Week in Social: mentre Facebook ti paga per la voce, su TikTok si fa informazione sul Coronavirus

È stata una settimana movimentata, lo dobbiamo ammettere, nonostante tutto, il mondo dei social non si è mai fermato e non sono dunque mancati aggiornamenti. Ecco, ancora una volta, una Week in Social per voi.

#MilanoNonSiFerma

Parliamo spesso del ruolo odierno dei social network. Solitamente tendiamo a criticarli considerato l’uso talvolta improprio che se ne fa, ma oggi che il Coronavirus ha stravolto (momentaneamente) le nostre abitudini, abbiamo bisogno più che mai di utilizzare i social al meglio.

Sappiamo bene che le fake news si muovono facilmente, ma quanto possiamo permettercelo ora? Per questo motivo, riportiamo, come aggiornamento social della settimana, il video di #MilanoNonSiferma: al di là di qualsiasi sentimento politico, il Sindaco di Milano ha deciso di far veicolare il messaggio di una città attiva e reattiva tramite i social. Un messaggio di incoraggiamento, in un mare di post negativi, di allarmismi, di fake. Milano non si ferma è diventato un hashtag, virale.

TikTok e il Coronavirus

Michele Miconi, TikTok Specialist scrive per Ninja che:

“Anche TikTok sta facendo la sua parte per fronteggiare il Coronavirus. In che modo? Informando i propri iscritti.

Da una ricerca effettuata in queste ore, digitando la parola sul motore di ricerca compare un bottone informativo o snipped con il seguente messaggio Prevent Coronavirus, subito sotto si trovano una serie di video di utenti che trattano questo argomento”.

Cliccando sul bottone si viene rimandati ad una landing page, una pagina web fatta su misura, nella quale sono presenti una serie di link che rimandano ai siti istituzionali dei vari Paesi consigliati da TikTok per ottenere delle informazioni ufficiali ma soprattutto sicure.

LEGGI ANCHE: TikTok e Coronavirus: il social informa su come prevenire il contagio con una connessione con le istituzioni

Facebook e il Coronavirus

Sicuramente Facebook non poteva stare a guardare e ha deciso di inserire nel feed dei messaggi a favore di una corretta informazione. Non molte le parole a riguardo, ma un collegamento diretto alla fonte, ovvero il sito del Ministero della Salute.

Come evitare il contagio e come prevenire la diffusione del virus: non lo spiega Facebook, ma semplifica il passaggio. Bene Facebook, ci sei piaciuto. Poche speculazioni, più informazione.

Vox tua, vita mea

Non è Week in Social se Facebook non “capta” da altri. Ecco, infatti che scopriamo che Facebook vi paga per la vostra voce. Non lo diciamo noi, lo dice il Financial Times.

Ebbene sì, ancora una volta Facebook punta all’espansione: bisogna gareggiare con Alexa e quindi bisogna specializzarsi nell’addestramento delle voci.

Facebook dunque pagherà per la registrazione di alcuni voci: occorre fare prove e test, il tutto tramite l’app Viewpoints. Come si chiamerà il dispositivo di Facebook? Si accettano scommesse.

Facebook e Android

Foto, Facebook e Android: l’aggiornamento è in agguato.

Jane Manchun Wong, la ricercatrice che “spoilera”, anche questa volta sta fornendo al web un’interessante anticipazione. Probabilmente, l’app di Facebook per Android, potrà attingere al funzionamento di Google Foto per l’editing automatico delle foto. L’unica fonte che abbiamo, al momento, è Twitter, ma chissà se anche questa volta non sarà tutto vero.

Euristiche dell’emozione: come leggere il linguaggio del corpo degli utenti in fase di UX research

  • A volte in fase di ricerca è necessario porre attenzione sui comportamenti degli utenti piuttosto che sulle loro parole
  • Espressioni facciali, movimenti del corpo, postura, e anche alcuni versi che si fanno con la bocca: leggendo comportamenti non verbali come questi si può capire molto dell’esperienza di una persona con un prodotto
  • Una metodologia di ricerca che può aiutare a comprendere meglio il linguaggio del corpo degli utenti consiste nelle 10 euristiche dell’emozione

User-first! La parola d’ordine per chi si occupa di UX è sicuramente questa. E se si parla di user research, l’attenzione si deve concentrare sulle parole degli utenti, su quello che dicono riguardo al prodotto o al servizio su cui si sta cercando di ottenere informazioni.

Tuttavia, l’attenzione di chi fa ricerca e testing non si deve limitare solamente alle parole. Un elemento chiave, infatti, è il linguaggio del corpo degli utenti, inteso non tanto come quei click morbosi ed insistenti sul mouse per effettuare un’azione o altri chiari segni di frustrazione (nonostante anche questi siano dei segnali molto importanti), ma come il linguaggio non verbale espresso inconsciamente.

Questi piccoli comportamenti possono rivelare davvero molto su un prodotto, fornendo informazioni a volte anche controverse a quelle comunicate verbalmente. La sfida per chi fa ricerca è quella di creare una fotografia dell’utente il più precisa possibile.

Se la conversazione è uno strumento molto potente, a volte potrebbe rivelarsi non molto attendibile e troppo soggettivo. Meglio non fidarsi sempre, quindi, di quello che le persone comunicano a parole. Questo perché gli utenti non sanno sempre ciò che vogliono da un prodotto. Per capirlo, è bene osservare i loro comportamenti inconsci.

Una celebre legge di Jakob Nielsen formulata quasi 20 anni fa, infatti, recitava:

To design the best UX, pay attention to what users do, not what they say.

LEGGI ANCHE: Usabilità vs. desiderabilità: due concetti chiave per una buona UX

utenti ux research

Comportamento ed emozioni: la chiave per fare davvero Experience Design

Fare Experience Design significa non solo focalizzarsi sulla persona, comprenderne i bisogni e le interazioni con strumenti o artefatti, ma concentrarsi sulla comprensione dell’esperienza delle persone, composta da comportamenti ed emozioni. Per questo, è importante ascoltare ciò che un utente dice, ma anche osservare come si comporta.

E se Donald Norman con le sue nozioni sull’Emotional Design ci ricorda che l’esperienza non è altro che un flusso emotivo, allora ecco che è importante comprendere cosa vive l’utente, come si sente quando interagisce con un prodotto.

Le emozioni di una persona si possono avvertire anche dal suo linguaggio del corpo. Se si pone l’attenzione sui gesti, la postura o alcune espressioni dell’utente, a volte si può notare anche sentimenti molto diversi da quelli espressi dai feedback verbali.

Porre attenzione alla posizione del corpo dell’utente, ad esempio, può risultare molto importante. Incrociare le gambe o le braccia, ad esempio, è un grande segno di chiusura nei confronti di una situazione o di un compito da eseguire.

Un altro elemento in grado di fornire molte informazioni è il contatto visivo. Se una risposta dell’utente viene data in maniera distratta, con gli occhi che guardano altrove o denotano scarsa attenzione, allora è bene fare dei piccoli follow-up con domande del tipo “Potresti specificare meglio?” o “Cosa vorresti dire con…?”. Se le risposte non coincidono, sono le espressioni non verbali a dire la verità.

Emozioni ed espressioni facciali

Le 10 euristiche dell’emozione

Come osservare il comportamento degli utenti durante la fase di ricerca e testing? Una metodologia molto valida per la comprensione delle emozioni e comportamenti non verbali da tenere in considerazione in fase di user testing è quella delle 10 euristiche dell’emozione di Eva De Lera e Muriel Garreta Domingo. Questa tipologia di misurazione prende in esame le espressioni facciali e alcuni movimenti degli utenti, basandosi su un’osservazione in real-time.

Le euristiche sono un insieme di regole e linee guida che sono proposte per spiegare come una persona si sente di fronte a un problema o a un’informazione incompleta, quali sono le soluzioni che trova, i giudizi che esprime, le decisioni che compie. Se, come già citato precedentemente, esistono alcuni frangenti in cui azioni e parole di un utente non corrispondono, ecco che le seguenti euristiche possono offrire un modo efficace di comprendere come le persone si stanno sentendo, al di là delle emozioni che sono consapevoli di provare.

