Week in Social: Facebook ci ascolta di nascosto e Twitter gonfia i numeri

Rieccoci con il consueto e rassicurante appuntamento con la nostra rubrica preferita, in cui raccogliamo per voi le novità più succose della settimana per quanto riguarda il mondo del social. Mettetevi comodi, si va a cominciare con un nuovo numero di Week In Social!

Facebook e la trasparenza politica

Ricordate lo scandalo che riguardò le elezioni USA del 2016? Un vero e proprio esercito di troll russi acquistò ADS, attraverso una rete di account falsi, mettendo in atto un’inarrestabile azione di propaganda politica.

Si trattò di un “information operation” durante la quale i dibattiti pubblico ed elettorale furono contaminati in questa operazione attraverso la società russa “Internet Research Agency”.

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Ma torniamo a noi e al presente: al fine di evitare simili avvenimenti, il nostro Zuckerberg ha optato per la trasparenza. Come? Semplicissimo: gli utenti di Facebook avranno la possibilità di visualizzare i post a pagamento di una pagina.

LEGGI ANCHE: Facebook Privacy Checkup: la verifica finale della visibilità dei post

Il presidente degli annunci pubblicitari di Facebook, Rob Goldman, ha annunciato sul blog del noto social che i primi test di questa funzione saranno effettuati dal mese prossimo, quando comparirà un nuovo bottone in ogni pagina: «Visualizza gli annunci».

Qual è il commento di Luca La Mesa, top teacher di Ninja Academy e docente del Social Media Live Program?

Le ripercussioni di questa novità saranno molto interessanti non solo in ambito politico quanto per ciò che riguarda lo studio della concorrenza di tutte le pagine. Nei test attuali permettono di vedere solo le pubblicità attive per cui può avere senso monitorare regolarmente e archiviare quelle di interesse prima che non siano più disponibili.“.

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Facebook ci ascolta? Si, no, boh.

Ultimamente si sono scatenate voci contrastanti circa la capacità di Facebook di registrare e usare le conversazioni private degli utenti, grazie a un sofisticato sistema di riconoscimento vocale, a fini pubblicitari.

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Avete presente quanto i Police cantavano “Every Breath you take”? Ebbene, Facebook potrebbe sostituirsi al fascinoso Sting e rubare i nostri “respiri” per fini pubblicitari. A chi non è mai capitato di parlare di una determinata cosa con qualcuno e di vedere poi delle sponsorizzate a riguardo sulla propria Homepage?

Secondo alcune teorie, Facebook è dotato di un software di riconoscimento vocale in grado di registrare le conversazioni e individuare parole chiave da utilizzare a scopo pubblicitario. Inquietante, vero? Quasi quanto la canzone dei Police.

Ma alla fine, Facebook ci ascolta e registra, si o no? La risposta è Ni (e solo negli USA). Nella sezione sulla privacy che bisogna accettare nel momento dell’iscrizione su Facebook, c’è scritto, fra le tante cose, questo:

Facebook registra le conversazioni quando individua i contenuti che sto ascoltando o guardando? No, non registriamo le tue conversazioni. Quando scrivi un aggiornamento di stato, usiamo il tuo microfono solo per individuare i contenuti che stai ascoltando o guardando in base alla musica e ai programmi TV che siamo in grado di identificare. Nota: al momento, questa funzione è disponibile solo negli Stati Uniti.

Fine. Tutto qua. Ma, se volessi dormire sonni più sereni, nel dubbio puoi disattivare l’accesso di Facebook al microfono. Per farlo vai su Impostazioni, quindi su Privacy ed infine su Microfono. Ora nessuno potrà ascoltarti. In tutti i sensi però, disabilitando il microfono saranno muti anche i video che registrerai con Facebook Live.

Anche su questo Luca La Mesa ha voluto dirci la sua: “È un tema che torna ciclicamente da anni. Abbiamo in passato documentato dei test che la stessa Facebook ha confermato essere accaduti nel mercato americano, solo quando la app Facebook da mobile era aperta. Il microfono non “ascoltava” le conversazioni ma ascoltava le singole parole per capire se erano presenti nel loro database. Tecnicamente è come il match che fa Shazam sulle tracce audio delle canzoni. È fondamentale però affrontare questi temi sempre con massima trasparenza poiché la privacy sarà un tema sempre più caldo nei prossimi anni. Facebook ha ribadito il suo forte impegno sulla sicurezza e sulla trasparenza per cui mi aspetto che in futuro saranno sempre più note le tecniche che realmente usano per profilarci rispetto ad altre che sono solo leggende metropolitane.”

Twitter, il Social dei grandi numeri. Gonfiati.

Non sono voci di corridoio: stavolta Twitter si cosparge il capo di cenere e ammette di aver gonfiato i numeri sugli utenti negli ultimi tre anni, includendo nel calcolo anche chi non doveva esservi compreso.

Nonostante tutto, mentre Snapchat mangia terreno e Twitter rischia di perderlo a causa di questo brutto scivolone: i risultati trimestrali superano le attese e la prospettiva del primo utile in 11 anni mettono le ali al titolo in Borsa, e il social pennuto guadagna oltre il 14%.

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Dopo il mea culpa, Twitter ha deciso di rimuovere dalle sue piattaforme le inserzioni pubblicitarie delle società russe RT e Sputnik, poiché ritenute dalle autorità americane uno dei mezzi di propaganda internazionale del Cremlino.

Per la serie: “Lasciamoci tutto alle spalle e voliamo oltre”.

