Epic win e fail

Dagli sfottò all’iPhone X alla gaffe del Pd. Epic Win e Fail della settimana

Anche questo lunedì targato Ninja si apre all’insegna di grandi trofei e memorabili figure. Di che parliamo? Dell’irriverente appuntamento con la rubrica più social di tutte. È lunedì e significa una cosa sola: Epic Win e Fail…e vi possiamo garantire che sarà un trionfo di win: da iPhone X fino al fondatore di Ethereum. Ma andiamo con ordine.

Win

Eccoci con uno dei temi che ha destato maggior interesse nelle ultime settimane. Rullo di tamburi, facce sorprese: il nuovo iPhone X. Annunciata come l’invenzione del secolo, come l’oggetto non oggetto da considerare come un estensione del proprio corpo, il nuovo iPhone si è presentato al pubblico di nerd e non in tutto il suo desiderabile fascino. Il telefono non telefono che non deve chiedere mai: ovviamente, sulle qualità innegabili del nuovo gioiello di casa Apple si è scatenata la community dei social.

Epic Win&Fail

Ad entrare in direttissima nell’olimpo degli epic win della settimana sono però le irriverenti iPhonefeatures che vi giustificano in modo impeccabile il prezzo così elevato del prodotto. Un esempio: se siete in aereo non siete voi ad andare in modalità aereo, ma è l’aereo ad andare in modalità iPhone X. Lo avete già provato?

Andiamo oltre: a vincere per noi sono anche le immagini, virali da qualche giorno sui social, dell’ultima campagna pubblicitaria dell’agenzia brasiliana Platinum FMD. “Some people should never have been born”: questo il titolo della campagna realizzata per parlare di sesso sicuro, della prevenzione e utilizzo di anticoncezionali, che vede come protagonisti in una veste a dir poco comica il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e Kim Jong-un, Leader supremo della Repubblica Popolare Democratica di Corea. Voi che ne pensate?

Epic Win&Fail

Fail

Ma a ogni win corrisponde sempre anche un epic fail.
Partiamo da un post pubblicato dal Partito Democratico sulla sua fanpage di Facebook Democratica. Nell’evidenziare il sorpasso di circa un punto percentuale del PD sul Movimento Cinque Stelle, viene scelta un’immagine che ritrae Clay Regazzoni e Alan Jones, durante il campionato mondiale di Formula 1 del 1980, con il primo in vantaggio sul secondo.

Epic Win&Fail

È proprio cosi che il PD vuole descrive il successo del distacco maturato nei confronti del M5S. Peccato però, fa notare un utente, che a fine campionato sarà lo stesso Alan Jones (in questo caso M5S) a vincere  il titolo a discapito di Regazzoni ritiratosi poco dopo.

Il secondo di cui vi parliamo è Nuvenia, il noto brand dedicato all’igiene intima delle donne. A quanto pare non è molto piaciuta alla community di Facebook l’ultima campagna pubblicitaria messa in campo per rilanciare i propri prodotti. “Rolla, pressa, via” è lo slogan associato all’utilizzo del prodotto di punta, gli assorbenti appunto. Qualcuno ha gridato alla salvaguardia dell’ambiente, criticando il messaggio della campagna, che secondo alcuni inviterebbe a gettare i propri rifiuti ovunque vi si trovi. Voi cosa ne pensate?

Epic Win&Fail
Non bastasse, sulla pagina Facebook è apparsa un’immagine promo della campagna con tanto di logo iStock in bella vista. Purtroppo per questo, non  può esserci salvezza: stiamo di un epic fail clamoroso!

Epic Win&Fail

Per questa settimana, cari guerrieri, è tutto! L’appuntamento con i prossimi Epic Win&Fail è al prossimo lunedì: continuate a seguirci! Dove? Ovviamente sulla nostra pagina Facebook, il nostro gruppo LinkedIn e su Twitter!

«Lavoro senza capi, e le mie inchieste le finanziano i cittadini»

In un mondo in cui le possibilità di accesso ai mezzi di comunicazione  si sono moltiplicate a dismisura in pochi anni, è una triste verità vedere come quello che che spesso manca è proprio l’accesso alle informazioni, quelle ufficiali e verificate, relative all’ambiente, all’inquinamento ed alla salute.

Presentato in anteprima al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia ad aprile 2013, il progetto di civic journalism e crowdmapping su ambiente, salute e legalità Cittadini Reattivi“, frutto del lavoro della giornalista Rosy Battaglia, ribalta questa situazione, indagando sui siti inquinati in Italia e mappando le buone pratiche dei cittadini.

I numeri che emergono da questo progetto sono sconfortanti, e proprio per questo è necessario che possano arrivare a tutti: in Italia ci sono oltre 18 mila siti inquinati e almeno 5 milioni di persone, da Casale Monferrato a Brindisi, da Brescia a Taranto, dalla Valle del Sacco alla Valle Olona, vivono a ridosso di aree fortemente inquinate e contaminate da agenti cancerogeni (amianto, diossine, PCB, oltre fenoli, arsenico, cromo esavalente, mercurio, pesticidi e idrocarburi).

Credits: Cittadini Reattivi

Credits: Cittadini Reattivi

Il Personaggio

Giornalismo distribuito

Rosy Battaglia, giornalista freelance indipendente, premiata per il suo impegno costante con diversi riconoscimenti (tra gli altri, il premio “Reporter per la Terra 2015” di Earth day Italia, la candidatura al Premio per il giornalismo digitale “Marco Zamperini” nel luglio 2015, il terzo premio al giornalismo d’inchiesta del Gruppo dello Zuccherificio nel 2016, il premio come “Pioniere del futuro” per l’utilizzo degli open data nelle inchieste giornalistiche da Assoprovider e NaStartup a giugno 2017) ha fatto in modo che la rete diventasse lo strumento per raccontare questi temi, stimolando la partecipazione dei cittadini, chiamati a far sentire la propria voce e a raccontare la loro storia attraverso il crowdmapping. Questa mappa collettiva, insieme ai social network, è diventata il luogo per eccellenza del giornalismo civico on the road, ed ha prodotto nuove inchieste multimediali, pubblicate sulla carta stampata e online, su argomenti, storie e persone fino ad oggi “dimenticate” dal giornalismo tradizionale. Un lavoro di social watch-dogs che garantisce l’accesso alle informazioni su ambiente e salute ai cittadini, che ha avuto un riscontro pubblico di sicuro impatto sociale e ambientale, e che ha ottenuto il riconoscimento del Ministero dell’Ambiente e dell’Open Government Partnership in capo al Dipartimento della Funziona Pubblica.

L’ultimo step di questa bella storia è dello scorso giugno, quando il progetto #Storieresilienti di Cittadini Reattivi è stato selezionato da Banca Etica nel bando Impatto+ per i progetti culturali sulla sostenibilità ambientale e ha lanciato la sua prima campagna di crowdfunding, raccogliendo oltre 8 mila euro. I fondi ottenuti verranno utilizzati per promuovere un modello indipendente di informazione civica e giornalistica sostenuta dal basso in grado di produrre formati diversi: dal video documentario al progetto di data journalism alle mappe partecipate di monitoraggio civico.

Intervista a Rosy Battaglia

Abbiamo chiesto proprio a Rosy Battaglia, da sempre giornalista freelance indipendente, quanto siano importanti l’uso della rete e l’indipendenza del giornalismo.

Battaglia, un nome un destino

Intervista a Rosy Battaglia: “la rete mi ha permesso di cambiare anche la mia vita”

Presentati a chi non sa chi sei né cosa fai…

«Molto di me passa attraverso il mio lavoro, quindi sono prima di tutto una giornalista che mette passione in tutto quello che fa. Mi sono ritrovata a fare tardi il lavoro che probabilmente avrei dovuto fare prima e quindi lo faccio con entusiasmo, nonostante tutte le difficoltà. Sono una madre, ma anche una donna impegnata e mi sono battuta da sempre per i diritti. Sono una persona che ha sete di giustizia. Questa definizione credo si rispecchia sia nella mia vita personale che nel mio lavoro».

