Social TV e second screen: la TV nell’era social

I social media hanno introdotto un senso di comunità che non ha lasciato da parte nessuna industria, inclusa quella televisiva.

Tornati a casa dopo una giornata di lavoro, seduti sul divano a guardare il nostro programma preferito, la serie del momento che sia su Netflix, Sky o su qualunque altro broadcaster, non siamo mai soli: spesso c’è quell’hashtag posizionato in un angolo dello schermo a ricordarcelo, ad incoraggiarci nel commentare e discutere i contenuti sui social media. Queste attività rientrano nel concetto di second screen e Social TV.

La Social TV ha modificato il nostro modo di interagire con la TV

Il second screen è ormai diventato un classico. Sono sempre di più gli utenti che guardano la TV e allo stesso tempo interagiscono con i contenuti tramite smartphone o tablet, o utilizzano il second screen per consultare ulteriori informazioni sui personaggi di una serie, sugli ospiti di un programma o i risultati delle partite. Secondo Nielsen, l’84% degli utenti in possesso di un dispositivo mobile, utilizzano questi gadget mentre guardano la TV.

Le offerte televisive continuano ad aumentare. Offerte come Netflix, per esempio, garantiscono ai fan delle serie televisive di consumare i contenuti in qualunque momento da qualunque dispositivo. Inoltre la TV via cavo dovrà vedersela a breve con uno dei più grandi competitor probabilmente mai avuti, che si distingue come il secondo motore di ricerca più utilizzato al mondo: YouTube, dove le persone guardano attualmente 1 miliardo di ore di video ogni giorno. Youtube lancerà infatti nei prossimi mesi (negli Stati Uniti) un nuovo servizio di live TV, la YouTube TV, che include sei account disponibili ad un costo di soli 35 dollari al mese.

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Ne consegue che la TV via cavo deve reinventarsi, Sky go per esempio dà la possibilità di guardare la TV da un dispositivo mobile (solo su territorio italiano), mentre Rai Play si sta mettendo al passo evolvendo continuamente la propria app (disponibile anche su Apple TV, non solo da mobile) con una vastissima quantità di contenuti disponibili anche dall’estero, dando l’opportunità anche a chi viaggia di essere sempre connessi ai programmi preferiti e non essere esclusi dalla conversazione social.

La Social TV ha abbassato l’età media dell’audience televisiva

L’Italia è un paese in cui la televisione broadcast, non includendo la Internet TV e Netflix al momento, ha sempre avuto un ruolo centrale, portando anche Nielsen a sceglierlo come secondo paese (dopo gli Stati Uniti) per lanciare Nielsen Social, presente ormai da tre anni.

L’avvento dei social media e  l’integrazione sempre più frequente di questi ultimi all’interno dei programmi ha abbassato l’età dei fruitori dei contenuti.

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L’avvento dei social media, con i suoi pro ed i suoi contro, ha sicuramente portato dei benefici alla TV via cavo, una specie quasi in via d’estinzione. L’età dell’audience televisiva in generale non è mai stata troppo alta, soprattutto se parliamo di millennial l’accesso ai contenuti multimediali avviene in streaming, online, tramite app su dispositivo mobile o smart TV. La TV tradizionale quindi ha dovuto in qualche modo ristrutturarsi inserendo i social media all’interno della struttura narrativa dei programmi televisivi, diventandone spesso il contenuto principale attraverso la partecipazione di social media influencer, call to action o interazioni tra studio e pubblico a casa.

Quando guardiamo la TV, non siamo più soli, anzi siamo virtualmente circondati da una community di milioni di persone che nello stesso instante stanno guardando lo stesso programma e con i quali possiamo connettere e conversare. Insomma, i social hanno ridato potere alla TV, soprattutto da un punto di vista dell’advertising.

I dati di Nielsen Social del 2017 ci dimostrano infatti che quando parliamo di Social TV, la fascia d’età più attiva su Facebook è stata 25-34 anni (25% del totale, con picchi del 29% per quanto riguarda Serie TV e Talent/Reality). 25-34 anni è la fascia d’età più rilevante per quanto riguarda Serie TV, Intrattenimento e Sport, mentre 18-24 prevale per quanto riguarda i Talent/Reality e gli Over 55 nel caso di Talk & News.

Un concetto tutto nuovo di TV on demand

Avete mai pensato al fatto che i social media hanno introdotto un nuovo concetto di TV on demand ed in un certo modo hanno potenzialmente aumentato il reach di determinati contenuti? Spesso, grazie ai poteri social, veniamo a contatto con contenuti che un tempo non sarebbero mai arrivati ai nostri occhi, specialmente per mancanza di interesse. A volte capita di incorrere in alcune discussioni riguardo argomenti o contenuti televisivi diventati virali, innescando un meccanismo “on demand” che potremmo definire di reach secondario o allargato, aumentandone la awareness. Analogamente ai media tradizionali (riviste o quotidiani) oltre alla audience di riferimento, si passa ad una audience “allargata” non considerata un tempo parte del reach.

Oggi siamo in grado di parlare di un programma anche se non lo abbiamo mai visto e di accedere ai suoi contenuti, non per nostro desiderio ma perché sono loro a venire da noi, permettendoci di accedervi in un secondo momento quando e dove vogliamo.

Come dimostra il tweet qui di seguito riguardo il Social Media TV ranking di Nielsen Italia della settimana scorsa, anche se non fossimo in alcun modo interessati a “Uomini e donne”, la possibilità di venire a contatto con dei contenuti relativi al programma è molto alta grazie alle 220.000 interazioni avvenute su Facebook e Twitter.

Opportunità per gli advertiser

L’analisi della Social TV e le 91 milioni di interazioni avvenute nel periodo agosto-dicembre 2016 ha sottolineato: “La sovrapposizione tra gli utenti social che commentano i contenuti televisivi e quelli che citano le marche commerciali. L’overlap, nel secondo semestre dell’anno, è stato del 62% su Twitter, con picchi tra l’80% e il 90% per categorie merceologiche quali Abbigliamento, Farmaceutici/Sanitari, Alimentari, Bevande e alcolici.”

In molti casi i social media diventano i catalizzatori tra audience e TV, o addirittura ne diventano un’estensione a beneficio della brand awareness del programma televisivo e degli advertiser. Alcuni broadcaster ci stanno riuscendo molto bene ad integrarli nella proprio struttura narrativa e nel planning della stagione televisiva, ed in maniera molto professionale soprattutto per programmi indirizzati ad un pubblico più giovane, altri invece sono ancora in fase di prova.

Che ne pensate, amici lettori? Diteci la vostra sulla nostra pagina Facebook e nel nostro gruppo LinkedIn.

Come cambia il lavoro ai tempi del Social Recruiting

Cosa si intende quando si parla di Social Recruiting?

