Sarahah

Sarahah: l’app anonima non è poi così anonima

L’abbiamo provata tutti e questa estate il tormentone social è stato all’insegna di Sarahah, la cosiddetta app anonima che consente di inviare e ricevere messaggi anonimi attraverso la creazione di un proprio profilo.

Eppure, per quanto il meccanismo sembri sicuro, pare che l’applicazione “sottragga” i contatti del dispositivo per passarli sul proprio server, senza una funzione che ne giustifichi l’accesso a informazioni personali, che teoricamente dovrebbero essere coperte da privacy.

Sarahah

Perché Sarahah salva i nostri contatti?

L’attenzione sul problema è stata sollevata nelle ultime ore prima da The Intercept e poi dall’analista Zachary Julian di Bishop Fox, utilizzando un software per il monitoraggio del traffico.

Zain al-Abidin Tawfiq, l’ormai celebre ex-analista petrolifero saudita che ha lanciato Sarahah lo scorso anno prima di vederne il successo durante gli ultimi mesi con circa 18 milioni di download totali, giustifica però la copia dei contatti sulla base di “una funzione futura utile a individuare gli amici”, rinviata ad un prossimo sviluppo solo per questioni tecniche.

Sempre secondo il programmatore, “la richiesta di accesso ai dati sarà eliminata col prossimo aggiornamento“.

Attualmente, nelle versioni più recenti, sia l’app per iOS che quella per Android chiedono il consenso ad accedere ai contatti degli utenti, permettendo poi di usare l’applicazione anche se si risponde negativamente. Tuttavia nessuna menzione è fatta al trasferimento dei dati su server esterno.

Sarahah e privacy: di chi è la colpa?

Il problema, dunque, ancora una volta, non sarebbe solo nell’applicazione e nel come questa possa registrare i nostri dati, ma nell’importanza che gli utenti danno alle varie informative sulla privacy, o alla leggerezza con la quale offrono il proprio consenso.

Se milioni di persone sono alla ricerca di anonimato per i propri messaggi, di crittografie e di maggiori tutele sulla privacy online, è inspiegabile tanta leggerezza sulle spunte che ogni giorno clicchiamo su nostri device.

Apple è pronta a produrre programmi TV originali

La sfida di Apple a Netflix e Amazon sui contenuti TV

La notizia è di quelle che non sorprende. Non sorprende principalmente perché il trend è in forte crescita, già da un po’ di tempo, e l’azienda di Cupertino ci ha abituati al suo voler primeggiare su tutti i fronti. Infatti in Apple sarebbero pronti a realizzare i primi contenuti TV originali entrando in un mercato già abbastanza affollato e competitivo.

In che modo? Scopriamolo.

Apple programmi TV: l’operazione

Apple è pronta a produrre programmi TV originali

Si tratta di un’operazione che porterebbe alla realizzazione di dieci programmi televisivi che verrebbero trasmessi sul loro servizio di streaming musicale o su una nuova piattaforma video da sviluppare.

Il budget è di quelli cospicui: secondo indiscrezioni, rivelate dal Wall Street Journal non molto tempo fa, l’investimento sarebbe di un miliardo di dollari circa. Per intenderci si tratta di circa la metà di quanto speso da Time Warner nel 2016 per il canale HBO, quello di Game of Thrones.

Il progetto era stato più volte annunciato da Eddy Cue, visionario dirigente Apple, il quale gestisce già il budget da 24 miliardi di dollari dei servizi Apple, incluso iTunes.

LEGGI ANCHE: Facebook lancia Watch Tab: la nuova feature che reinventa l’esperienza video

Il mercato dei contenuti media negli USA

Apple è pronta a produrre programmi TV originali

Come dicevamo all’inizio, il mercato dei contenuti media negli USA si sta facendo abbastanza affollato. Basterà citare Amazon e soprattutto Netflix per rendersi conto della sfida intrapresa da Apple.

Sfida che dovrà necessariamente essere combattuta a colpi di contenuti di qualità. Apple occupa già una posizione di leadership nel panorama musicale, ma per poter ottenere lo stesso risultato in ottica TV streaming dovrà necessariamente lavorare alla realizzazione di nuove serie “virali”, vedi Narcos.

Certamente con Jamie Erlicht e Zack Van Amburg a bordo, ex dirigenti di Sony Pictures a cui si devono serie come Breaking Bad e The Crown, il team Apple ha fatto un salto di qualità importante in ottica TV streaming; i due infatti avranno il compito di gestire il budget messo a disposizione dall’azienda di Cupertino.

I primi esperimenti non sono andati granché. Stiamo parlando di Planet of Apps (reality in 10 episodi incentrato sul mondo degli sviluppatori di app) e Carpool Karaoke (serie dedicata alla musica, abbastanza nota anche in Italia), programmi lanciati da Apple che sono stati vittima di diverse critiche da parte degli spettatori.

Quello che ci aspettiamo a questo punto è il salto di qualità definitivo, magari con una serie in pieno stile Winter is Coming.

Google AdWords a/b testing

Adwords e A/B Testing: iscriviti alla Free Masterclass

L’Inbound Marketing è una disciplina che racchiude la capacità di scalare i motori di ricerca e guadagnare visibilità, un argomento che nessun Digital Marketer può ignorare.

Google e i motori di ricerca, infatti, se ben gestiti, hanno  il potere di influenzare le decisioni di acquisto e possono fornirti un grande vantaggio competitivo.

Interessante vero? Allora segui la Free Masterclass del Corso Online in Search Engine Marketing su “Adwords e A/B Testing”.

Durante questa lezione gratuita Gianpaolo Lorusso, esperto di  Web Marketing e Usability, ci ha fornito una panoramica completa sugli elementi fondamentali da considerare quando si progetta e gestisce una campagna AdWords di successo, uno strumento essenziale per ogni Inbound Marketer.

Per incrementare le conversioni di annunci e campagne SEA occorre adottare un approccio sperimentale ed iterativo, testando diverse impostazioni per definire la strada migliore per comunicare sui motori di ricerca.

L’A/B testing serve a creare due versioni alternative di una campagna per misurarne i diversi risultati, validando poi quella più performante.

>> ISCRIVITI ALLA FREE MASTERCLASS

Cosa imparerai durante la Free Masterclass

Questa lezione ti aiuterà a cogliere alcuni segreti per sviluppare campagne AdWords di successo.