I tuoi successi più grandi?

«In questo momento direi che i più grandi successi professionali sono dovuti ad un progetto che ho ideato, sognando ad occhi aperti, quasi cinque anni fa: Cittadini Reattivi. Penso che il mio più grande successo professionale sia dovuto a questa intuizione, al cercare di aprire spiragli di buona comunicazione, di dialogo con i cittadini e con la pubblica amministrazione.»

«Tutto questo lavoro di interesse pubblico è stato fatto da una freelance ed ha portato ad azioni importanti: pensiamo alla legge per il diritto di accesso alle informazioni a cui Cittadini Reattivi ha lavorato, oppure tutto il lavoro fatto sull’amianto che mi ha portato ad essere una delle giornaliste di fatto più competenti su questo tema in Italia e non solo. Uno dei lavori a cui tengo di più è sicuramente l’inchiesta, uscita lo scorso anno su Donna Moderna che mi ha permesso di mettere nero su bianco le storie di alcune mamme che si battono per la salute dei propri figli. Questo in particolare è un lavoro che doveva nascere prima, nel 2014 lo avevo già proposto a qualche editore che però lo aveva bocciato».

Intervista a Rosy Battaglia: “la rete mi ha permesso di cambiare anche la mia vita”

Lavorare senza capi

Cosa significa per te essere una freelance? Non avere un “capo” a cui rispondere è una scelta precisa?

«Nella prima parte della mia vita ho lavorato in azienda, sono stata responsabile della ricerca e sviluppo ed ufficio acquisti quindi so cosa vuol dire lavorare con un capo. In realtà nel campo editoriale da freelance ti ritrovi ad avere tanti capi

«Il giornalista freelance in Italia non è libero di scrivere ciò che vuole ma lavora più degli altri per creare proposte che vengono poi selezionate. Per come sono io, freelance è il mio modo di concepire il lavoro, per progetti. Anche nella mia vita precedente lavoravo per progetti. Per me essere freelance è un po’ questo, avere la libertà di progettare insieme ai committenti qualcosa che sia efficace dal punto di vista della comunicazione e dell’informazione. Questo è lo stimolo più grande, rispetto all’appiattimento che potrebbe magari avere un lavoro in redazione».

Intervista a Rosy Battaglia: “la rete mi ha permesso di cambiare anche la mia vita”

Il giornalismo è davvero libero?

«È la base, la prima cosa. In Italia purtroppo il giornalismo indipendente fa fatica a vivere proprio perché il nostro meccanismo non lo permette, ci vorrebbero editori che decidano di investire sull’informazione e sull’indipendenza, per alimentare la democrazia. Si è innescato un meccanismo dall’alto del giornalismo italiano e della comunicazione italiana per cui l’informazione viene messa in relazione al sistema politico e al sistema economico. Questo alla lunga, per come si stanno dimostrando le cose, non migliora la qualità dell’informazione e di fatto non aiuta i grandi numeri. Poi certo se parliamo di fake news, è un’altra cosa. Ma se vogliamo parlare di qualità e di un’informazione intesa come servizio ai cittadini penso che sia così».

Scenari futuri

Come immagini il futuro del giornalismo (e di quello civico)?

«Io ci sto provando, ne sono convinta anche se non è semplice. Bisogna formare anche i giornalisti civici, c’è bisogno che i giornalisti parlino davvero con i cittadini, con tutti gli attori della comunicazione. Ogni redazione dovrebbe avere uno spazio dedicato a chi fa approfondimento, a chi ha la possibilità di andare in loco a verificare le notizie e a cercare informazioni. C’è tanta informazione locale che questa cosa la fa, tanta che lo fa bene e tanta che lo fa male. Questo è quello che i cittadini comuni ritengono giornalismo senza però sapere che di fatto quel tipo di informazione è relegata ai margini, che non ci sono spazi per fare sempre questo tipo di giornalismo».

Il giornalismo digitale spesso viene denigrato. Perché per i lavoratori del web c’è questa scarsa considerazione?

«In realtà non sta ne in cielo ne in terra: i dati ci dicono che la televisione è ancora lo strumento più utilizzato per l’informazione, anche se le nuove generazioni di utenti e di lettori usano solamente i new media. Non ha più senso parlare di divisione tra stampa digitale e cartacea, ovviamente un pezzo per un giornale cartaceo deve avere determinati accorgimenti mentre la scrittura online permette molti più approfondimenti, molti più link, e consente al lettore di approfondire ulteriormente. La qualità potrebbe essere, ed in alcuni casi è, maggiore. C’è però un problema di sostenibilità e di investimenti pubblicitari, attualmente non ci sono modelli economici vincenti. Nel nostro piccolo come cittadini reattivi, come in passato ha fatto anche Valigia Blu, ci siamo fatti aiutare dai cittadini e dai lettori attraverso il crowdfunding. Se vogliamo buona informazione anche i lettori e i cittadini devono contribuire a questo cambiamento, spero però che ci siano anche delle imprese lungimiranti che vogliano continuare ad investire sull’editoria in maniera differente».

Intervista a Rosy Battaglia: “la rete mi ha permesso di cambiare anche la mia vita”

È sempre stato così? Quando hai iniziato, a esempio, quanto hanno pagato il tuo primo pezzo?

«Io ho iniziato in realtà nel momento del cambiamento, dieci anni fa, nel 2007. Ho iniziato facendo la giornalista per delle associazioni per cui seguivo anche l’ufficio stampa, e poi per il Movimento in Difesa del Cittadino per cui ho curato le inchieste ed il sito web. Ho fatto allora, prima di altri, quello che adesso è normale e devo dire che sono stata anche pagata e molto meglio rispetto ai compensi che ho ricevuto negli anni come giornalista. È drammatico che venga a mancare il riconoscimento a quello che è il valore dell’informazione e, tanto che ho dovuto integrare l’attività giornalistica con quella di social media specialist e di formazione. Il giornalismo non deve essere un passatempo, non deve essere l’attività solamente per chi è in pensione, il giornalismo ha bisogno di professionisti ben pagati. Quindi se vogliamo la qualità sicuramente dobbiamo sostenere i progetti che alimentino la buona informazione e non le fake news».

L’era della post-verità

Il problema della verifica delle fonti e delle cosiddette “fake news”. L’unica soluzione è davvero porre limiti alla produzione di contenuti?

«Nel sistema editoriale italiano mancano delle figure che facciano questo tipo di lavoro, non ci sono responsabili che fanno verifiche su ciò che viene pubblicato. Torniamo al fatto che abbiamo bisogno di bravi giornalisti e di buoni social media editor che aiutino il processo di rinnovamento del giornalismo».

I tuoi progetti sarebbero nati comunque senza Internet?

«Sicuramente no. Io vengo da una vita di attivismo e informazione civica, in tempi non sospetti facevo anche la citizen journalist per radio popolare, e posso affermare che gli old media non hanno aiutato, non hanno migliorato l’informazione civica. È stata la rete a dare la svolta, questo bisogna riconoscerlo. Internet ha cambiato il nostro modo di informare, e nel mio caso la rete mi ha permesso di cambiare anche la mia vita in quanto io sono nata di fatto come blogger e come giornalista digitale poi. Certo, la rete potrebbe essere utilizzata anche molto meglio, questo è un altro dei problemi che si pone cittadini reattivi, come anche fare formazione rispetto all’uso sociale dei social media. Tuttavia, se da una parte si parla tantissimo di fake news, si parla poco delle buone cose che dice la rete: dalle raccolte firme, ai cambiamenti e a progetti come Terremoto Centro Italia e tanti altri che invece si fanno, grazie alle informazioni dei cittadini da Facebook, da Twitter e da Telegram, collettori di informazione».