1_ Frowning | Corrucciare il volto

Se un utente cruccia la fronte e avvicina le sopracciglia può voler dire che ha bisogno di concentrarsi, ma può anche denotare malcontento o mancanza di chiarezza.

2_ Brow raising | Alzare le sopracciglia

Questa espressione facciale indica incertezza, scetticismo, esasperazione, ma anche sorpresa. Se quest’ultima emozione può non risultare sempre negativa, non bisogna comunque farci troppo affidamento: un utente che viene sorpreso dalla propria esperienza con un prodotto difficilmente è indice di una buona UX.

3_ Gazing away | Distogliere lo sguardo

Se un utente non guarda attentamente lo schermo ma si concentra altrove, potrebbe sentirsi ingannato, vergognarsi o provare un po’ di confusione. Oppure, potrebbe anche essere annoiato da ciò che ha di fronte.

4_ Smiling | Sorridere

Un sorriso è segno di soddisfazione, indice che l’utente si trova davanti a qualcosa che lo rende contento e lo appaga.

5_ Compressing the lip | Comprimere le labbra

Questa espressione indica frustrazione e confusione su un argomento. Capita spesso quando un utente vorrebbe eseguire un’azione ma non ci riesce o il sistema non risponde, causando appunto frustrazione e ansia.

6_ Moving the mouth | Muovere la bocca

Se l’utente sta parlando da solo, cercando di comprendere come portare a termine un compito, potrebbe voler dire che è incerto sul da farsi, o incontra difficoltà nel portare a termine un’operazione.

7_ Expressing vocally | Esprimersi con versi

Colpi di tosse, sussulti o sospiri, oltre al volume e al tono della voce, possono essere segni di frustrazione o delusione.

8_ Hand touching the face | Toccarsi la faccia con le mani

Se l’utente si mette le mani sul volto potrebbe sentirsi stanco, confuso, ma è anche indice di concentrazione (o frustrazione) per il compito assegnatogli.

9_ Leaning back on the chair | Arretrare con la schiena sulla sedia

Se una persona fa questo movimento è un segnale piuttosto negativo, di distanza, che indica che vuole allontanarsi dalla situazione in cui si trova.

10_ Forward leaning the trunk | Portare il tronco in avanti

10 euristiche dell'emozione - UX - Ricerca sugli utenti

Avvicinarsi allo schermo e incavare il petto può indicare che l’utente sta percependo il compito che sta svolgendo come piuttosto difficile. A volte è uno dei comportamenti che avvengono prima di “arrendersi” di fronte a una determinata situazione.

Le euristiche dell’emozione sono uno strumento molto valido, oltre al fatto che si basano sull’osservazione e non impattano economicamente sulla ricerca. Nonostante potrebbero risultare uno strumento piuttosto semplice, esse consentono di dare priorità al comportamento degli utenti rispetto alle loro espressioni verbali. Le 10 euristiche, infatti, possono essere un indicatore concreto di come un individuo si sente in un determinato momento.

Alcune emozioni negative che le euristiche ci possono suggerire, poi, potrebbero apparire al di fuori del contesto di ricerca, indicando alcuni aspetti della user experience che potrebbero essere migliorati al di là dei confini di ciò che effettivamente si sta testando.

Infine, se alcune emozioni risultano essere veri e propri trend tra i vari utenti, allora le euristiche diventano un indice piuttosto importante, che ci comunica su cosa porre priorità in ottica di re-design.

Questa metodologia facilita chi fa ricerca nell’identificare se l’esperienza complessiva di un utente risulta essere positiva o negativa. Cosa c’è di meglio di analizzare le emozioni e le sensazioni di una persona che interagisce con il proprio prodotto per comprendere se l’esperienza che ne scaturisce è soddisfacente oppure no?

LEGGI ANCHE: Le 6 fasi fondamentali del processo di UX design

Come utilizzare le 10 euristiche in fase di ricerca sugli utenti

È una tecnica che può sembrare facile da apprendere, ma per adottarla al 100% serve molta pratica e “allenamento” sul campo. Oltre a osservare le 10 euristiche sugli altri, è bene anche capire quando siamo noi stessi a tenere quei comportamenti non-verbali. Considerare come primo utente noi stessi, infatti, è un ottimo (se non il migliore) punto di partenza.

Un’ottima risorsa, poi, potrebbe essere registrare le sessioni di testing. In questo modo, si potrebbe studiare le euristiche anche dopo aver fatto effettuare determinati compiti a un utente. Un’altra ottima tecnica può essere quella di non essere da soli con l’utente. Se si effettua ricerca insieme a un collega, infatti, ci si può dividere i compiti: mentre uno presta attenzione all’esecuzione di un compito da parte dell’utente, ad esempio, l’altro può dedicarsi all’osservazione delle euristiche.

Non è vitale conoscere ogni dettaglio sulle scienze comportamentali o leggere perfettamente i movimenti inconsci di una persona. È importante comprendere come determinati comportamenti possono essere un indice significativo per comprendere l’esperienza di un individuo con un prodotto o un servizio.

LEGGI ANCHE: Come avere un approccio content-first per migliorare (anche) l’UX design

Espressioni facciali

In ogni caso, l’osservazione dei comportamenti non verbali va ben al di là della ricerca per la User Experience o per l’usabilità di un prodotto. Tuttavia, anche se saper leggere alcuni elementi del linguaggio del corpo potrebbe non essere la risposta a tutte le domande, di sicuro può risultare una grande risorsa per tutti i professionisti che si occupano di UX.

Tenere a mente l’importanza del flusso emotivo di un utente quando si parla di design per l’esperienza, quindi, fa davvero la differenza. E se sono anche le emozioni di una persona a comunicarci molto su un prodotto o un servizio, allora è anche importante saperle comprendere. Quando lo si riesce a fare, si entra in empatia con quella persona. Ecco che diventa importante non solo il linguaggio del corpo di un utente, ma anche di chi gli utenti li osserva. Porsi allo stesso livello (anche fisicamente) di chi si ha davanti, scegliere un contesto e un’ambientazione confortevole per tutti, dimostrarsi attenti e provare che si sta ascoltando, utilizzare posture morbide e posizioni accoglienti, sono solo alcuni degli elementi su cui concentrarsi.

Avere una piena comprensione dei segnali di comunicazione non verbale aiuta a costruire un rapporto migliore con gli utenti, con gli stakeholder interni ed esterni a un progetto, e anche con i membri del proprio team. Dunque, anche il processo di progettazione e sviluppo di un prodotto o di un servizio può beneficiarne, tracciando la strada per una buona UX.

Digitalizzare le piccole imprese italiane del Sud: il modello mediterraneo del PIDMed

Lo ha detto il Ministro dello Sviluppo Economico: le misure di Impresa 4.0 hanno dimostrato di poter fare da effetto leva sugli investimenti ma, in questi due anni, hanno riguardato poche imprese e praticamente tutte medio grandi.

Per questo Transizione 4.0 (la nuova politica dell’attuale Governo) punta ad ampliare la platea delle imprese beneficiare, attraverso diversi meccanismi come, per esempio, la trasformazione del super e iper ammortamento nel nuovo credito d’imposta per beni strumentali che dovrebbe diverrebbero favorire anche soggetti senza utili” e in regime forfettario come le imprese agricole.

Certo, la complessità nell’applicazione di queste misure è data in primis da un elemento di contesto che alcuni dati ci aiutano a cogliere: secondo l’indice DESI (l’indice internazionale che misura il livello di competenze digitali), nel 2018 l’Italia si trova quartultima fra i Paesi dell’Unione Europea, seguita da Bulgaria, Grecia e Romania. La prima causa riguarda l’arretratezza del nostro sistema scolastico e formativo di base.

Secondo il Centro Studi di Confindustria (dati Istat) l’89% delle 67.000 piccole imprese manifatturiere, comprese fra i 10 e 49 addetti, sono ancora oggi analogiche o digitali imcompiute. La situazione migliora nelle imprese con 250 e più addetti, dove quasi la metà delle imprese rientra negli «innovatori 4.0 ad alto potenziale». Sommando a questo dato anche i «possibili innovatori» si raggiunge l’88% del totale.