In molti casi, quando i datori di lavoro eseguono il controllo delle referenze sui loro impiegati, si fa riferimento a una verifica di eventuali precedenti penali delle persone che lavorano per loro, o che progettano di assumere.  Questo tipo di controlli può anche comprendere delle verifiche rispetto alle esperienze di lavoro precedenti, all’istruzione conseguita o alle certificazioni professionali possedute.

Negli ultimi anni però questa attività si è spostata anche sulle piattaforme social, per cui se da un lato c’è il candidato, che dopo l’invio di un curriculum o prima di un colloquio, cerca informazioni online sull’azienda, dall’altra ci sono i selezionatori che si trovano sempre più ad effettuare una verifica delle competenze andando a cercare i profili social dei candidati.

In principio era LinkedIn, il social deputato a questo tipo di finalità, poi pian piano si è approdati a Facebook, Twitter, e altre piattaforme. In particolare ciò su cui vanno ad indagare i recruiter nel processo di selezione sono le relazioni online; i candidati con una buona rete sembrano essere quelli che hanno maggior successo, che ottengono migliori risultati in termini di contatti professionali e dunque maggiori possibilità di assunzione.

Ma quanto può essere efficace per le aziende investire del tempo nel Social Recruiting?

Di certo, ci sono elementi positivi in questo nuovo tipo di approccio alla ricerca dei candidati, ragion per cui le aziende ritengono sempre più utile, se non indispensabile, capire cosa emerge dai profili social. Ma al contempo esistono delle questioni legate alla privacy che non vanno prese con leggerezza.

Vediamo un’analisi dei pro e dei contro legate a questo controllo delle referenze sui social, da tenere in conto prima di mettere in atto un processo di selezione. E, nel caso vogliate approfondire il tema, vi consigliamo il nuovo libro Social Recruiter. Strategie e strumenti digitali per i professionisti HR, edito da Franco Angeli per la collana Professioni Digitali.

Pro

Scoprire chi è realmente il vostro candidato

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Quello che le persone postano su Facebook o Twitter è, il più delle volte, il loro vero modo di essere, senza troppi filtri, come se fossero seduti attorno a un tavolino a chiacchierare con gli amici.

Se di certo un colloquio è utile a identificare la persona che corrisponda al profilo che si sta cercando, è anche vero che pochissime persone si sentono a loro agio a parlare di sé e a far emergere quanto di più vero corrisponda al proprio modo di essere, soprattutto in un ambiente in cui ci si sente giudicati e sotto esame.

Il più delle volte si mette in atto una narrazione di sé che ci si è costruiti nel tempo per identificarsi nel “candidato ideale”. A volte questa narrazione è reale, altre può invece essere fin troppo costruita e perdere di credibilità. Pertanto, la possibilità di poter esaminare i profili online prima di un eventuale colloquio, ha il vantaggio di fornire più informazioni in merito a chi si sta esaminando, di cogliere tutte quelle sfumature sulla persona che normalmente non si avrebbe modo di conoscere.

Come si relaziona con le altre persone? Quali sono i suoi interessi? Tutto ciò che scriviamo e postiamo ogni giorno sui social va a creare una sorta di portfolio della nostra identità, una vetrina che mostra al mondo esterno cosa pensiamo, in cosa crediamo, a cosa ci interessiamo.

Tutte informazioni che un recruiter può sfruttare per capire chi ha di fronte, valutando dunque la persona non solo per le competenze e le esperienze professionali acquisite, ma anche per il suo modo di essere, per la sua personalità.

cose da eliminare dal tuo curriculum

Quello che un curriculum vitae non vi mostrerà mai

Non sempre le informazioni che si possono ottenere da un controllo preventivo dei social potranno essere utili o esaustive ai fini di un processo di selezione. Tuttavia, ci sono dei casi in cui diventa invece uno strumento molto utile per farsi un’idea ben precisa di chi si ha di fronte.

Può succedere, ad esempio, di esaminare un candidato che durante il colloquio vi ha fatto una buona impressione, mostrandosi amichevole e aperto, salvo poi scoprire che su Facebook o Twitter ha ceduto a commenti razzisti o discriminanti sul piano sessuale e/o religioso. Oppure di scoprire che il candidato ha la cattiva abitudine di sparlare online del suo capo o dei suoi colleghi.

Di certo, nessun datore di lavoro vorrà assumere qualcuno che, appena uscito dal luogo di lavoro, possa parlare male di lui o della propria azienda, o peggio ancora alimentare dibattiti con contenuti discriminatori.

Altri tipi di verifiche degli antecedenti che normalmente vengono messe in atto non riveleranno in alcun caso questi difetti, eccezion fatta per le verifiche di occupazione, perciò i social media possono essere un  grande strumento per capire cosa e come comunicano le persone.

Contro

I limiti della privacy

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Sì è vero, potenzialmente si possono acquisire molte più informazioni da una verifica delle referenze tramite i social che non da un colloquio.

Detto ciò, trovare le persone su LindedIn, Facebbok o Twitter e accedere a queste informazioni è lo scoglio più difficile da superare.

In primis perché, sebbene la maggior parte delle persone possiedano un account non è necessariamente detto che il vostro candidato rientri tra queste persone. I ‘social scettici’ esistono e non sarebbe eticamente corretto escluderli da un processo di selezione solo perché hanno deciso di non essere presenti online.

Punto secondo, anche qualora i candidati siano presenti in rete non necessariamente le loro informazioni e attività sono visibili a chiunque. I filtri sull’impostazione della privacy potrebbero precludervi l’accesso alle loro bacheche, a meno che non si rientri nella cerchia dei loro amici.

Dunque può accadere che le aziende che decidono di selezionare i propri candidati attraverso uno screening dei loro profili social, si ritrovino poi a perdere tempo senza riuscire a trovare ciò che stanno cercando.

Il fattore discriminante che si cela dietro le informazioni

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Se da una parte ci troviamo di fronte a candidati molto attenti alla loro privacy, dall’altra ci sono quelli che hanno un profilo pubblico, accessibile a tutti. Ecco che allora si può tranquillamente accedere ad informazioni personali, qualora specificate, quali età, appartenenza religiosa o orientamento sessuale, oppure leggere conversazioni e discussioni nelle quali il candidato ha espresso delle posizioni politiche. Dunque, tutte informazioni che un datore di lavoro non dovrebbe considerare in un processo di selezione.
Ma un recruiter che accede a questo tipo di dati e attività potrebbe, coscientemente o no,  trovarsi a scartare un candidato che ad es. non condivida la sua stessa posizione politica o mettere in atto egli stesso una discriminazione in base all’orientamento sessuale, religioso o alla stile di vita condotto. Questo tipo di controllo può dunque portare all’emergere di pregiudizi difficili da eludere, portando il  vostro business su un terreno legale controverso e scivoloso.

