iconico.

La scelta è stata quella di mostrare il più naturale esito di un hamburger privo di conservanti: un Whopper coperto di muffa.

È una mossa sorprendente da parte del gigante del fast food, che ha pubblicato la foto dell’hamburger al posto della tipica foto patinata in perfetto stile fast food.

L’anti-pubblicità

Qual è il punto? Perché Burger King pubblica un annuncio che in realtà sembra essere un invito a non mangiare i suoi panini?

Burger King offre oggi il suo panino più famoso, il Whopper (e tutti gli altri del suo menu), senza conservanti, coloranti o aromi provenienti da fonti artificiali negli Stati Uniti. “Il prodotto è già disponibile in oltre 400 ristoranti nel Paese e raggiungerà tutti i ristoranti durante tutto l’anno”.

Una scelta che sembra portare la firma del CMO Fernando Machado, un vero ribelle del Marketing, che avremo l’occasione di ascoltare anche durante N-Conference con un talk dal titolo Be Afraid. Be Very Afraid. But Do It”.

Lo spot video HD

Lo spot di 45 secondi dal titolo “The Moldy Whopper”, mostra inizialmente l’hamburger che viene assemblato nel modo più fotogenico possibile e quindi lasciato a marcire per le successive quattro settimane. La lattuga appassisce, il panino si affloscia e l’intera cosa sviluppa uno spesso strato di muffa verde.

Gli annunci pubblicati sui social media fanno riferimento al numero di giorni trascorsi da quando il sandwich è stato preparato e il copy spiega: “La bellezza di nessun conservante artificiale”.

L’amore ai tempi delle app di dating non è più lo stesso (ma non c’è da aver paura)

  • In USA nel 2017 il 39% delle coppie eterosessuali intervistate da un ricercatore dell’Università di Stanford ha incontrato il proprio partner online, rispetto al 22% del 2009;
  • Nel Regno Unito tra il 2015 e il 2018 sono stati registrati un totale di 2.029 reati sessuali, dove le applicazioni di incontri online sono il denominatore comune delle denunce pervenute;
  • Per evitare episodi di catfishing, Tinder ha recentemente implementato la tecnologia Noonlight, un sistema basato su un servizio di geolocalizzazione che permette agli utenti di inviare una richiesta di aiuto in real-time in caso di situazioni di emergenza.

Alzi la mano chi tra di voi ha utilizzato Tinder, Bumble o qualsiasi altra applicazione di dating online nell’ultimo anno. Scommettiamo che siete in tanti? Non c’è nulla da vergognarsi, anzi, siamo nel 2020 e sembra che queste app siano semplicemente un modo come un altro per conoscere gente nuova e, con un po’ di fortuna, la propria anima gemella.

Sì, perché trovare l’amore su Tinder sembra una barzelletta ma in realtà è possibile, possiamo addirittura raccontare storie di coppie che si sono sposate dopo un primo appuntamento da incubo. 

Per molti millennial l’utilizzo delle applicazioni di dating online è diventato il modo piú semplice per ottenere un appuntamento, specialmente in USA come confermato da uno studio effettuato da un ricercatore dell’Universitá di Stanford: secondo i dati raccolti nel 2017, infatti,  il 39% delle coppie eterosessuali intervistate ha incontrato il proprio partner online, rispetto al 22% del 2009.

Non è sempre oro quello che luccica

Sicuramente ti starai chiedendo “Perché io invece incontro solo casi umani?”. Ti possiamo rispondere tranquillamente di non preoccuparti, in quanto la maggior parte delle volte la fortuna ci volta le spalle.

“Ho incontrato persone fantastiche che in seguito sono diventate amiche, cosí come diverse frequentazioni, ma mai una relazione a lungo termine” afferma la scrittrice Madeleine Dore, una trentenne di Melbourne che ha usato app come Tinder, Bumble e OkCupid negli ultimi cinque anni, e che descrive i suoi appuntamenti come “esperienze che sembrano una scena in una commedia romantica” oppure dei “disastri assoluti”.

Un disastro assoluto che, purtroppo, non sempre ha a che fare solo con l’alito cattivo del partner, con i silenzi imbarazzanti o con il ghosting, ma può rivelarsi un vero e proprio incubo.

 

Secondo i dati divulgati dalla polizia del Regno Unito, tuttavia, c’è un altro risvolto di questo fenomeno: il numero di reati sessuali che coinvolgono siti e app di incontri online è quasi raddoppiato negli ultimi quattro anni. Tra il 2015 e il 2018 infatti sono stati registrati un totale di 2.029 reati sessuali, dove le applicazioni di incontri online sono il denominatore comune delle denunce pervenute, con un aumento dei 329 casi del 2015 ai 658 casi del 2018.

Che cosa fanno le app di incontri per garantire la nostra sicurezza?

Dobbiamo premettere che le applicazioni di dating online hanno un problema di base per quanto riguarda la questione privacy e riconoscimento d’identità, perché molte delle persone che le utilizzano non vogliono che i loro dati personali (come il cognome) siano resi pubblici, ma preferiscono restare nell’anonimato.

Prendiamo ad esempio Tinder, che si rivolge principalmente a giovani single dai 18 ai 25 anni, in cerca di nuove persone da incontrare – e possibilmente senza impegno. L’aggiunta del cognome renderebbe tutto molto più serio, snaturando così la natura dell’app.

In realtá, esistono molteplici alternative per risolvere questo problema. Si potrebbe iniziare dall’obbligo per l’utente di caricare la foto del proprio documento d’identità al momento dell’iscrizione (come giáàaccade per i driver di Uber) per verificare che non si tratti di profili fake.

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Piú semplicemente, come già accade per diverse app, l’utente può collegare i propri profili social come Facebook e Instagram per condividere informazioni e foto aggiuntive, rendendo così il suo profilo “a prova di fake”. 

Purtroppo dopo lo scandalo di Cambridge Analytica il nostro caro Mark ha dovuto limitare l’accesso alle API degli sviluppatori, e questo ha portato le app di dating a permettere l’iscrizione indipendentemente da Facebook – quindi senza verifica dell’identità. Un effetto imprevisto della tutela della privacy.

Cosa puó accadere senza la verifica dei profili?

Ovviamente senza una conferma dell’identità chiunque può fingersi un’altra persona, caricando foto non proprie e usando nomi falsi. Questa attività ingannevole ha un nome specifico, ovvero catfishing, e chi la pratica viene definito catfish, tradotto “pesce gatto”.