Intervista a Rosy Battaglia: “la rete mi ha permesso di cambiare anche la mia vita”

La prossima battaglia della Battaglia?

«Questa intervista capita in un momento cruciale di cambiamento molto importante: a giugno con #storieresilienti abbiamo fatto la prima campagna di crowdfunding. In questi anni siamo andati avanti autofinanziandoci e non abbiamo avuto finanziamenti particolari, non perché non li abbiamo cercati ma perché non siamo riusciti ad ottenerli. Il fatto che invece quasi 200 persone, enti, associazioni, colleghi ed enti universitari abbiano deciso di sostenerci e darci modo di produrre inchieste ed e-book, che io spero diventi poi anche n’edizione cartacea, è per me un motivo di orgoglio. Questo è un momento di evoluzione che io spero permetterà a me ed ai miei colleghi di andare avanti a seminare buona informazione e trovo positivo che dopo quattro anni non ci stiamo riducendo ma che il percorso stia andando avanti».

«Il mio sogno sarebbe quello di sviluppare format in maniera veramente multimediale, ma sono conscia che per questo ci vogliono risorse umane ed economiche».

«Non sono però assolutamente sfiduciata, quello che è successo di questi mesi con la campagna di crowdfunding mi ha dato una forza notevole e soprattutto mi ha dato una parola fondamentale: indipendenza».

Intervista a Rosy Battaglia: “la rete mi ha permesso di cambiare anche la mia vita”

I punti deboli delle fintech, spiegati coi disegnini

Potrebbe sembrare poco coerente parlare di standardizzazione in un contesto innovativo in fermento, ma per le startup Fintech poter basare la propria crescita in termini di utenza e transazioni su standard trasversali fa tutta la differenza del mondo.

I sistemi di incassi e pagamenti del settore bancario classico si basano essenzialmente su alcuni standard che permettono lo scambio di denaro tra soggetti, indipendentemente dagli istituti bancari intermediari che si occupano della transazione. Così è anche per i vari circuiti di issuing ed acquiring legati all’utilizzo delle carte di pagamento credito e debito.

Oggi molte startup Fintech, ad esempio, permettono lo scambio di denaro in tempo reale tra soggetti, spesso a costo zero e in tutto il mondo. Una figata, certo, ma questi sistemi indipendenti hanno davvero tutte le carte in regola per giocarsi la partita da player singoli e sottrarre quote di utenza rilevante al sistema bancario classico?

Cosa conviene alle startup della PSD2

app_fintech

Il fatto che l’utente di un servizio non possa sfruttarlo per inviare denaro ad un terzo soggetto che di servizio ne usa un altro, è una grossa limitazione alla diffusione, alla fidelizzazione dell’utenza e soprattutto non permette a quest’ultima di “staccarsi” dal cordone ombelicale che ci collega tutti a doppio nodo con il sistema tradizionale.

LEGGI ANCHE: Fintech in Italia: come la tecnologia sta cambiando il Banking

Personalmente, ho più di un conto corrente in banche differenti (fisiche, on-line, e native mobile come N26), diverse carte di credito (Visa, Mastercard e Amex) collegate anche ad ApplePay e PayPal, utilizzo principalmente Satispay per scambiare denaro con gli amici, anche se in passato ho apprezzato Hype.

Un po’ frammentato, direi, e poco ottimizzato, sia per me che per chi eroga i servizi che si deve accontentare di, appunto, una “frazione” delle mie movimentazioni quotidiane.

Quali canali scegliere. E come

startup fintech scambio contanti

Molte volte avrei voluto utilizzare una delle comode ed innovative app di scambio denaro per pagare al bar o restituire i soldi di una cena da un amico, ma nella stragrande maggioranza di queste volte sono stato costretto a ripiegare sui classici contanti o carte di pagamento.

Semplicemente perché l’altro soggetto non era in grado di “accogliere” la mia spinta innovativa.

startup fintech scambiocontanti

L’utente deve poter scegliere di utilizzare il canale o la piattaforma che ritiene più comoda, con la miglior esperienza d’uso per lui.

In un contesto ambientale dove al centro di ogni servizio oggi ci sono le persone e dove gli utenti sono abituati oramai a un’ampia scelta e personalizzazione, dover dipendere dalle opzioni di chi deve ricevere i soldi, invece di poter decidere quale servizio utilizzare per inviarli, è frustrante.

Qualcuno queste domande immagino se le stia ponendo. Soprattutto nel medio periodo dove la frammentazione dell’utenza, oggi tipicamente poco fidelizzata, potrebbe creare dei problemi di sostenibilità, anche per le startup con l’experience più figa di tutte, perché spesso sono i volumi a fare la differenza, e se non ci sono abbastanza volumi, il gioco si fa duro.

Troppo grandi per fallire. Magari…

Forse alcune startup Fintech riusciranno a diventare too big to fail ed imporsi sul mercato. Forse. Ad esempio in Italia abbiamo Satispay che sta facendo un gran lavoro e si sta muovendo davvero bene. Ma se tra di loro le varie piattaforme non troveranno nuovi standard per comunicare direttamente, quelle poche che ci riusciranno rischiano di essere quelle più vicine al Fin che al Tech,  anche perché oggi non è più possibile ignorare la Blockchain che ha tutte le carte in regola per rivoluzionare, davvero, logiche e fondamenta su cui poggiano molte delle nostre attuali certezze.

E la PSD2 (per fortuna) sta arrivando.

Ribelli e indipendenti, così smaschereremo i bulli del digitale

Ciò che ha contraddistinto Ninja Marketing, da sempre, è stata l’indipendenza. Fin dalla fondazione, già nel suo logo, abbiamo voluto inscrivere quello spirito ribelle che scorre nelle vene di chi ha dato il via al progetto: quello che sembra un simpatico e innocente ninjetto è in realtà un guerrillero, un soldato, un ribelle che deve nascondere il volto perché in guerra con un nemico preponderante, un nemico che sarebbe in grado di annientarlo non appena scoperta la sua vera identità.

Del resto é il destino dei supereroi, quello di non essere compresi e di doversi mascherare per poter agire indisturbati nella società e poter compiere la missione a cui sono chiamati.

La filosofia Ninja

Ninja è Marcos, è Che Guevara, è Julian Assange, è chi non ha padrini e non li avrà mai. Perché non è in grado di piegare la schiena e di mettere da parte la propria onestà intellettuale, nemmeno di fronte alle seduzioni del potere e nel nome del proprio interesse. Lo spirito Ninja vive in chi è ancora alla spasmodica ricerca dei propri ideali, in coloro in cui non si è sopito l’anelito verso il Buono, il Bello, il Vero.

Abbiamo scelto l’ambito economico, il mondo delle imprese, per portare il nostro messaggio, ovvero il “marketing”, che qualcuno ha definito il braccio armato del Capitalismo.

E abbiamo portato in questo settore, per quello che potevamo, il nostro punto di vista: creativo, umanistico, sociale, a tratti anche spirituale. Consapevoli della grande responsabilità di chi si occupa di costruire e veicolare simboli e quindi di definire il senso delle cose – parlo di chi maneggia i budget della comunicazione delle aziende che investono in pubblicità, dei creativi, dei consulenti di marketing.

Parlo dei Brand, dei simboli più rilevanti e potenti della società consumistica in cui viviamo. E non lo dico con disprezzo, ma con senso critico. Noi siamo oggi quello che consumiamo. Le marche e la loro visione del mondo contribuiscono a forgiare le nostre identità.

A chi abbiamo detto di no

Negli anni abbiamo fatto cose da ribelli. Abbiamo scelto di investire e restare al Sud, abbiamo rifiutato di dare consulenza a multinazionali che volevano promuovere medicinali al gusto Coca-Cola ad un target di bambini. O addirittura vendere medicine da prendere prima che sorgesse il mal di testa. Abbiamo chiuso le porte del nostro sito a molte società di gambling, consapevoli dei danni sociali che la dipendenza dal gioco d’azzardo crea. Abbiamo cercato di costruire una azienda onesta, che rispetta le persone, il lavoro, la concorrenza.