Social Recruiting e Digital Reputation

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I social media dunque possono dirvi sicuramente di più circa una persona, ma non possono sostituire le fonti di verifica tradizionali. Una ricerca e un accertamento dell’assenza di precedenti penali o altri tipi di controlli restano comunque importanti, a prescindere che decidiate di sapere di più sui vostri candidati analizzando i loro profili.
Al contempo non vanno sottovalutate le questioni legate alla privacy e alla legalità che possono rendere l’esame delle credenziali attraverso i social piuttosto rischioso.
Ma, al di là delle opportunità o meno offerte dai social media, viene da domandarsi quali strade potrebbe aprire questo nuovo approccio al mondo del lavoro. Quante aziende hanno negli ultimi anni escluso potenziali candidati dalla selezione in seguito alla pubblicazione di contenuti o foto improprie sui loro profili social? Si può affidare a un algoritmo la possibilità di trovare lavoro? Dovremmo preoccuparci di dare lo stesso peso a ciò che facciamo online come se lo facessimo nella vita reale?

Non c’è una risposta univoca, ma di certo è consigliabile per un’azienda valutare i pro e i contro di questo approccio, per capire se valga effettivamente la pena investire in questa attività. D’altro canto, a fronte di questo approccio al mondo del lavoro, quanti candidati in cerca di occupazione sono consapevoli della rilevanza professionale dei propri profili personali? La consapevolezza di ciò aiuta a non farsi trovare impreparati. Ecco allora che investire nella cura della propria Digital Reputation non può che essere un ottimo modo per presentarsi nella maniera più idonea e credibile, e di certo può fare la differenza in un contesto lavorativo in cui il Social Recruiting diventa sempre più centrale.

SEO futuro

A cosa serve la SEO e qual è il suo futuro

Che cos’è la SEO e perché è utile alle aziende, chi è un SEO specialist e qual è il futuro della SEO tra ricerca vocale, intelligenza artificiale e machine learning? Lo abbiamo chiesto a Marco Maltraversi.

Contributor Ninja prima, ha da poco pubblicato una nuova edizione aggiornata del suo libro “Seo e Sem, guida avanzata al Web Marketing”.

Marco Maltraversi integra la sua estrazione informatica con l’approccio strategico al posizionamento nei motori di ricerca, per questo gli abbiamo rivolto alcune domande per capire meglio cosa Google vuole davvero dai nostri siti web.

Cos'è la SEO Marco Maltraversi

Com’è percepito l’impatto delle operazioni SEO nel panorama delle aziende italiane?

La SEO è una disciplina dal mio punto di vista molto tecnica ma al contempo misteriosa e sottile. Di frequente i motori di ricerca aggiornano i loro algoritmi con nuovi update e filtri rendendo tutto più sofisticato e difficile da prevedere. Ovviamente in questo settore la parola “dipende” è d’obbligo:

  • Dipende dal settore in cui andiamo a competere;
  • Dipende dalla tipologia di sito web e dalla sua storia;
  • Dipende dalla modifiche andremo ad attuare;
  • Dipende da mille fattori…

Se ci si basa sui pilastri della SEO e si applica un piano a lungo periodo si ottengono dei risultati brillanti. Le aziende devono però capire come la SEO vada integrata in un progetto a più ampio respiro. Non basta sistemare qualche meta tag, o introdurre i microdati per avere un raddoppio del traffico organico. Va studiata una sinergia tra accorgimenti tecnici e contenutistici partendo dall’analisi del comportamento dell’utente, agli interessi di ricerca fino al processo di conversione finale.

LEGGI ANCHE: Chatbot, customer care e social media: cosa ne pensano i consumatori?

Faccio un esempio concreto: proprio in questi giorni pare sia uscito un aggiornamento di Google (non confermato) che gli esperti hanno soprannominato “Fred”. Tale update ha portato un calo di visite da organico dal 50% fino al 90% per siti con determinati pattern tra cui:

  • Troppi banner
  • Testi non di qualità
  • Troppi link di affiliazione in una pagina

Ovviamente chi ha seguito una linea editoriale corretta e adeguata non dovrà preoccuparsi di nessun aggiornamento di Google. Chi lavora invece al limite sfruttando trend positivi o mode SEO del momento sarà sempre sull’attenti a un minimo calo del traffico.

La SEO è una scienza inessatta che abbina un giusto mix di tecnica, piscologia ed esperienza.

SEO e SEM

Quanto pesa realmente la SEO all’interno delle strategie SEM?

Non esiste la formula magica, ho visto portali che fanno pochissimo traffico da organico ma che hanno altri modelli di business per attirare visite ad esempio da fan page o da app. È indubbio che avere un progetto che abbia almeno i fondamenti della SEO permetterà di gettare le basi per lavorare in tale direzione.

Come si riconosce un SEO specialist?

Anni fa avevo fatto un’articolo su “Chi è uno SEO specialist”, ovviamente dal mio personale punto di vista. Lo si riconosce perché è tecnico al punto giusto, è aggiornato sulle novità in materia, ha esperienza di marketing e ha una visione a 360° sull’intero progetto.

Non è uno specialista SEO, secondo la mia visione, chi vende servizi un tot al chilo.

Inbound Marketing

Quali scenari aprono le ricerche vocali e le nuove tecnologie a livello di indicizzazione?

A Ottobre 2016, in base ai dati di StatCounter, vi è stata una svolta epocale; per la prima volta gli accessi web mondiali da desktop sono stati inferiori agli accessi da dispositivi mobili (smartphone + tablet).

Le ricerche vocali sono un altro tassello verso il mobile ma non solo, sistemi e assistenti vocali come Siri e Cortana sono disponibili anche sui laptop.

Questo porterà ad un’interpretazione differente delle intenzioni degli utenti, sistemi e tecnologie potrebbero normalizzare le query che provengono dal voice search e produrre risultati ad hoc su precedenti ricerche, in base alla geolocalizzazione o interessi personali. Questo permetterà a Google (ma non solo) di conoscere sempre di più le nostre abitudini e quindi vendere meglio la pubblicità 🙂

Poi rimane aperto tutto il mondo mobile con l’App Streaming , Pop UP e Push Notification, Qualità e Interstitial (evitare di mettere pop up bloccanti da mobile) e tutte le novità AMP.

ricerca vocale e seo

Le intelligenze artificiali ti ruberanno il lavoro?

L’intelligenza artificiale applicata ai motori di ricerca è un’aspetto molto delicato, si veda ad esempio RankBrain. Tutto quello che è AI non rivoluzionerà il Search Engine ma lo renderà più attivo e in grado di comprendere meglio le necessità degli utenti e dare risposte ai bisogni. Grazie all’intelligenza artificiale e sistemi di apprendimento automatico (nulla di nuovo, esistono da decenni…) potremmo vedere un nuovo approccio alla SEO.

Ovviamente ci vorrà tempo ma RankBrain è stato un primo tassello verso tale direzione.

Per chi fosse curioso qui potete trovare alcuni esempi di AI.

juri zaech

10 creativi che devi seguire su Behance

Con quasi 30 milioni di portfolio visualizzati nell’ultimo mese, Behance si sta affermando sempre più come punto di riferimento per i creativi digitali.