PMI e I4.0 in Campania: l’esperienza di PIDMEd

Questi dati (e altri ancora si potrebbero indicare) ci confermano ciò che, sul campo, Societing 4.0 ha verificato di persona: le piccolissime e piccole imprese -specie quelle del Sud- sono ancora distanti dal 4.0.

Nel corso degli ultimi due anni, con il progetto PIDMed, Societing 4.0  ha incontrato oltre 500 imprese delle province di Caserta e Salerno e avviato almeno 200 piccole progettualità di trasformazione digitale.

PIDMed è il Punto Impresa Digitale a vocazione Mediterranea realizzato dalle Camere di Commercio di Caserta e Salerno in collaborazione con l’Università Federico II. I Punti Impresa Digitale (PID) sono strutture di servizio promosse da Unioncamere (ce ne sono 88 in tutta Italia) che sono dedicate alla diffusione della cultura e della pratica del digitale nelle micro piccole e medie imprese di tutti i settori economici. Dagli incontri realizzati da allo staff di PIDMEd presso  le imprese sono nate varie idee su nuove modalità di supporto per lo sviluppo del sistema imprenditoriale locale addomesticando” le tecnologie al genius loci come, ad esempio, la possibilità di condividere soluzioni 4.0 e creare sistemi di data commons” dove i dati vengano intesi come bene comune a servizio di interi settori/comparti/distretti.

Come coordinatore del progetto ho immaginato che far incontrare le imprese e  il sistema delle conoscenze elaborate dal mondo della ricerca all’interno dell’Università, non sarebbe stato semplice.

Il primo lavoro è stato quello di mappatura dell’offerta di soluzioni tecnologiche e, in un secondo momento, abbiamo incontrato le imprese direttamente all’interno delle loro realtà. Ci siamo messi al loro servizio attraverso un percorso che partisse dall’analisi delle loro reali esigenze prima che dalle tecnologie. Grazie a questa conoscenza sviluppata sia rispetto all’offerta (prima di tutto), sia rispetto alla domanda (potenziale!), spesso abbiamo proposto soluzioni a basso costo, operando con metodologie di retrofitting, cioè attraverso soluzioni 4.0 che hanno attualizzato macchinari già un uso nelle imprese, grazie all’utilizzo di tecnologie open source.

Questi processi di cambiamento non passano solamente dall’informazione ma necessitano di un differente sistema di relazione tra diversi attori e questo, nelle realtà come quelle incontrate da PIDMed, è passato dalla mediazione di uno staff di giovani facilitatori della trasformazione digitale, adeguatamente formati dal Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II di Napoli,  che hanno incontrato gli imprenditori presso le loro aziende, hanno ascoltato le storie delle imprese e hanno fatto da ponte tra le soluzioni mappate presso i Centri di ricerca coinvolti e le criticità evidenziate, in modo spontaneo, dagli imprenditori.

Cosa serve ancora

In contesti come questi, dove la maggior parte delle imprese sono piccole e a matrice artigianale o agricola, non si può pensare che lo sviluppo tecnologico passi, come in altre realtà più strutturate, da processi che sono trainati dalle grandi imprese. Per questo, a nostro avviso, servono piattaforme territoriali che creino sistemi vantaggiosi per le imprese e i territori. La nostra esperienza ci dice che ci sono alcune condizioni  possibili che favoriscono la trasformazione 4.0:

  • la proposta di soluzioni meno impegnative dal punto di vista dei costi e dell’inserimento nei processi produttivi (anche per questo noi abbiamo proposto le tecnologie open source e sistemi di retrofitting);
  • il discorso su I4.0 va reso più comprensibile, soprattutto prendendo il punto di vista delle imprese che hanno bisogno di capire i vantaggi che possono ricavare da nuove tecnologie per la loro azienda;
  • un’azione di supporto non solo ai singoli imprenditori ma a intere reti territoriali. Lo dimostrano le 8 imprese del Cilento che hanno realizzato una piattaforma di destinazione che, attraverso big data, intende attrarre potenziali visitatori. Questo progetto è stato selezionato da una short list di 200 progetti (su oltre 10.000 progetti realizzati in tutta Italia utilizzando i voucher per la digitalizzazione 4.0) e premiato, come unico progetto del sud Italia nel premio Top of The Pid dato da Unioncamere nella passata edizione della Maker Faire.

Per saperne di più, puoi scaricare gratuitamente il paper.

In questo documento i promotori del progetto raccontano l’esperienza per come si è collocata, in questi due anni, all’interno delle politiche nazionali del Piano Impresa (ex Industria) 4.0.

Se conosci altre belle esperienze di trasformazione digitale 4.0 di micro, piccole e media imprese italiane puoi anche contattare Societing 4.0 su twitter o su info@societing.org .

Cosa significa parlare di PR nel 2020? Ce lo spiega un report

Potrebbe essere semplice fare confusione su questa attività e trovare a chiedersi se le PR rientrino nelle attività marketing, digital o SEO. Allo stesso modo, ci si può domandare se i professionisti delle PR debbano occuparsi anche di social media e Influencer Marketing. Per non parlare di come sia possibile calcolare il ROI delle attività PR.

Oggi, infatti, la linea che separa PR, Marketing, Social e Digital è sempre più labile e, per capire come i professionisti delle PR, del marketing e della comunicazione definiscono i loro ruoli e utilizzano gli strumenti a loro disposizione per misurare il loro successo a livello internazionale, Talkwalker, insieme a YouGov, ha chiamato a raccolta gli esperti del settore per fornire insight strategici per la industry.

Le attività strategiche di PR servono alle aziende per raggiungere differenti obiettivi:

  • aumentare la brand awareness.
  • Migliorare la brand reputation.
  • Ampliare il proprio pubblico.
  • Aumentare le opportunità di investimento.

Si tratta di strategie dinamiche, che si evolvono con velocità, seguendo l’evoluzione delle tecnologie e degli strumenti: l’AI e l’Influencer Marketing, negli ultimi anni, ad esempio, hanno largamente interessato i professionisti del settore.

Cosa bisogna sapere, quindi, per adottare una strategia di PR nel 2020 e quali sono i dati più interessanti per chi si occupa di queste attività? Ecco cosa emerge dalla ricerca.

>>> Scarica il report di Talkwalker in collaborazione con YouGov e analizza stato dell’arte, evoluzioni e statistiche delle Public Relation in Italia e nel mondo.

Misurazione dei risultati e gestione dei dati nelle PR

Tra i primi e più sostanziali insight della ricerca un dato: le attività più centrali per le PR non sono più le media relation o gli uffici stampa, bensì social media management (77%), content marketing (77%), influencer marketing (67%) e link building per la SEO (56%).

Nonostante questo slancio verso il digital, però, i professionisti delle PR basano i loro report ancora su coperture media più tradizionali e solo il 38% riporta anche i risultati delle campagne di influencer marketing.

Se i Paesi del Medio Oriente e Asia-Pacifico vedono come maggiore ostacolo la necessità di utilizzare più di una soluzione per ottenere dati allineati tra tutti i propri uffici internazionali e quello di avere allo stesso tempo dati accurati a livello regionale, i Paesi europei mostrano invece una minore propensione a testare diverse tecnologie per compararne le effettive differenze e potenzialità.

In generale, sono le limitazioni a livello di budget la principale sfida che gli intervistati individuano per rimanere sempre aggiornati sull’adozione degli ultimi software e tecnologie.

Influencer Marketing e PR

L’Influencer Marketing è considerato uno dei canali principali per le PR, in particolar modo nelle Americhe e in Europa del Sud, dove si toccano le punte più alte con l’Italia (91%) e gli Stati Uniti (87%). Un dato questo essenziale per capire il nuovo ruolo dei professionisti di questo settore del marketing.

Per dimostrare il ROI di queste collaborazioni con gli influencer, vengono considerati l’engagement rate (45%), il potential rate (44%) e il click through links o l’utilizzo di codici sconto (37%).

Le campagne di influencer marketing B2C sono più comuni rispetto a quelle B2B a livello globale, anche se i Paesi dell’Europa del Sud, più propensi a lavorare con influencer B2B.

PR e Social Listening

Il social listening non è più limitato a ruoli nei social media o nella ricerca. Sempre più professionisti PR stanno sfruttando a pieno il potenziale di questi strumenti per proteggere, misurare e promuovere il loro brand.