Instagram sperimenta la funzione Stop Motion

Inarrestabile Instagram, ne sa una più del diavolo! Stavolta c’è in cantiere una nuova funzione: “Stop Motion”, ovvero uno strumento che permette di scattare diverse foto e convertirle in un’unica GIF animata da condividere all’interno delle Storie.

LEGGI ANCHE: Instagram, 4 idee creative per coinvolgere i followers con i sondaggi

Con Stop Motion non sarà possibile modificare le singole foto ma solo la GIF finale. Per farlo, saranno a disposizione i consueti strumenti di editing come testi e adesivi.

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Trattandosi di uno strumento ancora da sperimentare, sappiamo che Instagram ne valuterà i risultati con dei test. Perciò non entrare nel panico se dovessi vedere questa funzione attiva per qualcuno ma non per te.

E anche per oggi è tutto con Week in Social, a venerdì prossimo!

Spoiler: le foto del prossimo (costosissimo) spot TIM targato Star Wars

Se qualche giorno fa qualcuno si fosse trovato a passeggiare nella notte a Roma avrebbe notato una insolita nevicata dalle parti di Piazza Navona. Tant’è che qualcuno si è anche chiesto su Twitter (hashtag #PiazzaNavona) cosa stesse succedendo, prima di capire che si trattava di un set allestito da TIM per le riprese del suo nuovo (e super segreto) spot Tv.

Quella neve, insolita, era un effetto speciale, degno di un colossal cinematografico. E di questo si è trattato: i protagonisti della nuova campagna sono infatti i personaggi della Saga di Star Wars, il cui prossimo capitolo uscirà nelle sale italiane a dicembre.

Il ballerino della TIM e le guerre stellari

Seppur nella più totale segretezza e nonostante l’altissimo livello di sorveglianza, siamo riusciti ad intrufolare dei Ninja sul set e abbiamo rubato alcune immagini esclusive.

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Serve ancora spendere tantissimi soldi per fare pubblicità?

Vedere da vicino tutto quello spiegamento di forze fa immaginare un altrettanto rilevante impiego di risorse, probabilmente a sei zeri. In tal senso non ci sono né conferme né smentite da parte di Tim.

Ci sarà tempo, forse, nell’era delle webstar, dei social e dell’esaltazione dell’effimero, per una riflessione sul senso di queste operazioni, e su quanto possa sembrare anacronistico che un brand metta a budget prodotti di questa portata.
Evidentemente la qualità, ancora, premia.

Abbiamo sbagliato, gli influser non esistono (o forse non ve li abbiamo presentati bene)

Inutile girarci intorno, abbiamo sbagliato. Come altri prima, tra cui Radio24, Vanity Fair, GQ e Panorama, ma per questo non meno colpevoli, anche noi abbiamo ripreso un termine senza approfondire la sua origine. Insomma, abbiamo fatto un errore da principianti e per questo chiediamo scusa.

“Influser”: perché abbiamo sbagliato

Il primo errore che abbiamo fatto è stato utilizzare un termine, influser, che non viene dal marketing ma da una geniale trovata – dobbiamo proprio ammetterlo, visto che ci siamo cascati anche noi – di un’agenzia milanese (Influse) che ha coniato questo termine e l’ha utilizzato per parlare di micro-influencer.

Il secondo errore, più grave, è stato non spiegarvi da dove questa figura ha origine ma limitarci ad un accenno veloce in un post che di per sé non aggiungeva nulla.

L’influencer della porta accanto

Già nel 2000, Seth Godin nel suo Unleashing the Ideavirus introduce il concetto di sneezer, una persona che quando parla viene ascoltata e a cui soprattutto viene dato credito. Sono gli early adopter delle idee, quelli che sperimentano per primi e discutono della validità delle idee altrui, diventando poi potenti veicoli di trasmissione.

Seth Godin li classifica in due categorie: promiscuous sneezer e powerful sneezer. I primi hanno una carica inferiore e sono motivati dal denaro, diventando di fatto degli sponsor piuttosto che opinion leader mentre i secondi sono persone talmente potenti da generare spirito di emulazione. La cosa che rende interessante questa seconda categoria di sneezer è il fatto di non poterli “comprare” e non poter prevedere cosa potrebbe spingerli a seguire una tendenza piuttosto che un’altra. Paradossalmente, accettare di essere promotori di contenuti altrui li rende meno credibili.

«Dopo aver lasciato Yahoo!, mi sono state offerte molte opportunità che ho rifiutato» spiega Godin, parlando di se stesso. «Perché l’ho fatto? Perché non non volevo sperperare in starnuti la forza acquisita tramite il mio ultimo libro».

Con lo sviluppo del web 2.0 e dei social media gli sneezer sono diventati quelli che comunemente chiamiamo influencer e le aziende ne hanno approfittato, trasformandoli in alcuni casi in semplici testimonial, ignorando così il potere della loro influenza.

Abbiamo sbagliato, gli influser non esistono (o forse non ve li abbiamo presentati bene)

In questa visione l’influencer marketing non è altro che un tipo di pubblicità che sfrutta l’idea, da sempre esistita, che le persone emulino le scelte e le preferenze dei loro punti di riferimento. In questo non c’è nulla di male: il consumatore si fa influenzare pur capendo la differenza tra un influencer seriale che passa da una bandiera all’altra ed un personaggio che abbraccia un brand per convinzione e per coerenza con la propria professione.

Influencer marketing, i punti forti

Ricorrere alle digital PR e agli influencer incrementa l’efficacia della propria campagna marketing ed influenza concretamente anche le scelte d’acquisto dei consumatori. Grazie agli influencer, i brand sono in grado di accorciare la distanza con il loro pubblico di riferimento, mostrando il loro lato più “vero” e umano.