Fonte d’ispirazione e inesauribile pozzo di idee, il network di Behance ospita i lavori dei migliori graphic designer e studi di grafica presenti sul mercato.

Sei nuovo su questa piattaforma e non sai come orientarti? Niente paura: abbiamo selezionato i 10 creativi che devi assolutamente tenere d’occhio su Behance. Iniziamo subito.

1 – Andrew Fairclough

andrew fairclough

Insider Guides

Illustratore autodidatta, Andrew Fairclough vive e lavora a Sidney. Nel suo portfolio tante collaborazioni prestigiose con brand del calibro di GQ, American Express e Jack Daniel’s.

Il tratto distintivo dei suoi lavori è lo stile un po’ retrò, ispirato alle illustrazioni anni ’50, con una spiccata inclinazione verso l’arte comica.

2 – Jury Zaech

juri zaech

Write a bike

Di origine svizzera, l’art director Jury Zaech vive e lavora a Parigi. I suoi progetti si ispirano principalmente all’arte tipografica, di cui è un grande amatore.

3 – Minga Firm

minga firm

WTF? Series

Con una base a Buenos Aires e un team multidisciplinare,  la Minga Firm si definisce come un vero e proprio laboratorio di idee. La caratteristica delle loro opere? L’irresistibile e spudorata irriverenza.

4 – Nicole Martinez

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Music + Lyrics

L’art director Nicole Martinez vive e lavora a Boston, negli Stati Uniti. I protagonisti dei suoi progetti creativi sono le icone della cultura pop, così come simpatici personaggi dall’animo nerd.

5 – Rob Pratt

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Jungle

Vincitore di otto premi al Graphis Logo Design del 2011, Rob Pratt collabora attualmente con lo studio Brand & Deliver di Shoreditch (Londra). Tra i suoi clienti, Samsung, Tre, Playboy e IMG.

Nel suo portfolio tanti biglietti da visita, opuscoli e pieghevoli dal gusto molto innovativo.

6 – Kronk

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Wired Machines

Graphic designer e progettista di giocattoli, Kronk ha sede a Cape Town, in Sud Africa. I suoi lavori sono un’esplosione unica di colore, associati ad uno taglio comico ed eccentrico.

7 – Yurko Gutsulyak

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Trash Calendar

Yurko Gutsulyak lavora nel campo della progettazione grafica da più di 10 anni. Grazie alla sua esperienza ha aperto uno studio di creativi con sede a Kiev, in Ucraina.

Ad arricchire la sua carriera una serie di importanti riconoscimenti tra cui l’Epica Awards, il Golden Drum, l’European Design e il Martello d’oro.

8 – Petros Afshar

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Halloween Tribute

Dal DNA londinese, Petros Afshar è specializzato in progettazione grafica, tipografia, illustrazioni e logo design.

Ha collaborato con aziende di rilevanza internazionale come Microsoft, Nike, Red Bull, Puma, Adidas, Hugo Boss, Verizon e O’Neill.

9 – Andreea Niculae

andreea niculae

Un volto abbastanza nuovo su Behance, ma di sicuro ricco di potenziale: Andreea Niculae ha già catturato la nostra attenzione.

Con base a Worchester, nel Regno Unito, Andreea ha collaborato in diversi progetti, tra cui un discreto numero di copertine di Penguin.

10 – Jessica Walsh

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Computer Arts Cover

Jessica Walsh è una designer molto nota nell’ambito della progettazione grafica. I lavori di questa creativa newyorkese sono stati trattati in diversi libri e riviste e hanno vinto prestigiosi riconoscimenti di respiro internazionale.

Apple Pay in Italia: l’inizio di un nuovo salto tecnologico

Dal 2014 il sistema di pagamento firmato Apple si è diffuso velocemente in numerosi paesi come: Francia, Regno Unito, Russia, Singapore, Spagna, Cina ecc. E circa una settimana fa l’annuncio tanto atteso: Apple Pay sarà ben presto attivo anche in Italia.

Ma di cosa si tratta? E cosa cambierà concretamente? Si tratta di poter utilizzare, negli esercizi commerciali fisici, lo smartphone per effettuare il pagamento di un qualunque acquisto.

Una novità che certamente migliorerà non di poco un settore già in forte estensione e sviluppo: il Mobile Payment.

Perché così tanta attenzione vero il Mobile Payment?

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L’osservatorio di Politecnico di Milano conferma una tendenza fortemente evidente: la crescita dei pagamenti mediante smartphone.

Solo nel 2016 si è registrata una crescita del 63% nell’utilizzo di tecnologie mobili per effettuare pagamenti e circa 3,9 miliardi di euro le transazioni monetarie registrate utilizzando innumerevoli strumenti quali:

  • Qr code;
  • NFC;
  • Acquisti in App;
  • Acquisti in Mobile Web.

Un buon +10% rispetto al 2015. Una vera e propria innovazione che non accenna a fermarsi soprattutto nei settori dei trasporti pubblici (in particolar modo nel campo della sharing economy) e degli acquisti online con ritiro in negozio.
Questi sono solo alcuni dei dati che hanno attirato l’attenzione e l’interesse delle over the top bancarie nell’introduzione dell’Apple Pay (e similari) nei mercati nazionali ed internazionali.

Valeria Portale, esperta di Mobile Payment, ha difatti dichiarato che:

“Il Mobile Proximity Payment è ancora all’inizio e con il recentissimo annuncio dell’arrivo di Apple Pay anche in Italia, crediamo che nei prossimi anni potrà crescere rapidamente.”

Unicredit: l’inizio del cambiamento

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Il servizio Apple Pay funzionerà quasi esclusivamente nei negozi non virtuali. Nei pagamenti di tutti i giorni ci permetterà di effettuare il pagamento avvicinando semplicemente lo smartphone (ma anche lo smartwatch) al POS ed effettuando la conferma della transizione mediante il sensore biometrico del terminale.

Unicredit sarà tra i primi istituti bancari italiani ad offrire questa tipologia di servizio: qualche giorno fa, i suoi clienti hanno ricevuto conferma dell’attivazione del servizio nelle prossime settimane: “Apple Pay è l’innovativa modalità che ti permetterà di pagare con le tue carte UniCredit in modo semplice, veloce e sicuro. Con un tocco.”

 

Futuri scenari e conseguenze del Mobile Payment

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Nei prossimi mesi sarà molto probabile vedere un profondo cambiamento della situazione attuale: possiamo già immaginare che i più importanti servizi bancari si occuperanno di implementare le nuove tecnologie dedicate al mobile payment, offrendo diverse proposte ai consumatori.