Nella industry marcomm, i principali utenti che utilizzano gli strumenti di social listening nel 2020 sono i seguenti:

  • Social media manager 56%
  • Data analyst 39%
  • Research manager 24%
  • PR account manager 20%
  • PR account executive 20%
  • Account coordinator 14%
  • Business director 14%
  • VP of comms/PR 14%
  • Press officer 13%
  • PR account director 10%
  • C-level executives 8%

L’85% degli esperti di PR, tuttavia, sta perdendo una grossa opportunità: quella degli alert predittivi, che possono aiutare chi si occupa di PR a proteggere e promuovere il brand.

La tecnica di newsjacking, cioè sfruttare notizie e trend per inserirsi nel flusso delle conversazioni in Rete e attirare sul brand una forte copertura mediatica, è considerata una delle più efficaci per le PR, ma oggi solo il 15% a livello globale la massimizza con un tool di social listening.

Cosa aspettarsi dal 2020

Come è evidente, il digitale guiderà il marketing e le PR nel 2020, ma con così tanti fattori in gioco e nuove piattaforme e tecnologie che nascono, è utile partire dai dati per comprendere cosa aspettarsi.

Dall’esplosione dei contenuti interattivi all’importanza sempre maggiore dell’Influencer Marketing nelle strategie aziendali, fino alle tecnologie e ai software sempre più accurati per la misurazione dei risultati, i professionisti del settore devono essere innanzitutto costantemente aggiornati.

Vuoi saperne di più sullo Stato delle PR nel 2020? Scarica subito il report di Talkwalker in collaborazione con YouGov.

Cosa è successo dopo il lancio del nuovo layout desktop dei risultati di ricerca di Google

  • Qualche mese fa Google ha lanciato una nuova visualizzazione dei risultati di ricerca da desktop, molto simile a quella mobile.
  • Le critiche arrivate sono legate alla difficoltà attuale di distinguere annunci e risultati organici, a causa delle favicon.
  • Intanto, aseguito dell’introduzione del nuovo layout, i CTRs degli ads della rete di ricerca Google sono cresciuti tra il 4% e il 10.5%.


Recentemente, Google ha lanciato il nuovo layout dei risultati di ricerca da desktop che, a detta di molti, sembra sfumare la linea di demarcazione tra risultati organici e annunci a pagamento.

In quello che si prospetta come una sorta di dark pattern (sistema di elementi dell’interfaccia accuratamente progettati e combinati tra loro per confondere l’utente con l’intento di indurlo a compiere azioni non desiderate), una sola è la caratteristica distintiva.

Si tratta della piccola icona “Ad posta in corrispondenza delle pubblicità, la cui formattazione è peraltro molto simile alle nuove favicon che appaiono accanto ai risultati di ricerca.

layout risultati ricarca google

Tra i tanti commenti negativi, quello del giornalista di The Guardian Alex Hern che ha twittato “Tecnicamente l’etichetta ‘ad’ esiste ancora ma è molto difficile individuare a colpo d’occhio dove finisca la pubblicità

La crescita dei CTRs e il nuovo layout di Google

Secondo Digiday, diversi ad tech provider hanno riscontrato dei cambiamenti nel click through rate (CTR) degli annunci. A seguito dell’introduzione del nuovo layout, i CTRs degli ads della rete di ricerca Google sono cresciuti tra il 4% e il 10.5%.

Senza dubbio, questa è un’ottima notizia per gli affari di Big G che nel solo terzo trimestre 2019 aveva già guadagnato 34 miliardi di dollari dall’attività di advertising.

In contesti di scala così elevati, piccole fluttuazioni di CTR possono avere effetti significativi sulle performance di business.

Ma se questo implica indurre le persone a cliccare in maniera inconsapevole sugli annunci?

L’evoluzione del layout di Google

Per avere una panoramica complessiva della situazione, è necessario considerare il modo in cui Google ha progettato il suo layout nel corso del tempo.

Fino al 2013, il motore di ricerca ha dato agli annunci un colore di sfondo completamente diverso per contraddistinguerli dai risultati di ricerca organici.

Successivamente, ha utilizzato un unico colore di sfondo e, di anno in anno, sembra aver ridotto gli elementi grafici distintivi che consentono agli utenti di individuare a colpo d’occhio la pubblicità.

Secondo Search Engine Land, il nuovo update è solo l’ultimo tassello di un graduale processo di fusione di dei due elementi.

La versione di Google

Già in passato, Sundeep Jain di Google aveva spiegato l’evoluzione dell’interfaccia degli annunci affermando che un design più semplice “semplifica la fruizione delle informazioni da parte degli utenti”, aggiungendo che la logica di ridurre il numero di colori utilizzati in una pagina veniva incontro all’esigenza di conferire “armonia” al layout.

Successivamente, in un post sul blog dello scorso anno in cui annunciava il nuovo design degli ads per i dispositivi mobili, la società argomentava la comparsa delle favicon in corrispondenza dei risultati di ricerca organici nell’ottica di “mettere il marchio di un sito web al centro” e “scorrere più velocemente le pagine”.

Verso il rollback?

In risposta alle critiche sollevate dall’ultimo update, Google ha anche annunciato una possibile revisione su Twitter.

“La scorsa settimana abbiamo aggiornato il layout dei risultati di ricerca da desktop per armonizzarlo con quello visibile da mobile. Abbiamo ascoltato i vostri feedback sull’aggiornamento. Il nostro intento è migliorare l’esperienza di ricerca, quindi sperimenteremo nuovi posizionamenti per le favicon. I nostri test inizieranno oggi. Nelle prossime settimane, in fase di test, alcuni utenti potrebbero non vedere le favicon mentre altri potrebbero vederle in differenti posizionamenti mentre cerchiamo di dare un look più moderno al layout da desktop”

Nello stesso tweet si legge anche che l’update ha riscontrato l’apprezzamento degli utenti che navigano su mobile e dei web publisher che apprezzano la comparsa delle loro icone tra i risultati di ricerca.

Due affermazioni che sembrano quasi in contraddizione tra loro: da un lato, la società riconosce le critiche e le preoccupazioni sollevate, mentre dall’altro afferma che il “feedback iniziale è stato positivo”.

Oggi comunque, da desktop, la piccola scritta “Ad”. è stata sostituita in italiano da un più chiaro ed evidente “Annuncio” e le favicon sembrano essere scomparse.

LEGGI ANCHE: Non solo Facebook, Google e Amazon: ecco le aziende Tech da tenere d’occhio secondo Nasdaq 100

Una questione di fiducia

Solo il tempo ci dirà se ci sarà effettivamente il rollback definitivo della modifica.

Ciò che sembra emergere da questa vicenda è l’intenzione di Google di sfumare progressivamente il confine tra risultati organici e advertising per indurre gli utenti a cliccare sugli annunci.

In generale, è difficile abbandonare il pensiero che la cosiddetta “armonia” del layout consista molto più nel favorire le entrate pubblicitarie della società che nell’offrire una migliore esperienza all’utente.

Un approccio più che legittimo da parte di un business pubblicitario, se non fosse che Google non è soltanto un business pubblicitario.

Il rischio è davvero quello che gli utenti perdano fiducia nella trasparenza dei risultati di Google motore di ricerca e arrivino a utilizzarlo di meno?

Coronavirus: la Fashion Week per Ferragamo si trasferisce in un virtual showroom

Alcuni brand, come Armani, hanno scelta una sfilata a porte chiuse, altri hanno resistito al panico e hanno concluso la loro settimana della moda. Ma certamente la Fashion Week 2020 resterà nella memoria come un evento un po’ surreale.

Oltre la passerella, la città di Milano è stata serrata. Le partite di calcio sono state cancellate, i cinema sono stati chiusi e il sindaco ha emanato l’ordinanza di chiusura di scuole e università per una settimana.

Ma per l’appuntamento di settore, questo ha significato anche che un gran numero di redattori, buyer e influencer asiatici sono stati assenti dagli show.

L’80% dei buyer e operatori della moda cinese non ha partecipato alla recente Fashion Week milanese e il gruppo fiorentino ha trovato una soluzione per fronteggiare quest’assenza, scegliendo il Virtual Showroom di Hyphen.