«Gli influencer sono una realtà, individui capaci di avere un impatto rilevante a livello di comunicazione sugli utenti e, quindi, sui brand» afferma Matteo Pogliani, autore del libro Influencer Marketing. «Figure che diventano riferimento per un network e riescono, grazie a autorevolezza e fiducia, a condizionarlo».

Abbiamo sbagliato, gli influser non esistono (o forse non ve li abbiamo presentati bene)

Nonostante quando si parli di influencer la mente corra subito ai top blogger o agli instagrammer, è vero anche che tutti siamo potenzialmente in grado di generare influenza e diventare un riferimento per la nostra rete sociale, anche grazie all’utilizzo dei social network. Si parla quindi di micro-influencer: consumatori “evoluti”, informati, attenti alle novità e pronti a condividerle nella cerchia di contatti caratterizzati da un’audience minima ma dal fortissimo grado di credibilità, capaci di generare fiducia.

Ma non è tutto, secondo una ricerca di Edelman, sono proprio le persone che sono più vicine a noi ad essere più credibili di quanto possano essere invece vip oppure figure esposte.

Abbiamo sbagliato, gli influser non esistono (o forse non ve li abbiamo presentati bene)

LEGGI ANCHE: Quando il vicino è un micro-influencer (e come capire quanto vale davvero)

Quando l’influencer marketing perde potenza

Gli influencer diventano poco credibili quando non esiste un legame tra la loro persona ed il prodotto: il potere degli influencer, infatti, funziona quando c’è un forte legame tra le capacità dell’individuo e la qualità del prodotto/servizio. Se manca questa dinamica che rende verosimile l’uso da parte dell’influencer, oppure viene meno un’affinità di target, si crea frizione. Nei social media questa dinamica viene esasperata a causa dell’elemento numerico ed alla difficoltà, da parte delle aziende, di riuscire a selezionare i micro-influencer giusti.

Quello che deriva è influencer marketing, uno strumento di per sé potentissimo, fatto male oppure improvvisato che danneggia tutto il settore. Un esempio di quest’ultima tendenza è l’utilizzo, assolutamente sbagliato, dei social come baratto: tu mi regali il prodotto ed io faccio una recensione.

Abbiamo sbagliato, gli influser non esistono (o forse non ve li abbiamo presentati bene)

In conclusione

Guardando al futuro, il marketing non potrà prescindere dall’influencer marketing inteso come strumento strategico e complesso in grado di creare sinergie che possano rendere il prodotto più “vero” ed accessibile. Non si tratta di fare pubblicità in un modo diverso, ma di comunicare in modo più efficace, ricco ed attendibile grazie alla posizione degli influencer coinvolti.

Il valore aggiunto che l’influencer marketing può portare al marketing in generale è proprio l’autenticità, strumento principe per arrivare all’utente o al consumatore.

In conclusione, non possono mancare di nuovo le nostre scuse. Ed anche la promessa per i futuro di un’attenzione costante nella ricerca e nella verifica delle fonti.

Finalmente non tutta la pubblicità ci vuole belle e stupide

Se pensiamo al primo messaggio che molto spesso veniva comunicato in una campagna pubblicitaria diversi anni fa, la prima parola che può venir in mente è perfezione.

Un prodotto veniva infatti venduto con la sola Unique Selling Proposition di farti arrivare ad essere perfetta; già, ma perfetta come moglie, madre, con una carriera, o semplicemente solo più bella?
Se scorressimo diverse campagne, e le analizzassimo in modo approfondito, scopriremmo che in realtà alle donne veniva attribuito il ruolo di rappresentante della bellezza. Senza, purtroppo, lasciar trasparire nessun altro aspetto.

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Donne giovani, spesso anche in situazioni dove il messaggio di giovinezza risultava fuorviante e distante dalla realtà, sono sempre state viste dai consumatori come ragazze con pochi valori, fragili e senza un ideale.

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Ad oggi però qualcosa è cambiato: i brand sentono la necessità, spinti anche da un cambiamento che sta avvenendo nella società, di non puntare più solo sull’aspetto fisico, ma di portare alle luce il vero potere e la vera forza delle donne.

Giovani, belle ma stupide la percezione delle donne nell'advertising

Questo nuovo fenomeno prende il nome di femvertising, strategia di marketing con l’obiettivo di coinvolgere giovani donne, online e offline, puntando sull’uguaglianza di genere e sulla vera forza delle donne, facendole sentire parte attiva del mondo di oggi.

Ricordate #Likeagirl?

Pensando a questo modello di comunicazione, il primo pensiero va alla campagna #Likeagirl di Always, brand di Procter & Gamble: svolgere un azione come una ragazza è ad oggi utilizzato come un’accezione negativa. Il brand ha scelto di ribaltare il concetto, dando coraggio e trasformando un pensiero negativo in un messaggio positivo e di speranza, con l’obiettivo di annullare gli stereotipi di genere.

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Certo, il fine ultimo di un brand è quello di vendere un prodotto ai propri consumatori, ma il mondo femminile non è più attirato nè da false promesse di bellezza nè da donne senza voce e senza ideali. Una strategia di marketing costruita per comunicare un prodotto deve abbracciare dei valori, andare più nel profondo, rappresentando le ragazze di oggi per la propria forza e traguardi raggiunti.

Le “donne di domani”

Lo stereotipo “bella e stupida” si avverte spesso fin dalla rappresentazione delle giovani donne del futuro; le bambine sono infatti tutte principesse, lontane dal mondo dei maschi dediti a scoprire, costruire, inventare.
Ricordiamo a stento campagne del passato in cui abbia visto bimbe dedite a esplorare, scoprire e avere delle idee al di là del semplice cavallo bianco.