Al momento però il settore tech si confronta con un panorama variopinto di problematiche e di contraddizioni :

  • gli operatori telefonici, impegnati a mantenere alto l’interesse dei consumatori minato dai nuovi sistemi di comunicazione offerti dalla rete;
  • i produttori di smartphone preoccupati di prevedere ed anticipare le esigenze del mercato del tech;
  • i fornitori di sistemi operativi mobili che dovranno lavorare alla scrittura dei nuovi sistemi di Mobile Payment.

Una vera e propria rivoluzione che avrà come unico filo conduttore l’NFC (Near Field Communication) e che ci condurrà ad una profonda modifica del panorama odierno, sia in ambito tecnologico che in ambito bancario. Un sistema che pian piano prenderà forma a colpi di offerte, trattative e novità.

 

Quanti anni hanno gli utenti di Snapchat?

Che si parli di aziende o di uso personale una cosa è certa: Snapchat non è (ancora) così popolare quanto Facebook o Instagram. Analizzando demograficamente i suoi user ci accorgiamo però di un dato non proprio irrilevante, ossia che è per eccellenza il social network preferito dalle nuove generazioni.

Quello generazionale non è esattamente un dato da ignorare vista la recente quotazione in borsa di Snap Inc. che ha permesso la divulgazione di dati rilevanti sull’andamento dell’azienda esponendo la medesima sotto l’occhio critico dei suoi competitor.

LEGGI ANCHE: Snapchat: gli scenari futuri dopo il debutto in Borsa

Un social network per giovanissimi

Con 158 milioni di persone che accedono al social quotidianamente per guardare i loro Snap o Stories preferiti tra gli 8 milioni di video pubblicati ogni giorno e grazie alla capacità di racchiudere la narrazione in un contenitore accattivante, autentico e breve, Snapchat è diventata la piattaforma social più interessante del 2017.

Ma quanti anni hanno i suoi user? Relativamente pochi se comparati alla media dei suoi competitor che tende a confermare come Facebook sia ormai un social network “adulto”. Secondo i dati riportati dallo Statistic Portal (relativi a un’analisi su territorio statunitense) risulta da subito chiara la distribuzione demografica dell’utilizzo di Snapchat.

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Fonte: statista.com

Il 60% degli user ha un’età compresa tra i 13 e i 24 anni. Secondo l’ormai diffusa e discutibile consuetudine che tende a raggruppare i nati da dopo il 1980 e oggi in due uniche macro generazioni Y e Z (rispettivamente Millennials e Post-Millennials o iGen), possiamo affermare che Snapchat ha sicuramente conquistato gli adolescenti e molti post-adolescenti incuriositi dal fenomeno.

Un dato rilevante che permette di dividere una tanto grande fetta generazionale attraverso un particolare avvenimento c’è, ed è l’avvento di Internet. Le generazioni che hanno conosciuto l’arrivo del World Wide Web attraverso il suono stonato del modem 56k o hanno frequentato le scuole superiori quando Facebook non esisteva hanno un gap notevole da dover colmare rispetto alla nuova generazione cresciuta a pane e social media.

Ma come la mettiamo col fatto che più della metà dei nuovi iscritti ha già compiuto 25 anni? Dal momento che la penetrazione del fenomeno tra le generazioni più adulte sta crescendo la storia può cambiare molto velocemente. E la penetrazione è globale e non solo un fenomeno americano vista la quantità consistente di nazioni europee nella Top 10 che vede l’Irlanda al primo posto.

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Fonte: statista.com

Non solo un fenomeno generazionale ma anche di genere

Già da uno studio dell’Università di Harvard del 2015 i dati sulla distribuzione degli user di Snapchat in base al genere erano chiari e possono essere confermati: il social network sembra andare per la maggiore tra le ragazze. E non di poco visto che rappresentano il 70% degli user attivi di cui il 42% con un’età compresa tra i 18 e i 29 anni e i numeri non sono destinati a decrescere.

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Ma perché Snapchat piace così tanto alle ragazze? Alcune trovano che rappresenti semplicemente un modo nuovo e soprattutto divertente di comunicare: è come un Instagram che ti permette di essere “stramba” ma solo per 24 ore, dopodiché nessuno rivedrà mai quel contenuto.

Alcune danno certamente sfogo al narcisismo altre invece amano il nonsense totalmente randomico che lascia spazio alla creatività, e altre, secondo rumors, lo trovano perfetto per ottenere appuntamenti o addirittura semplicemente per un sano sexting.

E l’Italia dov’è? Apparentemente allineata ai dati anagrafici ma non a quelli di genere visto che la percentuale del pubblico femminile su Snapchat scende al 40%. Ancora troppo legate a Facebook, o forse solo più scettiche?

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Un dato è chiaro: probabilemnte Snapchat sta iniziando a non essere più soltanto un fenomeno generazionale né rappresenta solo una moda destinata a sparire. Anzi, è grazie a un bacino di utenti così giovane e dinamico che sta riuscendo in tempi record a far migrare aziende e brand verso un nuovo modo di fare marketing.

E voi siete solo adulti curiosi o già esperti di Stories? E soprattutto, quanti anni avete?

Altice acquisisce Teads, il primo video advertising marketplace al mondo

L’annuncio oggi: Altice N.V. ha raggiunto un accordo per l’acquisizione di Teads, primo video advertising marketplace al mondo, con un bacino di utenza di oltre 1,2 miliardi di utenti unici, di cui 720 milioni su dispositivi mobili.

Il fatturato lordo di Teads è cresciuto del 44% nel 2016, fino a 187.4 milioni di euro, ma le ragioni dell’acquisizione vanno cercate in più elementi.

Fondata nel 2011, Teads è l’ideatrice della pubblicità video outstream: i publisher lavorano con Teads per creare nuova video inventory, gestire quella già esistente e monetizzarla attraverso la propria forza vendita, la forza vendita di Teads o il programmatic buying.

Le soluzioni di native video advertising di Teads includono una serie di formati, come l’inRead, inseriti nel cuore di un contenuto editoriale, che si riproducono all’interno dell’articolo. Questo formato ha letteralmente cambiato le regole del gioco all’interno del mercato della pubblicità video online, creando livelli d’inventory premium senza precedenti.

I brand e le agenzie possono accedere a questa premium inventory, disponibile sia su desktop che su mobile, tramite programmatic o managed service. Attraverso le potenzialità del proprio managed service, il team di Teads agisce per conto dei clienti utilizzando la propria piattaforma.

Teads acquisita da Altice

Altice acquisisce Teads: le ragioni della transazione

L’acquisizione permetterà di combinare gli asset strategici di Teads e Altice in maniera del tutto complementare:

Oltre ad aver costruito un network di relazioni con 94 dei 100 principali advertiser su scala mondiale, Teads vanta partnership con oltre 500 premium publisher a livello globale e 8000 publisher verticali. Si tratta della piattaforma publisher digitale con la migliore reach globale e il centro di innovazione Ricerca & Sviluppo (Montpellier, Francia e New York, USA) è attivo con più di 100 ingegneri e programmatori.

