Dire sempre di sì e altre 6 cattive abitudini che non ti faranno mai fare più soldi

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#1. Dire sempre di sì

E’ importante saper negoziare sempre. Magari non otterrai sempre ciò che vuoi, ma se non intavoli delle trattative non avrai mai ciò che chiedi.

Lo stipendio, ad esempio. Ricorda che la prima offerta di un datore di lavoro è sempre la più bassa. Se sai chi sei, credi davvero nelle tue potenzialità e non hai paura del futuro allora potresti e dovresti osare e chiedere di più.  Mal che vada ti risponderanno di “no”, oppure magari potresti ricevere una controfferta.

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#2. Restare sempre uguali a se stessi

Ma quale trading, Buoni del Tesoro e mattone…! Investi su te stesso. La tua miglior fonte di guadagno è il tuo tempo e come lo usi: impara cose nuove, acquisisci più competenze, dedica tempo alla lettura e ai tuoi hobbies. Solo così potrai fare scelte migliori, capire dove sono e come cogliere le opportunità. Fare più soldi, insomma.

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#3. Non capire quando sei demotivato

Hai poco più di 30 anni e lavori da più di 3-4 anni nella stessa azienda. Anche se si tratta della startup che hai fondato potresti perdere un po’ di entusiasmo.E’ fisiologico. Il problema è però quando questo si tradurrà a investire meno energie in quello che fai e, quindi, guadagnare poco a poco di meno. Quando capisci che stai perdendo motivazione devi intervenire subito! E’ bene che tu ti fermi un attimo a capire perché hai perso interesse per quello che fai, per quel task, per quel cliente. E quando lo avrai capito intervenire per risolvere il problema. Meglio perdere un cliente o un affare che ritrovarsi, andando avanti così, senza più un lavoro.

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#4. Non far “muovere” i soldi

I soldi non sono un concime che fa crescere altri soldi. Tenerli fermi sul conto in banca non serve a niente. Come abbiamo già scritto, investili per formarti e migliorare le tue skills. Se lavori nel digitale, ad esempio, potresti iniziare seguendo dei webinar verticali (per iniziare, molti sono gratuiti), per poi magari iscriverti a un corso dedicato.

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#5. Non avere un piano di riserva

Ok essere focalizzati su un obiettivo, ma mai esserlo per sempre solo su quello! Gli anglosassoni la chiamano “tunnel vision“: è un’espressione che usano per indicare quelle persone che sono focalizzate su una cosa soltanto e non riescono a riconoscere o prendere in considerazione altre opportunità. Per esempio non diversificare le entrate e affidarsi a una sola fonte di reddito.

#6. Essere troppo generosi

C’è chi, in buona fede, crede in un progetto così tanto da mettere se stesso in secondo piano a favore del progetto e del datore di lavoro. Ma attenzione: sacrificare il tempo e, soprattutto, gli obiettivi personali della tua vita sol perché sei (fin troppo) generoso ti porterà ad avere sempre più svantaggi che vantaggi.

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#7. Accontentarsi

Ovviamente bisogna sapersi accontentare. Sul lavoro come nella vita. Tuttavia, è consigliabile darsi degli obiettivi definiti nel tempo e nello spazio (formazione, competenze, salario, carriera), creando una soglia minima e alzandone sempre l’asticella. Ma questo passa solo dal chiedere ogni giorno qualcosa di più a se stessi e agli altri.

Prima e dopo Photoshop, se non dichiari la foto ritoccata 37mila euro di multa

Dal 2 ottobre, brand, agenzie pubblicitarie, fotografi e industrie del fashion dovranno indicare espressamente la dicitura Photographie retouchée (fotografia ritoccata) accanto all’immagine. A stabilirlo è una legge, la Loi Mannequin, che porta la firma del deputato francese Olvier Veran.

Perché la Francia ha voluto una legge anti-Photoshop

Il testo della legge prevede un giro di vite anche sulle case di moda, imponendo di far sfilare in passerella modelle non troppo magre, e che comunque dovranno produrre certificati medici che attestino di avere un indice di massa corporea salutare.

La legge transalpina chiama in causa sia le foto pubblicate su carta che online. Secondo le autorità di governo francese, la legge è stata approvata per combattere l’immagine “irrealistica” che spesso viene fornita da media e pubblicità e di conseguenza per contrastare i disordini legati all’alimentazione.

Le multe per chi non dichiara il fotoritocco

Per chi viola l’obbligo di etichetta Foto ritoccata” le multe ammontano ad almeno 37.500 euro e fino al 30% del costo della campagna.

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Agnès Buzyn, Ministro della Salute francese

«Sarà obbligatorio indicare l’etichetta “foto ritoccata” per tutte quelle che saranno usate per scopi commerciali, quando il corpo di un/una modella sia stato modificato con un programma di fotoritocco per snellire o tagliare la figura», ha dichiarato lo scorso maggio il ministro della salute francese.

Anche la repository fotografica Getty Images si è adeguata alla nuova direttiva: d’ora in poi tutti i fotografi che intendano pubblicare sulla piattaforma devono firmare un contratto in cui confermano che le immagini di modelle e modelli non sono ritoccate, pena la rottura del contratto e l’esclusione dalla piattaforma.