Nello specifico la Free Masterclass risponderà a queste domande:

  • Quali sono i segreti per ottimizzare le conversioni di una campagna di Search Engine Advertising?
  • Come impatta l’usabilità sulle performance di una campagna Adwords?
  • Quali web analytics utilizzare per scoprire la strada creativa dal maggior potenziale?

Puoi guardare la Free Masterclass online gratuitamente, iscriviti ora per vederla subito o quando vuoi!

Ricapitoliamo:

FREE MASTERCLASS
Adwords e A/B Testing
ISCRIVITI

Tieniti sempre aggiornato sui nostri corsi in programma!

Il team di Ninja Academy è sempre a tua disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento.
Puoi scrivere a info@ninjacademy.it o telefonare allo 02/400.42.554 dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18.

Knowledge for Change!
BE NINJA.

11 curiosità del Giappone che devi conoscere

Se stai pianificando un viaggio nel mondo nipponico ci sono alcune cose che devi conoscere prima di partire. Eccoti un piccolo vademecum.

1.Evitare il numero quattro a tutti i costi

In giapponese questo numero ha una pronuncia simile a quello della parola “morte”, quindi ha un’accezione negativa, suona come un malaugurio. L’avversione e la paura verso il numero quattro si chiama tetrafobia ed è molto comune in Asia orientale e sudorientale. Inaspettatamente troviamo in una cultura tanto lontana alcune superstizioni che probabilmente superano di gran lunga quelle del Sud Italia!

Undici curiosità del Giappone che devi conoscere

Undici curiosità del Giappone che devi conoscere 06
2.Soffiarsi il naso in pubblico è considerato scortese e disgustoso

I giapponesi evitano l’utilizzo di fazzoletti, se dovessi avere necessità puoi magari allontanarti e soffiarti il naso con discrezione.

3. Non lasciare la mancia: è un insulto per chi la riceve!

4. Mangiare passeggiando è considerato disdicevole

L’unica eccezione a questa regola è il cono gelato: nessuno ti giudicherà!

5. Ci sono persone addette a spingerti nella metro affollata per aiutarti a salire

Vengono definiti Oshiya: indossano uniformi, guanti bianchi e cappelli e spingono letteralmente le persone nei vagoni affollati della metropolitana nelle ore di punta. Sono pagati per assicurarsi che tutti entrino e non si blocchino nelle porte. Prova ad immaginare se una cosa simile accadesse in Italia e facci sapere dopo quanti minuti hai smesso di ridere per le probabili reazioni.

Undici curiosità del Giappone che devi conoscere 00

6. Lascia che uno sconosciuto si addormenti sulla tua spalla

Se qualcuno in Giappone si addormenta con la sua testa sulla tua spalla, magari in treno o in metro, è pratica comune tollerarla. Il Giappone è uno dei Paesi in cui si dorme meno e si lavora di più, sii solidale se dovesse accaderti.

Undici curiosità del Giappone che devi conoscere 05

7. Indossare ciabatte esclusive per il bagno

È consuetudine togliersi le scarpe e magari indossare pantofole quando entri in una casa giapponese, un ristorante tradizionale e talvolta musei e gallerie d’arte. I giapponesi di solito camminano scalzi o in calzini sui tatami, ma ci sono delle eccezioni: dove non c’è il tatami (per esempio in cucina, corridoio o bagno) si indossano le ciabatte: le troverai all’interno del bagno.

8. Portare un regalo a chi ti invita in casa sua

Accade raramente che i giapponesi aprano le porte delle loro case, pertanto quando questo succede è un grande onore e bisogna ringraziare non presentandosi a mani vuote. Inizialmente il padrone di casa rifiuterà cortesemente il dono, ma anche questo fa parte del gioco.

9. Versa da bere agli altri ma non a te

Aperitivo nipponico? Pranzo di comitiva? Non osare riempire il tuo bicchiere! Accertati di aver riempito i bicchieri di tutti e aspetta che qualcuno faccia lo stesso con te, poi si fa un brindisi con un Kanpai (il nostro cin-cin) e allora sì che potrai bere senza apparire maleducato.

10. Sii rumoroso mentre mangi i noodles

Magari non raccontarlo ai tuoi genitori, né ai tuoi nonni ma se mangi noodles in Giappone preparati ad essere rumoroso sorseggiando il brodo e tirando su gli spaghettini perché se così non dovesse essere tutti penserebbero che non ti piacciono.

Undici curiosità del Giappone che devi conoscere 03

Undici curiosità del Giappone che devi conoscere 04

11. Dormire in un hotel capsula

Se soffri di claustrofobia è un’esperienza da evitare: lo spazio vitale è grande circa due metri di lunghezza per un metro di altezza. La privacy non è compresa poiché spesso una tendina sostituisce la comune porta e la valigia devi lasciarla in una sala vigilata. Questa tipologia di hotel è molto economica, solitamente si trova vicino ad aeroporti o stazioni.

Undici curiosità del Giappone che devi conoscere 02

Ora che conosci un po’ meglio le complesse convenzioni sociali del Giappone, sei pronto ad organizzare il tuo prossimo viaggio!

Instagram Stories

L’abbaglio e il grande pericolo delle Storie e degli Storyteller sui media digitali

Questo articolo nasce dalle parole innocenti di una mia collega, una ragazza di 24 anni molto brava e sveglia nonché totalmente, pienamente, profondamente millennial. Nei modi, nei gesti, nelle parole. Un giorno, mentre eravamo a mangiare in un buon posto a Milano – concessione degli ultimi giorni di lavoro pre-festivi 😉 – inquadrando un piatto con lo smartphone ha pronunciato queste parole:

“ci faccio una story”.

In quel preciso istante, mi sono bloccato e ho iniziato a pensare. Dai pensieri al pezzo, il passo è stato relativamente breve.

Il pericoloso passaggio dalla sintattica alla semantica

Oggi, le social stories sono ovunque: Facebook, Instagram, Snapchat, e chi più ne ha, più ne metta (hai detto Steller?). Tutti a creare storie, a diventare (a detta degli stessi Facebook, Google, Twitter, …) creatori di storie.