Questo termine è stato coniato negli Stati Uniti e si basa sulla metafora del pesce grande che mangia il pesce piccolo, ovvero un utente (il catfish) che cerca divorare – in questo caso ingannare oppure truffare – gli altri utenti. Le persone che subiscono catfishing possono essere raggirate da un profilo falso, oppure che essere derubate della propria identità, che viene replicata per generare questo genere di truffe.

Il catfishing è praticato sui social network e soprattutto nei siti e applicazioni di appuntamenti online, come appunto Tinder. Le prede più facili dei catfish, infatti, sembrano essere le persone in cerca di nuove amicizie o di un incontro amoroso.

Qual è lo scopo principale di questi truffatori? Generalmente farsi inviare denaro dalle persone con le quali chattano, oppure ricattarle dopo aver ricevuto foto osé delle vittime, nei casi più gravi aggredirle fisicamente e sessualmente una volta ottenuto un incontro.

Proprio per evitare questo tipo di reato, che ovviamente è illegale, Tinder ha recentemente implementato nella propria applicazione la tecnologia Noonlight, ovvero un sistema basato su un servizio di geolocalizzazione estremamente preciso, che permette agli utenti di inviare una richiesta di aiuto in real-time in caso di situazioni di emergenza. 

Inoltre, prima di incontrare il proprio pretendente conosciuto tramite l’applicazione, l’utente può salvare tutte le informazioni inerenti questa persona oltre che il luogo e l’orario dell’appuntamento. Questo per facilitare, in caso di emergenza, l’intervento delle forze dell’ordine.

Questo aggiornamento è al momento disponibile solo in USA, ancora non sappiamo quando verrà esteso a livello globale, ma speriamo accada molto presto.

In generale il gruppo Match – che oltre a Tinder possiede anche PlentyOfFish, OkCupid e Hinge – punta a introdurre questo “pulsante di emergenza” in tutte le sue piattaforme di dating entro la fine del 2020.

Quindi dobbiamo smettere di utilizzare le app di incontri?

Assolutamente no! Il punto non è disinstallare queste applicazioni di dating, ma imparare ad utilizzarle nel modo corretto, senza prenderle troppo alla leggera.

Le app di incontri online ormai formano parte della vita quotidiana di molte persone e non bisogna stigmatizzarle. In molti casi, invece, hanno aiutato coloro che sono piúùtimidi e fanno fatica a conoscere nuove persone offline.

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Secondo lo studio Safety, Risk and Wellbeing on Dating Appsrealizzato dall’Universitá di Sydney e pubblicato dall’APO – Analysis & Policy Observatory, risulta infatti che “sebbene gli utenti di queste applicazioni riconoscano i rischi ad esse associati, queste ultime li aiutano ad aumentare la loro autostima e a sentirsi più sicuri di se stessi” afferma la professoressa Kath Albury, autrice principale del report.

Il futuro delle app di dating online è ancora roseo

Quali evoluzioni possiamo aspettarci nei prossimi mesi? Sicuramente l’utilizzo di queste piattaforme sarà sempre più interconnesso all’uso di altri social media come Instagram, Facebook e Twitter, in modo da assicurare agli utenti un livello di sicurezza maggiore sul tema di controllo dell’identità.

Tutti sappiamo che anche Facebook ha lanciato la propria piattaforma di dating online, che permette agli utenti di condividere contenuti in real-time o pescati direttamente dal proprio profilo ufficiale. E se anche il lancio dell’app in Europa sia stato per ora cancellato, sembra comunque trattarsi di un investimento a lungo termine.

Rinnovata la partnership tra Talent Garden e Google for Startups

Talent Garden, piattaforma per il networking e la formazione nell’ambito dell’innovazione digitale, ha rinnovato anche per l’anno 2020 la partnership con Google for Startups, il programma lanciato da Google nel 2011 dedicato al mondo delle tecnologia che collabora con le comunità di startup locali e offre percorsi di advisory e l’accesso strumenti e workshop per la comunità tecnologica locale.

Quest’anno la partnership, giunta alla terza edizione, sarà incentrata sui temi della diversity & inclusion e del women empowerment con l’obiettivo di creare valore per la community di Talent Garden e per il territorio.

Gli appuntamenti 2020

Tra i primi appuntamenti in programma il 2 e il 9 marzo presso il Campus Talent Garden Calabiana di Milano troviamo S.T.A.R., il progetto di Google dedicato ai bambini tra i 10 e i 13 anni per incoraggiare più ragazze e ragazzi ad avvicinarsi alle materie STEM, che oggi sono applicabili a tutti gli ambiti professionali: dall’arte, alla scienza, alla medicina, allo sport e alla moda.

Il progetto punta ad aumentare la consapevolezza sui pregiudizi di genere che hanno un impatto sulle scelte di studio e quindi di carriera lavorativa delle donne, in particolare per le materie STEM.

Per iscriversi e per ulteriori informazioni:

Google for Startup Advisory

Il programma Google for Startups comprende anche Workshop IAmRemarkable e Google for Startup Advisory.

Un percorso di incontri, sharing advisory e connection incentrato sulle realtà del network di Talent Garden. Durante il percorso verranno coinvolte 10 startup che verranno affiancate da mentor per sviluppare una strategia di crescita del business utilizzando strumenti Google per un periodo di 12 settimane; saranno organizzati 25 interessanti meetup dedicati a diversity & inclusion in primo luogo ma non solo, anche legati a temi quali digital, startup, sviluppo e service design.

Un capolavoro di comunicazione e innovazione: il mercato dell’acqua in bottiglia

  • Il mercato Mondiale delle acque minerali è di circa $300 MLD 
  • L’acqua in bottiglia costa dalle 300 alle 2000 volte in più dell’acqua di rubinetto
  • Si stima che si consumino più di 60 Mln di barili di petrolio all’anno per produrre questo prodotto

Nel 2016 L’Independent usciva con un articolo di forte impatto sulle acque in bottiglia, intitolato la più grande truffa del secolo.

Con una storia che parte dal 1760, l’articolo tracciava le origini di questo business enorme con dei margini da far invidia a molte industrie.

Come riporta infatti il sito Food and Water Watch l’acqua in bottiglia costa fino a tre volte di più della benzina o del latte che compriamo. Ma il costo dell’acqua di rubinetto (alternativa a portata di tutti nel mondo Occidentale) è prossima allo zero con un costo di 5 millesimi per litro.

La situazione in Italia

Con 14 miliardi di litri all’anno, l’Italia è il paese che consuma più acqua in bottiglia in Europa e uno dei primi al mondo. Gli USA rimangono il primo mercato mondiale.

Il giro d’affari nel nostro paese si aggira attorno ai 10 miliardi di euro all’anno, con un fatturato di 2,8 miliardi solo per le aziende imbottigliatrici. Tutto questo a fronte di canoni di prelievo irrisori, di al massimo 2 millesimi di euro al litro.