Abbiamo continuato a propugnare i nostri valori, a dire la Verità, a chiedere agli addetti ai lavori il rispetto per i consumatori, e di smetterla di considerare le persone solamente dei target da colpire. Abbiamo fondato associazioni per regolamentare il settore e proteggere dalla manipolazione i consumatori, elaborato e diffuso concetti e teorie, lottato per la libertà e la neutralità della Rete quando è stata minacciata. Abbiamo sostenuto il talento e il merito, contribuendo a far affermare come professionisti decine di giovani contributor. Abbiamo dato visibilità a tante startup, incondizionatamente, alcune delle quali oggi sono aziende affermate.

Abbiamo fatto il nostro dovere, e nonostante tutto, sento che non abbiamo fatto ancora abbastanza. In questo momento c’è ancora più bisogno dello spirito Ninja, nel web, nelle aziende, nelle redazioni.

Contro i bulli del digitale

Come ci ha spiegato David Weinberger, tecnologo, filosofo e saggista statunitense fra gli autori del Cluetrain Manifesto – che ho avuto il piacere di conoscere – Internet e le nuove tecnologie abilitanti stanno iniziando a servire a scopi diversi da quello per cui sono stati creati e iniziano a non essere più il campo della controinformazione e della controcultura, bensì quello del conformismo, sempre più spesso dell’odio e del controllo sociale. Nuovi monopoli delle grandi aziende tecnologiche che dominano ormai molti aspetti delle nostre vite, l’entrata nell’arena digitale e nelle dinamiche dei social media di forze di propaganda con grandissimi mezzi a disposizione, disparità informative e spirali sociali molto pericolose, come ad esempio fenomeni di hate speech e di vero e proprio bullismo e linciaggio digitale, mettono a rischio le basi non solo della libera concorrenza ma anche del libero pensiero.

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Il nuovo direttore

In questo scenario l’entrata di Aldo Pecora come direttore della testata segna l’inizio di una nuova era dello stile di fare informazione in casa Ninja. Non è un caso che abbiamo scelto un giornalista che è stato a vent’anni un giovane leader dell’antimafia, mentre scriveva e girava già documentari per la Rai.

E dopo essersi forgiato ai temi economici in “CheFuturo!” e “StartupItalia!” con un mentore illustre come Riccardo Luna, Aldo approda alla direzione di Ninja Marketing. Sono sicuro che con una testa di ariete come lui possiamo andare ad abbattere le montagne, sperando di non farci (troppo) male e consapevoli che di quello Spirito Ribelle, irriverente e creativo, che non si prende mai troppo sul serio, che pensa diversamente e lotta per i grandi sogni e i grandi ideali ci sarà sempre bisogno.

Be Ninja!

Mirko Pallera
fondatore e CEO Ninja Marketing

L’immaginario crea chi siamo, anche nel Web

Questo articolo è stato scritto da Paolo Schianchidocente delle cattedre di Visual communication e interaction design e Creativity and problem solving presso l’Università IUSVE. Dirige i contenuti editoriali del portale internazionale Floornature.com. Si occupa di saggistica sulla cultura visiva contemporanea.

L’immaginario è la prima forma di un racconto. Lo costruiamo nel nostro pensiero e poi, a seconda delle epoche, lo restituiamo con il medium che abbiamo a disposizione. Lo si è fatto con i graffiti, con gli affreschi, con le parole, con la fotografia ecc.

Visto da questa angolazione, quindi, non dipende dal mezzo che utilizziamo, ma da come percepiamo il mondo nel nostro pensiero. Ma è altrettanto vero che il mondo lo conosciamo attraverso i media, quindi lo stesso immaginario si scatenerà diversamente se suggerito da un libro, un telefilm o un quadro.

Calando questa breve introduzione nella nostra contemporaneità, diventa facile constatare che la rivoluzione comunicativa degli ultimi decenni, il web, ha portato alla ribalta un nuovo modo di percepire il mondo.

Proviamo a verificare come funziona un immaginario in rete. Lo scopo? Capire come si crea la narrazione di chi siamo.

L’immaginario post-web

Partiamo da un esempio relativo a un personaggio poco noto ai più, in modo che sia più facile comprendere i meccanismi che costruiscono un immaginario quando arriva dal web.

Chi conosce Kiki de Montparnasse? Non tutti credo. E nemmeno sono tenuti a farlo. Però se vi facessi vedere uno degli scatti più famosi di Man Ray, probabilmente la riconoscereste. Avete presente la famosa fotografia di questo artista che ritrae una donna di schiena con un turbante in testa, a cui ha sovrapposto due intagli neri a forma di effe, intitolandolo Le Violon d’Ingres? Ecco la donna ritratta è proprio lei: Kiki.

Però per i più esperti questa donna non è solo una modella e l’amante di Man Ray, ma la testimone degli anni venti parigini. E non solo, scrisse un libro intitolato Memorie di una modella con la prefazione di Ernest Hamingway.

Ecco, ora proviamo a vedere quanto di lei in rete sia reale e quanto immaginazione, quanto si perda nelle fotografie in cui l’ha ritratta Man Ray e quanto appartenga alle sue parole. Provate a fare una ricerca su Google, digitando il suo nome Kiki de Montparnasse, vi usciranno le immagini che la raffigurano e i testi che raccontano di lei.

In fondo il gioco che sto proponendo vuole mostrare come percepiamo Kiki attraverso il web, allo scopo di arrivare a comprendere quanto questo si interponga fra noi e l’immaginario per creare una possibile realtà. Un processo che stimola la nostra capacità di creare nuove narrazioni, anche a un’esistenza come quella di una donna che non tutti conoscono.

Proviamo a suddividere in due quanto è apparso sullo schermo: le immagini e i testi.

Allora se guardiamo questa modella attraverso le immagini di Man Ray o dei pittori ci apparirà austera, sensuale, dadaista o surrealista. Insomma una figura, un corpo, che a ha cambiato il nostro modo di pensare all’arte. In particolare nello scatto prima citato gli intagli neri a forma di effe, che la fanno diventare un violino, aprono a mille interpretazioni sulla sua femminilità, sulla sua sfrontatezza e sulla sua relazione con l’artista che la ritrasse; come con noi che la osserviamo da uno schermo. Insomma incarna la sensualità artistica del Novecento.

Mentre se la leggiamo attraverso le sue parole, mediate da Ernest Hamingway, ne esce una donna spregiudicata e moderna che ha attraversato la prima metà del ventesimo secolo, subendolo e combattendolo al tempo stesso. Come scrive di lei nella prefazione al suo romanzo lo scrittore americano: “… eccovi un libro scritto da una donna che non fu mai una signora…”. Fra le sue pagine esce quindi tanto la sua umanità, quanto i suoi rapporti di amicizia e confidenza con i maestri della pittura e della letteratura di quel periodo.

Ma a ben vedere nella nostra ricerca su Google non è apparso solo questo di lei, ma anche che è stata un’icona di stile, una donna in grado di superare il suo tempo, una prostituta e il suo volto con il taglio alla garconne che ha dettato moda per tutti gli anni venti. Inoltre scavando nel web arriva anche il tassello che ancora mancava, il suo vero nome: Alice Prin. Con tale dettaglio assume quindi un’identità precisa, forse altra rispetto al personaggio, un’esistenza e, perché no, una tomba in cui è sepolta, facendola avvicinare a ognuno di noi.

A ben vedere però il web l’ha resa sicuramente più umana, ma al tempo stesso ha aumentato il suo mito, riproducendola infinite volte e in altrettante sfumature visive. In molti casi anche dimenticandosi chi essa sia stata. Vi ricordate all’inizio di questo paragrafo, molti di voi probabilmente si sono chiesti chi era questa Kiki de Montparnasse a cui accennavo.