Ma di cosa parliamo, nel 99,9% dei casi? Di una sequenza più o meno piacevole di frammenti di contenuto digitale visual o testuale, tenuti insieme da un collante invisibile e magari da una buona colonna sonora, rigorosamente royalty-free (che quindi, per definizione, tanto buona il più delle volte non è).

Ma le Storie sono tutt’altro.

Questi contenuti prodotti e etichettati sintatticamente come storie sono in realtà patchwork, puzzle, mappazzoni (per dirla alla Barbieri) di atomi sociali, che nulla hanno a che vedere con le storie e con una corretta applicazione dello Storytelling. Certo, per Facebook & co. chiamarle patchwork o mappazzoni sarebbe stato molto meno cool e sexy. Sai quanti utenti attivi in meno? Meglio chiamarle storie, qualunque cosa siano realmente.

Il problema, a mio personale avviso, è che il passo dal sintattico al semantico è brevissimo. Ovvero, con tutta la buona volontà e l’innocenza che la contraddistingue, la mia collega – che ho preso come semplice esempio! – pensava davvero di essere nel bel mezzo della creazione di una storia. Ovvero, pensava di stare applicando le giuste regole e la sana dose di creatività e follia indispensabili a tutti gli story creators. Il risultato del suo sforzo? Qualche immagine e frammento video in sequenza, qualche tag scritto quà e là con colori e font casuali (“sta meglio questo o quello?”) et voilà, un contenuto del tutto identico a tanti altri della sua specie. E per di più effimero!

Diverse generazioni sono state e sono tutt’ora abituate a pensare alle storie ripercorrendo le gesta di Cappuccetto, o del Signore degli Anelli, o di Cenerentola, e così via. Storie con la S maiuscola, scritte con un mix pazzesco di idee e tecnica, destinate a durare nel tempo diventando capisaldi della cultura popolare e non (se pensiamo alle tante pubblicità dei brand del lusso che ne hanno fatto tesoro per i loro raffinati esercizi retorici).

Oggi è invece imperante un concetto di storia totalmente impoverito nella sostanza, ed effimero. In una grafica simpatica, il futurologo Brian Solis ha provato ad abbozzare alcuni lavori improbabili (fin lì…) del futuro, proponendo tra gli altri l’Ephemeral Historian. Pensa che delirio insegnare Storia tra qualche anno, alle Elementari così come alle Superiori o all’Università. Ciò, appunto, perché il concetto di storia è stato privato di “pezzi” fondamentali del proprio significato.

Chiunque oggi può 1) creare una storia (o meglio, una “storia”) 2) della durata (dunque, della rilevanza) nulla. Forse le due dimensioni vanno a braccetto, e il secondo punto è stato introdotto proprio per liberare la rete da un po’ di spazzatura e content caos. Prima la carota, poi il bastone (presentato in modo cool – “che fika la storia temporanea!” “Tutti a screenshottarci a vicenda!” “Azz no aspetta ma ho letto che se screenshotto arriva la notifica al mio amico!”).

Un segnale di tale deriva sta nella recente regolamentazione delle attività di blogger e “influencer”, i/le quali oggi devono includere l’hashtag #ad per identificare con chiarezza quando un contenuto è promozionale verso un brand o un’azienda. Se leggiamo tale provvedimento dal rovescio della medaglia, capiamo di essere stati per anni di fronte a sedicenti storyteller (tipicamente, è proprio questa la prima parola che si legge nella biografia online di un blogger / “influencer”), che altro non facevano che proporci prodotti e servizi con qualche story e scegliendo i giusti filtrini.

Le Storie di Marca sono altre: se ben fatte, non serve nemmeno citare il brand. Hai presente Carosello? Fallo rifare a un blogger 😉

Un digital divide… digitale?

Il problema di tutto questo, sempre a mio avviso, sta alla base. Ovvero, nel concetto di neutralità dei media digitali.

Tali canali / asset sono certamente spazi da “riempire” e utilizzare come meglio si crede. Ma nessuno ci ha proposto – o addirittura insegnato – come farlo.

Quando impariamo a guidare, prima di metterci in strada facciamo n corse insieme a un co-pilota esperto ed agli amici / parenti. Quando compriamo un tostapane leggiamo prima le istruzioni, in modo da non fare danni. Perfino un prodotto semplice come quello dell’IKEA ha un libretto delle istruzioni lungo e noioso, che però porta alla perfezione relativa – ovvero, al suo corretto assemblaggio.

Perché questo non accade con i media digitali, creando così le premesse per loro utilizzi non consoni (ma ampiamente diffusi)? In sostanza, perché i Big del digitale non si sono preoccupati di fornire prima le istruzioni per l’uso – in questo caso su come si creano delle vere storie – a tutti? Sarebbe stato un gesto pazzesco, virtuoso e capace di fare bene all’intera umanità, elevandola. Se ti interessa questo concetto, consiglio di leggere un mio recente LinkedIn Pulse dal titolo significativo: “Semplice non Significa Banale”.

Al contrario, l’esempio delle storie ci insegna che siamo in un nuovo clima di digital divide. Non più legato all’accesso alle infrastrutture IT, ma interno allo stesso ambiente digitale. Usiamo male gli strumenti che abbiamo a disposizione, perdendoci tempo e generando al contempo l’auto-consapevolezza viziosa di essere degli ottimi storyteller. #Maddeché

Verso un nuovo concetto di CSR

Pensiamoci insieme: forse non è un caso che i grandi imprenditori digitali si impegnino sempre più in dispendiose attività / iniziative di Corporate Social Responsibility. La coscienza un po’ sporca dovranno pure averla, e non per avere compiuto qualche fatto fisico grave: piuttosto, per stare facendo degenerare la situazione attraverso la creazione di eserciti-zombie composti da:

  • ragazzi che si fanno selfie al tramonto di Formentera, tutti uguali (quindi tutti cestinabili, meno il primo scattato o quello fatto meglio)
  • persone che creano contenuti pensando di essere grandi storyteller, salvo poi vedere vanificare tutti gli sforzi causa temporaneità forzata del contenuto prodotto. Li chiamo self-storyteller!
  • brand che pagano (spesso anche tanto!) per contenuti che spariscono dopo poco tempo, il cui valore risiede ormai solo ed unicamente nello screenshot che l’analyst (in stage) responsabile della creazione del report finale di copertura media è riuscito a fare last second

E l’elenco potrebbe continuare all’infinito, se solo avessimo tempo.