Molti brand hanno capito che per cambiare uno stereotipo di genere bisogna partire fin dalla rappresentazione della più giovane età, quando le idee e i pensieri iniziano a formarsi. Se una bambina, infatti, si vedrà sempre ritratta come debole e senza aspirazioni, crescerà già con la consapevolezza di non essere mai abbastanza.

Un esempio concreto del mondo che cambia è Goldiebox, un brand di giocattoli per bambine, che negli ultimi anni si è distinto per le sua campagne di comunicazione distanti dalla percezione che siamo sempre stati abituati ad avere.

Per la prima volta le bambine non sono più principesse o cuoche ma delle ingegnere; studiano, costruiscono, scoprono e creano. Hanno delle idee ma soprattutto a livello di immagine sono stati utilizzati mondi, linguaggi e gesti che appartengono di più al mondo maschile.

All’inizio è strano, perchè rompe gli schemi, ma l’energia e la forza che comunicano alle giovani di donne di domani è davvero tanta.

Qualcosa dunque sta davvero cambiando nell’advertising. Le donne verranno sempre meno rappresentate (solo) per la loro bellezza.

I primi effetti (nefasti) del nuovo feed di Facebook sui media indipendenti

La bacheca di Facebook si sta preparando a un possibile nuovo cambiamento, cosa che il social network sta già testando in Slovacchia, Serbia, Guatemala, Bolivia, Cambogia e Sri Lanka. Si tratta di una nuova suddivisione che manterrebbe distinti i post pubblici da quelli privati, con l’eccezione fatta per i post pubblicizzati, che resterebbero comunque sul news feed principale.

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Gli effetti nel nuovo feed

Che cosa finirebbe sulla bacheca “Esplora”? Tutto il contenuto proveniente da pagine pubbliche non sponsorizzate. Ad esempio articoli pubblicati da piccoli giornali indipendenti, da associazioni di cittadini, piccole ONG, che contano sulla reach organica di un pubblico fidelizzato negli anni e interessato al loro contenuto.

Eppure il nuovo esperimento di Facebook, iniziato il 19 ottobre, ha già dato risultati catastrofici per i piccoli media indipendenti. Cosa ancora più rilevante dal momento che i paesi scelti per il test sono nazioni in cui il dibattito pubblico fa affidamento sui social media per proporre un punto di vista alternativo, spesso anche per garantire visibilità a notizie scomode.

Le pagine di piccole pubblicazioni hanno visto scendere  lo user engagement fino all’80%, mentre la reach organica è scesa di due terzi in pochi giorni. Le cifre sono confermate nei diversi paesi: Soy502, un giornale indipendente del Guatemala, ha visto scendere del 66% il proprio traffico; Denník N, un altro giornale indipendente dells Slovacchia, ha perso il 60% di interazioni.

L’impatto sui piccoli editori indipendenti

Proprio quelle pagine che non possono permettersi campagne sponsorizzate sono, in molti paesi, quelle a cui la popolazione si affida per poter accedere a una diversificazione dell’informazione, quelle che portano avanti inchieste contro la corruzione e che smascherano situazioni di incoerenza o anche di irregolarità. Ecco perché se Facebook decidesse di mantenere questa divisione del news feed e di diffonderlo anche in altre nazioni, potrebbe avere un impatto significativo sulle democrazie di tutto il mondo, in particolare su quelle più delicate e instabili.

La bacheca “Esplora” diventerebbe una sezione secondaria del social network in cui l’utente può decidere di andare, ma che non gli comparirebbe automaticamente davanti come succede, invece, con la bacheca normale. Questo già basta a fare una distinzione significativa del numero di persona che accederà alla bacheca “Esplora”. C’è tuttavia un secondo punto che non risulta chiaro e che danneggia ulteriormente i piccoli editori indipendenti.

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La bacheca “Esplora”, infatti, propone contenuti diversi, dai meme, agli articoli di gossip a quelli di denuncia. Questo significa che la possibilità che i giornali indipendenti avranno di essere intercettati dai potenziali lettori è drasticamente scesa. 

Anche la scelta delle nazioni di test fa pensare: se in nazioni con governi instabili e dibattito pubblico sbilanciata verso i media governativi non si tiene conto di altri fattori oltre alla semplice user experience e ai feedback in merito alla suddivisione di bacheca pubblica e privata, Facebook dimostra di non avere particolarmente a cuore un’informazione diversificata e proveniente da fonti autorevoli, cosa che ha invece cercato di sostenere negli ultimi tempi, dopo le numerose critiche in merito alle fake news e al mancato controllo della qualità dei contenuti.

Al momento il test non verrà protratto in altre nazioni, ma siamo curiosi di vedere i risultati e capire gli effetti reali nelle nazioni in cui è in corso.

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Ebay cambia look: in arrivo nuovo sito e nuovo font

Dal 2001 – anche se è nato nel 1995 – eBay fa parte delle nostre vite, essendo diventato uno strumento in grado di rivoluzionare le modalità di acquisto e cambiare totalmente le abitudini sullo shopping. Dopo aver cambiato logo nel 2012, la piattaforma web legata alla compravendita di oggetti rinnova la sua immagine, seguendo la strada di un rebranding caratterizzato da colori vivaci ed elementi più giovani e moderni, intrapresa anche da Dropbox.