Ed è così che l’immaginario relativo a questo personaggio diventa interessante, in quanto ispira ancora molte narrazioni e altrettante ricostruzioni storiche, ma anche giochi di rimbalzi temporali che le fanno giungere a noi sotto una nuova forma: quella di icona a cui in molte donne si sono ispirate. Magari senza sapere chi fosse.

L’immaginario dice chi sono

A questo punto siete sicuri che quanto ho descritto di Kiki de Montparnasse sia vero? O si tratta dell’immaginario che mi sono costruito di lei, miscelando con gli occhi le sue immagini alle sue parole apparse in rete?

Per rispondere torniamo all’inizio di questo articolo, dove si è detto che ogni medium cambia la nostra percezione del mondo.

Allora come abbiamo intuito l’identità e l’esistenza di Kiki attraverso Google?

Queste sono cambiate in funzione del fatto che ci sia soffermati sulle parole o le immagini, sulla profondità dei testi o la leggerezza delle interpretazioni alla moda. Insomma la regina delle notti parigine ha assunto infinite sfaccettature fra le pieghe del motore di ricerca.

Pensateci bene, per tutti le suggestioni suscitate dalle sue immagini o dai commenti alla sua vita sono derivate da una combinazione di ciò che ha visto con ciò che ha letto, in contemporanea, sullo stesso schermo, magari aprendo diverse finestre di Chrome.

Leggi anche: Visual marketing e creatività post-web: le immagini parassita

L’aspetto interessante di questo processo è che l’immaginario a cui si è dato corpo racconta chi è Kiki de Montparnasse a ogni osservatore, anche se ognuno l’ha incontrata attraverso differenti percorsi web, perché la rete non si ripete mai, non è mai statica come un libro, una fotografia o un affresco. E questa è anche la forza del mito di Kiki, del suo essere riuscita a far passare, anche attraverso le immagini e i testi che di lei popolano il web, la sua consapevolezza e la sua capacità di essere stata coerente con se stessa, malgrado in internet ogni informazione o immagine sia confusa e legata a chissà quale algoritmo.

A questo punto possiamo quindi affermare che per creare un immaginario nel web, e fare in modo che non venga perso, questo deve partire dalla consapevolezza di chi siamo, poiché solo coloro che sanno guardare dentro di sé sanno anche come restituire quanto alberga nel loro immaginario. Persone che compiono un atto creativo capace di diffondere la loro presenza in rete, cavalcando proprio quell’onda, confusa e legata a chissà quale algoritmo, che lo farà riaffiorare su di uno schermo e dimostrare chi è. In fondo non è altro che quanto abbiamo visto nell’esempio dedicato a Kiki. Infatti la regina delle notti parigine, grazie alla sua identità espressa dai ritratti degli artisti e le parole da lei scritte o a lei dedicate, ancora si amalgama senza sosta con la superficie del web e riaffiora per creare nuove narrazioni a lei legate.

Provate ora a traslare tutto questo in termini di azienda o di personal branding.

In quanti sono in grado di fare tutto ciò? Ovvero di creare un immaginario web di loro stessi?

Tutti, basta mettere in gioco l’autenticità della prima forma del racconto: noi, la nostra immaginazione e la nostra capacità di far sognare gli altri attraverso un immaginario, anche dietro a uno schermo. In poche parole siate coerenti, portate un messaggio forte e chiaro di voi stessi, così la rete vi restituirà, anche se in versioni differenti, sempre in modo autentico.

Il marketing, questo sconosciuto. Ovvero, fai sempre ciò che non sai (e lo imparerai davvero)

Adoro i virgolettati, lo ammetto. Ogni giornalista ha la sua perversione. La mia è quella per i virgolettati: un virgolettato di un personaggio, un aforisma, l’estratto di un verso o di un discorso entrato nella storia. Un virgolettato che da solo dia un titolo al tuo pezzo, oppure ancora – furbizia del mestiere – un virgolettato che ti aiuta quando non puoi essere tu a dire quella cosa (attenzione: maneggiare con cura). Il mio regno per un virgolettato.

Ecco, i virgolettati, o i quote come li chiamiamo nel gergo del web e dei social. Ne ho scelti due in questi giorni di ufficializzazione del mio arrivo al timone di Ninja, due citazioni diametralmente opposte, su Linkedin e Facebook. Spiderman (“Da un grande potere derivano grandi responsabilità”) ed Enzo Biagi (“Considero il giornale un servizio pubblico come i trasporti pubblici e l’acquedotto. Non manderò nelle vostre case acqua inquinata”).

La responsabilità di essere liberi, la consapevolezza che quando fai il tuo lavoro, che sia un articolo, un video, un podcast in quel momento sei gli occhi, le orecchie e la bocca del mondo. Che è, appunto, un enorme potere.

Devo ammetterlo, sono sincero: sono pienamente consapevole del potere che ho avuto in questi anni, e di quello che avrò da oggi in poi. Non è tanto il potere di saper scrivere, quanto quello di essere sempre stato un ibrido, un animale social(e), uno che ha preso la sua prima querela per diffamazione a 14 anni, mentre impastava già da anni articoli, manifestazioni studentesche e codice html e php.

Era il Duemila. Internet, al tempo, parlava un linguaggio verticale: per esistere, per dire la tua (e contare qualcosa), dovevi possedere non tanto un buon lessico quanto avere gli strumenti per costruire il tuo piccolo orticello. Non esistevano i vari WordPress, Medium, eccetera, e gli unici esperimenti più vicini all’idea che oggi abbiamo dei social network erano le newsgroup, prima, e i forum poi.

Il potere, dicevamo. Il mio potere era quello. Avevo capito, forse prima di altri, che il nuovo fuoco di Prometeo era possedere le tecniche e i linguaggi del digitale.
Tutto ciò mi ha sempre aiutato tantissimo a migliorare, ogni giorno, osservando quelli più bravi di me, a frequentarli, parlarci, e copiarli se volevo.

In questi primi trentun anni di vita ho fatto tante cose. Alcune ho capito che era meglio non farle, altre rimpiango un po’ di non aver insistito.

Ho vinto, ho perso, ci ho preso, ho sbagliato. Una mattina, ad esempio, ho scritto una cosa. Uno slogan su uno striscione, che è poi diventato un movimento antimafia: “E adesso ammazzateci tutti”.

Un virgolettato che ha cambiato per sempre la mia vita (e quella delle persone che mi vogliono bene).

Alcuni anni dopo volevo fare un’inchiesta sul delitto di un magistrato dimenticato. Molti colleghi che oggi si riempiono la bocca di impegno civile, ma soprattutto alcuni caporedattori mi scoraggiarono: «è una storia vecchia di vent’anni»…. «lascia perdere, tanto non interessa a nessuno».

Ci ho scritto un libro, il mio primo libro. E ci ho messo tre anni per scriverlo. Ho studiato le millemila pagine di indagini preliminari, verbali, informative, le sentenze di condanna e di assoluzione di Riina, Provenzano e i suoi. Ho studiato la storia della ‘ndrangheta, articoli di giornale scritti prima che nascessi, o quando avevo poco più di 5-6 anni. Alcuni, molti, pochi, forse troppi di quei virgolettati li ho messi insieme, come le tessere di un puzzle. Ho cercato di spiegarli.

Ma non riuscivo a capire, per questo me ne sono andato nel piccolo paese d’origine di quel giudice, e con una scusa qualsiasi («stiamo girando un servizio sui piccoli paesi che si spopolano», ai tempi facevo documentari per la Rai) ho parlato con un po’ di gente. Donne, uomini, vecchi, meno vecchi. E alla fine di ogni chiacchierata – di quelle innocue, che ricalcavano lo stile incellophanato dei rotocalchi – rifilavo quelle due-tre domande che servivano a me. Virgolettati che mi sono costati altre denunce. Ma che a loro modo hanno contribuito a far togliere la polvere da alcuni fascicoli. E riaprire le indagini.