La risposta italiana

Anche il Parlamento italiano discuterà presto un testo di legge simile. La proposta di legge è stata depositata alla Camera dalla deputata del Movimento 5 Stelle Azzurra Cancelleri.  Il testo propone delle sanzioni per i mezzi di informazione e tutti quei soggetti che promuovono un’immagine di eccessiva magrezza, e impone alle case di moda l’impiego di modelle con indice di massa corporea inferiore a 18,5, al di sotto del quale, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, si può parlare di malnutrizione.

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Vedere la partita e il MotoGP in realtà virtuale. Così lo sport diventerà “immersivo”

La Realtà Virtuale ha avuto la sua esplosione tra il 2015 e il 2016 grazie allo sviluppo tecnologico, alla comodità dei nuovi visori e all’integrazione con gli smartphone. Proprio nel 2016 i maggiori esperti avevano indicato nella VR uno dei maggiori trend del mondo della tecnologia e non solo.

I dati di vendita e lo sviluppo della Realtà Aumentata (AR) spinto da Apple e dalla sua maggior immediatezza, hanno dimostrato che la Virtual Reality è pronta al decollo, sebbene sia ancora in rampa di lancio. 

Dal 2018, però, è ipotizzabile la svolta: sono in arrivo sul mercato soluzioni standalone (senza l’utilizzo di smartphone e pc) dal prezzo accessibile, lo sviluppo di app dedicate alla VR è in forte aumento e si stima che entro il 2020 i guadagni del settore aumenteranno del 1000%.

Sempre più VR nel futuro dell’Entertainment

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Ci sono due settori che potrebbero rilanciare il mercato e sono legati, ovviamente, al mondo dell’entertainment: Gaming e Sport.

Il gaming, grazie a Sony, ha già dimostrato che la Virtual Reality è il futuro: Playstation 4 VR ha venduto nei suoi primi 4 mesi quasi 1 milione di visori, poco se si considerano le 60 milioni di console, ma un dato importante in relazione agli altri contesti di utilizzo e al fatto che ancora la qualità delle immagini (fondamentale per i gamers) non è perfetta.

Anche il trend degli eSport dimostra che la strada è quella della Realtà Virtuale. A luglio 2017, infatti ha preso il via la  VR Challenge League, il primo torneo al mondo di gaming competitivo in realtà virtuale creato in collaborazione con Oculus e Intel, che si concluderà con la finale inserita nel palinsesto dell’Intel Extreme Masters World Championship 2018.

LEGGI ANCHE: Il futuro dello sport è mobile

Sport e realtà virtuale

Così come nel 1947 fu un evento sportivo, la diretta delle World Series di Baseball tra New York Yankees e Brooklyn Dodgers (ovviamente coinciso anche con la fine della guerra e la ripresa economica) a incrementare vertiginosamente la vendita di televisori negli Stati Uniti (da 4mila nel 1939 a oltre 50 milioni di TV vendute nel 1953), oggi lo Sport potrebbe essere il principale driver per la definitiva consacrazione della Virtual Reality.

La Tv, negli anni ‘30 – ’40 era poco economica e non offriva nessun contenuto originale davvero soddisfacente anche a livello qualitativo, esattamente come è avvenuto  durante la prima ondata di VR: costi elevati, pochi contenuti e qualità non paragonabile a quanto offerto dal mercato.

Negli ultimi anni il mondo della fan experience è totalmente cambiato passando da un messaggio unidirezionale (regia televisiva – commento – spettatore) a un’esperienza multi-canale e multi-sensoriale più personalizzata, social e immersiva.

E cosa c’è di più immersivo della Realtà Virtuale?  Con l’internalizzazione del tifo, per milioni di fan sparsi nel mondo, è difficile, quasi impossibile, vivere lo sport dal vivo, mentre con la VR avrebbero un’esperienza immersiva live senza eguali.

Con la VR l’esperienza diventa personalizzata e immersiva: ognuno può scegliere di guardare quello che vuole in qualsiasi momento da qualsiasi angolazione: a bordo campo, sugli spalti, visione area grazie ai droni, la tecnologia offre oggi grandi opportunità per le riprese video.

L’esperienza con i VR diventa ancora più social: pensiamo a Facebook che ha scelto di puntare su live streaming sportivo in esclusiva mettendo a disposizione un budget di 6,25 miliardi di dollari e chissà che non torni a investire anche sugli Oculus offrendo così un pacchetto, che integrerà sport e social, unico nel suo genere e dall’enorme potenziale di coinvolgimento sensoriale.

Quanto manca davvero alla V-Revolution

Recentemente, ci è capitato di fare un’esperienza immersiva, seppur breve, alla presentazione di Inter Media House: con un semplice smartphone e dei visori i tifosi potranno vivere delle emozioni uniche. Questa è la vera rivoluzione che cambierà radicalmente la fruizione dei contenuti sportivi.

Un altro esempio ancora: le ultime Finali NBA sono state trasmesse anche in VR grazie a NextVR e Samsung Gear. La gestione dell’evento dal punto di vista tecnico è stata davvero interessante. NextVR ha messo a disposizione dei suoi utenti un commentatore dedicato, audio streaming e grafiche in CGI aumentate sulle immagini e il risultato è stato ottimo, per essere un primo step.

Una ricerca recente della Juniper Research sulla realtà virtuale prevede che il consumo di dati wireless associati ai visori VR, prevalentemente utilizzati da smartphone, crescerà di oltre il 650% nei prossimi 4 anni. Servirà quindi una migliore copertura della rete sia wireless che dati e sicuramente lo sviluppo della rete 5g favorirà la crescita del VR.