Viviamo in un’epoca interessante, ma dobbiamo cercare e dotarci degli strumenti per leggerla dalla giusta prospettiva senza perdere tempo, denaro, risorse cognitive. Il digital detox / digital decluttering non basta e ha il più delle volte un approccio difensivo / reattivo: bisogna capire proattivamente come maneggiare i media digitali al meglio.

La sfida etica ed educativa è aperta, e a mio avviso caratterizzerà il 2018 sia lato utenti, che piattaforme.

Chatbot: l’incrocio tra tech e comunicazione che sta rivoluzionando la Customer Experience

Alla base del funzionamento dei media digitali, c’è naturalmente la tecnologia. È la stessa tecnologia a garantirne la corretta aderenza con il modo di interagire degli individui. Questo incrocio applicato al dialogo tra persone e marche, aziende e organizzazioni è alla base di una Customer Experience (CX) positiva e proficua per entrambe le parti.

Ma media digitali (ovvero, macchine) e persone non parlano certo la stessa lingua! Al fine di permettere interazioni efficaci tra le due parti, sono così nate le interfacce uomo-macchina (GUI, graphical user interfaces). Un recente sviluppo riguarda la nascita e la diffusione delle interfacce conversazionali (conversational interfaces, o conversational UI), che trovano applicazione nei chatbot.

Classificati tra le innovazioni tecnologiche più interessanti sia per gli utenti (sempre più abili a utilizzare le soluzioni di messaggistica e comunicazione interpersonale multimediale) che per le aziende (grazie alla facilità di implementazione e alla possibilità di tralasciare aspetti più complessi di UX), essi sono programmi definiti per stimolare conversazioni sensate e intelligenti con uno o più esseri umani, attraverso metodi uditivi o visivi. Al contrario delle non-conversational UI (e-mail, app, siti web, social network, etc.) i chatbot garantiscono con frequenza interazioni più semplici, stimolanti, targettizzate, attraverso due principali modalità:

  • dinamiche di comprensione del linguaggio umano tramite a) algoritmi di Intelligenza Artificiale (AI) e machine learning (pensiamo a Allo o Cortana) oppure b) pattern di riconoscimento – via algoritmi capaci di valutare la vicinanza delle parole immesse dall’utente alla regola generale. Entrambi i sotto-punti permettono al robot di comprendere il linguaggio umano e imparare/migliorarsi nel tempo.
  • set di regole e comandi pre-definiti, a cui lo stesso bot si adegua in modo più statico e ricorsivo.

Leggi anche: Customer Experience Design: il libro per progettare esperienze di marca memorabili sui media digitali

I principali ambiti di applicazione dei chatbot

Il primo ambito di applicazione dei chatbot riguarda il supporto online, attivando scenari semplici o più complessi. Quando scrivete un messaggio privato alle fanpage di diversi brand, molto probabilmente vi risponderà un bot. Anche molti messaggi di ricezione dei CV e prima interazione con i candidati per posizioni lavorative in grandi realtà, vengono sempre più spesso gestiti da robot. Ma esistono anche weather bot, news bot, life advice bot, personal finance bot, i cui nomi suggeriscono già i principali ambiti di utilità.

Attraverso un plugin di Facebook Messenger, KLM fornisce ai propri clienti le informazioni necessarie per il loro viaggio ed eventiali aggiornamenti direttamente sul social network (https://messenger.klm.com/). Skyscanner ha introdotto il proprio bot per Facebook Messenger, attraverso il quale i milioni di utenti che cercano voli e mete ogni mese sui propri asset (app e sito web) possono ricevere informazioni contestualizzate, rilevanti, preziose senza ulteriori frizioni durante il proprio customer journey.

Un secondo terreno è quello dei consigli e del supporto per gli acquisti personalizzati e contestualizzati (conversational commerce): a proposito, l’app Operator (https://operator.com/), pensata dal co-fondatore di Uber Garrett Camp, permette di ricevere aiuto per acquistare i prodotti perfetti per le proprie esigenze 24/7 attraverso la connessione con una community di operatori capaci di soddisfare ogni richiesta legata allo shopping. Ma chi sono tali operatori? Dipendenti stessi di Operator, rappresentanti di negozi e marche, nonché proprio bot.

C’è chatbot, e chatbot. Ovvero, il rilascio di un chatbot capace di fare la differenza nella CX delle persone dipende da una serie lunga e complessa di variabili di design e implementazione. La piattaforma di messaging Intercom ha stilato e pubblicato su Medium il 27 giugno 2016 una lista di 8 principi da seguire per il buon design di bot capaci di garantire CX rilevanti.

  1. Non fare finta né avere la pretesa di interagire come veri esseri umani: i bot non riusciranno probabilmente mai a raggiungere l’efficacia comunicativa delle persone. Uno sforzo in tale direzione rischierebbe dunque solo di generare esperienze negative e poco rilevanti, incrementando le aspettative al di sopra delle effettive possibilità. Al contrario, palesare da subito un comportamento “robotico” permette di definire con chiarezza lo scenario entro cui si svolge l’interazione, tarando di conseguenza le aspettative dell’individuo.
  2. Semplificare: spesso, si percepisce la tecnologia come una soluzione complessa. Al contrario, l’attività dei bot deve essere circoscritta a specifiche tematiche e a dinamiche di interazione lineari, evitando di progettare scenari dialogici troppo complessi.
  3. Rispettare le specificità del mezzo: le chat e le altre dinamiche di messaggistica automatizzata nascono con proprie caratteristiche che le rendono uniche – molte delle quali indirettamente citate in questo elenco di punti. È inutile cercare di fare svolgere al bot compiti diversi, nel tentativo per esempio di “collassarci” la grande quantità di servizi offerti da un’app, da un sito web di supporto, da un blog informativo o da altri canali.
  4. Progettare con il focus sull’utente finale: utilizzare i bot genera certamente un risparmio di costi per l’azienda, ma tale efficienza non deve essere il motivo principale che spinge a preferirli. Al contrario, l’utente deve rimanere al centro: se una persona garantirebbe un’esperienza più significativa di un robot, è necessario preferirla. Ovvero, “i bit non dovrebbero cercare di rimpiazzare ciò che gli esseri umani sanno fare bene; piuttosto, devono cercare di ovviare ai loro limiti”.
  5. Usare parsimonia: oggi, è ancora difficile pensare ai bot come a entità capaci di sostenere conversazioni complesse, durature e multi-canale con le persone. Il design delle loro interazioni e il loro training deve essere focalizzato sull’agevolare scambi rapidi e precisi. Le ultime innovazioni stanno dimostrando che tale “parsimonia” nel futuro immediato diventerà sempre meno un problema, verso soluzioni immersive e abili a supportare gli utenti indipendentemente dalle complessità sintattiche e semantiche.
  6. Mantenere un’alternativa umana: nel momento in cui un bot non riesce a soddisfare le aspettative e le richieste dell’utente finale, occorre mettere sempre a disposizione una persona dell’azienda capace di intervenire.
  7. Strutturare gli input: non lasciate troppa libertà di comunicazione agli utenti verso il bot. Fornite loro alberature e “bivii conversazionali” pre-impostati (sì / no, liste di risposte alternative, form già compilati, etc.) in modo da tracciare le conversazioni riducendo al minimo i rischi e le ambiguità derivanti dall’incertezza.
  8. Condividere i dati: il contesto dentro il quale si svolgono le interazioni del bot, nonché le interazioni stesse devono essere salvati in backend e resi disponibili agli amministratori del sistema e ai responsabili del servizio offerto.