Avrei potuto scegliere di scrivere di quelle cose, di fare “il giornalista antimafia”, ma non ho voluto. L’antimafia non è una professione. Semmai una professione di fede, come la religione o le passioni sportive. Per questo, finché ho potuto (leggi: finché mamma Rai ha continuato a rinnovare, come la data di scadenza di un vasetto di yogurt, i miei contratti) ho continuato a girare documentari per insonni.

Poi da un giorno all’altro mi sono trovato senza più un lavoro. “Ma falla qualche telefonata”, mi dicevano. Io niente. Ho scelto di ripartire da zero. Nel frattempo, lasciata Roma per un po’ e tornato giù a Polistena ho imparato altre cose. Come si impasta il cemento, ad esempio: per un periodo ho fatto il manovale agli operai e muratori (che pagavo io) durante i lavori di ristrutturazione – in estrema economia – della vecchia casa dei nonni. Volevo aprire un b&b, ma presto finii i pochi risparmi che avevo.

resilience

Ci sono stati periodi brutti. Quelli di quando erano finiti i viaggi in treni veloci e aerei. A stento avevo i soldi in tasca per fare un biglietto per Roma su quegli autobus scassati che viaggiano la notte. Una notte, quella, la più buia, per me durata quasi un anno. Fino a quando rincontrai una persona che avevo conosciuto anni prima, quando saltavo come un grillo da una scuola all’altra, passando per qualche ospitata televisiva e sparando a zero contro mafiosi e potenti corrotti di turno, e che mi aveva voluto tra le penne che fondarono “CheFuturo!” (perché «tu sei un innovatore»), si meravigliò che non stessi lavorando e mi propose di andare a lavorare con lui. Poi se ne dimenticò, e io al tempo ci rimasi un po’ male. Ma sapevo che era anche molto impegnato, per cui quando qualche settimana più tardi scrisse un post su Facebook nel quale cercava un giornalista per un nuovo progetto scrissi una mail. «Offresi su Roma (e disposto a trasferte frequenti) giovane 29enne, bella presenza, conoscenze social come l’Ave Maria e SEO quanto basta per far decollare in un mese qualsiasi sito basato su WordPress. In più, il nostro dispone di discrete competenze di coding php/html/css, ottime competenze grafiche nonché di videomaking e comunicazione a 360°. Tira fuori il meglio di sé da trascinatore e allenatore in campo, ma (se necessario) è abituato a lavorare anche da solo (ed anche tanto)».

Volutamente non allegai il curriculum. Una settimana dopo ero già a lavorare con lui, e non al nuovo progetto editoriale: mi aveva messo in mano “CheFuturo!”. [A proposito, grazie Riccardo, la vita è fatta di occasioni e fiducia. E tu a me l’hai data. Credo anche, senza finte modestie, di averti ripagato 🙂 ]

Sono sempre stato un nerd, sì, ma non ne sapevo un fico secco di innovazione, masticavo economia un po’ per gli studi in legge un po’ perché leggevo. Ripresi a studiare, e in un mese o poco più anche i risultati iniziarono ad arrivare. E mentre lavoravo imparavo, moltissimo, dai post degli altri, quando li editavo. Stesso copione, paro paro, quando il boss mi passò dall’oggi al domani a “StartupItalia!”: le startup?! Ma che, davvero? Ne sapevo poco, molto lo avevo imparato dai colleghi stando in redazione. Eppure… Eppure ho studiato, tantissimo. Neanche ricordo quante ore ho passato sulle bacheche Facebook di alcuni di quelli che oggi sono miei amici veri, o di quanti soldi ho speso per libri su Amazon.

E oggi sono qui, nel primo giorno di una nuova grandissima avventura e in un mondo, quello dell’editoria, in piena crisi. Ma anche in profonda trasformazione/ri(e)voluzione.

Il marketing, questo sconosciuto (anche se Santoro una volta in diretta mi disse «potresti fare il pubblicitario»). Ma c’è già una squadra fortissima, perché questa testata è quello stesso Ninja Marketing che da oltre 10 anni informa (e ora soprattutto forma) i migliori professionisti del digitale in Italia.

Io porterò quello che so fare, probabilmente qualcun altro arriverà a darmi una mano, il resto lo imparerò da loro, editors e contributors. Sono dei fuoriclasse nei temi di loro competenza proprio perché quasi tutti a loro volta professionisti e non giornalisti.
Ciascuno di loro suona benissimo. Proverò a farli suonare insieme e meglio. Me compreso: sarò un direttore d’orchestra, il primo violino quando serve, il fonico, la maschera di sala.

Sbaglierò

Di solito negli editoriali di insediamento i direttori presentano il piano editoriale, anticipano qualche cambiamento, lodano la nuova squadra (che spesso ha innesti di loro fiducia), anticipano alcuni cambiamenti. Tutti, dico tutti, nel loro pezzo di insediamento, scrivono tra le righe chi sarà il loro nemico, o i loro nemici. Fateci caso. Che siano persone, governi, banche, aziende o fenomeni sociali poco importa.
Non voglio essere da meno. Il mio nemico sono io. La parte di me che in questo momento è entusiasta da volersi mangiare il mondo, e anche quella che è impaurita come un passerotto nel giorno del suo primo volo.
Sto ricevendo centinaia di auguri e attestazioni di stima. Vi chiedo di essere altrettanto partecipi nelle prossime settimane di “setup” con i vostri consigli e le vostre suggestioni (siete preziosissimi!). E vi chiedo di essere altrettanto partecipi nel farmi notare soprattutto quando sbaglierò, perché sbaglierò.

Sbaglierò quando cercherò di abituarvi a leggere cose che finora qui non avevate letto, e vi incazzerete perché “mi ero iscritto alla newsletter di marketing e ora mi parlano di crescita personale, fintech (e indipendenza economica), industria 4.0, sharing economy, bio hacking e”… E non solo, siatene certi!

Sbaglierò quando ospiterò qualcuno che dice che «il digitale non è la manna dal cielo», o che «molte startup sono fuffa». Sbaglierò quando privilegerò lo storytelling, e quando preferirò i numeri. Sbaglierò quando capiterà che parleremo di politica. Soprattutto quando proveremo a spiegarvi da queste pagine digitali che la “post-verità” è probabilmente la mamma di tutte le bufale, quella cosa che i potenti hanno inventato per bollare fatti e fenomeni che non riescono più a controllare/governare.

Sbaglierò quando farò venir meno la diplomazia a vantaggio dell’irriverenza e dell’indipendenza mia e di questa testata. Sbaglierò quando mi vedrete difendere a spada tratta ognuno dei nostri autori e dei giornalisti, e quando non li difenderò e dirò – sempre – che ho sbagliato io. Sbaglierò quando non riuscirò a spiegare bene qualcosa. Sbaglierò quando probabilmente non riuscirò sempre a portare acqua «non inquinata» nelle vostre case. O meglio, nei vostri device.

Sbaglierò. Tanto. Seguiteci e, piuttosto, sbagliamo insieme. Che c’è anche più gusto.

Be(e) Ninja!

@aldopecora

Lavorare nella scuola soltanto col diploma e altri consigli per aspiranti “posti fissi”

Con la denominazione complessiva di personale ATA, nella scuola e in generale nelle istituzioni educative, si intende quel complesso di figure come amministrativi, tecnici, collaboratori scolastici, cuochi, guardarobieri e infermieri, che svolgono funzioni amministrative, contabili, gestionali, strumentali, operative e di sorveglianza connesse all’attività delle istituzioni scolastiche.

In base alle mansioni svolte, per il personale ATA sono individuate quattro diverse aree professionali, alle quali in linea di massima si accede con il requisito base del diploma di maturità.