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Per conferire una nuova identità al brand, ebay (da oggi davvero tutto minuscolo) ha collaborato con l’agenzia di New York Form&, che ha dichiarato di aver contribuito a definire “un nuovo linguaggio per le esperienze offerte dal brand, sottolineando la diversità, lo spessore e la dedizione alle persone di eBay”. Il risultato è una comunicazione completamente nuova e rinnovata, fresca, giovane e moderna.

https://www.youtube.com/watch?time_continue=12&v=ZBcl7oqKtvE

Il nuovo logo

Il nuovo logo abbandona i quattro colori che davano forma al “vecchio eBay”, ispirando un sistema dove il logo può diventare uno dei simboli del brand. Con una direzione simile a quella intrapresa da Dropbox, ebay ora si presenta con un logo caratterizzato da coppie di colori armoniche e sovrapposte. La nuova palette cattura l’attenzione dell’utente senza effetti particolari, con colorazioni vivaci ma non troppo accese.
Il cambiamento a livello di estetica non è stato così repentino, come successo nel 2012, mantenendo costante la linea del lettering lineare e orizzontale.

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Il nuovo font

Form& ha collaborato con l’agenzia Swiss Typefaces con il fine di ideare un font apposito per eBay. Il risultato è Market Sans, un font che si ispira a un carattere già esistente come il Capital, proveniente dallo stesso Lab dell’agenzia. Ebay ha comprato i diritti per sviluppare una font family completa, mantenendo l’esclusività su questa creazione.
Il carattere è “una combinazione unica tra uno stile classico e uno più inaspettato, può risultare sia elegante che molto dinamico, adattandosi all’identità del brand” – “è in grado di trasportare l’utente verso l’acquisto perfetto, conferendo emozioni positive lungo l’esperienza di navigazione con eBay”, ha dichiarato il team di Form&.

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La comunicazione

Il cambiamento più evidente lo si avverte nel sito e nella comunicazione del brand. Si può ancora vedere il vecchio logo dai quattro colori sulla home del sito web, ma tutti gli elementi attorno usano il Market Sans e la nuova disposizione a griglia. Quest’ultima, infatti, ha migliorato la User Experience della piattaforma mostrando i diversi prodotti come se fosse uno scaffale aperto, facilitando le operazioni degli utenti. Operazioni che possono essere molto diverse tra loro, ecco perché Form& ed ebay hanno voluto puntare sui diversi colori che vanno a indicare le diverse identità del brand.

Nel complesso, la nuova direzione intrapresa dalla piattaforma di shopping online che tutti conosciamo è positiva, professionale, dinamica, sicuramente più moderna rispetto al sistema fino a ora utilizzato. Forse le critiche possono riguardare una troppo velata e ridotta personalità; ciò che si può riscontrare, infatti, è che non c’è nulla di troppo distintivo o memorabile nel nuovo ebay, anche se va ammesso che esteticamente ha un impatto molto più positivo rispetto al passato.

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Ancora guai per Uber: tre donne denunciano discriminazioni

Uber fa ancora notizia, ma le novità sono tutt’altro che rosee. Tre donne hanno presentato una denuncia accusando la società di disparità di retribuzione e discriminazione di genere.

uber discrimina le donne?

L’accusa: «Uber discrimina in base a razza e sesso»

Ingrid Avedano, Roxana del Toro Lopez e Ana Medina sono i nomi dei tre software engineer di origine latina che si sono rivole alle legge, dichiarando che l’ambiente lavorativo di Uber non è equo.

L’azienda favorirebbe in primis gli uomini bianchi o asiatici, ma anche le donne appartenenti alle medesime etnie, offrendo bonus, benfici e altri vantaggi preclusi alle altre minoranze etiche.

Latino-americani, indiani e afroamericani, soprattutto se di sesso femminile, sarebbero sistematicamente chiamati ad eseguire compiti di poco qualificati, mantenendo così al minimo i loro riconoscimenti economici e professionali e minimizzando le possibilità di carriera.

Attualmente, solo Ana Medina è ancora impiegata presso Uber, mentre gli altri due ingegneri hanno lasciato l’azienda nel corso dell’estate.

uber procedimenti legali

A riassumere l’istanza presentata sono le parole del legale dell’accusa Jahan Sagafi, dello studio Outten & Golden, che già ha affrontato processi per discriminazione di genere contro Goldman Sachs e Microsoft Corp.

In questa azienda i dipendenti di sesso femminile e di colore vengono sistematicamente sottovalutati rispetto ai loro pari maschi e bianchi o asiatici.

La versione di Uber

Nessuna replica da parte del portavoce di Uber, Matthew Wing. D’altro canto, l’azienda ha effettuato alcune implementazioni al sistema di retribuzione, tra cui aumentare gli stipendi che si attestavano sotto la media per le rispettive professioni, garantendo altresì un aumento annuo del 2,5%.

Il provvedimento è stato implementato ad agosto, successivamente alle prime segnalazioni delle tre donne presso la California Labor and Workforce Development Agency, a cui ha fatto seguito il procedimento legale.

Questa è la seconda emergenza “in rosa” che il nuovo CEO Dara Khosrowshahi è chiamato ad affrontare, dopo le denunce di molestie sessuali da parte dell’ex impiegata Susan Fowler, che hanno contribuito a determinare le dimissioni di Travis Kalanick.

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Le stories di Instagram sono la nuova pubblicità (che tutte le aziende dovrebbero usare)

Storytelling, Customer experience, Social media, Mobile. Quattro parole (vocabolario fondamentale dei marketers) che descrivono a perfezione il successo delle Instagram Stories, a cui aggiungiamo aggettivi come effimere, memorabili, potenti, sperimentali e creative.