Gli strumenti per la V-Revolution ci sono già: smartphone di altissima qualità, visori integrati, possibilità di realizzare video 360°, utilizzo dei droni, connessioni ad alta velocità, fanno già parte della quotidianità dei contenuti creati dal mondo dell’entertainment e delle società sportive. Il prossimo step tecnologico sarà l’integrazione di questi strumenti per la creazione di contenuti esclusivi per la Virtual Reality.

L’armonia di Koralie esplode nella capsule collection dell’azienda francese Sessùn

di Silvia Scardapane

Quando una delle artiste più amate nel mondo dell’arte urbana contemporanea francese incontra un elegantissimo marchio di abbigliamento femminile nasce una capsule collection unica ed inimitabile che diventa, in un lampo, un perfetto case study per la nostra rubrica. Questa settimana siamo perciò contenti di potervi raccontare l’affascinante collezione firmata da Koralie per l’azienda francese Sessùn.

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Un opera di Koralie a Montepellier

Koralie è un’artista di Montepellier che dagli anni Duemila ha scelto di contaminare la propria arte ispirandosi a costumi popolari, monumenti emblematici e tradizioni che in prima persona incrocia ed ama durante i suoi numerosi viaggi. Inizialmente, i suoi interventi erano eseguiti con particolari tipi di spazzole direttamente sulle superfici murarie; in seguito ha sperimentato la forza visiva del paste-up per poi realizzare elementi grafici con stencil personalizzati che le permettono così di unire, armata di acrilici e pennelli, le creazioni messe a punto con la computer grafica insieme alla pittura. Ciò consente a Koralie di abbattere ogni confine visivo, mescolando diversi elementi e strumenti, proprio come il matrimonio che desidera tra le culture di ogni popolo del mondo: prendono così vita bellissime geishe dal corpo di matrioska, con acconciature vittoriane ed ornamenti dell’antico Egitto. L’artista, che tra l’altro è la prima ad essersi affacciata al mondo della street art nella propria regione, adora comunicare con il pubblico e renderlo partecipe delle proprie creazioni: molto amato è infatti il suo “Pack Koraliecolor”, un libro da colorare per adulti che, tra mandala a straordinarie strutture architettoniche, aiuta ad immergersi completamente nel singolare universo dell’artista.

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L’arte di Koralie è visibile sulle pareti e nelle gallerie di tutto il mondo ed ha uno scopo ben preciso: ricercare l’armonia multiculturale che ognuno vorrebbe vedere nella propria città e che a quanto pare ogni donna desidererebbe avere anche nel proprio armadio! La scelta di Sessùn appare perciò molto significativa: realizzare capi di abbigliamento per donne che adorano viaggiare con un’esplosione di stile e preziosità dei particolari che evocano luoghi ed epoche differenti.

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“Koralie x Sessùn” comprende circa venti prodotti, tra cui pantaloni larghissimi, giacche da lavoro, gonne, grembiuli e persino un kit per pennelli: unico color denominatore è l’indaco, accompagnato dalla moltiplicazione di svariate applicazioni tessili come stampe, ricami e jacquard. L’indumento e gli accessori diventano così un vero nuovo mezzo di espressione per l’artista, che ha ricreato finanche un bellissimo murale etnico dai richiami naturali nello store parigino dell’azienda.

Anche la fondatrice del marchio Emma François adora viaggiare. L’idea di dare vita ad un marchio di abbigliamento femminile le nacque durante un viaggio in Sud Africa, presentato poi ufficialmente a Parigi nel 1998. Per Emma, come si legge nella sua biografia, è importante ascoltare le tendenze ma ancor più i propri sentimenti: ogni capo prodotto da Sessùn, infatti, viene attentamente studiato, quasi fosse realizzato, di volta in volta, sul corpo delle donne di tutto il mondo. Proprio per questo l’azienda lavora ormai da anni con numerosi esponenti dell’arte musicale, della ceramica ed ora anche dell’arte urbana: una altissima capacità di attenzione polimorfica e di selettività che attualmente rendono unico al mondo il marchio di Emma.

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La collezione in edizione limitata “Koralie x Sessùn”, disponibile sul sito web dell’azienda e sul concept store online dell’artista, ingloba i punti di forza di una collaborazione aziendale con la lode: da una parte, la valorizzazione dell’arte del proprio Paese; dall’altra, l’importanza di evidenziare la creatività femminile in un campo costellato perlopiù da artisti di genere maschile.

Influencer organici: chi sono, cosa fanno, come trovarli (e come sgamare i furbi)

Influencer fantastici e dove trovarli: questo titolo-citazione potrebbe essere adottato per ribadire che il tema dell’influencer marketing è solo agli inizi.

Facendo un breve riassunto: nello scenario online, l’influenza che i brand sono in grado di esercitare sulle percezioni e i gusti degli individui, non è assolutamente paragonabile a quella esercitata dagli utenti nei confronti dei loro pari. Chi detiene quindi il potere nella comunicazione digitale?

LEGGI ANCHE: Pinterest abbraccia l’Influencer Marketing

Ecco spiegato perché la figura dell’influencer viene tenuta sotto osservazione dalle aziende e soprattutto da chi si occupa di marketing. Numerosi studi dimostrano che esistono varie tipologie di influencer; tra le più “preziose” in ottica di social media marketing, vi è quella che IBB in una ricerca basata sull’analisi oltre 20 milioni utenti di Facebook, definisce influencer organico.