Dai chatbot alle dinamiche di brand interaction

Se ben progettati e funzionanti, i chatbot sono capaci di diventare la metafora dell’intera organizzazione e della sua “anima” interattiva: un’azienda o un brand dinamici, intelligenti, umani, abili a garantire Customer Experience dinamiche e rilevanti ai propri clienti integrando al contempo i loro comportamenti online con i flussi all’interno dei negozi.

L’importanza dello Storytelling per progettare sistemi efficaci di Digital Gamification

Nelle aziende e nelle organizzazioni di qualsiasi tipologia e dimensione, la Gamification sta diventando sempre di più una cosa seria. Alcuni dati emblematici:

  • la previsione di Gartner Inc. proposta nel novembre 2011, secondo cui nel 2015 oltre il 50% delle organizzazioni Forbes Global 2000 avrebbero avuto almeno un’applicazione basata sulla Gamification;
  • il risultato di un sondaggio su Mashable nel quale oltre il 70% delle società Forbes Global 2000 ha dichiarato, già nel 2013, di stare in effetti pianificando l’introduzione della Gamification a scopi di marketing e customer retention.

Cosa è la Gamification?

Il termine “Gamification” è stato proposto dal programmatore di giochi inglese Nick Pelling nel 2002 e ha acquisito una relativa popolarità a partire all’incirca dal 2010. Dunque ha un’origine piuttosto recente. Il suo retroterra però è più lontano.

Gamification è un termine derivante da game, quindi ha a che fare con l’idea di gioco. Che i giochi abbiano accompagnato la storia dell’uomo nei millenni è ben noto, ed è un tema molto studiato. Sappiamo che il gioco ha sempre avuto una grande funzione sociale presso tutti i popoli e tutte le culture. Secondo Forbes le vendite totali di videogame, pari a 67 miliardi di dollari nel 2012, raggiungono 82 miliardi questo 2017.

La Gamification, e le pratiche che vanno sotto questo nome, sono state definite da numerosi autori con frasi in parte simili, in parte diverse. Ne riporto alcune. Gamification è:

  • l’utilizzo di elementi mutuati dai giochi e delle tecniche di game design in contesti esterni ai giochi (Deterding, 2011)
  • l’uso di elementi di gioco e di game design all’interno di contesti non di gioco (Werbach e Hunter, 2012)
  • l’applicazione di meccaniche di gioco e tecniche di game design per ingaggiare e motivare le persone a raggiungere i loro obiettivi (Badgeville, 2014)
  • l’uso di meccaniche di gioco ed experience design per ingaggiare digitalmente e motivare le persone a raggiungere i loro obiettivi (Gartner, 2014)

In conclusione, possiamo definire con il termine Gamification:

“l’applicazione di aspetti propri del gioco (elementi di gioco, meccaniche di gioco, tecniche di game design) a contesti non giocosi.”

L’importanza della dimensione narrativa nel design della Gamification Digitale

Che le narrazioni siano parte integrante di una quantità di giochi non ha bisogno di essere dimostrato giacché fa parte dell’esperienza di tutti. Spesso le storie sono alla base dei giochi e questo è evidente fin dal loro titolo. Un gioco come “Guardie e ladri” lascia poche incertezze su qual è la narrativa che lo ispira. I videogame non sfuggono a questa regola generale e, sebbene non tutti, un gran numero di essi fa affidamento a sviluppi più o meno complessi di Storytelling per sostenere le capacità di coinvolgere e far appassionare i giocatori.

L’intreccio tra dinamiche dei giochi digitali e il loro possibile impianto narrativo è analizzato a fondo da molte pubblicazioni.

Chi ha l’abitudine di frequentare i videogiochi, in effetti, conosce bene queste cose per esperienza diretta. Un videogame come Skyrim si incentra su una storia in ambientazione medievale in cui il protagonista, che ogni giocatore interpreta in soggettiva, ha il compito di sconfiggere un drago predestinato a distruggere il mondo. In questo sforzo l’eroe incontra una quantità di ostacoli e deve condurre la sua ricerca in un ambiente aperto di boschi, lande selvagge, villaggi, fortezze, sotterranei, assistito da alcuni alleati e contrastato da molti avversari e assassini. Nel suo tragitto il giocatore può acquisire risorse, abilità e competenze, e deve (oltreché restare in vita) sviluppare e fortificare il proprio carattere. Il plot della storia è complesso e non è il caso di riportarlo qui. Ma si tratta di un intreccio avvincente, che passa attraverso legioni imperiali, monaci di clausura, pratiche alchemiche, anime di draghi, armi e incantesimi, antichi ordini di guardiani. La straordinaria ricchezza visiva del mondo di Skyrim, esplorabile liberamente nei suoi mille luoghi, concorre con la forza della struttura narrativa nel rendere il videogioco capace di affascinare e intrattenere il suo pubblico.