Nella descrizione delle Instagram Stories, troviamo un apparente ossimoro: effimere e memorabili. Il concetto di effimero infatti sembra difficile da accostare alla memoria, eppure questa parola così profondamente legata al tempo lo caratterizza come un vissuto, di cui si ha avuto esperienza, che seppur breve rimane impressa.

Pensate per esempio a qualcosa nel vostro passato che è durato pochi secondi e di cui non avete nessun oggetto a testimoniare il momento, ma che voi in ogni caso ricordate. Potete quindi immaginare le ragioni del successo delle Instagram Stories.

Il successo delle Instagram Stories: mobile phone

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Questa premessa un po’ romantica per presentare le Instagram stories come  strumento molto vicino alla vita e alla quotidianità degli utenti, per la loro intrinseca natura effimera e esperienziale. Le instagram stories infatti durano solo 24 ore e non hanno un archivio per fruirle successivamente. Offrono la possibilità di interagire con l’utente, che come prima azione sceglie volontariamente di vedere la storia, a differenza delle foto presenti nel feed. Una storia può durare circa 20 secondi ed è full screen, il che permette una maggiore immersione dell’utente con il contenuto.

Molti di voi ancora saranno titubanti sulla potenza di engagement delle Instagram Stories, ma noi Ninja vi diamo 6 motivi per cui ricredervi.

#1 Un nuovo approccio allo storytelling: il successo delle Instagram Stories

Le instagram stories con la loro fugacità presentano un nuovo modo di realizzare la storia del brand rispetto ai media tradizionali. Per esempio i nuovi Spot TV di Mulino Bianco si basano su un tradizionale storytelling e seguono una trama ben precisa, scene “filmiche”, attori veri, video ben girati e sono duraturi, li vediamo infatti ripetutamente in TV.

Su Instagram invece le regole sono diverse, o meglio non ci sono formule di successo, tutto è sperimentale, il contenuto può essere veloce e meno rifinito o finemente girato.

Un esempio è la campagna pubblicitaria di Lowe’s, che attraverso 64 microvideo, ognuno di durata minore di un secondo (il tempo medio che l’utente impiega a pigiare sullo schermo), interagisce con l’utente mostrando come cambiare l’aspetto di una stanza attraverso i suoi prodotti. Lowe’s in modo semplice restituisce un messaggio di creatività, colore, energia attraverso una sorta di tutorial.

#2 Interazione/ esperienza

Le storie permettono ai brand di creare un’esperienza coinvolgente per gli utenti. L’interazione (Tap, Swipe up, Audio on, Audio off) infatti mantiene alta l’attenzione e il full screen immerge letteralmente l’utente nella storia. Un esempio di brand che ha creato una vera e propria esperienza di gioco con le Stories è Bacardi e Swizz Beatz, che lo scorso anno con InstantDj hanno permesso all’utente di scratchare come un vero e proprio DJ. Il contenuto sparì dopo 24 ore ma fu ripubblicato come video successivamente nel feed di @bacardiusa.

Un altro modo per creare un’interazione semplice con l’utente, è l’utilizzo degli Sticker Poll durante una competizione, magari per chiedere agli utenti chi sarà il vincitore della gara, oppure utilizzare la funzionalità per un gioco a quiz, o un sondaggio.

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#3 La flessibilità del formato

La potenzialità delle Instagram Stories è che sono adattabili ad ogni esigenza del brand.

Il formato delle storie permette infatti agli advertiser di utilizzarlo a proprio vantaggio per espandere o comprimere la storia del brand, aggiungendo dimensione o estendendo il messaggio all’interno della campagne.

Le instagram Stories possono viaggiare da sole o andare a supporto dell’intera campagna pubblicitaria. Un avvertimento però è che le storie troppo complesse e con messaggi multipli rischiano di far calare l’attenzione degli utenti Mobile e soprattutto dei Millennials , che determineranno il successo delle Instagram Stories con contenuti “autentici”, smart e veloci.

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Per esempio un brand può utilizzare le stories per focalizzare l’attenzione su piccoli dettagli del prodotto che solitamente si tendono a trascurare o la fashion industry può utilizzarle per presentare le nuove collezioni o proporre nuovi stili di abbigliamento, come ha fatto Fendi per pubblicizzare i Fendi Charm.

#4 Il bacino di utenti

Il successo delle Instagram Stories è nel numero dei potenziali customer. Si contano infatti circa 250 milioni di utenti attivi al giorno. Il tempo trascorso su Instagram è in media di 32 minuti per utenti sotto i 25 anni e 24 minuti dai 26 anni. L’opportunità che una storia venga vista da un grande pubblico è altissima. Gli utenti sono affamati di Storie, non potete trascurare quindi questa forma di comunicazione e interazione. Non fate i timidi, pensate a contenuti originali che rendono unico il vostro brand e sbizzarrite la vostra creatività.

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#5 La libertà creativa

Dal momento in cui è stato lanciato Instagram Stories in Agosto 2016, sono già state rilasciate 20 nuove funzionalità per personalizzare le storie (Boomerang, Poll Stickers, Hashtag, Filtri facciali, ecc.), il che permette ai brand di utilizzare la piattaforma nei modi più originali e creativi possibili.

Non importa avere video fantastici girati da Baz Luhrmann, l’importante è creare contatto, stupore, ricordo e intimità con l’utente che deve sentirsi parte del brand nella sua quotidianità, vivere il brand. Un esempio creativo di utilizzo Stories è il brand Tous, che per pubblicizzare i suoi gioielli ha raccontato una storia d’amore con le Instagram Stories.