Uno scarto fra costi e guadagni a dir poco sorprendente, da cui traggono vantaggio soltanto le grandi industrie, a scapito dello Stato e, soprattutto, dell’ambiente. L’acqua quindi, nonostante rappresenti un bene primario, vitale e da preservare, continua ad essere gestita come se fosse proprietà privata.

L’economia che gira intorno all’ acqua in bottiglia

Stando ai dati di Legambiente e Altreconomia, attualmente, sul territorio nazionale, ci sono oltre 260 marchi, distribuiti in circa 140 stabilimenti che imbottigliano gli oltre 14 miliardi di litri necessari a garantire l’enorme consumo pro-capite.

Alla base del discutibile primato italiano, c’è il falso mito che l’acqua in bottiglia sia migliore e più controllata di quella del nostro rubinetto. Tuttavia, l’acqua del rubinetto, cifre alla mano, non è meno sicura di quella in bottiglia, come spiega Luca Lucentini, direttore del Reparto di Qualità dell’acqua e dell’Istituto Superiore della Sanità: la qualità va da buona ad ottima, risultando conforme nel 99% delle misurazioni.

Infatti in Italia risulta dai dati Istat che ben il 29% della famiglie non si fida dell’acqua di rubinetto.

Delle 11 mld di bottiglie prodotte in Italia l’84% sono in plastica, con un consumo di petrolio pari a circa 6 mln di barili annui.

Del 16% di bottiglie di vetro solo un 10% è vuoto a rendere contro un 70% di paesi esteri, che si sono organizzati con centri di raccolta e lavaggio delle bottiglie per riutilizzarle.

Il “Modello Perrier”

Già a fine a metà del 1700 troviamo sul mercato Inglese i primi esempi di acqua in bottiglia, prodotta ad Harrogate. Nel 1914 questa fonte si definiva come la più diffusa al mondo “dall’Inghilterra a Bombay”

All’inizio del XX secolo, tuttavia, una rivoluzione dell’acqua ha quasi ucciso il nascente business. Dopo i primi tentativi in Germania e in Belgio di mettere il cloro l’acqua potabile comunale, un’epidemia di tifo a Lincoln nel 1905 spinse la sanità pubblica a provare la prima clorazione estesa. Il suo esperimento funzionò e ben presto la clorazione dell’acqua municipale si era diffusa in tutto il mondo. Nel 1908, Jersey City divenne la prima città degli Stati Uniti ad utilizzare la clorazione dell’acqua in scala reale, e la pratica si diffuse rapidamente in tutto il paese.

Il risultato fu il collasso dell’industria dell’acqua in bottiglia.

A salvare e rilanciare il settore dell’acqua in bottiglia fu una magistrale campagna di marketing del 1979 della Perrier. Narrata con la voce di Orson Wells è riconosciuta come una della campagne TV più di successo della storia del marketing del settore.

L’azienda, conosciuta per l’acqua dalle bolle “giganti”, volendo espandersi negli USA,  ideò una campagna di marketing di grande successo, che univa il concetto di health a quello di trendy. Cominciò infatti a sponsorizzare gli eventi sportivi americani, come maratone e partite di baseball, avvalendosi di testimonial famosi, con il messaggio che bere acqua al posto di bevande gassate e zuccherate non solo era più salutare ma anche più cool.

Nel giro di appena tre anni, le vendite aumentarono in modo considerevole, arrivando a toccare addirittura i 70 milioni di bottiglie, contro gli appena 2,5 iniziali.

La Perrier opera ancora oggi nel business dell’acqua in bottiglia e, fino ad adesso, non ha mai cambiato il proprio packaging, nonostante la recente acquisizione da parte di Nestlé. Dietro alla sua “longevità”, c’è una bottiglia con pochi e chiari elementi distintivi, che risulta immediatamente riconoscibile: colore verde, caratteristica forma a goccia e due variopinte etichette, su quella frontale il logo aziendale mentre su quella posteriore i dati tecnici.

Nella sua semplicità, una brand identity forte, coerente e diretta.

Nel corso degli anni, il “modello Perrier” è stato adottato da molti altri marchi e il binomio acqua-benessere continua a dare ottimi risultati, anche grazie all’introduzione delle acque funzionali, arricchite cioè con vitamine e sali minerali, a cui vengono attribuite proprietà drenanti, disintossicanti e rilassanti.

È sufficiente pensare ad un qualsiasi spot pubblicitario sulle acque in bottiglia per accorgersi di come, persone che fanno sport oppure diventano più belle bevendo una certa marca, siano ormai un must. Non è un caso quindi se le multinazionali dell’acqua sono spesso sponsor ufficiali di importanti eventi sportivi, ad esempio della Champions League.

L’anno in cui le acque imbottigliate diventano “lusso”

Dal 2010, grazie anche ad una forte campagna contro le bibite zuccherate, si è vista una crescita esponenziale di bevande a base di acqua a cui furono aggiunti tutti i tipi di aromi, vitamine e minerali.

Ma forse una delle rivoluzioni più significative fu la CanO Water Britannica – un’acqua minerale liscia o gassata in una lattina di alluminio richiudibile – in cui tutta la comunicazione è stata incentrata sulla totale riciclabilità del materiale e sulla sostenibilità della filiera.

Oggi questo prodotto si trova disponibile, oltre che direttamente dal sito, in tutta la grande distribuzione, tra cui il colosso e-commerce Amazon.

La compagnia lavora molto su brand-ambassador, reclutando direttamente tra gli studenti Universitari e portando il concetto di plastic-free e rispetto dell’ambiente soprattutto nella fascia giovanile.

L’apice di questa nuova corsa all’oro è stata raggiunta con Martin Riese, che ha lanciato una vera e propria scuola di Sommelier dell’acqua minerale. Questi  Sommelier trattano l’acqua minerale come fosse un vino, esaltandone le qualità dell’origine e portando nei migliori ristoranti acque minerali dai prezzi esorbitanti.

Come la Svalbardi – un’acqua dal costo di circa 80 Euro a bottiglia, ricavata dagli iceberg, che come slogan ha:

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per salvare l’Artico
L’acqua dell’iceberg ultra-premium delle Svalbard aiuta a combattere il cambiamento climatico

I big dell’acqua in bottiglia investono nei social network

I top brand delle acque minerali sono molto attivi anche sui social network e hanno come obiettivo la Generazione Z, ovvero i consumatori di domani. A tal proposito, molte aziende hanno deciso di coinvolgere nella loro strategia di comunicazione i digital influencers, punta di diamante del referral marketing, capaci di generare un efficace passaparola digitale.