Ma se è fondamentale nei videogiochi, lo Storytelling può essere di grande interesse anche nei progetti di Gamification. Di questo non dubitano Werbach e Hunter che, come notato, includono le narrative tra le forme più importanti di dinamiche di gioco, utili a impostare ad alto livello ogni progetto gamificato. Anche Deterding, come si è visto, vede lo sviluppo di storie come un aspetto cruciale per nutrire la dimensione del senso (Meaning) che il gioco può avere per il giocatore.

Alcuni business case di successo

Non è difficile mostrare che nuclei di racconto, più o meno sviluppati, pervadono molti dei casi di Gamification che hanno avuto negli ultimi anni maggior successo. Road Warrior è il sistema che SAP ha introdotto di recente per fare formazione al suo personale di vendita sui temi delle tecnologie mobili. Sviluppato da Salesforce, il progetto invita a reinterpretare il proprio ruolo di venditore, costretto a macinare chilometri di strade e autostrade, attraverso la metafora del Road Warrior (Guerriero della strada) e lo slogan Conquering Mobility. I venditori sono generalmente persone con un buon tasso di aggressività, quindi un target su cui questa metafora e la competizione che tende a innescare possono funzionare piuttosto bene. Il processo prevede di rispondere in chiave di simulazione a clienti che pongono questioni, vincendo punti e badges se si danno risposte adeguate e perdendoli se si richiedono linee di assistenza. Vi sono molti livelli da superare, spesso legati a problematiche tecniche, e i venditori possono sfidarsi gli uni con gli altri per confrontare i loro risultati. Il progetto mira, come tutti i corsi di formazione, a elevare le skill dei partecipanti; ma l’aspetto di Storytelling si rivela nel chiedere loro se si sentono di “Avere quel che ci vuole per essere un Road Warrior” e nell’estetica un po’ western dell’interfaccia. Il progetto ha dato ottimi risultati nel volgere la formazione in un momento di divertimento, nell’accrescere la motivazione, nello stimolare lo spirito di gruppo e – non ultimo – nell’aumentare le vendite.

Se questo esempio riguarda un’esperienza di Gamification interna all’azienda, un caso di straordinaria esperienza immersiva rivolta all’esterno è invece quello della campagna di marketing Perrier’s Secret Place. In questo progetto, voluto dall’azienda nel 2013 per attrarre consumatori più giovani attraverso i media digitali, l’utente è stato invitato a entrare in un mondo online di fantasia, calandosi nei panni di personaggi molto trendy che partecipano a un party. Disponibile per desktop, iPhone o Android, il gioco parte con un breve filmato ambientato in una lavanderia a gettoni parigina, che rivela un club nascosto nel retro. Cliccando su uno qualunque dei  60 partecipanti si entra nella storia dal loro punto di vista. E i personaggi vanno dai baristi all’affascinante donna in nero, alla ragazza che scivola veloce nell’ambiente del party su dei roller.

Ma qual è la storia e in cosa consiste il gioco? L’utente si muove in una situazione incerta, un mondo popolato da numerosi individui, con molti scenari coreografati e filmati (per più di un’ora di durata complessiva) e numerose bottiglie di Perrier in giro sui tavoli. Ciò che è supposto fare è trovare una bottiglia “segreta” – per quale motivo non è del tutto  chiaro – seguendo i vari personaggi di stanza in stanza e raccogliendo indizi. Trovare quella bottiglia non è semplice, solo un numero ristretto di utenti c’è riuscito. La spinta motivazionale a farlo però è notevole, ed è data non da una molteplicità di punti e badge bensì da un premio attraente: la possibilità di vincere un viaggio per una delle ‘party cities’ più importanti al mondo, da Ibiza a Rio. E l’esperienza di immergersi in questo universo così particolare, socializzando al suo interno, sembra essere molto coinvolgente. Quanto basta comunque, a detta dell’azienda, per rendere questa modalità di far vivere ai consumatori l’”esperienza” di Perrier assai più valida interessante del semplice spingere verso di loro contenuti di marca sui canali tradizionali.

Un esempio più complesso, ma di particolare interesse in quanto si pone sul confine tra Gamification e ARG (Alternate Reality Game), sempre includendo un’importante componente di Storytelling, è quello relativo all’uscita dell’ultimo libro di JAY Z. Icona della cultura pop, rapper, artista hip-hop e imprenditore, JAY Z è famoso tanto per la sua musica quanto per i suoi testi, non sempre di facile lettura e spesso basati su racconti altamente personali e su riferimenti alla vita di strada. Il libro, intitolato Decoded, è stato lanciato nel 2010 con il supporto dell’agenzia newyorkese Droga5 e la collaborazione di Bing, il motore di ricerca di Microsoft. Come? Partendo dall’assunto che i fan di JAY Z sarebbero stati avidi di avere i commenti dell’artista sulle sue liriche, in cui le parole si piegano al ritmo della musica e hanno a volte significati nascosti, il lancio è stato impostato come sfida collettiva: ovvero come esperienza di ricerca multi-piattaforma e gioco interattivo, atto a dare ai fan il modo di decodificare la vita e l’opera di JAY Z, nonché di individuare i luoghi fisici che l’hanno ispirata.

In breve, ogni pagina di Decoded è stata resa disponibile al pubblico prima dell’uscita del libro in libreria, in luoghi e contesti legati al suo contenuto. Come spiegato in dettaglio dal News Center di Microsoft al momento del lancio:

Il viaggio immersivo porterà i giocatori dai quartieri poveri di Brooklyn in cui JAY Z è cresciuto e le strade di Londra in cui ha trovato ispirazione agli edifici del suo impero a Manhattan e oltre. Ai fan fisicamente presenti in quei luoghi e a coloro che giocheranno online con Bing saranno offerti degli insight del tutto inediti sul processo personale di JAY Z. In aggiunta ai piazzamenti d’alto profilo nei media in giro per il mondo, tutte le 300 pagine di Decoded appariranno in posti e su oggetti mai usati in precedenza come pubblicità. Dalle piscine ai tavoli da biliardo alle placche di bronzo agli stand dell’alta moda, una varietà di superfici inaspettate si tradurranno in tele per l’arte di JAY Z.