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#6 Esclusività

L’effimero produce quell’effetto psicologico chiamato FOMO (Fear of Missing Out) o principio di scarsità, ossia la paura di perdere qualcosa, che ha una disponibilità limitata. Il principio di scarsità è stato descritto ampiamente dallo psicologo americano Robert Cialdini, lo troviamo per esempio nelle offerte con un numero limitato di pezzi o di tempo, come il Black Friday.

Instagram Stories: Black Friday

Questa “attrazione” del consumatore per le cose effimere dipende dalla convinzione che la rarità di un oggetto ne determini la qualità e inoltre il limite di tempo è interpretato come una riduzione di libertà che il consumatore stesso non accetta. Applicato alle Instagram Stories questo principio di scarsità genera coinvolgimento dell”utente, che sapendo di poter interagire con un contenuto solo per un periodo di tempo limitato, sarà propenso a seguire assiduamente il tuo brand.

Lo Storytelling, la flessibilità, la libertà creativa, il numero di utenti e l’esclusività non fanno certo dubitare sul successo delle Instagram Stories, e voi le inizierete ad usare?

Avete solo 24 ore per decidere.

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Facebook annuncia le nuove linee guida del News Feed

Novità in casa Facebook. Dopo la recente notizia riguardo il possibile spostamento dei post organici in un news feed separato di notizie, il social network americano ha rilasciato le nuove linee guida per la produzione e la distribuzione di contenuti.

LEGGI ANCHE Facebook testa un nuovo feed che “separa” gli amici dalle pagine

Adam Mosseri,Product Manager e responsabile del News Feed, diffonde in questo breve video i tre principi da conoscere per assicurarsi una presenza nel feed di Facebook.

How Does News Feed Work?

Gepostet von Facebook am Freitag, 20. Oktober 2017

Primo principio del News Feed: crea contenuti di valore

A dirlo questa volta è proprio Facebook: “Le persone si aspettano di trovare nel loro feed storie informative e significative”. Prima di progettare qualsiasi contenuto, Facebook consiglia di pensare a quali siano i reali interessi delle persone a cui ci rivolgiamo; in questo modo sarà più semplice connetterle alle storie che trovano più interessanti e significative per loro.

Ma Mosseri non si limita a dirci solo questo. Si spinge ben oltre. Oltre a ricordare l’importanza di un approccio mobile first nella progettazione dei contenuti per garantire un’experience sempre più immersiva da smartphone, Mosseri rivela una novità che sorprenderà ogni social media manager: “Posta frequentemente. Non aver paura di dare troppe informazioni,  se i contenuti sono di alta qualità e non violano le linee guida di pubblicazione, aumenterai la probabilità che i nostri algoritmi mostrino il contenuto al tuo pubblico”.

Ebbene sì, questo principio smonta ogni certezza che un social media manager ha appreso nella sua carriera, ossia quella di evitare troppe pubblicazioni per non essere contrassegnato come spam. Capiamoci, questo non vuol dire che è necessario pubblicare 10 post in un giorno, ma di aumentare gli standard di pubblicazione sia in termini quantitativi, sia in termini qualitativi: più pubblicazioni, più contenuti di qualità e al passo con l’attualità. 

Secondo principio del News Feed: posta contenuti affidabili e autentici

fake_news_ninja_marketing

Fake news

Le storie percepite come autentiche sono quelle hanno una risonanza maggiore. Al momento Facebook sta lavorando per capire quali sono i criteri per cui le persone valutano un post più autentico di un altro. L’algoritmo di Facebook è adesso in grado di  capire quali sono le storie che le persone trovano fuorvianti perché considerate spam. Sembra quindi che il social non mostrerà più post di clickbait, link a siti  web di bassa qualità, contenuti fuorvianti e post di tipo fraudolento.

Terzo principio del News Feed: adotta un comportamento sicuro e rispettoso

E’ il terzo e ultimo principio diffuso da Adam Mosseri. Ma non è il meno importante, anzi. Dopo diverse richieste e solleciti da parte della comunità, Facebook pubblica un documento dove sono indicati gli standard da rispettare per creare un ambiente sicuro e rispettoso. Le norme coprono tutto, dalla nudità al bullismo ai contenuti grafici, invita i publisher a rispettarle non pubblicando contenuti che:

  • contengono nudità inappropriate e / o attività sessuale
  • incoraggino la violenza diretta o la criminalità
  • incoraggino il bullismo o le molestie
  • portano alla diffusione dell’odio.

Per conoscerle tutte leggile qui: Standard della comunità

Queste linee guida sono la dimostrazione che Facebook sta andando verso una maggiore trasparenza riguardo la diffusione dei contenuti. Non a caso da qualche giorno è stato annunciato dallo stesso Zuckerberg  di voler rendere ancora più trasparente il funzionamento dei post sponsorizzati.

LEGGI ANCHE: La nuova policy Facebook sulla trasparenza della pubblicità, spiegata

E ora non ci resta che fare tesoro di questi tre principi per creare i prossimi piani editoriali con ancora più Ninja Power!

blogger scrive un testo seo oriented per un blog

3 semplici dritte per migliorare la SEO del tuo blog

Molti blogger iniziano il loro percorso divulgativo con passione e tenacia. Scelgono una piattaforma in voga, selezionano un tema accattivante, e ricco di ammennicoli, e sottoscrivono un piano di hosting economico, ma stabile e sicuro. Dopodiché, partono con la stesura di contenuti impressionanti, atti a stupire i propri lettori (e i motori di ricerca).

Finché la realtà non appare in tutta la sua spietatezza.

blogger scrive un testo seo oriented per un blog

Sì, perché avviare un blog non significa necessariamente acquisire rilevanza e traffico. Scrivere tutti i giorni non garantisce la prima pagina sui motori di ricerca. Ed è per questo motivo che molti blogger si ritrovano ad agonizzare tra le seconda e la terza pagina (o anche peggio) di Google.