Infine, per completare il quadro delle ragioni all base della proposta di Altice, non va dimenticato un management team fortemente imprenditoriale e con una importante forza-vendita digitale, caratterizzato da un forte profilo finanziario autonomo.

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Dalla sua parte, Altice dispone di un’ingente quantità di dati di prima parte con circa 50 milioni di utenti unici, desktop e mobile, a livello globale (dei quali più di 30 milioni appartengono a US e Francia) ed è leader di mercato in ambito analytics, grazie anche alla recente acquisizione di Audience Partners. L’unione della forza vendita pubblicitaria globale e multi-locale e l’ampio business pubblicitario internazionale, con entrate superiori a 700milioni di euro all’anno, rendono l’accordo un mix potenzialmente esplosivo per il settore dell’advertising video.

Altice fornirà ai propri clienti soluzioni data-driven basate sulle audience, attraverso piattaforme multi-screen, come TV, digital, mobile e tablet. Inoltre, fornirà una piattaforma pubblicitaria aperta e intelligente all’industria dei media, ai programmatori e ai distributori di programmazioni video multicanale.

Grazie anche alle sofisticate capacità di analisi del ritorno dell’investimento che fanno leva sui dati relativi agli utenti multiscreen, l’acquisizione colloca Altice in una posizione unica per far crescere su scala globale la propria piattaforma di advertising e per monetizzare meglio i dati derivanti dall’attività core nelle telecomunicazioni e nel business dei contenuti.

Altice acquisisce Teads

Pierre Chappaz, Executive Chairman di Teads

L’accordo da 285 milioni dovrebbe chiudersi entro la metà di quest’anno

L’acquisizione valuta Teads fino a 285 milioni di euro, al netto di cash free e debt free. Teads ha annunciato risultati record per il 2016, registrando una crescita organica delle revenue del 44% rispetto all’anno precedente.

L’acquisizione avrà un esito immediatamente accrescitivo per Altice in termini di flusso di cassa disponibile, prima di prendere in considerazione le sinergie previste e i benefici strategici della transazione.

Il prezzo d’acquisto della transazione è soggetto al raggiungimento degli obiettivi di revenue reale da parte di Teads nel 2017. Il 75% del prezzo di acquisizione sarà depositato alla chiusura dell’accordo. Il restante 25% di earn-out è soggetto alle prestazioni di Teads per quanto riguarda le revenue nel 2017 e diventerà esigibile ad inizio 2018.

Il senior management di Teads, che comprende l’Executive Chairman Pierre Chappaz e il Chief Executive Officer Bertrand Quesada, continuerà a guidare il business, acconsentendo a reinvestire una porzione significativa dei propri ricavi. Pierre Chappaz si unirà al Management Board di Altice, in qualità di responsabile di tutte le attività di advertising.

La chiusura dell’accordo, soggetto a una competition review, è prevista per metà 2017.

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Chatbot, customer care e social media: cosa ne pensano i consumatori?

Software substitution, whether it’s for drivers or waiters or nurses […] it’s progressing. Technology over time will reduce demand for jobs, particularly at the lower end of skill set. […] 20 years from now, labor demand for lots of skill sets will be substantially lower. I don’t think people have that in their mental model.

Già nel “lontano” marzo 2014 Bill Gates pronunciava queste parole durante un intervento presso l’American Enterprise Institute, e negli ultimi tre anni sono stati fatti passi da gigante nel campo dell’Intelligenza Artificiale, in particolare in tema BOT e IPAs.

Il 2017 sembra essere l’anno dei chatbot, uno strumento dalle infinite potenzialità in grado di aiutare il brand ad instaurare una relazione one-to-one con l’utente; quando esso viene creato, infatti, può essere personalizzato ed adattato a seconda delle esigenze dell’azienda, al target di riferimento, ai bisogni del consumatore, etc.

Alcuni esempi di utilizzo?

  • rispondere alle domande degli utenti rispetto a un determinato servizio o prodotto, in supporto al customer service;
  • incentivare le vendite indirizzando il traffico allo shop online;
  • gestire in modo più fluente e rapido gli ordini già presi in carico;
  • fornire entertainment content all’utente.

A favore delle chatbot anche il dato raccolto dal report “The Chatbot Explainer” pubblicato da BI Intelligence; le quattro messagging apps più utilizzate (WhatsApp, Facebook Messenger, WeChat e Viber) hanno superato i quattro top social network (Facebook, Instagram, Twitter e Snapchat) in termini di utenti attivi al mese: 3 miliardi contro 2,7 miliardi, rispettivamente.

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Bene, abbiamo capito quanto i chatbot siano importanti e utili per i brand, ma proviamo ad affrontare il tema dal punto di vista degli utenti: cosa ne pensano realmente i consumatori?

Secondo uno studio condotto a febbraio negli USA da Retale (Consulting Company specializzata in mobile shopping & advertising), circa il 60% dei Millennials intervistati utilizza con frequenza i chatbot, e si definiscono early adopters; tra questi, il 67% acquisterebbe un prodotto o un servizio tramite questo tool.

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Non sorprende affatto che siano i Millennials gli utenti che utilizzano maggiormente i chatbot: essi infatti sono la generazione più connessa (secondo ReportLinker il 66% controlla il proprio smartphone ancor prima uscire dalle coperte la mattina – ammettilo! Lo fai anche tu -) e quindi raggiungibile più facilmente attraverso applicazioni di messaggistica istantanea.

Ma il mondo dei chatbot non è così perfetto, in quanto persiste una forte preoccupazione da parte degli utenti sui temi della sicurezza e della privacy: il 55% degli intervistati infatti suggerisce di lavorare e implementare nuove tecniche per migliorare questo aspetto, sempre particolarmente spinoso quando si parla di digital & social media.

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E tu, hai già interagito in prima persona con i chatbot? Cosa ne pensi?

La costruzione dell’identità online per fashion blogger: il caso Chiara Ferragni

Gli influencer, più di ogni altra persona e personalità, esercitano ai livelli più alti una consapevole (o meno) costruzione della propria identità digitale, ovvero lavorano alla propria auto-rappresentazione online. Non si tratta di qualcosa di oscuro e demoniaco, ma di quello che l’essere umano fa dall’alba dei tempi, si tratta del riadattamento dell’auto-concezione dell’uomo all’interno del contesto greco di Socrate e Platone. Semplicemente in un nuovo luogo, cioè online.

Chiara Ferragni ha raggiunto il successo con il suo blog di moda,The Blonde Salad, ma ha raggiunto la notorietà grazie al suo account Instagram. Non appare un caso, infatti, che l’account Instagram del blog @theblondesalad abbia 403 mila follower, mentre il canale personale @chiaraferragni ne ha ben 11 milioni (anche se qualcuno ci ha fatto notare che quest’ultimo esiste da molti più anni). *

In che modo Chiara Ferragni ha strutturato la propria identità digitale?

ferragni_influencer

Effortlessly chic

Alla base dell’identità digitale di Chiara – facciamo un inciso, stiamo parlando di identità digitale che coincide “più o meno” con l’identità sociale, differente e non del tutto sovrapponibile, con quella personale – c’è quella che i brand e le istituzioni definiscono generalmente mission. Stiamo parlando del cuore pulsante del fenomeno Chiara, quel punto da cui tutti i fashion blogger (e non solo) dovrebbero partire. Cosa comunico io? Chi sono?