Il caso più famoso è quello del brand francese Evian, che ha creato una linea di bottiglie limited edition firmate da Chiara Ferragni, la bionda madrina del glamour. Le bottiglie sono state messe sugli scaffali a 8 euro l’una, prezzo che il Codacons ha subito definito come immorale e potenzialmente illegittimo. Nonostante l’indignazione di molti però, l’azienda ha ottenuto il risultato sperato: vendite da record nel giro di pochi mesi.

Una lezione di Packaging e Comunicazione

L’acqua in bottiglia è un prodotto al palato del consumatore praticamente indistinguibile da quella di rubinetto, come hanno dimostrato numerosi test alla cieca. Inoltre nei paesi sviluppati la qualità dell’acqua di rubinetto è decisamente elevata, quindi è difficile giustificare un consumo così elevato solo per questioni sanitarie.

La vendita dell’acqua in bottiglia si basa dunque su due pilastri del marketing, il packaging e la comunicazione.

Il packaging fa leva su bottiglie di design, materiali innovativi (di recente l’alluminio) e sulle etichette.

La comunicazione, che si sviluppa praticamente su tutti i canali media (Tv, Giornali, Internet) fa leva sui potenziali benefici sia in campo alimentare che in campo sportivo.

Contrariamente a quello che può apparire, l’acqua in bottiglia rappresenta un campo in continua evoluzione. Proprio sfruttando le leve di packaging e comunicazione; infatti negli ultimi anni si sono affacciati nuovi marchi ed investimenti.

Dalle acque gourmet che vengono servite in ristoranti di lusso come fossero vini pregiati, alle acque aromatizzate che si sostituiscono ai classici soft-drink, l’acqua in bottiglia dimostra come l’innovazione possa essere la chiave di lettura di prodotti che si trovano in un mercato apparentemente saturo.

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L’eCommerce continua a crescere e le strategie di vendita online cambiano

  • Dal 2014, le vendite online sono cresciute del 265%
  • Analizziamo le strategie di marketing dei brand che cavalcano la rivoluzione eCommerce

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Con l’esplosione del web e dei social media, la realtà quotidiana ha ceduto sempre di più il passo alla dimensione virtuale e “finzionale” delle Instagram stories, dei feed Facebook o delle web serie su Youtube.

Stabilire una connessione con audience sempre più distratte, far breccia nel flusso perpetuo del content continuum è un’impresa spaventosa persino per il marketer più temerario.

Secondo un recente studio Ipsos, gli utenti ignorano più della metà degli ads online e impiegano circa tre secondi per decidere se i contenuti proposti siano o meno di loro interesse. Hai più probabilità di far colpo durante uno speed date, insomma.

Ma cosa fa il tuo pubblico quando non ti sta ascoltando?

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eCommerce: il lato positivo

Per avere un’idea, è sufficiente prendere in considerazione un minuto qualsiasi del 2019 su internet: ebbene, in un solo minuto sono stati mandati 41,8 milioni di messaggi Whatsapp/Messenger, guardati 4.5 milioni di video Youtube, creati 2,1 milioni di Snaps etc.

Soprattutto, ed è qui che vediamo spuntare una luce in fondo al tunnel, in quello stesso minuto sono stati spesi 996.956 dollari online, (per un valore annuo di transazioni pari a 693,35 miliardi).

Ora, come fare in modo che i tuoi prodotti facciano parte della metà fortunata che gli utenti notano e magari decidono di comprare?

Un’ottima mossa è “camminare sulle spalle dei giganti”, ovvero analizzare le strategie di marketing delle aziende che cavalcano la rivoluzione eCommerce, per comprendere quali sono quelle più adatte alle tue esigenze e ai tuoi obiettivi di business.

Scopriamole insieme.

Integrazione della piattaforma eCommerce con Google Shopping

A meno che tu non sia Coca-Cola, Netflix o Mc Donald’s, è molto probabile che gli utenti siano atterrati sul tuo sito partendo da Google. Quindi, per dare maggiore visibilità ai tuoi articoli online, una buona strategia potrebbe essere quella di integrare la piattaforma di e-commerce con Google Shopping.

Le schede di Google Shopping mettono i tuoi prodotti in cima alle SERP di Google (le pagine dei risultati dei motori di ricerca) consentendoti di raggiungere più facilmente il pubblico target attraverso i PLA (product listing ads), mostrando i tuoi articoli prima ancora che gli utenti abbiano visitato il tuo sito.

AR and VR nelle vendite online

Una delle più grandi barriere all’acquisto dei prodotti online rimane il fatto che i tuoi i clienti non possano vedere o provare gli articoli prima di comprarli. Questo rende difficile, ad esempio, vendere make-up, complementi d’arredo, occhiali e altri accessori. Prodotti per cui le persone hanno bisogno di una “preview” prima di sciogliere ogni indugio.

La realtà virtuale (VR) e quella aumentata (AR) si stanno rivelando i migliori alleati dei brand per superare questa sfida. Aziende come Warby Parker e Sephora hanno lanciato delle app che, attraverso l’AR, consentono ai loro clienti di provare occhiali e make up.

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Anche Amazon e Ikea usano una tecnologia simile per dare agli shopper la possibilità di testare come i mobili proposti online armonizzerebbero nelle loro case.

Opzioni di pagamento flessibili nell’eCommerce

Se vendi beni di lusso o comunque articoli piuttosto costosi, gli utenti potrebbero essere scoraggiati a finalizzare la conversione per questioni di prezzo. Per scongiurare questo rischio, la tendenza eCommerce più diffusa è quella di offrire opzioni di pagamento flessibili attraverso sistemi come Afterpay, Final e Affirm.

Questi servizi frazionano automaticamente il costo degli articoli in più mesi, ammortizzando l’esborso economico dei clienti. In particolare, i rivenditori che offrono Afterpay hanno visto aumentare i tassi di conversione tra il 20% e il 30%.

Il fattore green nello shopping online

L’87% dei consumatori dichiara d’essere molto più propenso a comprare prodotti e servizi da aziende che dimostrano di tenere in considerazione l’impatto ambientale della loro attività durante ogni fase del ciclo di produzione e distribuzione.

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Per venire incontro a questa istanza, negli ultimi tempi, molti brand eCommerce hanno scatenato tutta la propria creatività per ridurre gli sprechi del packaging, utilizzando materiali riciclabili. Tra queste, c’è Reformation che invia i prodotti in confezioni 100% vegetali e compostabili, invece di utilizzare la plastica.

Social Commerce

Combinare social media e shopping online è una tendenza che sta diventando sempre più popolare. Dal 2017 i Social referral ai siti eCommerce sono cresciuti 110%, sbaragliando la concorrenza di qualsiasi altro canale.