Il pericolo Coronavirus e la soluzione di Ferragamo

Con più di mille tra buyer e operatori asiatici del settore moda che a causa del coronavirus non hanno partecipato all’appuntamento meneghino, anche i brand del Fashion hanno puntato su soluzioni nuove e alternative, sfruttando l’enorme potenzialità del digital.

Salvatore Ferragamo ha realizzato in tempi record il primo showroom interamente virtuale per la presentazione, anche in remoto, delle proprie collezioni. Una possibilità che, nata per far fronte a un’emergenza, potrebbe in futuro trasformarsi in un’alternativa costante per molti brand.

Come funziona il Virtual Showroom

Il Virtual Showroom permette a buyer e partner di ogni nazionalità di consultare e visualizzare schede tecniche, foto e immagini interattive in versione 360° dei prodotti, in un ambiente cloud riservato e protetto di facile fruizione.

Stefano Righetti, Founder e CEO Hyphen ha commentato: “Siamo orgogliosi di supportare ancora una volta un’eccellenza del Made in Italy nel suo percorso di trasformazione digitale. Il progetto realizzato per Salvatore Ferragamo e le tempistiche di realizzazione ci confermano la solidità del modello e della tecnologia che da oltre vent’anni mettiamo a disposizione dei nostri clienti”.

TikTok Italia

TikTok Creator Marketplace, come funziona la nuova piattaforma per creators ed aziende

  • Tik Tok si organizza per favorire l’incontro tra i Brand e gli Influencer
  • Abbiamo creato una guida step-by-step su come utilizzare questa funzione
  • Il social network punta tutto su  aumentare la fiducia nella propria piattaforma

Una nuova era, se così si può chiamare inizia oggi. Con la nuova piattaforma creata da TikTok cambiano le carte in tavola per moltissime agenzie che come core business hanno l’obiettivo di avvicinare gli influencer ai brand. Quello che mancava sul mercato era una piattaforma ufficiale che avesse all’interno l’intero elenco mondiale di content creator.

No profili fake o non verificati, ma qualità certificata direttamente dal team di TikTok. Quante volte avete provato a contattare un Influencer senza mai ottenere risposta? Pensate sia complicato per un azienda mettersi in contatto con dei creators con profili da oltre 1 milione di followers?

Partiamo conoscendo la piattaforma, la prima cosa che dovete sapere è che al momento non troverete TikToker italiani ma solo creators provenienti da Usa, Uk, India, Taiwan, Germany.

Collegatevi tramite questo link https://creatormarketplace.tiktok.com/ e seguite le nostre istruzioni:

1) La pagina di Login e la registrazione utente

Per avere accesso alla piattaforma dovete effettuare la registrazione tramite apposito form, ricordate che per registrarvi non vi basteranno i vostri dati ma dovrete dimostrare di essere effettivamente un brand, agenzia o un comune visitatore. Dai test che sono stati eseguiti il team di TikTok da una priorità a brand ed aziende, mentre solo un numero limitato di visitatori ottiene l’invito. I dati che dovrete inserire nel form saranno i seguenti: nome azienda, indicare in quale stato volete operare, la regione di provenienza, il numero di telefono ed il nome di contatto utente.

Inviata la richiesta vi verranno richieste via email delle seguenti informazioni, lo staff di TikTok vorrà comprendere la vostra strategia di marketing ed il vostro target di riferimento.

Superata questa fase riceverete tramite email l’invito per accedere alla piattaforma, SENZA INVITO non sarà possibile effettuare l’accesso. Ora dovrete solo effettuare il login e iniziare la ricerca dei vostri Creators.

Inserite i vostri dati e premete sul tasto login, appena all’interno della piattaforma troverete tre sezioni principali: My activity, Creator Search e la Short List.

2) Il Creator Search

Questa sezione vi permette di navigare tra i creators di tutto il mondo. Potrete applicare dei filtri sulla base della strategia della vostra campagna marketing. Per esempio, se state cercando un TikToker Indiano che opera nel settore della moda andrete ad impostare un filtro per effettuare una prima scrematura. Fatto questo, vi consiglio di impostare anche un secondo filtro legato all’audience del creator impostando età demografica, tipologia di device e paese di appartenenza per effettuare una campagna ancora più mirata. Ricorda che anche se un creator è americano potrebbe avere un pubblico non Usa bensì Indiano, vi invito quindi ad impostare SEMPRE questo parametro con molta ATTENZIONE.

3) Il profilo e le metriche dei creators

Se volete valutare a fondo il creator che avete raggiunto sulla base della ricerca precedente è preferibile entrare all’interno del profilo. COME?

Da una prima visualizzazione della casella “profile” sarà di facile lettura la “Reach”, la media delle visualizzazioni raggiunte nei video, la categoria di appartenenza, il tasto Contact per il contatto diretto e la add to list.

Come funzionano le metriche?

Per arrivare alle metriche vi basterà un click all’interno della casella del creator per raggiungere la pagina legata alle sue metriche personali.

Nella schermata metriche troveremo le core metrics, i sample videos, l’audience demographics e i performance trendes suddivisi in followers, video ed engagement rates.

Nelle core metrics avremo una visualizzazione generale su tutta la situazione del creator, troveremo infatti le views, like, comments, shares e l’engagement rate del profilo. Si evidenzia che questi dati sono il frutto della media dei risultati degli ultimi trenta video postati dal creator.

Subito sotto troviamo i sample videos, quattro video caricati dal creator che potrete visualizzare con un semplice click. Abbiamo a disposizione il filtro per selezionare l’opzione di visualizzazione come più recenti o più popolari.

La sezione sicuramente più interessante risulta essere l’audience demographics perchè presenta moltissimi dati utili da considerare per una corretta strategia di digital marketing. Tra i dati troviamo l’età, il sesso, quanto gli utenti utilizzano TikTok, i device utilizzati, i paesi e i continenti.

Volete scoprire se il content creator/influencer ha un profilo con un bot follower/likes?

Il dato degli utenti attivi vi rivelerà fin da subito se la persona ha utilizzato delle scorciatoie per raggiungere la popolarità, infatti un profilo fake non avrà molti utenti attivi bensi passivi.

L’ultima ma non meno importante metrica è la performance trends. In questa sezione troveremo dati come followers, videos ed engagement rates. Partiamo dai followers, questa metrica viene calcolata in base alla media di crescita del profilo negli ultimi trenta giorni, mentre per i videos troverete un grafico a candela dove vedrete la sequenza di pubblicazioni e le visualizzazioni raggiunte da ognuno. Infine come ultima metrica troviamo l’engagement rate calcolato dalla somma dei likes, dei commenti e delle condivisioni da dividere per il totale delle visualizzazioni raggiunte dagli ultimi 15 video.

4) Come contattare il creator/influencer?

Per contattare un creator dovete selezionare “Contact” sulla casella profilo, questo vi rimanderà alla compilazione del form di contatto dove vi verranno richiesti i seguenti dati: nome della campagna, descrizione dell’opportunità, opzioni di pagamento e informazioni di contatto.

Terminata la compilazione del form vi basterà premere “Submit” e la vostra richiesta sarà inoltrata al creator o creators selezionati. TikTok offre infatti la possibilità di creare delle liste personalizzate denominate “Shortlist” ideali per l’invio multiplo di richieste di collaborazioni. Per creare la nuova lista vi basterà dal main menù selezionare “Shortlist” e creare la list name e list description.

Ma se volessimo inserire un creator all’interno di una lista?

Per aggiungere un creator all’interno di una lista dovete cliccare sul tasto “Add to List” presente nella casella profilo selezionando successivamente la lista di destinazione.

5) La nostra esperienza con TikTok Creator Marketplace, funziona realmente?

Per rispondere a questa domanda sono stati eseguiti dei test per verificare se effettivamente il contatto con i creator era semplice ed immediato. I primi step da eseguire sono i seguenti:

Selezione del creator, in questo caso una creator Usa con 1 milione di followers;
Compilazione del form di richiesta contatto;

Terminata la fase di selezione in My Activity > Campaign management troverete le richieste in attesa di risposta.

Quanto tempo sarà passato prima di un primo contatto?