Chi è considerato Influencer organico

Le comunità online, siano esse fan page o gruppi chiusi, sono caratterizzate da un aspetto: sono costituite da una pluralità di soggetti che, sebbene condividano gli stessi interessi, vivono il loro rapporto con gli altri membri del network in maniera differente.

In pratica, non siamo tutti uguali, in una community ad esempio possono coesistere l’utente più introverso, che segue con attenzione le discussioni e il soggetto più espansivo, che dice la sua su qualsiasi argomento; poi ci sono loro: quelli dotati di un social carisma, quelli che spontaneamente sono in grado di “trainare” il gruppo ma che soprattutto, vengono ascoltati ed hanno una buona dose di credibilità. Ecco, se nella vostra community ci sono persone così, siete in presenza di influencer organici.

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L’identikit dell’influencer

Prendendo come contesto Facebook, l’influencer organico è colui in grado di alimentare positivamente fan page o gruppi, in particolare intervenendo sulle discussioni che avvengono al loro interno.

I contenuti che produce vengono considerati autorevoli e interessanti dal resto della community e generano un elevato livello di engagement, il tutto produce quindi un effetto “benefico” sull’immagine e la reputazione del brand, per non parlare del ROI: tutto ciò è a zero budget!

Citando ancora lo studio di IBB che ha preso in esame gli utenti trovati all’interno di oltre 80 fan page di show televisivi, l’influencer organico è colui che non solo è più attivo in termini di attività social, ma i suoi contenuti ottengono un numero di commenti e like cinque volte superiore rispetto al resto dell’audience.

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Metriche e tools per capire chi è davvero influencer e chi no  

Una volta compreso “il peso” dell’influencer non solo da un punto di vista qualitativo ma anche quantitativo, il processo per individuarlo risulta essere più fattibile grazie all’adozione di metriche che misurano la sua attività all’interno della pagina, e tool come Sociograph in grado di dare un volto a questi potenziali alleati.

Più sono chiare le caratteristiche di questo particolare segmento, più aumentano anche le possibilità di targeting per attività chiave come ad esempio comunicazioni mirate o la creazione di pubblici simili (Lookalike) che consentono di replicare su scala più ampia un particolare target.

La conoscenza del proprio pubblico social è ormai importante quanto quella del mercato in cui si opera. Individuare un gruppo di influencer organici significa poter pensare di coinvolgere un segmento di soggetti a cui destinare campagne di marketing dal ritorno potenzialmente molto elevato. Tuttavia, chiamarli in causa non è sempre la soluzione e questo dipende da quelli che sono gli obiettivi della strategia, quindi non sfruttate questo potenziale e maneggiatelo con cura!

Condividete le vostre esperienze sulla pagina Facebook, su Twitter o sul gruppo su Linkedin.

Week in social: Instagram vince con i sondaggi, Snapchat debutta sul computer di Google

Anche questa settimana torna la rubrica Week in Social, per proporvi un riassunto esaustivo delle notizie più importanti in ambito social media.

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Inutile creare falsa suspense: sapete tutti di cosa stiamo parlando, perché da quando sono arrivati i sondaggi nelle Stories in molti li hanno provati e tutti hanno pigiato un sì, un no, un’emoticons. Questa nuova feature sicuramente rinfrescherà il vostro modo di utilizzare le Stories e darà ai vostri clienti nuove opportunità.

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Dopo l’hype legato alla novità sarà probabilmente più semplice utilizzarla in strategie definite, che sia per confrontarsi con i follower su quale prodotto vada per la maggiore, o per definire i dettagli di un evento. Sull’utilizzo e sulle potenzialità dei sondaggi abbiamo chiesto a Luca La Mesa, docente del Social Media LIVE Program, cosa dovremmo aspettarci.

I sondaggi aiutano a ravvivare l’interazione con gli utenti e mi aspetto che a breve vedremo un uso creativo di qualche brand per esprimere la vera potenzialità di questa nuova feature. Personalmente l’ho proposta il giorno stesso ad un noto personaggio famoso per lasciar scegliere ai suoi fan un aspetto specifico della sua vita quotidiana.

Ma se questa fosse uno di quei piccoli cambiamenti capaci di infilarsi nelle nostre abitudini? Quanta influenza può avere l’opinione dichiarata di una maggioranza su una scelta personale, in particolare quando chi richiede l’opinione lo fa per gioco e non perché all’interno di una strategia compiuta?

LEGGI ANCHE: Instagram Stories: arrivano i sondaggi

Non bastavano i sondaggi nelle Stories: Instagram questa settimana ha deciso anche di intervenire sull’organizzazione dei contenuti, proponendo un tool che potrebbe rivelarsi estremamente interessante per chi, tendenzialmente, si perde i pezzi. Stiamo parlando delle raccolte, che permetteranno di fare benchmark, di tenere sotto controllo i competitor, di organizzare ispirazioni per nuove idee o semplicemente per avere una galleria infinita di tutti gli outfit più trendy. Cosa ne pensa Luca La Mesa di questa nuova idea di Instagram? Ovviamente abbiamo chiesto il suo parere:

Le raccolte sono una novità molto utile che abbiamo voluto subito sperimentare all’interno del Social Media Live Program per vedere come utilizzarle al meglio nel mondo dello sport, della moda, dei brand o dei personaggi pubblici. L’esplosione dei contenuti ha reso sempre più difficile gestire la grande mole di informazioni utili che ci possono riguardare e strumenti di organizzazione e archiviazione come le raccolte sono molto preziosi.