Molti utenti, cercano già i prodotti di cui hanno bisogno sui social media e magari ricevono feedback dalla loro cerchia online per farsi guidare lungo il processo d’acquisto.

Parliamo di Social Commerce, una tra le più importanti tendenze future dell’eCommerce.

Dalle video-ricette alle challenge, TikTok conquista anche il mondo del food italiano

TikTok sta conquistando tutti. Anche se inizialmente era nota principalmente nel mondo dei teenager, l’app di creazione di video inizia a diffondersi tra fasce di pubblico differenti e numerosi brand dei più svariati settori. E ovviamente anche il mondo del food non è esente dall’interesse.

È sufficiente guardare i dati raccolti da ComScore, tra settembre e novembre 2019 che evidenziano che anche in Italia il fenomeno TikTok è cresciuto per numero di utenti unici da 2,1 milioni a 6,4 milioni con una crescita totale del 202%.

TikTok Italia

Ma soprattutto ancora più importante sottolineare come sia cresciuto del 258% tra gli utenti di età compresa tra 25-34 anni e 201% tra gli utenti he hanno più di 35 anni di età.

TikTok Italia

Dagli esordi al boom, cosa è cambiato

TikTok era inizialmente nata come app per la sincronizzazione labiale, ma velocemente si è conquistata la popolarità soprattutto come app di social media incentrata su video creativi e divertenti.

Gli effetti speciali e le svariate funzioni permettono di dare maggiore valore e personalizzazione rispetto a qualsiasi altra app di social media. È diventata una sorta di marketplace per brevi video in cui gli utenti possono aumentare la loro fama grazie a sfide virali, video comici e spettacolari e non solo.

Lo stile dei contenuti è molto meno raffinato rispetto ad altri social network. Inoltre l’app, ancora per il momento, ha un algoritmo in cui con la giusta dose di creatività e con la giusta strategia permette di aumentare organicamente views o fan in maniera costante e rapida.

TikTok sta ovviamente  influenzando il modo di comunicare anche nel mondo del food attraverso uno stile immediato, montaggi video rapidi, immagini succulente e challenge virali.

TikTok e il mondo del food

Il punto di forza della piattaforma è quello di sfruttare un brevissimo intervallo di tempo per catturare l’attenzione e rivelare un trucchetto in cucina, una ricetta o far incuriosire gli utenti sulla preparazione di un piatto.

E basta cliccare su hashtag come #tiktokfooditalia, #15secondchef, #italyfoodporn per trovare migliaia di contenuti video di ricette, consigli di cucina o video virali estremamente appetitosi.

Un modo per raccontare in maniera gustosa e creativa metodologie di cottura o diffondere piccole lezioni di cucina intrattenendo un nuovo pubblico e diventare delle food celebrity.

Ovviamente visto il carattere puramente di intrattenimento di questa piattaforma, non è forse ancora il posto giusto in cui riuscire a raccontare in maniera esaustiva un brand o la filosofia di cucina di un ristorante, ma è certamente un approccio nuovo e divertente.

In Italia

Se all’inizio su TikTok si trovavano solo lip sync e karaoke, oggi si possono trovare ricette e veri e propri food show.

Una delle prime food star sbarcate su TikTok è stato chef Bruno Barbieri. Pochi fronzoli e strategie di contenuto dietro al suo profilo. Il primo video pubblicato lo ritraeva nella sua cucina intento a tagliare una carota con il sottofondo della canzone “Carote” del trapper  Nuela, il giovane trapper che aveva spiazzato tutti a X Factor con il suo tormentone musicale. Un video che ha collezionato più di due milioni e mezzo views.

Ci sono invece autorevoli riviste come La Cucina Italiana che oltre alla carta stampata stanno seguendo con costanza e creatività il canale TikTok.

Non solo video di ricette dal format colorato, fresco e leggero, ma tanti contenuti girati in redazione con protagonisti art director, giornalisti e anche la redattrice Sara Tieni.

Video interessanti sia per fare branding ma anche per coinvolgere un nuovo pubblico, molto diverso da quello che solitamente compra e legge la rivista.

La Cucina Italiana TikTok tOK

In attesa di vedere anche i brand di food italiani approdare sull’app sono iniziati a comparire i primi locali e ristoranti. Tra i profili più interessanti e con una strategia di pubblicazione costante e creativa troviamo L’Antico Vinaio, storico locale di panini street food di Firenze e Fud Bottega Sicula, una catena siciliana che propone hambuger, fritti, salumi, vini di piccoli produttori e birre artigianali.

L’Antico Vinaio è un fenomeno social da diverso tempo ormai. Dopo essere stato il locale più recensito al mondo su TripAdvisor, in poco meno di 3 mesi il loro profilo su TikTok ha gia raggiunto più di 80 mila follower e 1 milione di like sui video.

Antico Vinaio TikTok

Il format delle pubblicazioni si basa su video dallo stile #foodporn. Focus sulle farciture succulente delle loro fumanti schiacciate e un claim ripetuto dal proprietario Tommaso Mazzanti che a ritmo di “bada come la fuma” ha conquistato anche il pubblico di TikTok.

Diverso invece il caso di Fud Bottega Sicula, che ha iniziato ad utilizzare TikTok con contenuti di branding puro e video emozionali virando poi verso contenuti più virali che seguono le tendenze più di moda all’interno dell’app, oltre a vari contenuti che fanno vedere le varie fasi di preparazione dei loro hamburger.

E i food blogger italiani?

In realtà non abbiamo ancora assistito ad un vero e proprio esodo sull’app. Sono ancora molto pochi i profili dei più noti food blogger italiani che hanno iniziato ad utilizzare TikTok.

Tra i profili più degni di nota troviamo Chef in camicia, il canale web dedicato interamente alla cucina. I loro video su TikTok hanno il ritmo giusto, con montaggi dinamici, immagini nitide e primi piani da far venire l’aquolina in bocca.

A differenza di molti altri canali dedicati al food su TikTok i loro contenuti sono di ottima qualità e di grande senso estetico. Il ritmo è coinvolgente e le ricette facili da replicare.

Gli esperimenti nel mondo food su questo nuovo social network sono appena iniziati e continueremo a tener d’occhio le prossime evoluzioni e l’arrivo dei maggiori brand. Certamente TikTok rivoluzionerà anche il modo di comunicare il cibo con contenuti più veloci, più creativi e che riescono a coniugare divertimento e informazione.