In meno di due ore dalla richiesta è arrivata la risposta tramite email e anche la notifica di approvazione che potrete visualizzare in “My Activity”. La email ricevuta direttamente dal manager del creator è stata la seguente, per la privacy sono stati rimossi i dati sensibili.

6) Conclusioni

Dopo aver analizzato questa nuova piattaforma possiamo affermare che ora gli influencer o creators sono di fronte ad un enorme cambiamento. Prima erano delle persone che avevano account di centinaia e migliaia di follower mentre ora si diventa Creator se si possiedono i numeri ed una particolare influenza sulla nicchia specifica.

I “fake influencers” esisteranno comunque ma saranno smascherati da brand ed agenzie in fase di selezione, non ci troveremo più difronte a campagne “fail” ma la scelta sarà ponderata da dei numeri certificati direttamente da TikTok Marketplace.

I Creator valuteranno sempre di più la produzione di contenuti secondo delle logiche funzionali ad una nicchia di riferimento, la tendenza verso i contenuti generali passeranno prima in secondo piano e poi verranno letteralmente scartati dai brand focalizzati su contenuti di reale qualità, un valore inestimabile per una campagna di successo!

D’ora in poi basterà avere un prodotto, scegliere il creator in base al settore e alla sua audience, determinare il budget, mandare la richiesta e creare una campagna di influencer marketing efficace nella piattaforma più virale al mondo. That’s success!

 

Descrizioni prodotto: scriverle per convertire

Descrizione prodotto: come scriverla per conquistare l’utente e convertire

  • La descrizione di ogni prodotto deve essere scritta avendo ben chiari i bisogni del consumatore, per inserire nei testi utili elementi che attraggano, coinvolgano e convincano i potenziali consumatori all’acquisto.
  • Dal titolo alla CTA, ecco gli elementi da tener presenti nella stesura di testi per schede prodotto accattivanti ed efficaci.

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La descrizione del tuo prodotto ha un bel peso da portare sulle spalle. Quando il potenziale consumatore arriva sulla scheda con tutte le spiegazioni, inizia a farsi delle domande: è il prodotto giusto per me? È quello che vorrei?

Secondo uno studio di eCommerce effettuato da Nielsen, circa il 20% dei mancati acquisti o degli errori di acquisto è potenzialmente il risultato di informazioni sul prodotto mancanti o poco chiare.

In una rapida lettura bisogna far capire al consumatore che quello che sta cercando e di cui ha bisogno è proprio lì, a portata di click!

Alcune descrizioni prodotto non sono così accurate, sono aride e non esprimono tutto il loro potenziale, lasciando quindi l’utente in balia di se stesso.

Sono sei gli elementi che ti consigliamo di tener presenti per elaborare descrizioni prodotto che convertano.

1. Attenzione al titolo ad effetto

Il tuo utente è appena atterrato sulla tua landing page e hai circa 15 secondi per catturarlo e convincerlo a rimanere sulla pagina. Cosa fare?

Devi sicuramente curare con grande attenzione il titolo di apertura della pagina e il sottotitolo, in quanto ricoprono una posizione rilevante.

Gioca subito sui benefici che l’utente può trovare nell’usare quel prodotto o servizio, andando incontro ai bisogni del consumatore fin dall’inizio e risolvendogli un problema.

Usa parole ad effetto per descrivere gli USP (Unique Selling Point) del tuo prodotto: perché è speciale e diverso dagli altri?

Mostra al tuo futuro consumatore come potrebbe essere fantastica la sua vita se utilizzasse il tuo prodotto o servizio.

Esempio: descrizione dell’app Canva (Problem solving e parole d’effetto).

Descrizioni prodotto: scriverle per convertire.

LEGGI ANCHE: eCommerce copywriting, 5 consigli per migliorarlo.

2. Cementa la relazione con il potenziale consumatore

Adesso che hai ottenuto l’attenzione dell’utente dalle prime righe, devi riuscire a cementare questa relazione, mostrandogli perché dovrebbe scegliere il tuo prodotto o servizio, perché è il migliore di tutti.

Puoi inizialmente descrivere il tuo mercato primario e settore di riferimento, utilizzare anche numeri di persone che hanno già scelto questo prodotto o servizio, come riprova sociale.

Mettere in evidenza i vantaggi che il consumatore può trovare nel suo utilizzo, è un’altra buona leva da usare.

3. Crea una connessione tra le caratteristiche del prodotto e i bisogni dell’utente

Spesso le descrizioni si riducono a una lista di caratteristiche tecniche del prodotto, dimenticando che è proprio qui che sta la grossa differenza con i competitor.

Se il lettore ha già chiaro il prodotto e lo conosce già, può bastare creare una lista descrivendo ogni singola peculiarità. Usare i bullet point, per dividere bene il testo visivamente, è un’altra buona norma.

Per un utente ancora inesperto invece può essere molto utile unire alle caratteristiche i benefici che potrebbe portare questo prodotto attraverso una descrizione più emozionale e personalizzata.

Le combinazioni e soluzioni possono essere molteplici, di seguito ti proponiamo un esempio di format per creare delle liste con caratteristiche parlanti verso il potenziale consumatore.

Caratteristica tecnica/prodotto + vantaggio per l’utente

  • “Con(caratteristica), potrai(descrivi cosa può essere raggiunto)
  • (Caratteristica) significa che (descrivi cosa può essere raggiunto)
  • (Caratteristica) ti permette di (descrivi cosa può essere raggiunto)
  • (Caratteristica) ti aiuta a (descrivi cosa può essere raggiunto)
  • (Caratteristica) migliora  (descrivi cosa può migliorare)

 Beneficio + caratteristica tecnica/prodotto

  • “Raggiungi (specifica cosa) grazie a (Caratteristica)
  • “Fai esperienza di (specifica cosa) quando usi (Caratteristica)
  • “Senti (specifica cosa) mentre usi (Caratteristica)
  • “Scopri come è facile (specifica cosa) con (Caratteristica)”

Esempio: descrizione dell’app Google Chrome (ogni caratteristica viene descritta pensando all’utente e ai benefici che potrà trarre dall’uso dell’app.)

Descrizioni prodotto: scriverle per convertire

LEGGI ANCHE: Anatomia di una pagina SEO, quali fattori ottimizzare per migliorare il posizionamento.

4. Semplifica, semplifica, semplifica

La leggibilità del tuo testo è fondamentale, per questo motivo fai attenzione a come scrivi le frasi, con una struttura sintattica semplice e non troppo lunga. Anche i paragrafi, mai troppo lunghi e articolati, ma chiari, facendo tesoro del concetto di sintesi.

Dividi i paragrafi, se necessario introduci dei titoletti.

Una volta che hai scritto e preparato tutto il tuo testo, lascialo riposare qualche ora e poi rileggilo. Sarai sorpreso di come lo vedrai con occhi diversi e sarai in grado di snellirlo ancora e apportare migliorie.

5. Anticipa domande e obiezioni

Questo è sicuramente un punto, che se ben sviluppato può trasformare la tua descrizione prodotto in una descrizione ad alto tasso di conversione.
Il segreto è andare a fondo su quello che il tuo prodotto può veramente fare per il suo consumatore, cercando di anticipare qualsiasi domanda o obiezione in merito.

Facile a dirsi, ma a farsi?

Identifica i possibili punti deboli, di frizione con il prodotto. Se hai pochi dati, puoi coinvolgere la tua community con un sondaggio e cercare di capire cosa potrebbe essere migliorato.

Puoi includere nella tua descrizione prodotto le FAQ (Frequently Asked Question) per anticipare le possibili domande degli utenti.

Anche testimonials, recensioni, riprove sociali di altri utenti che raccontato la loro esperienza con il prodotto, sono ottimi contenuti da aggiungere alla tua scheda prodotto.

6. Includi un chiaro invito all’azione

Ultima, ma non meno importante, la cosidetta Call To Action (CTA) deve essere sempre presente.

Parole attive e non passive. Microcopy chiari e incisivi per far compiere la conversione al nostro pubblico!

Esempio: Slack.

Descrizioni prodotto: scriverle per convertire.

Una checklist utile per la tua descrizione prodotto

Prima di cominciare a scrivere una descrizione prodotto, ricorda sempre questo: scrivi descrizioni prodotto che servono davvero ai tuoi clienti.