LEGGI ANCHE: Instagram: arrivano le raccolte, la novità che i digital marketers stavano aspettando

Facebook

Continua il lavoro di Facebook per cercare di contenere il problema delle fake news. La nuova iniziativa, in fase di test, si chiama Article Context e consiste in un pulsante che dà informazioni sulla provenienza dell’articolo, sull’autore, l’editore, l’argomento trattato.

Article Context

Gepostet von Facebook am Mittwoch, 4. Oktober 2017

Facebook spiega che “l’obiettivo è di incoraggiare le persone a pensare criticamente alle notizie e a dare loro il contesto necessario per prendere decisioni consapevoli su quali storie leggere, di quali fidarsi e quali condividere” per “incentivare la news literacy e per sostenere una comunità informata”. Questa nuova opzione farà sì che tutte le informazioni ritenute necessarie siano presenti su Facebook, senza necessità di andarle a cercare altrove, cosa che richiede certamente altissimi standard di selezione delle fonti.

Inoltre, in seguito alle vicende dei post legati alla campagna presidenziale e finanziati dalla Russia, Facebook ha reso noti i nuovi punti per  proteggere la piattaforma da abusi, “per garantire una discussione legittima dei temi di pubblico interesse e un dibattito civico onesto”.

La pubblicità dovrà essere più trasparente, mostrando chi è dietro alla pubblicità e quali altre campagne sta portando avanti, anche a chi non ne è il diretto target. Saranno rafforzati provvedimenti contro pubblicità improprie attraverso una revisione sia automatica che manuale che terrà conto anche del contesto in cui è stata acquistata. Le restrizioni sul tipo di contenuto saranno rafforzate per evitare qualunque riferimento alla violenza. Nel caso di pubblicità nel contesto delle campagne presidenzali americane saranno incrementati i controlli della documentazione. Saranno inoltre definiti degli standard nel settore condividendo informazioni sui “bad actors”.

Snapchat

Molto più concreta, invece è Snapchat, alle prese con una nuova versione per il computer in arrivo di Google, il Pixelbook, che funziona come un ibrido tra portatile e tablet e funziona su Chrome OS.

Google ha annunciato che Snapchat sta lavorando su una nuova esaltante esperienza adatta a uno schermo più largo e pensata per Pixelbook, anche se non è chiaro in che modalità.

WhatsApp

Chiudiamo la settimana di novità come è giusto chiudere un venerdì: ??

Ebbene sì, Whatsapp ha lanciato le sue emoticons personali, così che i suoi 1,2 miliardi di utenti possano utilizzarle al posto di quelle create da Apple o da Google. Ma non fatevi prendere dall’euforia: le nuove emoticons, visibili inizialmente in versione beta su Android sono praticamente identiche a quelle di Apple eccezione fatta, ad esempio, per la pistola ad acqua, che è diventata arancione o per l’uovo fritto che si è duplicato.

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Anche per questa settimana è tutto: Week in Social torna il prossimo venerdì, con tante altre novità!

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Conosci davvero i tuoi marchi preferiti? La ricerca “Branded in memory” svela quanto i loghi dei grandi brand fanno davvero parte di noi

Per entrare nel vivo della ricerca targata Sign.com, basterebbe porsi una semplice domanda: conosciamo davvero così bene i nostri marchi preferiti? Se la risposta è sì… bene, allora disegnamoli!

Con Branded in memorySign.com ha voluto chiedere a un campione di 150 americani tra i 20 e i 70 anni di rappresentare dieci loghi di big Company partendo semplicemente dalla loro memoria. Con ben 1500 disegni  e un risultato sorprendente, è stata stilata una classifica dei marchi più memorizzati.

Ne analizzeremo quattro più da vicino,  sfatando o avvalorando i miti intorno ad essi.

Niente paura, se sei curioso di conoscerli tutti, in fondo all’articolo troverai anche la classifica con i loghi più memorizzati! Intanto, ecco un assaggio della ricerca: ti basterà cliccare su uno dei loghi in basso per vedere i diversi risultati della memoria dei consumatori. Buon divertimento 😉

Burger King: panino o corona?

La famosa azienda fondata nel 1954 in Florida, si colloca a metà classifica con solo il 18% di rappresentazioni fedeli. Il dato interessante è che il 21% rappresenta il logo di Burger King con una corona.

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Siamo andati allora ad analizzarne i motivi. Nel primo logo , realizzato nel 1954, c’era proprio una corona. Nel 1957 una nuova versione vede un re seduto in cima ad un hamburger con lo slogan “Home of the Whopper” (Patria del Whopper). Solo nel 1969 il logo cambia aspetto così come lo conosciamo oggi: l’hamburger con all’interno il nome del marchio.

Nonostante però il re sia stato rimosso nella grafica, rimane nel nome dell’azienda e gioca un ruolo fondamentale anche nell’advertising (avete presente le corone di cartone negli store?). Il risultato è una fusione tra nome, advertising e logo stesso, come se la corona identificasse Burger King più dell’hamburger presente oggi.

LEGGI ANCHE: Keeping it Real, la campagna di Burger King contro gli Hipster

Starbucks: mitologia e sirene troppo complessi per essere ricordati

A Burger King tuttavia non è andata così male, infatti nell’ultima posizione della classifica troviamo nientemeno che Starbucks.