E starà ai fan decidere come reperire quelle pagine usando Bing. Online i fan troveranno un’esperienza unica nel suo genere costruita sulle tecnologie Bing e potranno camminare nelle strade in cui ha camminato JAY Z e usare Bing per cercare e decidere come decodificare la sua vita e le sue liriche a ogni svolta. L’esperienza immersiva online utilizza molti lati di Bing, incluso Bing Maps e Bing Entertainment, per dare ai fan pieno accesso alle storie dietro alle canzoni di JAY Z. Nel corso del mese i fan si riuniranno come community per compilare Decoded online prima che raggiunga gli scaffali delle librerie. 

Di questo caso, colpisce la maniera assai sofisticata in cui la dimensione narrativa interseca il processo di Gamification, costruendo la motivazione a giocare in un’operazione da un lato artefatta, dall’altro profondamente radicata nella vita, nelle parole e nelle storie autentiche di questo artista.

Storytelling e Gamification: la checklist da tenere a mente

Riassumendo, si può osservare che ai progetti di Gamification lo Storytelling può portare un contributo prezioso sotto i seguenti aspetti:

  • Senso: come notato da Deterding, in effetti le storie aggiungono ai progetti gamificati strati di significato che ne arricchiscono il potere di attrattiva.
  • Interesse: gli obiettivi rappresentati da punti e classifiche possono essere di per sé stimolanti, ma gli sviluppi di tipo narrativo sono certamente in grado di risultare più interessanti e meritevoli di attenzione.
  • Immedesimazione: se permeati di Storytelling, i progetti di Gamification offrono agli utenti la possibilità di diventare protagonisti dell’esperienza e di immedesimarsi nei percorsi d’azione suggeriti.
  • Coinvolgimento: conseguenza naturale di quanto precede, l’aggiunta di una dimensione narrativa favorisce molto l’engagement dei partecipanti.
  • Progressione. I progetti articolati correttamente prevedono sempre il superamento di più livelli, ma il senso di progressione può essere ancora più marcato e convincente se legato alle fasi che strutturano una storia.

Sei pronto a sfruttare l’enorme potenziale dello Storytelling per la progettazione di sistemi di Gamification di rottura?

seo per ecommerce

SEO per eCommerce: tutto quello che devi sapere

Inserire centinaia o migliaia di prodotti in un sito web non farà decollare il traffico proveniente dai motori di ricerca. Fare SEO per eCommerce non è semplice, quindi eccoti alcuni suggerimenti utili per migliorare la tua strategia di posizionamento.

SEO per eCommerce: le ricerche di mercato

seo per ecommerce

Molto spesso questa parte viene trascurata, ma l’importanza della ricerca di mercato non può essere minimizzata. Un’approfondita ricerca di mercato ti rende più competitivo, semplicemente perché ti aiuta a identificare cosa funziona, cosa non funziona e quali sono le lacune che puoi colmare.

Per i siti di eCommerce, ci sono due parti  fondamentali legati alle ricerhe di mercato: la Keywords Planning e l’analisi dei competitors.

a) Keywords Planning

Il tuo sito eCommerce ha bisogno di visitatori per generare entrate – questo è un dato di fatto. Ma cosa preferisci? Un sito web con 300 visite al giorno o uno con 3.000 visite al giorno? Qual è la giusta risposta? Dipende…

La maggior parte di quei 3000 visitatori potrebbe essere semplicemente capitata li per caso, il che significa un Conversion Rate molto basso. D’altra parte, quei 300 visitatori potrebbero essere persone con un alto interesse d’acquisto e quindi, cash!

Allora come individuare il target che ti permette di monetizzare? Parola d’ordine: KEYWORDS.

La ricerca di parole chiave è una, se non l’attività più importante, di qualsiasi campagna SEO. Per trovare le giuste keywords esistono diversi tool molto semplici da utilizzare, sia gratuiti (es. Google Keyword Planner) che a pagamento (es. Long Tail Pro). Le parole chiave hanno molte caratteristiche e la scelta delle stesse dipende dal tipo di prodotto che vendiamo, dal target che si vuole raggiungere e dalla popolarità delle keywords scelte. In questa fase però è facile commettere degli errori, due su tutti:

  • Overload di keywords – Alcune parole chiave sono molto simili tra loro (es. i migliori alimenti per cani, il miglior alimento per cani): rimuovile manualmente dall’elenco!
  • Ignorare parole chiave a basso volume – La maggior parte delle parole chiave, cosiddette a coda lunga, presentano volumi di ricerche mensili medio bassi e questo può portarti a pensare che non valga la pensa usarle, errato!Usare più keywords a coda lunga aumenta comunque il traffico verso il tuo sito

b) Analisi dei competitors

Per dominare il tuo settore devi sapere cosa stanno facendo i tuoi concorrenti, e fare di meglio. Spiare i tuoi concorrenti è facile se sai dove guardare. Open Site Explorer e Ahrefs sono alcuni degli strumenti che puoi utilizzare per controllare i tuoi backlinks.

Dai un’occhiata al Domain Authority (DA) e alla Page Authority (PA) . In poche parole, DA e PA ti danno un’idea della “forza” di un sito web. Quanto più elevati sono i valori, più potente (in termini di ranking) è il sito web. La maggior parte dei siti ha un valore di DA e PA pari a 20. I valori che sono al di là della media, spesso, sono frutto di cattive pratiche di “link building” che i motori di ricerca puniscono.

Audit

Fare un audit al sito è fondamentalmente poiché ti permette di:

  • Identificare possibili aree di miglioramento

I siti web sono sempre aperti al miglioramento. Gli aspetti come la velocità, l’interfaccia grafica e la navigabilità possono sempre essere migliorati.

  • Correggere errori del sito

Poiché i siti di eCommerce hanno il potenziale di avere centinaia di pagine di prodotti e descrizioni, gli errori sono dietro l’angolo. Puoi decidere di non vendere più un determinato prodotto e di eliminare casualmente l’intero catalogo (Error 404). Una buona pratica è quella di non eliminare la pagina ma riutilizzarla per promuovere un prodotto simile.

  • Monitorare la velocità del sito

Lo sapevi che il 47% dei potenziali acquirenti si aspetta che un sito web venga caricato entro 2 secondi? Peggio ancora, il 79% degli insoddisfatti della velocità di caricamento del sito molto probabilmente non farà altri acquisti sullo stesso sito e il 44% dirà ai loro amici di avere avuto una brutta esperienza. Non credo ci sia bisogno di aggiungere molto altro!