Cerca di andargli incontro, lì dove loro si trovano nel customer journey. Comprendi le loro esigenze. Fornisci informazioni accurate e complete che li aiutino a prendere una decisione di acquisto intelligente. Racconta loro una storia che li aiuti a immaginare come questo prodotto potrebbe rendere la loro vita migliore.

E fai fare loro una bella risata, se ci riesci!

Se hai bisogno di un po’ più di ispirazione per iniziare, prova a rispondere a queste 10 domande:

  1. Chi acquisterà e / o userà questo?
  2. Quali problemi ordinari affronta quotidianamente chi cerca questo prodotto? In che modo questo prodotto potrebbe risolverli?
  3. Cosa rende questo prodotto diverso dagli altri prodotti sul mercato?
  4. Cos’altro si potrebbe comprare per risolvere il loro problema? Che cosa stanno attualmente usando?
  5. Cosa rende felice questa persona? Cosa lo preoccupa?
  6. Cosa apprezza questa persona?
  7. Di quali informazioni ha bisogno per prendere una decisione d’acquisto intelligente?
  8. Cosa puoi fare per sorprenderlo?
  9. Cosa dovrebbe far sentire all’acquirente il tuo prodotto? In che modo la descrizione del tuo prodotto può farli sentire così senza dirglielo?
  10. Come puoi chiedere direttamente ai tuoi clienti reali quali sono le loro esigenze e i loro punti deboli?

I luoghi hanno sviluppato un’identità social e ora influenzano i nostri stili di vita

  • Personalità, intelligenza e memoria storica: sono le nuove qualità apprese grazie alle continue geolocalizzazioni
  • I luoghi scelti per trascorrere la vacanza oggi influenzano lo stile di vita e la valigia, al di là dell’influencer

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È possibile che si sia sovvertito completamente lo schema dell’influencer marketing?
È pensabile che siano i posti in cui ci si “geolocalizza” regolarmente ad essere i veri influencer e non viceversa?

Da luogo a Place-influencer

Proprio come avviene con le teorie di machine learning, i luoghi, dopo essere stati chiamati continuamente in causa dalle geolocalizzazioni, potrebbero aver indirettamente sviluppato una propria identità social.

Un esempio potrebbe tornare utile: se nel 2007 sembrava necessario educare una community social ad un determinato dress code per un ipotetico viaggio verso la meta vacanziera scelta per l’estate, proponendo consigli per gli acquisti e luoghi culto da visitare, non è assurdo asserire che ad oggi dopo tanti anni di social ed influencer marketing, tale meta abbia esplorato i confini della personalità andandone a creare una propria.

Non è scorretto dire che nel 2020 è la meta vacanziera a influenzare la valigia dell’utente viaggiatore e non l’utente a influenzare i costumi della meta vacanziera.

I luoghi, grazie alle continue geolocalizzazioni, hanno acquisito un’intelligenza, una memoria storica e involontariamente una propria personalità.

Gli utenti a loro volta inconsciamente imparano, si abituano e si adattano a tutto quello che la “memoria social” di un determinato luogo, impone.

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Gli UGC contano

È quindi abbastanza corretto parlare di “place-influencer”: luoghi che influenzano le scelte dei visitatori, dei viaggiatori e degli utenti in generale.

E se ci fossero dubbi, basterebbe chiudere gli occhi e pensare: la valigia per il weekend ad Amsterdam sarà necessariamente diversa dalla stessa valigia direzione Londra.

Ci si lasciamo orientare dalla dimensione social-culturale del posto stesso, pur non avendolo ancora visitato!

Se è vero che storicamente è stato l’uomo a conquistare i luoghi e a darne forma e caratteristiche, non si può dire lo stesso dell’ultimo decennio: i luoghi come non mai “influenzano” gli stili di vita. Milano diventa uno status symbol forse più di quando era “da bere”, grazie alla memoria dei contenuti generati negli ultimi anni da milioni di utenti che neanche si conoscono fra loro.

Tutto a prova di smartphone. Tutto grazie agli UGC (User Generated Content, ovvero contenuti generati dalla creatività e dalle “braccia” degli utenti).

LEGGI ANCHE: L’editoria (digitale e non) che comunica con i filtri di Instagram e crea campagne con i book influencer

Un breve recap di un processo lungo

Potremmo riassumere quello che abbiamo chiamato Place-influencer in pochi punti:

  • qualcuno scopre un posto e nota delle forti potenzialità in esso.
  • Decide di coinvolgere la propria community tramite un contenuto UGC da postare sui social.
  • La popolarità del luogo cresce fra le community.
  • Passa il tempo e il posto percepisce la propria identità grazie ai contenuti UGC.
  • Il posto consolida il proprio posizionamento diventando place-influencer.
  • Il place-influencer “influenza” la moda, lo stile e le scelte dei prossimi viaggiatori.

D’altra parte se si eliminasse la possibilità di geolocalizzarsi, al momento del posting sulle piattaforme social, ci sarebbe una caduta in picchiata dell’interesse: la possibilità di attestarsi in un determinato luogo è anche una delle vere leve dell’engagement dei contenuti, al pari della qualità dello storytelling e dell’originalità del copy.

Una potenza ben nota a chi “influenza” per mestiere: insomma se non esistesse la possibilità di taggarsi e contestualizzarsi, ci sarebbero una miriade di contenuti privi di significato.

Ora bisogna solo scegliere: scopritori o guidati dai place-influencer?

Il Coronavirus contagia anche l’economia: quale potrebbe essere l’impatto a livello globale e nazionale

  • Un report rilasciato dalla società di ricerca globale Dun & Bradstreet ha analizzato le province cinesi più colpite dal virus e ha scoperto che sono strettamente collegate a un network aziendale globale.
  • I ricercatori hanno scoperto che almeno 51.000 aziende in tutto il mondo hanno uno o più fornitori diretti nella regione colpita.
  • Moody’s, intanto, ha già rivisto al ribasso le previsioni sulla crescita globale, mentre la maggior parte delle aziende tecnologiche hanno riscontrato cali nella produzione.

I risultati di una nuova ricerca mostrano che il coronavirus potrebbe avere un impatto su 5 milioni di aziende in tutto il mondo.

I nuovi focolai di coronavirus in Europa (e in Italia in particolare) sono solo l’ultimo gradino di un contagio che riguarda ormai anche l’economia. L’arresto di vaste aree della Cina infatti sta già avendo impatto su tutta quella rete aziendale direttamente e indirettamente collegata con la produzione asiatica, come mostra l’analisi svolta da Dun & Bradstreet.

Le aree colpite con 100 o più casi confermati al 5 febbraio scorso ospitano oltre il 90% di tutte le attività attive in Cina, secondo il report, e circa 49.000 imprese in queste regioni sono filiali di società straniere.

Quasi la metà (49%) delle società con filiali nelle regioni colpite ha sede a Hong Kong, mentre gli Stati Uniti rappresentano il 19%, il Giappone il 12% e la Germania il 5%.

I ricercatori hanno calcolato che almeno 51.000 aziende in tutto il mondo hanno uno o più fornitori diretti o di “livello 1” nella regione colpita, mentre almeno 5 milioni hanno uno o più fornitori di “livello 2”.

L’impatto sulle imprese in Cina e nel mondo sta già trascinando le previsioni di crescita economica per l’anno. In una nota di ricerca pubblicata lunedì scorso, Moody’s ha rivisto al ribasso le sue previsioni di crescita globale di due decimi di punto percentuale, prevedendo che le economie del G-20 crescano collettivamente a un tasso annuo del 2,4% nel 2020 con la Cina che scivolerà al 5,2%.

Questo con una previsione di contenimento del virus entro la fine del primo trimestre, ripristinando la “normale attività economica” nel secondo trimestre.

LEGGI ANCHE: TikTok e Coronavirus: il social informa su come prevenire il contagio con una connessione con le istituzioni

L’impatto del Coronavirus sulle big del Tech

Apple, Amazon e Facebook hanno tutti riconosciuto che le loro attività sono state direttamente colpite dall’epidemia globale.

Mentre il mondo si impegna per contenere la crisi della salute pubblica dovuta al Covid-19, le aziende globali stanno iniziando ad accusare il colpo, in particolare nel settore tecnologico.