Bonus formazione 4.0: anche per il 2020 un’opportunità per le imprese

  • Bonus Formazione 4.0: accessibile anche per l’anno 2020 con l’obiettivo di formare le risorse umane nell’ambito delle tecnologie dell’industria 4.0
  • Sono nove le categorie delle tecnologie abilitanti individuate

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Anche per l’anno 2020 è possibile accedere al Bonus Formazione 4.0 per promuovere l’aggiornamento delle skill dei dipendenti nell’ambito delle tecnologie dell’Industria 4.0.

Gli incentivi possono essere recuperati attraverso il credito d’imposta.

A cosa serve il credito d’imposta per il Bonus Formazione

Serve a stimolare gli investimenti delle imprese nella formazione del personale nelle materie aventi a oggetto le tecnologie rilevanti per il processo di trasformazione tecnologica e digitale delle imprese previsto dal “Piano Nazionale Impresa 4.0”: le cosiddette “tecnologie abilitanti”. (Fonte Mise)

Cosa sono le tecnologie abilitanti?

Le tecnologie abilitanti individuate sono raggruppate in 9 categorie:

  • Advanced manufacturing solution: robot collaborativi interconnessi e programmabili;
  • Additive manufacturing: uso delle stampanti 3D connesse a software di sviluppo digitali;
  • Augmented reality: realtà aumentata a supporto dei processi produttivi;
  • Simulation: simulazione tra macchine interconnesse per ottimizzare i processi;
  • Horizontal/Vertical integration: integrazione dati lungo tutta la catena del valore;
  • Industrial internet: comunicazione multidirezionale tra processi produttivi e prodotti;
  • Cloud: gestione di elevate quantità di dati su sistemi aperti;
  • Cybersecurity: sicurezza durante le operazioni in rete e su sistemi aperti;
  • Big Data & Analytics: Analisi di base dati per ottimizzare prodotti e processi produttivi.

Il veloce sviluppo tecnologico comporterà, per il legislatore, un costate aggiornamento delle tecnologie oggetto dell’incentivo.

La legge di Bilancio 2020, rivedendo quanto contenuto nell’art. 1  commi da 45 a 46 della Legge di Bilancio 2018, ha eliminato l’obbligo, da parte dell’azienda, di redigere l’accordo sindacale aziendale o territoriale, per poter riscuotere il credito di imposta.

Questo obbligo è stato considerato, da parte delle associazioni imprenditoriali, la principale barriera per accedere al beneficio fiscale.

Bonus Formazione 4.0

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A chi si rivolge il Bonus Formazione 4.0

Il beneficio è rivolto:

  • alle imprese residenti nel territorio dello Stato, indipendentemente dalla natura giuridica, dal settore economico di appartenenza, dalla dimensione, dal regime contabile e dal sistema di determinazione del reddito ai fini fiscali;
  • agli enti non commerciali residenti svolgenti attività commerciali rilevanti ai fini del reddito d’impresa;
  • alle imprese residenti all’estero con stabili organizzazioni sul territorio italiano.

Sono escluse dal beneficio in commento, invece, le “imprese in difficoltà”, così come definite dall’articolo 2, punto 18), del Regolamento UE n.651/2014.

Chi sono i destinatari del Bonus Formazione 4.0

I destinatari delle attività formative sono:

  • il personale dipendente;
  • i lavoratori con contratto di apprendistato;
  • gli altri collaboratori legati all’impresa da contratti diversi da quelli di lavoro subordinato o di apprendistato. In particolare,  a questi ultimi, è consentita la partecipazione alle attività formative ma non vengono considerati ai fini del calcolo del credito d’imposta.

Si tratta dunque di una ulteriore opportunità di formazione aziendale Digital Marketing per il tuo team.

L’attività formativa, inoltre, deve coinvolgere specifici settori/ambiti aziendali quali: informatica, vendite e marketing e tecniche e tecnologie di produzione (si rimanda all’Allegato A della Legge di Bilancio 2018 per l’elenco completo dei settori).

Nel caso in cui le attività formative siano affidate a soggetti esterni all’impresa, le stesse devono essere:

  • commissionate a soggetti accreditati per lo svolgimento di attività di formazione finanziata presso la Regione o Provincia;
  • commissionate a università pubbliche o private (e a strutture connesse);
  • soggetti accreditati presso fondi interprofessionali;
  • istituti tecnici superiori;
  • soggetti con certificazione di qualità in linea con le disposizione europee.

Le attività di formazione possono essere impartite anche in modalità e-learning (online).

Le aziende, in questo caso, dovranno dimostrare con certezza l’effettiva e costante partecipazione del personale interessato alla formazione, attraverso opportuni strumenti di controllo.

Spese ammissibili e nuovi limiti al credito d’imposta

Il Credito d’imposta è ogni genere di credito di cui sia titolare il contribuente nei confronti dell’erario dello Stato o di un ente pubblico con potestà tributaria-impositiva. In particolare, un credito di imposta può essere destinato a compensare i debiti, a diminuire le imposte dovute oppure, quando ammesso, se ne può richiedere il rimborso, ad es. in sede di dichiarazione dei redditi.

Lo Stato centrale o le amministrazioni territoriali o locali spesso agevolano imprese e privati per investimenti, acquisti o altro non attraverso finanziamento ma tramite credito d’imposta.

Con particolare riferimento al bonus formazione 4.0 per il 2020, il credito d’imposta viene calcolato sulle spese sostenute nel periodo d’imposta successivo al 31/12/2019.

Queste spese devono essere relative ai dipendenti (discenti) che sono stati impegnati in attività di formazione agevolata, con riferimento al costo delle ore o delle giornate di formazione.

Inoltre possono essere agevolate anche le spese del personale dipendente con ruolo di docente (o tutor), purché tali spese non superino il 30% della retribuzione complessiva annua.

I limiti di spesa introdotti dalla Legge di Bilancio 2020 sono i seguenti:

  • nei confronti delle piccole imprese, il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 50% delle spese ammissibili e nel limite massimo annuale di 300mila euro;
  • per le medie imprese, il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 40% delle spese ammissibili e nel limite massimo annuale di 250mila euro;
  • nei confronti delle grandi imprese, il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 30% delle spese ammissibili e nel limite massimo annuale di 250mila.

Limiti Spesa Legge Bilancio Bonus formazione 4.0

Si ricorda inoltre che, la misura del credito d’imposta è aumentata per tutte le imprese, fermi restando i tetti massimi annuali, al 60% se l’attività di formazione ammissibile riguarda lavoratori dipendenti svantaggiati o ultra svantaggiati. (Fonte: FiscoOggi)

Documentazione obbligatorio per il Bonus Formazione 4.0

Per poter accedere alla credito d’imposta Formazione 4.0, l’azienda deve redigere una serie di documenti che dimostrino il rispetto degli obblighi di legge.