On-Page SEO

seo per ecommerce

Per curare e migliorare la SEO di un eCommerce, ci sono cinque punti da tenere bene a mente:

  • Ottimizzazione delle parole chiave
  • Link interni
  • Struttura del sito
  • Versione mobile
  • Contenuti e valutazioni dei clienti

a) Ottimizzazione delle parole chiave

Ottimizzare le parole chiave significa fondamentalmente utilizzare una parola chiave (che abbia senso) nelle seguenti parti di una pagina:

  • Titoli
  • Titoli e sottotitoli
  • Contenuto (include descrizioni dei prodotti)
  • Meta Description
  • Nomi dei file di immagine e Alt tag
  • URL

LEGGI ANCHE: SEO on-page: il vademecum per ottimizzare al meglio una pagina web

 b) Link interni

I link interni collegano una pagina ad altre pagine del tuo sito web. Attenzione però a non esagerare: i motori di ricerca penseranno che state facendo qualcosa di sospetto.

c) Struttura del sito

La struttura del sito intesa come l’architettura o sitemap è un aspetto fondamentale. Strutturare bene l’architettura può avere impatti estremamente positivi sulla navigabilità e sull’usabilità del sito e quindi di conseguenza, maggiori conversioni e ranking più alto.

d) Versione mobile

Sempre più persone accedono a Internet attraverso tablet e smartphone e questo è il motivo principale per cui ogni sito web deve essere mobile-friendly. Per verificare se il tuo sito web è responsive, puoi utilizzare Google Mobile Friendly Test.

e) Contenuti e valutazioni dei clienti

“Content is king”, come si suol dire. E’ necessario investire nella creazione di contenuti unici e di alta qualità. La gente ama i contenuti originali. Ricorda che i tuoi clienti stanno cercando un motivo per acquistare un prodotto. Daglielo!

Just do it!

Quando si pianifica e si esegue una campagna SEO per eCommerce, si tenta di scalare la classifica dei risultati all’interno dei motori di ricerca e migliorare il proprio Page Ranking (in particolare Google) con l’obiettivo di aumentare le vendite.

Il web è unico perché non ha limiti geografici, corri a migliorare la SEO per il tuo eCommerce!

app-strategia-mobile marketing

Video professionali con lo smartphone? Ecco 5 app indispensabili

Hai mai pensato di utilizzare il tuo smartphone per velocizzare e soprattuto facilitare la creazione di un breve video per la tua azienda? In molte situazioni il sapiente utilizzo di uno smartphone (neanche troppo performante) ha fatto sì che potessi offrire il contenuto giusto al momento giusto. Incredibile vero?

Utilizzando le giuste app è possibile creare dei video molto interessanti. Non di certo di qualità PRO, ma comunque accattivanti ed certamente utili per la strategia comunicativa del tuo brand. Quindi non sarà possibile sostituirsi al lavoro di un video maker, ma certamente potremmo rispondere (almeno in parte) alla costante richiesta di contenuti freschi e nuovi da parte del web e delle piattaforme social di maggiore interesse.

Non sarà semplice proporvi delle app da poter utilizzare indistintamente su iOS e Android, per le funzioni differenti, per le caratteristiche di sistema richieste e per i costi delle diverse applicazioni. Il mio consiglio dunque è quello di utilizzare questo articolo come punto di partenza per poter trovare il proprio metodo creativo per le proprie esigenze.

Dividerò l’elenco rispettando le fasi creative di un contenuto video. Inizieremo dalla registrazione, passeremo dalla correzione per giungere infine sino alla condivisione sul web.

Partiamo subito.

1. Per la registrazione: Filmic Pro

È questa una delle fasi più sottovalutate dai non PRO, la registrazione. È vero tutti gli smartphone hanno un applicazione di default per registrare dei video. Ma ti assicuro che c’è di meglio! Filmic Pro (dsponibile per IOS e Android) è un’app che permette di migliorare notevolmente la produzione dei video ottenendo dei risultati quasi professionali. Permette di controllare numerosi parametri come la velocità di registrazione, lo zoom, la riduzione del volume, bloccare l’esposizione e tantissimo altro.

2. Per la correzione del materiale: Movie Looks

Movie-looks

Eccoci subito in questa seconda fase, la correzione dei video appena girati. Esistono tantissime App che svolgono bene questo lavoro. Quella che ti consiglio di utilizzar è Movie Looks disponibili purtroppo solo per iOS (per Android esistono innumerevoli alternative come VideoShow).

3. Per il montaggio video: Cute CUT (iOS) e PowerDirector (Android)

cute-cut

I montaggio è un’altra fondamentale fase per ottimizzare i contenuti del nostro video. Un passaggio fondamentale che ti invito a non sottovalutare. Anche qui abbiamo 2 diverse app per i 2 sistemi operativi iOS e Android, rispettivamente: Cute CUT e PowerDirector.

Due strumenti molto potenti: due app ben fatte per lavorare direttamente dal tuo smartphone per il tuo prossimo video.

4. Per un effetto wow: Magic lapse (iOS) e Time Lapse Camera & Video (Android)

magic-leaps

Con le applicazioni è possibile fare molto. A volte è possibile realizzare anche contenuti stupefacenti, e questo è il caso di Magic lapse (iOS) e Time Lapse Camera & Video (Android). Con queste applicazioni è possibile ottenere video con effetto time lapse in pochissimi click. Non ti resta che provarle subito!

5. Per la condivisione su YouTube: YouTube Capture (iOS) e YouTube Creator (Android)

youtube-capture

E se volessimo caricare i nostri video su YouTube? anche in questo caso le app posso aiutarci. YouTube Capture e YouTube Creator possono semplificare questa operazione ed aiutarti a completare il tuo canale con dei contenuti sempre nuovi ed interessanti.

Questi sono solo i mezzi per raggiungere un risultato soddisfacente. Ora dovrai dare libero sfogo alla tua creatività, quella di certo non puoi scaricarla ma coltivarla si! Osserva i video creati nelle stesse modalità, scruta le tecniche di cui da tempo gira video con lo smartphone ed impara dai migliori.