Niente specializzazioni in attività digitali, nessun master in management, zero richieste di monitoraggio degli analytics. Insomma, senza voler spegnere i sogni di gloria di nessuno, potrebbero esserci anche altri lavori che molti italiani, abbagliati dalla gloria del news feed, non stanno più considerando.

La scelta potrebbe essere sofferta, perché, come per i docenti, anche per il personale ATA aspirare a un lavoro nella Scuola può significare in molti casi un trasferimento lontano da casa, dove le graduatorie di I e II fascia languono e c’è davvero bisogno di persone disponibili a supplenze su questi ruoli. Ma vuol dire anche godere delle garanzie di un contratto statale, ricevere lo stipendio nella data stabilita e non dover necessariamente aprire una partita iva per lavorare, con tutti gli oneri che questa comporta.

Insomma, sì, il Digital è un universo meraviglioso, stimolante e creativo, ma per seguire questa strada è necessario impegno, aggiornamento continuo, curiosità, studio e investimento personale. Sei pronto per tutto questo o vuoi vagliare qualche altra ipotesi?

personale ATA Digital

Credits: Depositphotos #63996557

Cercare lavoro vuol dire sapersi guardare intorno

Non siamo alla ricerca di risposte assolute, anzi, vorremmo sollevare il problema e chiederci davvero: l’unico futuro possibile del lavoro è quello di Social Media Manager o ci sono altre prospettive che in tanti non valutano per un comodo alibi, che conduce dritti ai dati sulla disoccupazione in Italia?

Soprattutto per chi non ha scelto di fermare la propria istruzione al semplice diploma, ci sono alternative alle ore passate davanti a un monitor o alla ricerca dell’idea geniale per avere successo come Steve Jobs, partendo dal garage di casa?

LEGGI ANCHE: Cosa ha reso la Silicon Valley il regno delle startup e cosa potrebbe fare l’Europa

L’Italia, tra i Paesi ad alto tasso di disoccupazione in Europa, sta registrando un calo del proprio indicatore, ma secondo quanto riportato nel Bollettino mensile della Bce, non si tratta ancora di una riduzione significativa.

Cercare lavoro, soprattutto per i giovani e al Sud, può spesso voler dire guardarsi intorno e andare oltre le proiezioni mentali che tutti costruiamo nel desiderare il lavoro dei sogni. Dove il lavoro si trasforma in necessità, quando non si riesce a trovare una collocazione dove ci si era prefissati, se inizia a diventare più urgente il bisogno di indipendenza dalla famiglia di origine rispetto a quello della realizzazione professionale, anche lavori che non avresti mai immaginato diventano una utile ipotesi alternativa.

Accadrà così, probabilmente, che le graduatorie del personale ATA, nuovamente aperte per aggiornamenti e nuovi inserimenti fino al 30 ottobre 2017, si popoleranno di tanti laureati, disponibili con umiltà e dedizione ad abbandonare la cura del professional branding sul proprio profilo LinkedIn, per cercare fortuna in un contesto completamente diverso, che mai avrebbero ipotizzato, ma in cui certamente potrebbero essere in grado di introdurre note di innovazione derivanti dalla propria formazione da millennial.

La domanda, tanto per cominciare, si consegna anche per via telematica. Indispensabile, quindi, quella dimestichezza con le procedure online che i nativi digitali si sono conquistati a forza di creazione di account e shopping in rete. Un ostacolo in meno per guadagnarsi un posto in graduatoria, che, chissà, potrebbe aprire anche nuove carriere.

LEGGI ANCHE: 5 consigli per restare fiduciosi quando si cerca lavoro

Da Social Media Manager a personale ATA

Credits: Depositphotos #27911967

Storia di un inserimento nelle graduatorie del personale ATA

Quando tre anni fa ho inserito la mia domanda nelle graduatorie del personale ATA, non credevo davvero che sarei stata convocata. Dalla Puglia, ho scelto come sede la provincia di Reggio Emilia, perché sapevo che lì avrei avuto più possibilità di essere chiamata e avrei potuto gestire il trasferimento trovando ospitalità dai miei familiari da tempo emigrati.

Nelle ultime tre settimane, proprio in previsione dell’aggiornamento delle graduatorie, la mia casella postale si è riempita di una quindicina di convocazioni (la maggior parte come Collaboratore Scolastico), a cui ho dovuto sistematicamente rinunciare. In parte per motivi personali, che oggi mi fanno preferire di trattenermi a casa, in parte per ragioni lavorative. Nel frattempo, infatti, in questi tre anni la mia vita professionale è cambiata, ho iniziato a lavorare sempre di più grazie al digitale, fino alla scelta di aprire una partita iva. Lavoro quasi sempre da remoto, ad eccezione delle occasioni – sempre piacevoli – nella quali è d’obbligo spostarsi per incontrare colleghi o seguire eventi; molti dei miei clienti non li ho mai incontrati di persona e una chiamata, più una conferma via email, hanno sostituito la classica stretta di mano.

Insomma, la mia esperienza col digitale chiude per ora con un bilancio in positivo, ma confesso di aver già letto il regolamento per l’aggiornamento delle graduatorie del personle ATA, perché chiudersi totalmente alle alternative potrebbe ancora essere limitante e pericoloso.

startup italiane

5 startup italiane di cui avremmo volentieri fatto a meno

122% in più rispetto al 2014: è questa la percentuale di crescita delle startup nel panorama italiano.

Non è però tutto oro quello che luccica: secondo il rapporto del Mise sulle startup, il 95% delle imprese innovative supera i 3 anni di vita ma solo il 42% di queste è in utile e, nonostante il tempo naturale per trasformarsi da startup a PMI innovative sia ormai trascorso, le aziende innovative rimangono piccole soprattutto per questioni di budget, impedendo la crescita dal punto di vista strutturale ma anche l’aumento dell’occupazione.

L’Italia è infatti ancora fanalino di coda in Europa per gli investimenti di Venture Capital e i finanziatori delle startup nostrane sono, quasi sempre, amici, familiari e conoscenti. Rimane ancora basso (poco più di una ventina) il numero di quelle che sono riuscite a realizzare una fase di deciso consolidamento giungendo alla tanto agognata exit. Troppo poco!

startup italiane

Finanziamenti fatti in casa e pochi giovani

Pubblico e privato devono aprirsi e concorrere al finanziamento delle nuove realtà imprenditoriali perché il sistema dell’innovazioni diventi traino di una nuova economia.

Anche il dato relativo alla composizione dei team non è particolarmente brillante: se è vero che nel profilo dello startupper è il 56% ad aver conseguito una laurea di secondo livello o un master, non sono i giovani a investire in progetti innovativi; fra i soci, c’è un under 35 solo nel 38,2% dei casi.

In questo panorama, incoraggiante secondo alcuni punti di vista (nel primo trimestre del 2017 si sono registrati circa 185 milioni di investimenti in startup e aziende innovative e con il piano Industria 4.0 le detrazioni fiscali sono salite al 30% per chi investe nel settore) e a tratti desolante, abbiamo selezionato cinque startup italiane di cui avremmo volentieri fatto a meno.

Non parliamo solo di fatturato, ma anche di opportunità, mancanza di innovazione, scarse se non impossibili capacità di attirare finanziamenti e… idee assurde.

#5. I’m Watch, il primo smartwatch al mondo

Lo abbiamo visto tutti (forse) Ennio Doris negli spot in cui indossa un Apple Watch. Eppure è stato proprio il colosso americano a segnare la fine per la startup pioniera del settore della wearable technology, finanziata proprio da Doris, che aveva proposto la versione italiana del prodotto con due anni di anticipo rispetto all’azienda di Cupertino.

#4. Volunia, il competitor di Google

startup italiane

Replicare il successo di uno dei più grandi motori di ricerca è impresa ardua, specie se l’obiettivo dichiarato è quello di migliorare il servizio creando un motore di ricerca semantico basato sulle persone. A pochi mesi dal lancio, anche Massimo Marchiori, founder di Volunia, ha abbandonato il progetto.