La Cina – che è la seconda economia più grande del mondo – ha quasi interrotto la sua produzione di beni di consumo come telefoni, abbigliamento e automobili nelle ultime settimane. Il Paese ha adottato misure di “guerra” senza precedenti per controllare la diffusione del virus, come l’imposizione di severe restrizioni di circa 780 milioni di persone e l’istituzione di quarantene di massa nelle principali città.

Secondo quanto riportato anche dal Wall Street Journal il blocco della produzione cinese ha letteralmente fatto rabbrividire i mercati globali e sta gettando una “ombra sempre più ampia” sull’economia in generale. Ciò è particolarmente rilevante nel settore tecnologico, che dipende dalla manodopera cinese per costruire qualsiasi cosa, dai chip per computer ai componenti per cellulari. Negli ultimi giorni, la Cina ha iniziato a riaprire le sue fabbriche (nonostante le preoccupazioni per la salute pubblica) nel tentativo di riavviare la sua economia, ma i siti produttivi continuano a funzionare a una capacità molto inferiore rispetto al normale.

È ancora troppo presto per misurare il pieno impatto finanziario del virus sull’industria tecnologica, ma i primi segnali non sembrano buoni. Apple, la società tecnologica più valutata al mondo, ha dichiarato di ridurre gli obiettivi di fatturato in questo trimestre.

Tesla ha reso noto che le “epidemie sanitarie” rappresentano un rischio per la sua attività. Amazon, la cui attività eCommerce si basa sul flusso di merci tra Cina, Stati Uniti e altri Paesi, non ha rilasciato avvisi simili ma sta accumulando articoli di fornitori dalla Cina per proteggersi da future interruzioni dovute al virus.

Le società di social media – che stanno cercando di tenere il passo con una serie di iniziative per arginare la disinformazione sulle origini e sulla diffusione del virus – sono ancora finanziariamente meno colpite rispetto ad aziende come Apple poiché la loro linea di business principale non vende beni fisici. Ma anche Facebook è stata colpita, stabilendo obiettivi di produzione ridotti per le sue cuffie per realtà virtuale Oculus Quest, in parte a causa di un rallentamento della produzione cinese a causa del virus.

E praticamente tutte le principali società tecnologiche – Apple, Google, Facebook, Amazon e Microsoft – hanno limitato i viaggi dei dipendenti in Cina, vietandoli o limitandoli solo a questioni di importanza critica.

Complessivamente, dunque, l’impatto economico e sociale che il coronavirus sta avendo sull’industria tecnologica mette in netto rilievo lo stretto legame tra Silicon Valley e Cina, non solo per la produzione, ma per la fornitura di una forza lavoro di ingegneri altamente qualificati, fondi per gli investitori e collaborazione accademica.

Al di fuori delle aziende, infine, anche grandi eventi di richiamo globale come il Mobile World Congress si sono visti costretti ad annullare le proprie date, come conseguenza dell’epidemia cinese.

L’altra faccia della medaglia: il calo della domanda cinese

Un altro modo in cui l’epidemia di coronavirus sta influenzando il business a livello mondiale è la riduzione della domanda dei consumatori cinesi. Un aspetto, questo, che ha avuto un primo forte impatto non solo sull’elettronica di consumo ma anche sul luxury, come ha segnalato allarmato Burberry per primo nelle scorse settimane.

La Cina è il terzo mercato più grande e in più rapida crescita delle esportazioni per gli Stati Uniti e costituisce un mercato ancora più importante per le esportazioni italiane. Il che significa che le società stabiliscono obiettivi di reddito che dipendono dal fatto che i cittadini cinesi acquistino i loro prodotti.

Oggi a causa del coronavirus, tutto ciò potrebbe cambiare. Apple, solo per citarne uno, ha temporaneamente chiuso alcuni dei suoi oltre 40 negozi nel Paese.

Secondo alcuni analisti aziendali questa sarà solo un’interruzione temporanea che rallenterà nelle prossime settimane, ma finora il virus si è rivelato difficile da contenere e difficile da prevedere, come dimostra anche il caso di diffusione del contagio in Italia.

L’ultima crisi sanitaria che ha avuto un impatto sul commercio tra la Cina e il resto del mondo è stata la SARS nel 2003. Ma all’epoca, il Paese non era un attore così importante nell’economia globale come lo è oggi.

Effetti del coronavirus sul mercato italiano

L’effetto del coronavirus non solo è entrato con spavento nelle case degli italiani, ma si è insidiato anche nelle loro dispense.

Lo sgomento è diventato realtà tra le file alla cassa dei supermercati, letteralmente invasi dopo le ordinanze delle Regioni che hanno disposto la chiusura di scuole, università e luoghi pubblici. Durante il weekend abbiamo visto immagini di supermercati presi d’assalto, famiglie alla ricerca di beni di prima necessità.

I punti vendita alimentari hanno assistito a un movimento di persone preoccupate che facevano un bel po’ di scorta. E mentre il numero di contagi aumentava sempre più, anche la tensione saliva e al supermercato la prevenzione è arrivata alle stelle: guanti, mascherine e scorte per reggimenti. C’è sicuramente grande disorientamento, nessuno aspettava un’ondata così importante. 

I flaconcini di gel igienizzanti sono andati più a ruba di tutti, anche più della pasta e del latte, subito dopo seguono le mascherine. Già sabato mattina presto le persone erano in coda per la spesa, vagando nel vuoto degli scaffali; anche online Amazon ha visto sparire interi stock di questi prodotti, vedendosi costretta a rallentare le sue famose consegne veloci e garantite, con prezzi, anche qui, saliti alle stelle.

A tale proposito eBay fa sapere: “In riferimento all’indagine penale relativa agli oggetti venduti su eBay.it a prezzi gonfiati a seguito dell’emergenza coronavirus in Italia, eBay conferma che sta collaborando con le forze dell’ordine nel rispetto di tutte le norme vigenti. eBay è una piattaforma che mette in contatto venditori e acquirenti: i prezzi dei singoli prodotti sono decisi in autonomia dai venditori, professionali e privati, che vi operano, nondimeno l’utilizzo del nostro sito comporta il divieto di violare la legge, i diritti altrui o le nostre regole e agiamo nei confronti di eventuali violazioni”.

Abbandonando la GDO, moltissime aziende, specie a Milano, si sono viste costrette a chiudere uffici e sospendere attività di ogni genere in maniera preventiva. Mentre altre hanno optato per lo smart-working, consentendo ai lavoratori di organizzarsi subito per lavorare da casa.

In proposito abbiamo chiesto un parere a Copernico, la rete di luoghi di lavoro, uffici flessibili e servizi dedicati proprio allo smart working.

“Copernico ha deciso di garantire il servizio al cliente, in conformità e nel pieno rispetto delle ordinanze e delle disposizioni delle istituzioni – ci spiega Federico Lessio, Chief Experience Officer Copernico -. Abbiamo tempestivamente invitato i nostri clienti e i nostri collaboratori a seguire le indicazioni divulgate dalle istituzioni preposte attraverso i media, quali i siti di informazione delle Regioni e del Ministero della Salute: ad esempio chiedendo a coloro che sono domiciliati o residenti nei Comuni indicati dalla Regione Lombardia di attenersi a quanto predisposto dalle Istituzioni, rimanendo quindi nelle proprie abitazioni fino a nuove indicazioni, e particolare attenzione a coloro che sono entrati in contatto con queste località.

Abbiamo inoltre adottato una serie di accortezze all’interno dei nostri building: ad esempio la diffusione presso i nostri spazi del manifesto “I dieci comportamenti da seguire” dell’Istituto Superiore di Sanità. Per ulteriore precauzione, abbiamo predisposto dispenser contenenti disinfettanti, che sono liberamente utilizzabili da chi visita o lavora nel centro, oltre a una sanificazione periodica degli ambienti“.

Bisogna inoltre ricordare che, proprio per far fronte all’emergenza e consentire alle aziende di non sospendere completamente le proprie attività, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del 23 febbraio 2020 per facilitare l’avvio delle pratiche per il lavoro da remoto e lo smart working subito, senza i vincoli di accordi aziendali in genere previsti in questi casi.