Starbucks, la più grande catena di caffetterie del mondo, deve il suo nome al primo ufficiale della Pequod di Moby Dick. Fondata nel 1971 a Seattle, ricrea nel suo primo logo l’ambiente navale marinaresco, già presente nel nome, con una sirena a due code dal seno scoperto. Nella mitologia greca le sirene seducono i marinai con il loro canto, così come il caffè di Starbucks ne seduce gli amanti.

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Nel 1986 l’azienda cambia assetto e così anche il suo logo diventa più pulito, la sirena posta all’interno di un cerchio verde e il petto coperto dai capelli. Fino al 2011 subisce molti restyling con una crescente semplificazione. Questa tuttavia non è bastata a scolpire il logo nella mente dei partecipanti al test, o almeno nella gran parte, infatti solo il 6% rappresenta il logo in maniera accurata. Il 90% ricorda la sirena, ma il 55% ne dimentica la doppia coda e il 45% la corona. Il 31% rappresenta invece il logo prima del restyling del 2011.

In questo caso possiamo affermare che proprio la complessità del logo è determinate sul risultato.

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Apple: il principe dei loghi

Passiamo adesso alle prime posizioni. Come poteva mancare tra i marchi più accuratamente rappresentati la famosa mela?

Con il 20% Apple si posiziona terza. Il logo Apple, che conosciamo oggi, fu realizzato nel 1977 dall’agenzia Regis Mckenna. Inizialmente il logo rappresentava Isaac Newton seduto sotto un albero di mele, ma l’Art Director Apple Rob Janoff voleva un logo più semplice, adatto al business e come chiese Steve Jobs, “non carino”. Il morso fu incluso per evitare di confondere la mela con un pomodoro e per dare un gusto geek (“Byte into an Apple”). La prima mela a strisce colorate (in onore del primo computer a colori), rimase dal 1977 al 1997. Successivamente con il ritorno di Steve Jobs nel 1997 fu scelto di passare ad un colore monocromatico, più versatile e semplice.

marchi: apple

Nella rappresentazione del logo Apple gli errori più commessi sono stati: la direzione del morso (84% lo ha ricordato ma 1 persona su 5 lo ha inserito a sinistra anziché destra); l’inserimento del gambo, anziché la foglia (1 persona su 3); il 15% ha ricordato la foglia ma ne ha sbagliato direzione e il 3 % ha disegnato il vecchio logo a colori.

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IKEA: primo tra i marchi rappresentati

Ed eccoci arrivati alla prima posizione: il logo di IKEA, con il 30% di riproduzioni quasi perfette e il 56% buone, sbaraglia i competitor nella classifica di Branded in Memory.

IKEA è la più grande azienda al mondo per la fornitura di mobili, fondata nel 1943 da Ingvar Kamprad, un imprenditore appena 17enne. Il nome IKEA è un acronimo, le prime due lettere rimandano al nome e cognome dell’imprenditore, le due restanti fanno riferimento alla fattoria di famiglia Elmtaryd e Agunnaryd al piccolo paese a sud della Svezia e luogo di nascita del fondatore.

marchi: ikea

La semplicità del logo IKEA, come si intuisce, è nel lettering con l’utilizzo del carattere sans-serif della famiglia Futura. Non è presente un simbolo sostitutivo o integrato come per gli altri marchi. I colori giallo e blu rimandano alla bandiera Svedese e inoltre il blu richiama fiducia e il giallo gioia, ottimismo e immaginazione. Non viene difficile immaginare come il marchio IKEA sia stato il più memorizzato e rappresentato. La sola difficoltà riscontrata tra i partecipanti al test è stata la scelta del maiuscolo o minuscolo (8%). Se poi si ricorda IKEA con o senza la forma ovale gialla, retrostante la scritta, dipende dal riferimento al logo sugli store (senza ovale) o al logo stampato sui prodotti (con l’ovale). Il 40% include comunque l’ovale.

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Branded in memory: cattiva memoria o amnesia?

Ogni giorno vediamo ma non osserviamo, per questo motivo, anche se i loghi delle big Company sono così diffusi, da non necessitare di una memoria fotografica particolarmente allenata per riconoscerli ed esserne attratti, ne ricordiamo solo quanto basta. Questo processo è stato chiamato “amnesia non intenzionale”, nonostante vediamo qualcosa milioni di volte non lo tratteniamo totalmente nella memoria.

E tu, hai già provato a disegnare a memoria qualcuno di questi loghi dai ancora per scontato di avere una memoria infallibile? Rispondi a questa semplice domanda: di che colore è la seconda lettera del logo Google?

No, non abbiamo dimenticato nulla e dato che ogni promessa è debito, ecco la classifica dei 10 loghi più memorizzati.

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L’evoluzione del Curriculum Vitae: come trovare lavoro con smartphone e gamification

Continua la nostra ricerca di realtà innovative sul tema del lavoro. Dopo aver visto come Unilever utilizza l’Intelligenza Artificiale e la Gamification per selezionare i propri candidati, oggi vi presentiamo una startup, che parte da un’idea tutta italiana. Il suo nome? Employerland!

Qual è l’idea alla base di Employerland? Molto semplice ma, allo stesso tempo, efficace: dare ai potenziali candidati tutti gli strumenti possibili per conoscere davvero le aziende, permettendo, tramite un’app, di creare un avatar, muoversi in un mondo virtuale dove gli edifici rappresentano le aziende e rispondere agli annunci di lavoro che più possono interessare e siano in linea con la loro preparazione.