Certificazione dei costi

Il soggetto incaricato dalla revisione legale o da un professionista iscritto nel registro dei revisori legali, deve verificare che le spese per le attività di formazione siano state effettivamente sostenute e che ve ne sia evidenza precisa nella contabilità dell’impresa.

Le società che non sono tenute al controllo legale dei conti, devono incaricare un soggetto esterno che possa adempiere all’obbligo di certificazione.

In questo preciso caso le spese sostenute per la certificazione vanno ad aumentare il credito d’imposta, per un importo non superiore a € 5.000.

Obbligo documentale

Le imprese beneficiarie del credito d’imposta sono obbligate a conservare tutte le prove documentali che dimostrino lo svolgimento dell’attività formativa (modalità organizzative e contenuti delle attività formative), ai fini di successivi controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Al bonus si accede in maniera automatica in fase di redazione del bilancio, con successiva compensazione mediante presentazione del modello F24 in via esclusivamente telematica all’Agenzia delle Entrate.

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Opportunità di crescita

Questa iniziativa ideata dal MISE è una grande opportunità per affrontare in modo corretto e “finanziato” la Digital Transformation.

Inoltre, questi incentivi consentono di formare le risorse interne, sviluppando le loro skill anche in un orizzonte di medio e lungo termine, consentendo all’azienda di pianificare il processo di innovazione.

Instanovels - editoria e Instagram

L’editoria (digitale e non) che comunica con i filtri di Instagram e crea campagne con i book influencer

  • I social network hanno cambiato tutto, anche l’approccio dei lettori ai libri
  • Tra le nuove figure emerse in questo panorama ci sono i book influencer e anche il marketing editoriale può trarre grande vantaggio dalle strategie digitali
  • Abbiamo raccolto alcuni esempi, in cui brand, autori e casi editrici hanno saputo unire libri e digital

“Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf”.

In uno dei suoi titoli più famosi (“Se una notte d’inverno un viaggiatore”), Italo Calvino invitava così il lettore a immergersi nella lettura. Come è cambiato il modo di leggere al tempo dei social? Come sono cambiati i gesti del lettore?

Sfogliare le pagine di un libro diventa un’esperienza sempre più “liquida”, con nuovi tempi e gesti che rendono possibile l’immersione in una storia: il fruscio della carta si accompagna ai tap sugli schermi, i contenuti di successo diventano crossmediali, le strategie di promozione optano per l’omnicanalità e i lettori si affidano ai book influencer per scegliere le proprie letture.

In questa esperienza di lettura sempre più pervasiva, i social media diventano ulteriori touchpoint per le diverse figure coinvolte nella filiera editoriale, in grado di creare delle vere e proprie community aggregate dallo stesso interesse, i libri. Negli ultimi decenni, uno tra i tanti social media a disposizione sta catalizzando, in particolare, l’attenzione dei lettori: Instagram.

instagram_takeover

Editoria, Instagram e crowdfunding

Se possiamo definire i libri come specchi, così come ha fatto lo scrittore catalano Carlos Ruiz Zafón (nell’opera che lo ha reso famoso, “L’ombra del vento”), anche i social media si frappongono in questo riflesso e restituiscono l’immagine di una lettura multisensoriale, attraverso storie di 15 secondi e filtri che donano una nuova aura ai libri, nell’era della sua riproducibilità digitale.

Uno degli ultimi tentativi originali dell’utilizzo di Instagram inserito in una strategia di promozione editoriale spetta a bookabook, casa editrice italiana che sin dalla sua nascita nel 2004 ricorre al crowdfunding per la pubblicazione dei propri titoli. Per l’uscita de “L’Influenza del blu”, romanzo d’esordio di Giulio Ravizza,  la casa editrice ha realizzato un filtro Instagram dedicato, che può essere utilizzato visitando il profilo ufficiale @bookabook_it: l’utente verrà catapultato all’interno della scena clou del romanzo, diventando parte integrante del libro, e vedrà il proprio volto cambiare di colore alternando le tonalità cromatiche del blu e degli altri colori”, come spiegano gli stessi fondatori della casa editrice.

Il filtro aiuta il lettore ad immergersi nella storia, facendo perno proprio su un elemento caratterizzante di tutto il libro. In questo modo, Instagram diventa un primo punto di contatto con il contenuto, rendendo anche la fase di promozione del libro una vera e propria esperienza a servizio del lettore, che può diventare protagonista, anche se per pochi secondi, specchiandosi in un filtro.

Insomma, il libro scopre e riscopre nuove sensorialità anche attraverso i media digitali e in ogni fase della filiera editoriale: dalla produzione alla promozione, fino alla sua fruizione.

Un altro esempio di editoria legata al crowdfunding è quello che abbiamo utilizzato anche noi Ninja per la pubblicazione del Manuale Ninja del Web Marketing, insieme a Flacowski.

LEGGI ANCHE: Editoria indipendente, crowdfunding e self publishing: Enrico Flacowski ci spiega come diventare editore oggi

Le InstaNovels della New York Public Library

Prima ancora del filtro realizzato da bookabook, tutti i lettori accaniti e gli amanti di Instagram ricorderanno le InstaNovels: un modo innovativo di utilizzare le Instagram Stories realizzato dalla New York Public Library sul proprio account ufficiale @nypl, ideato con l’agenzia Mother in New York, che ha adattato i grandi classici della letteratura al formato digitale, effimero e verticale delle storie di Instagram.

Scelte che mostrano la ricerca di un connubio tra cartaceo e digitale, letture profonde e frammentate, tempi morti e tempi ricercati da dedicare alla lettura, mirati a conquistare generazioni di lettori giovani e immersi nell’ambiente digital.

Le storie ideate dalla NYPL rappresentano un caso di studio importante, un esempio fondamentale nella sua semplicità, per comprendere quanto il cambiamento coinvolga non solo i formati e i media ma anche la gestualità dei lettori e non lettori, il tempo dedicato alla lettura che si integra alle attività online e offline.

LEGGI ANCHE: InstaNovel. La letteratura al tempo dei social

Einaudi e il motore di ricerca a prova di ipocondriaco

I social media e, in senso più ampio, i media digitali hanno ridefinito le fasi di creazione, distribuzione e promozione dei contenuti editoriali. Una delle iniziative più interessanti è stata realizzata recentemente dalla casa editrice Einaudi, in occasione dell’uscita “Inventario di un cuore in allarme”, dello scrittore Lorenzo Marone: una sorta di piccolo motore di ricerca a prova di ipocondriaco, per scoprire “Come ti senti”, che gioca riecheggiando le modalità di ricerca di Google con una biblioterapia moderna che indica il titolo di Marone come unico rimedio a ogni malanno.