#3. Memories, la startup per commemorare i defunti

Nata grazie a un finanziamento della Regione Puglia di 65 mila euro, la startup ideata da Raffaele Sollecito, noto al grande pubblico per eventi di cronaca nera più che per le capacità di ingegnere informatico, si propone come un servizio a metà tra social network ed eCommerce.

Se non ti spaventa l’approccio dark al tema dell’innovazione e non ti disturbano immagini a risoluzione indecente, la completa mancanza di attenzione all’UX design e uno stile grafico anni ’90, puoi visitare il portale qui.

#2. StoneX, lo smartphone dello Steve Jobs italiano

startup italiane

Di LaMareen *on fire* – Flickr, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10480378

Si può fare impresa innovativa con una massiccia campagna mediatica? Nel 2015 Francesco Facchinetti aveva annunciato l’ingresso sul mercato dello smartphone StoneX, un prodotto per giovani con tecnologia di serie A e al giusto prezzo. L’obiettivo era quello di sottrarre grosse fette di mercato alle concorrenti Samsung e Apple. Quanti di voi stanno leggendo questo articolo da uno StoneX One?

#1. Egomnia, la startup e il film di Matteo Achilli

Sul gradino più alto del podio non può mancare la startup di Matteo Achilli.

Ne abbiamo già parlato qui: Egomnia è stato un fenomeno mass-mediatico cresciuto sull’onda della partecipazione del suo fondatore, spesso indicato con l’altisonante titolo di Zuckerberg italiano, ad alcuni format televisivi e poi ripreso dal film The Startup, che ne ha raccontato la storia. L’intero ecosistema del web italiano si è mosso per smascherare i numeri gonfiati del social network che, nelle intenzioni del CEO, sarebbe stato l’alternativa italiana a LinkedIn.

ADCI Awards 2017: per la prima volta nella storia un Grand Prix agli studenti

Una vero colpo di scena quello di sabato sera al Teatro Franco Parenti nella serata conclusiva di If! Italian Festival, durante la quale vengono consegnati gli ADCI Awards.

Non era mai accaduto infatti che le giurie non assegnassero il Grand Prix ad un’agenzia: il premio più ambito dai creativi è stato assegnato alla campagna “Linkedinmate” degli studenti di Accademia di Comunicazione (cliente: LinkedIn).

adicgranprix

Il Presidente delle Giurie, Andrea Stillacci, ha commentato sul palco: “Ci siamo guardati negli occhi tutti insieme e non abbiamo avuto dubbi”. Vicky Gitto, Presidente ADCI, sempre dal palco ha affermato: “Tutti voi sapete che una delle cose che viene detta spesso è che per i giovani nel nostro Paese non c’è futuro” […] “Se i giovani hanno queste capacità, il futuro c’è e sarà anche un grandissimo futuro”.

La campagna è il primo progetto al mondo che ha l’obiettivo di reintegrare gli ex detenuti nel mercato del lavoro, utilizzando le “attitudini” che ciascuno ha messo in gioco nel commettere i reati. Ed ecco che un trafficante di droga ha le carte per essere un sales manager, un hacker un ingegnere informatico e un evasore fiscale ha il talento per collocarsi come ispettore della finanza. Alla fine chi meglio di un ladro sa come prevenire un furto?

Altro Grand Prix è stato assegnato per il non profit alla campagna Chat Yourself” realizzata da Y&R per Italia Longeva in collaborazione con Facebook: un chatbot messenger per migliorare la vita dei malati di Alzheimer.

Il chatbot è un assistente virtuale, capace di memorizzare l’intera vita di una persona restituendogli su richiesta informazioni fondamentali come ad esempio il nome e il contatto dei propri figli, il percorso per tornare a casa, le scadenze della settimana, eventuali allergie, e altri elementi personali utili ad affrontare al meglio la propria giornata (come descrive Youmark).

Ma sono state tante le campagne di quest’anno davvero memorabili che hanno ampiamente meritato i metalli. Vediamo le principali categorie.

Promo & Activation

Per Digital & Social Media vince un Oro la campagna “Responsibly The Beer” di McCann Milano (cliente: Ubrew) e per il non profit un Oro anche a “Forgetting Auschwitz, Remembering Auschwitz” di Havas Milan (in partnership con Associazione Figli della Shoah e Fondazione Cdec).

Cyber 1

Il primo Oro della serata è andato, senza troppe sorprese, alla campagna più famosa dell’ultimo anno: “Tim Dance” di Havas Milan. Sempre la stessa agenzia conquista un altro Oro per la campagna “Forgetting Auschwitz, Remembering Auschwitz”.

Best Use of YouTube

Quest’anno vince H48 con #lamarchetta dei The Jackal (cliente: Carrefour).

Cyber 2

Per l’Uso Innovativo e Creativo della Tecnologia vince l’Oro il Gruppo Roncaglia con la campagna “4Matic Adaptive Story” (cliente: Mercedes Benz) e per il non profit ancora un Oro per Chat Yourself” realizzata da Y&R.

Per Social Media/Creative Social Content & Editorial vince 2 Ori We Are Social con la campagna “Bring Originals to Life” che ha portato (tra gli altri) Beppe Vessicchio nel sottosopra di Stranger Things, Aranzulla in Black Mirror e Berlusconi in Okja.

Premio Equal

Questo nuovo award, istituito da quest’anno con il patrocinio della Camera dei Deputati, premia l’azienda e l’agenzia creativa la cui campagna si è distinta per la capacità di promuovere l’evoluzione della rappresentazione di genere.Quest’anno il vincitore è stato J. Walter Thompson Italia con la campagna “#DOITTOGETHER” (cliente: Indesit).

Integrated

Un Oro a M&CSaatchi per la campagna “The Marathron” (cliente: SKY Italia) a un Oro a“Tim Dance” di Havas Milan. Per Digital Integrated Campaign Non Profit un altro Oro anche a “Forgetting Auschwitz, Remembering Auschwitz” di Havas Milan.

Film, Craft & Branded Content

Per la categoria Craft- Regia e Animazione si aggiudica l’Oro l’agenzia MONO con la campagna “Whoa There” (cliente: Alfa Romeo). Un altro oro in questa categoria va a #Saachi&Saachi + Filmmaster per la campagna “Enel Door” (diretta dai francesi We Are From LA).

In Film – Altri Schermi si aggiudica l’oro l’irriverente campagna DDBGroupIkea: ispirazione o cospirazione?

Nella categoria Branded Content vince l’oro (e anche un Best use of YouTube) J Walter Thompson con “Killer in Red”, film diretto da Paolo Sorrentino (cliente: Campari) e ancora Chat Yourself” di Y&R.

In Craft – Art Direction Offline vince l’agenzia Le Balene con “Every Mark is unique” (cliente: Pirelli).

PIRELLI – Pokras Lampas, Every mark is unique from Trees Home FILM on Vimeo.

Outdoor & Fotografia

L’Oro quest’anno va al tabellare di Ogilvy&Mather Ad/Sorbent” (cliente: Urban Vision), il circuito ooh che sfrutta la tecnologia The Breath, il tessuto Made In Italy che assorbe l’inquinamento urbano e contribuisce a ripulire l’aria che respiriamo.

Tra gli altri metalli merita una menzione speciale l’argento in Branded Content Tv & Cinema per “Complimenti per la connessione” dell’agenzia Plural (cliente: Rai) – un viaggio istruttivo e divertente alla scoperta del mondo di Internet in compagnia dei personaggi più amati di Don Matteo.

Altra menzione per “Santino Safety System” di Saatchi&Saatchi presente in numerose categorie con argenti e bronzi (di cui vi abbiamo parlato qui).

L’elenco con tutti i metalli è disponibile sul sito di ADCI.