Il tutto quindi tramite la gamification e… il proprio smartphone!

Abbiamo intervistato il CEO, prof. Gabriele Lizzani, che ci ha parlato più in dettaglio di Employerland e di questo nuovo modo di cercare lavoro.

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Employerland è nata mettendo al centro il concetto di gamification per la ricerca di lavoro. Possiamo affermare che il curriculum vitae e le tradizionali metodologie di recruiting sono superate?

Più che superate direi che sono in evoluzione. Per le grandi aziende che sono alla ricerca dell’eccellenza è importante non solo un buon CV ma la storia delle persone che hanno fatto l’application. Oggi purtroppo, con le riforme della scuola e dell’Università, ci sono tantissimi ragazzi che si laureano con voti alti e con dei profili che su carta sono tutti validi. Tutti giovani, tutti 110 con lode, tutti con ottima conoscenza dell’inglese.

I numeri poi, a causa della disoccupazione giovanile, sono altissimi e vedere tanti candidati in selezione diventa impossibile. Ecco quindi il nascere di soluzioni tecnologiche che vanno alla ricerca di qualcosa di più profondo e di informazioni che solo dal CV non emergono.

La nostra Startup fin da subito ha messo l’accento sulla gamification e pian piano ha introdotto questa innovazione nei contesti aziendali di tante multinazionali. Ma la strada è tutta da percorrere e questo frizzante cambiamento che stanno portando realtà come Employerland deve contaminare ancora tantissime aziende.

Quanto aumenta l’efficienza, sia in termini di costi che di tempo speso, della ricerca di lavoro? Quali sono i vantaggi per le aziende e per i candidati?

I vantaggi sono tanti. Per l’azienda non è solo un risparmio di tempo o costi. Significa veramente mettere mano al processo di selezione, alle prove che servono per sondare le competenze dei candidati. Stiamo andando oltre la logica dei test di inglese o di informatica da far fare via web prima di incontrare i ragazzi.

Il nostro è un sistema aperto e su una specifica competition magari di finance o di marketing si sfidano tutti contro tutti più candidati contemporaneamente. Per i ragazzi questo significa molto. Se sei il più bravo e se sei in cima alla classifica dei Top Performer di una specifica competition significa che il tuo punteggio è migliore di quello degli altri e che un colloquio lo fai sicuro. Poi devi sempre convincere i colleghi delle HR ma a quel punto un passo in azienda lo hai fatto e te la giochi (in tutti i sensi 🙂 ).

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Si può dire che le aziende svolgano, tramite Employerland, anche una parte estremamente significativa dell’induction aziendale? Il candidato, in fin dei conti, arriva al colloquio con gli HR già molto preparato sul conto dell’azienda!

Questo è forse uno dei temi più importanti. Io nella mia esperienza ho visto tanti ragazzi anche accademicamente preparati, ma totalmente a digiuno sul mondo dell’azienda e sul tipo di contesto che si trovano ad affrontare. Non hanno consultato il sito web prima di andare al colloquio, non sanno bene ciò che fa l’azienda. Non conoscono neanche il selezionatore e potrebbero farlo tranquillamente da LinkedIn.

Io quando vado ad un incontro con un potenziale cliente cerco di studiarmi bene chi ho davanti e di conoscere tutto del mio interlocutore. Per molti ragazzi non è così. Si presentano sconfitti in partenza e sperano che qualcuno gli faccia fare qualsiasi lavoro pur di iniziare. Con Employerland consigliamo sempre ai nostri clienti di dedicare spazio ai temi che riguardano l’azienda, la sua storia e i valori così siamo sicuri che i ragazzi qualcosa sull’azienda la sappiano.

Il modello può venire esteso, oltre ai nuovi assunti, anche ai lavoratori già presenti in azienda, con una nuova modalità di aggiormamento professionale grazie al gaming?

Assolutamente. Ma non parlerei solo di aggiornamento. Abbiamo fatto tantissimi progetti per i dipendenti sull’onboarding per esempio anticipando, grazie al mobile, il momento di ingresso in azienda. Sei stato assunto e magari fra 30 gg inizierai il tuo nuovo lavoro? Con la nostra app ti diamo accesso ad un’area riservata dove i futuri dipendenti trovano: il contratto, l’ultimo bilancio, i codici di comportamenti, le policy assicurative e le interviste video dei manager o i video sulla storia dell’azienda.

E siamo andati anche oltre. La multinazionale farmaceutica Roche sta utilizzando Employerland sui temi onboarding e ha lanciato a tutti suoi neo-inseriti delle sfide digitali su questi contenuti. Un modo carino per ingaggiare da subito il personale e di renderlo partecipante e consapevole fin dal primo giorno in azienda.

Qual è il vostro modello di Business e quali saranno gli sviluppi dei prossimi mesi?

L'evoluzione del Curriculum Vitae: trovare lavoro con il proprio smartphone e la Gamification, grazie a Employerland!

Siamo solo all’inizio di questa spinta all’innovazione dei processi Corporate. A breve lanceremo il Video CV e questo sarà un ulteriore punto di rottura con i metodi tradizionali di selezione. Ma il destino di Employerland non è solo concentrato sui processi di selezione e recruiting.

Vogliamo sperimentare la forza del mobile per arrivare ai dipendenti delle aziende e in particolare a chi non può accedere al PC, come gli operai o il personale in forza nel mondo retail. Dallo smartphone posso farti partecipe delle iniziative dell’azienda, condividere il nuovo organigramma, mandarti delle notifiche, farti accedere a dei corsi di formazione.