Quindi, tirando le somme, cosa è andato storto? Cosa non ha funzionato?

Semplicemente, e scusa la franchezza, questi blogger hanno costruito il loro “diario online” su fondamenta di sabbia. Fondamenta instabili, alla mercé della continua evoluzione degli algoritmi di Google.

Cosa devi fare, dunque? Come puoi aggirare le insidie che si celano lungo il cammino che porta un blog al successo? Sicuramente, ci sono strategie certe e affidabili per costruire un blog. E ci sono anche degli ottimi alleati che puoi sfruttare per accrescere la tua presenza online.

Ed è proprio questo l’argomento del post che stai leggendo.

Detto ciò, analizziamo insieme 3 step fondamentali per dare al tuo blog un’iniezione di SEO positiva e uno slancio sui motori di ricerca – Google in primis.

1. Scegli un sistema di gestione dei contenuti adatto

aggiungere un nuovo articolo su wordpress

Uno degli aspetti più importanti, quando ci si interfaccia con un blog, è la scelta del CMS, ossia del sistema di gestione dei contenuti. E in questo caso, non posso non consigliare WordPress.org. Considera che oltre il 22% di tutti i siti web gira su questa piattaforma. Ma non sono i numeri né le percentuali, che dovrebbero farti propendere verso WordPress.

Piuttosto, la semplicità, la libertà e la flessibilità, sono tre caratteristiche che (forse) cerchi in un sistema di gestione dei contenuti. Ed è proprio quello che WordPress è in grado di fornirti. Come se non bastasse, la community di sviluppatori – e amanti di questo CMS – lavora quotidianamente per migliorare sempre di più la piattaforma, e adattarla ai bisogni di (quasi) tutti gli internauti che decidono di affidarsi a WordPress.

Facile da scaricare e installare, WordPress utilizza, inoltre, un codice leggero e ottimizzato per i motori di ricerca. Il che lo rende, non solo interessante agli occhi di Google, ma adatto a costruire un blog che guarda alla SEO.

Infine, il pannello di controllo amministrativo rende le operazioni di aggiornamento e backup molto semplici e intuitive. Insomma, quando si parla di blog, si parla (quasi) sempre di WordPress. Ci sarà un motivo, non credi?

2. Installa Yoast SEO

E quando si parla di WordPress e ottimizzazione per i motori di ricerca, sbuca come un fungo uno dei plugin più utili mai creati: Yoast.

Tra gli innumerevoli plugin sviluppati per WordPress, Yoast è sicuramente il più performante, per dare una spinta alla SEO del tuo progetto editoriale. Ed è per questo motivo che ti suggerisco di inserirlo nella lista della spesa, tra gli ingredienti indispensabili per creare un blog vincente – agli occhi dei lettori e del motore di ricerca.

Tra le sue funzioni, infatti, spicca l’analisi delle keyword e la possibilità di migliorare il tuo testo per leggibilità e attinenza all’argomento trattato. Inoltre, Yoast ti permette di organizzare lindicizzazione delle tue tassonomie (categorie e tag), di creare un file robots.txt e la sitemap.xml, senza passare dal FTP, e di tenere sott’occhio il numero di link interni di un articolo – aspetto da non sottovalutare per aumentare il tempo di permanenza del lettore sul tuo blog.

Come vedi, questo plugin riesce a fare un mucchio di operazioni, che non basterebbe un articolo per elencarle tutte… Anzi, un articolo basta. Questo → Yoast SEO: guida all’utilizzo.

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3. Non trascurare l’importanza di un buon hosting

Oltre una struttura coerente, una navigazione chiara e una scrittura consapevole, sai cosa possono far bene alla SEO del tuo blog? Le performance. La velocità di caricamento degli articoli (e delle pagine) del tuo blog inficia negativamente il posizionamento, se risulta troppo bassa agli occhi del motore di ricerca.

Lo scenario è il seguente: tu scrivi un bel tutorial sull’ottimizzazione SEO delle immagini, a Google piace e decide di posizionarlo nella prima pagina, per una (o più) query di ricerca. L’utente, ponendo al motore lo stesso quesito, trova il tuo articolo, clicca, ma abbandona la pagina perché troppo lenta. E lo fa, prima ancora di consultarla.

Ecco, questo è un pessimo segnale per Google. Un segnale forte, che fa pensare al motore di ricerca:

Ehi, forse ho sbagliato a premiare questo articolo: il tempo di permanenza è troppo basso. Retrocediamo la sua posizione.

Dalla prima pagina all’oblio della seconda è un attimo. Giusto il tempo di scegliere un pessimo hosting. Ma ho pensato anche a questo.

Di seguito, trovi 4 cose da non fare:

  1. scegliere piani di hosting che non offrono un periodo di prova o la possibilità di rimborso…
  2. … o che non abbiano assistenza completa (a meno che tu non abbia le competenze necessarie)
  3. cedere al fascino del low cost (o peggio ancora del “gratuito”); meglio cercare un buon rapporto qualità/prezzo
  4. credere alle favole: hai presente banda e spazio illimitati? Frottole.

SEO per blog: tiriamo le somme

blog e seo

Questa piccola guida per migliorare la SEO del tuo blog termina qui. Naturalmente, i 3 aspetti che ho affrontato fanno parte di un argomento più vasto, che comprende la scrittura per il web, la conoscenza della seo on page e offpage e di tantissime altre sfumature che, nel loro insieme, rappresentano le linee guida per una corretta attività di ottimizzazione per i motori di ricerca.