“I used to mix and match Chanel bags with Zara or H&M clothes. My followers always liked this becaus they could see how cool a cheap sweater can look when you wear t well. It was something they could relate to“.

In questa citazione di Chiara Ferragni è racchiuso il core message: la sua identità digitale si costruisce intorno alla scoperta rivoluzionaria che il mondo del fashion poteva essere economico, alla portata di tutti. Questa cosa – che adesso appare scontata, nel 2008 non lo era affatto. Ai lettori piace l’idea di potersi, finalmente, permettere il look che vedono vestire dai propri idoli. La Ferragni è diventata la portavoce di una complessa rivoluzione copernicana del fashion: negli anni 2000 noi nerd indossavamo le Converse sotto gli sguardi perplessi e denigratori dei ragazzi cool della scuola, che ricercavano le scarpe con il più alto tasso di estensione di logo sui tessuti. Adesso le cheerleader abbinano la loro Cèline alle old school della Vans. Merito della Ferragni.

Good morning Los Angeles in my @cluse watch #cluse #clusewatches

Un post condiviso da Chiara Ferragni (@chiaraferragni) in data: 16 Mar 2017 alle ore 07:36 PDT

Me, myself and I

Chiara Ferragni è l’assoluta affermazione dell’individualizzazione dell’identità digitale. Nello schema di Propp estrapolato dallo studio delle narrazioni fiabesche emergeva come nelle narrazioni – tutte le narrazioni, da una foto a un testo – intorno all’eroe si sviluppano una lunga serie di altri personaggi: l’antagonista, l’aiutante, gli oppositori etc etc. Nella narrazione dell’identità digitale della fashion blogger invece appare esserci spazio solo per l’eroe circondato, al massimo, da qualche aiutante.

Questo cosa significa? Che l’intero flusso della narrazione è Chiara Ferragni: chi è, cosa mette, cosa fa. Non ci sono sfide, non ci sono malumori, non ci sono draghi nè streghe cattive, al contrario di come può essere nella narrazione dell’identità digitale di Steve Jobs o di Donald Trump o di Bebe Vio. In questo senso Chiara Ferragni è disciplinatissima nel mantenere fede alla promessa fatta ai lettori: qui si parla di moda, della mia idea di moda. La blogger ha capito che i valori sono divisivi e le emozioni lo sono ancora di più, quindi sperimenta un nuovo tipo di narrazione universale: una narrazione senza contenuti esterni, ma solo della propria identità digitale as it.

My tshirt explains everything you’ll ever find on my Instagram page ??

Un post condiviso da Chiara Ferragni (@chiaraferragni) in data: 21 Gen 2017 alle ore 05:08 PST

Il sogno americano dentro lo stile di vita italiano

Abbiamo detto che l’identità digitale di Chiara Ferragni si basa sull’essere “a portata di mano”, affordable, in uno stile perfettamente italiano che trova la sua “realizzazione” semantica nel grande sogno americano. In altre parole la realizzazione di quel sogno che consente a chiunque, anche alla ragazza della porta accanto, di essere invitata ai party più esclusivi e ad avere un posto in prima fila alle sfilate più importanti.

Come può quindi coniugare l’essere parte di un mondo tanto sofisticato ed elitario con quello stile che l’ha resa un punto di riferimento per milioni di follower? Chiara costruisce con grande sapienza questa narrazione digitale attraverso una condivisione di contenuti meno glamour rispetto allo standard dell’account. Quando va ad una sfilata, o a un concerto, non vediamo più le foto chiaramente realizzate da fotografi e videomaker, ma la saggia Chiara realizza dei selfie o utilizza le fotografie realizzate dalla stampa e dai fan. Insomma, fa quello che farebbe ognuno di noi, a modo suo.

?? #ItalianDays

Un post condiviso da Chiara Ferragni (@chiaraferragni) in data: 18 Gen 2017 alle ore 05:24 PST

Sex in the lounge

Nell’ultimo periodo Chiara Ferragni is in love. Vera o meno che sia la sua storia d’amore con Fedez, è un dato di fatto che nasce in un momento in cui c’è stato una sensibile disaffezione da parte dei suoi follower italiani in un periodo in cui la notorietà online di Fedez era alta. Inoltre, Fedez stava ridisegnando la propria identità digitale cercando di arginare alcune “problematiche” sorte intorno a quest’ultima.

Chiara ha sempre avuto fidanzati in qualche modo legati direttamente al suo business. Con Fedez, invece, Chiara ha compiuto la sua narrazione online: da blogger a imprenditrice, in un rapporto paritario con un altro influencer che opera in un settore parallelo al suo, ma diverso. Quest’aspetto dell’identità digitale di Chiara piace molto al suo pubblico tanto che nella top 3 dei contenuti con un più alto tasso di engagement ci sono solo foto con Fedez.

La morale? Chiara Ferragni ci sta vendendo la più bella storia d’amore digitale dai tempi di Lady D. Solo che adesso non c’è più un’umile donna che si relaziona al potente: ma una donna potente con un uomo che lo è meno. She is the boss.

In my mind #Ravioli

Un post condiviso da Chiara Ferragni (@chiaraferragni) in data: 12 Mar 2017 alle ore 03:46 PDT

* I dati riguardo il numero di followers sono stati aggiornati il 17/11/2017

Deep Web e Dark Web: l’altra faccia del Web che conosci

Nella mio precedente articolo, Deep Web e Dark Web: l’altra faccia del web che conosci – Parte 1, ti avevo promesso che sarei andato oltre il Deep Web, per spiegarti un ulteriore pezzo di mondo molto poco esplorato, il Dark Web.

Procediamo subito!

Il Dark Web: non accessibile, non indicizzato e .. occhio alla penna!

Andiamo avanti nel Layer Cake e continuiamo a scendere. Troviamo il Dark Web, un ulteriore sottoinsieme del Deep Web.

Abbiamo detto che per accedere al vero Dark Web un browser qualsiasi non basta. E anche in questo caso occorre fare un ulteriore distinguo, tra la maggior parte dei contenuti e servizi che sono accessibili solo attraverso particolari  browser o software (TOR e affini, o collegamenti VPN – Virtual Private Network) oppure, se vuoi veramente scendere il più in basso possibile ed accedere al altri contenuti, tramite altri strumenti.

In quest’ultimo caso inizia a fare veramente caldo, perché spaziamo dalle macchine virtuali apposite fino ad arrivare a parlare del mitico “Closed Shell System“, del quale ti parlerò più avanti.