Motore di ricerca - landing Einaudi Come ti senti

Le Reading Rooms di IKEA

Anche un brand come IKEA, non legato in modo diretto al mondo editoriale, ha reso il libro un elemento centrale in una sua iniziativa del 2018, ideando le Reading Rooms, spazi di lettura dedicati all’interno di uno dei propri store londinesi.

I clienti lettori potevano prenotare uno degli slot disponibili per accedere alla Reading Room, spegnere il proprio smartphone e dedicarsi alla lettura dei libri messi a disposizione da IKEA.

Nonostante l’iniziativa mirasse a legare l’esperienza di relax e intimità della lettura ai valori e i prodotti della catena svedese, ancora una volta il libro era utilizzato come un oggetto che si contrappone ai media digitali, riproponendo inconsapevolmente la dicotomia tra cartaceo e digitale, indicando il libro in qualità di complemento d’arredo, un oggetto “instagrammabile” da contemplare e mostrare, ma da fruire in solitudine.

LEGGI ANCHE: IKEA ha creato le Reading Rooms, uno spazio in negozio dedicato alla lettura

Il nuovo rapporto tra editoria e social

Anche se i feed social sono additati e indicati tra i primi responsabili di cannibalizzazione del nostro tempo, sembra altrettanto ingenuo non coglierne la loro capacità di aggregare i lettori, fornendo anche nuovi modi per scovare le prossime letture e allungare a dismisura le proprie liste “TBR”.

L’editoria non può ignorare i social media, “ponti tra un flusso inarrestabile di fugaci contenuti impermanenti e immateriali, e la splendida, materiale fissità dell’oggetto libro” (Giuseppe Strazzeri, in Tirature ’19).

I social media non creano soltanto gruppi di lettura, ma riscoprono la propria funzione di luogo di ritrovo, di piazza digitale nella quale anche gli scrittori e gli addetti ai lavori sono incoraggiati a comunicare in modo più diretto e trasparente con il proprio pubblico. L’esperienza di lettura resta, forse, ancora un atto solitario che, però, avviene anche online, in gruppo, un momento corale di condivisione.

In questo scenario di coinvolgimento e diffusione che pervade la filiera editoriale, i book influencer diventano figure di raccordo tra tutti i protagonisti del mondo del libro e non soltanto per i lettori. Le case editrici iniziano a comprendere la portata comunicativa e le potenzialità di booktuber, bookstragrammer e bookblogger, in grado di catalizzare l’attenzione su nuovi titoli in uscita o rivolgendosi a nicchie specifiche di lettori.

Anche i lettori definiti “deboli” o i non-lettori sono attratti verso l’esperienza di lettura ammaliati dagli influencer: è il caso delle “webstar” che scalano le classifiche riuscendo a coinvolgere e spingere all’acquisto i propri follower che li seguono in qualità di youtuber, muser o tiktoker.

youtuber

Questi nuovi content creator riescono a dare un impulso alla promozione dei propri prodotti letterari, anche se agli esordi, mobilitando la propria community reattiva alle call to action e alla ricerca di un ulteriore momento di condivisione e partecipazione al progetto del proprio influencer preferito, anche attraverso gli incontri dedicati alle presentazioni del libro.

Anche le case editrici italiane stanno maturando una maggiore consapevolezza sulle potenzialità dell’influencer marketing all’interno delle proprie strategie, come dimostrato da bookabook che ha coinvolto diversi influencer, non legati al mondo editoriale, per provare il filtro Instagram ideato.

LEGGI ANCHE: Book influencer, speed date e nuovi formati: ecco come si evolve l’editoria italiana

I primi segnali di incontro tra questi protagonisti della filiera editoriale sono già arrivati durante l’ultima edizione capitolina della Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria “Più libri più liberi”, dedicando per un girono l’Area Book Influencer agli speed date tra editori e book influencer: incontri di 15 minuti per consentire ad ogni editore di realizzare un vero e proprio elevator pitch presentando le proprie novità ai book influencer presenti.

Arriva il primo Cyber Resilience Centre di Mastercard in Europa

Mastercard ha annunciato oggi l’inizio dei lavori per il primo Cyber Resilience Centre in Europa, un innovativo centro di Ricerca & Sviluppo per la sicurezza informatica che guiderà la collaborazione tra il settore pubblico e privato, nonché tra organismi di regolamentazione, per favorire la solidità informatica delle imprese europee.

“I servizi finanziari figurano sempre tra i bersagli degli hacker per via dell’infinità di dati e informazioni d’accesso su cui si basano e che ricadono sotto la nostra responsabilità”, ha affermato Javier Perez, President di Mastercard Europa. “Il nostro Centro Europeo di Cyber Resilience migliora la collaborazione tra le organizzazioni chiave, contribuendo così a garantire a imprese e individui la sicurezza di cui necessitano quando operano online”.

Un hub per la sicurezza informatica

Situato a Waterloo, in Belgio, presso la sede europea di Mastercard, il Centro Europeo di Cyber Resilience è il primo in cui l’azienda ha investito al di fuori del Nord America e conferma l’impegno di Mastercard per far fronte alle minacce che l’ecosistema europeo dei pagamenti – comprensivo di istituti finanziari e fintech – si trova ad affrontare con regolarità.

La struttura fungerà da hub di sicurezza informatica per l’Unione Europea, riunendo un pool diversificato di talenti provenienti dalla comunità globale di Mastercard.

Il Cyber Resilience Center semplificherà la comunicazione interna ed esterna di Mastercard, migliorando così i tempi di risposta e la reattività nell’eventualità di eventi globali, catastrofi naturali, incidenti di servizio e sicurezza, garantendo al tempo stesso la conformità con le leggi sulla privacy a livello globale. Ad esempio, il centro consentirà a Mastercard di lavorare a stretto contatto con le forze dell’ordine e i clienti sul territorio europeo per accelerare la condivisione dell’intelligence e stabilire una posizione condivisa di fronte ai crimini informatici. La struttura contribuirà inoltre a stimolare la condivisione delle conoscenze e delle best practice tra le principali organizzazioni e autorità governative europee.

“La sicurezza e la privacy dei dati dei nostri clienti è per noi di primaria importanza. Malintenzionati e hacker non conoscono confini o nazionalità e possono pertanto colpire da ogni angolo del mondo. Solo uno sforzo congiunto che coinvolge tutte le parti interessate può essere in grado di porre l’Europa in prima linea nella solidità informatica delle imprese”, ha affermato Perez. “Questo nuovo centro farà leva sulle nostre risorse globali e sui nostri partner per individuare e implementare le migliori pratiche di cui l’intero ecosistema potrà beneficiare”.