Ma procediamo con ordine e partiamo dal primo e più famoso protagonista del Dark Web: TOR.

Onionland e il maglio di TOR, il fratello oscuro di Firefox

La pagina del progetto TOR

La pagina del progetto TOR

Quando si parla di TOR si pensa immediatamente al “fratello oscuro di Firefox”, ovvero ad un browser web che ci permette di navigare nel Dark Web senza lasciare tracce. Sappi che la mia personalissima considerazione è “Ma anche no!”.

Iniziamo disambiguando. TOR è l’acronimo di “The Onion Router” che non è un browser, ma un sistema di comunicazione internet basato su uno specifico protocollo di comunicazione. Ad esempio, l’http (Hyper Text Transfer Protocol, protocollo di trasferimento di un ipertesto) è quell’insieme di regole e funzioni di comunicazione che è alla base del sistema con cui determinati tipi di informazioni sul web vengono trasmesse, nella fattispecie tra il nostro browser e il server web dell’hosting in cui è ospitato il sito che vogliamo visitare.

Di protocolli ce ne sono un sacco, sono regolamentati in dettaglio da appositi enti, ed è grazie a loro che le macchine riescono a dialogare tra loro.

L’onion routing è un protocollo in cui i dati (ad esempio quelli di navigazione, ma non solo) non girano “in chiaro” per la rete, ma vengono a monte incapsulati in vari strati di crittografia, da cui l’immagine della cipolla. Inoltre, non seguono le vie canoniche di tutti i dati, ma passano attraverso specifici nodi, i così detti onion router, che man mano “sbucciano” la cipolla (ovvero rimuovono uno strato di crittografia) fino alla consegna finale del pacchetto/messaggio/richiesta.

Complicato? No. Pensa alle matriosche. Il mio obiettivo è vedere il contenuto di un determinato sito. Questa mia richiesta non viene spedita immediatamente e in chiaro, ma viene prima creata “una matriosca”.

L’informazione è quindi presa e messa in una serie di scatole sempre diverse, fino ad arrivare all’ultima. Sul retro dell’ultima, è scritto l’indirizzo del primo destinatario (nodo). Solo a questo punto viene inviata. Il primo nodo destinatario la riceve, la apre decrittandola, e trova un’altra matriosca su cui è scritto un destinatario cui inviarla. A questo punto il nodo si limita a inviare la matriosca al nodo successivo.

Quindi, il nodo ricevente non ha nessuna idea e possibilità di leggere quello che è il messaggio originale (ovvero la mia richiesta: “fammi vedere il contenuto di quel sito”), e agisce come un passacarte, conoscendo solo l’indirizzo del nodo mittente da cui riceve la matriosca e quello del nodo successivo cui spedirla. Quindi, la mia richiesta parte e viene “sbucciata” man mano e inoltrata fino a che non arriva a destinazione.

onion routin

Un esempio di come funziona l’onion routing.

Ovviamente, la risposta alla mia domanda mi verrà data seguendo lo stesso algoritmo. L’obiettivo di tutto questo è rendere il più possibile private le comunicazioni, aumentando il livello di privacy e rendendo il tutto difficilmente intercettabile e oggetto di monitoraggio (cosa comunque non impossibile; pensa all’operazione Babylon).

Capito questo, il resto è facile. TOR Browser non è altro che una versione del browser Firefox opportunamente modificata per poter accedere a siti il cui primo livello è .onion, inaccessibili quindi da un comune web browser.

A prima vista, pare tutto molto semplice; si cerca un programma, lo si scarica e installa (o si usa la versione stand-alone), questo programma crea automaticamente delle connessioni e dei pacchetti criptati che instradano il mio traffico di navigazione attraverso vari nodi, e tutto questo mi permette di navigare in modo anonimo e frugare in giro in una parte dichiaratamente poco limpida della rete.

Come funziona la crittografia onion

Come funziona la crittografia onion.

Voglio che il messaggio sia estremamente chiaro e semplice, per evitare fraintendimenti: “Don’t try this at home”, ma nemmeno in ufficio, o a casa dell’amico, o dall’Internet Point dell’albergo.

Ovviamente, questo è solo uno degli strumenti di accesso, per la sola navigazione. Ci sono poi anche servizi analoghi per la chat (TORchat) e per la posta elettronica come SIGAINT, che ultimamente pare abbia avuto qualche problemino di raggiungibilità (se vuoi approfondire, puoi leggere l’ultimo articolo in merito su Securityaffairs).

Ma come trovo quello che cerco?

Abbiamo detto che il Dark Web non è indicizzato. E allora come faccio io a trovare quello che cerco? Beh, facile, in due modi:

  • Tramite pagine apposite “di aggregazione”: ovvero pagine che contengono uno spataffio di collegamenti a siti, correlati da una breve descrizione dell’argomento trattato. Sono generalmente spartane, fatte a mano e non sempre aggiornate.
  • Tramite i “Deep and Dark Web Search Engines“: che ti credevi? Che non esistessero i motori di ricerca? Certo, ci sono anche loro, ovviamente (Onion.City, Onion.to, Not Evil, giusto per citare qualche esempio).

Anonimato? Si, grazie. Trucchi, parrucchi e note di stile.

Ovviamente i servizi basati sul protocollo TOR sono tra i più gettonati, ma non sono gli unici. A supporto si trovano cataste di altri escamotage per cercare di lasciare il minor numero possibile di tracce in giro. Lasciando da parte roba più complessa come sistemi di crittografia o steganografia, pensa solo a tutti i servizi temporanei, il cui contenuto è soggetto ad uno specifico tempo di vita prima di essere definitivamente distrutto. O anche a sistemi che permettono alle mie richieste di essere instradate per altre vie, cercando quindi di occultare la fonte da cui derivano.

  • proxy anonimi: ce ne sono a bizzeffe, a pagamento o gratis, come ad esempio anonymouse e hide.me.
  • trasferimento file temporizzato: dropfile è un classico.
  • servizi di mail temporanea: 10minutemail è solo il primo di una lista infinita.
  • servizi di web chat temporanea: unsee.cc, solo per dirne uno.
  • sistemi di “cambio base”: posso dirti “vai su www.google.com” oppure posso dirti “dmFpIHN1IHd3dy5nb29nbGUuY29t”. Non ci credi? Controlla tu stesso andando su base64decode.org

Ma non finisce qui. Venghino Signori, venghino.

deep-and-dark-table

Quello che vedi sopra è un piccolo schema riassuntivo che ti lascio per fare velocemente il punto dei concetti base che ho cercato di spiegarti.

Ma non penserai mica che è finita qui? Assolutamente no, possiamo andare ancora avanti, e scendere ulteriormente. Ci sono ancora altri livelli e un sacco di considerazioni tecniche e non da fare in merito. Te lo racconto tutte nella prossima parte.

Mi raccomando, stay turned.