Con Bosch, per esempio, abbiamo sperimentato il primo corso di formazione mobile sui temi della Sicurezza sul Lavoro. È stato un successo incredibile perché con la Gamification abbiamo reso divertente e fruibile un contenuto come quello della sicurezza che, parliamoci chiaro, non è proprio un divertimento. Questo è solo uno dei progetti sui quali stiamo lavorando.

Sono attive nell’app funzionalità molto avanzate, come la Realtà Aumentata, che ci aiuta nell’integrare contenuti multimediali ad una comunicazione più tradizionale (come locandine, brochure, roll up) che è molto diffusa in azienda per veicolare le informazioni ai dipendenti. Anche se piccina e Startup, non ci annoiamo e per il momento ci piace pensare di poter fare tutto…tutto quello che la tecnologia ci consente di fare.

La cosa divertente però è parlare di questi progetti con le nostre aziende e implementare questi cambiamenti. All’inizio ci guardano come se venissimo da un altro pianeta. Poi però vengono presi anche loro da vortice dell’innovazione e chiedono cose che ci stimolano sempre tantissimo e ci fanno alzare l’asticella.

L'evoluzione del Curriculum Vitae: trovare lavoro con il proprio smartphone e la Gamification, grazie a Employerland!

 

> Employerland è disponibile per il download su Google Play e App Store.

Women have the (digital) power: quattro chiacchiere con Michela Guerra di SAS

Donne e digitale? Un sogno! Flessibilità, dinamicità, diplomatismo: sembra proprio che questo connubio sia perfetto, capace di garantire progetti di ampio respiro e di forte impatto per aziende e società.

E la recente Digiwomen 2017, la lista con cui ogni anno sono indicate 15 eccellenze tra le donne italiane a cui guardare per prendere ispirazione, cita persone molto diverse per lavoro e percorso. Ricercatrici, imprenditrici, giornaliste, manager, politiche. Persone che hanno fatto del digitale la propria passione, e che attraverso il digitale stanno cercando di cambiare le cose all’interno dei propri perimetri di competenza.

L’occasione della citazione in Digiwomen 2017 è stata ottima per fare una chiacchierata con Michela Guerra, Regional Head Digital Marketing, Content & Communication in SAS.

Ne è nata una conversazione molto interessante, in primis per me. Basta, non mi dilungo ulteriormente: sarai tu a dirmi cosa ne pensi. Intanto, buona lettura!

Buongiorno Michela, benvenuta su Ninja Marketing. Essere citata come una delle donne più influenti del digitale in Italia è al contempo un onore e un “onere”. Parlando di onori, cosa pensi che abbia influito nella decisione di includerti in questa classifica di prestigio? Parlando di “oneri”, che cosa vorresti cambiare dalla tua prospettiva personale e professionale, e come ti impegnerai a fare in modo che tale cambiamento avvenga?

Ciao Alberto e buongiorno a tutti i lettori e le lettrici!

Parto dall’onore: assolutamente sì. Essere nella lista mi ha sorpresa, non lo sapevo. È un primo dato molto interessante: chi fa il mio mestiere sa che spesso per arrivare a un traguardo c’è dietro un programma, un percorso. Noi non lo avevamo. L’onore anche perché la lista di donne è bellissima: donne di tutte le età, che hanno fatto qualche cosa che ha lasciato il segno. Non sono una persona che ama i generi. Avere 80, 18 o 65 anni poco importa: se fai una bella cosa, se riesci a comunicare un messaggio positivo, bello, hai già raggiunto il vero risultato. Il risultato non è essere un Millennial, o una donna. Appena letta la lista, avevo scritto in un post: “questo per me è il migliore 8 marzo”. Non amo l’8 marzo. Amo pensare che tutti i giorni ci sia qualcuno che fa qualcosa di speciale.

L’onore è anche di fare parte di un’azienda come SAS, di avere un team – non solo di marketing e comunicazione ma allargato – che davvero mi fa essere in una posizione privilegiata. È una pratica di B2P: sono riuscita a coinvolgere molte persone creando momenti diversi e strutturati. Il messaggio che vorrei dare è quello della co-creazione: oggi più che ieri, mi arricchisco tutti i giorni. L’onore è quello di potere lavorare in un contesto dove a 40 anni sto ancora imparando e dove mi sento costantemente stimolata, oltre che stimolante. Una possibilità e opportunità non banale. Nel mio team, ad esempio, ho costantemente ragazzi in stage. Questa per me è un’opportunità pazzesca perché hanno sempre tanta voglia di imparare e tanto da insegnare.

E qua arrivo all’onere: il senso di responsabilità. Se c’è una caratteristica che noi donne abbiamo innata è il prendersi carico di tutto. Cercherò di vivere con leggerezza consapevole questo onere.

E poi c’è l’impegno costante nei confronti del cliente: voglio potere arrivare a quella persona chiedendole come posso aiutarla con un messaggio più puntuale, vero, in linea con il suo bisogno specifico. Ma senza perdere il divertimento, forse una delle cose che mi ha permesso di essere inclusa nella lista.

In cosa pensi che le donne negli ambienti digitali abbiano “una marcia in più”?

Forse le donne sono maggiormente capaci di co-creare perché abbiamo meno la sindrome di primeggiare: un po’ quello che facciamo in famiglia. La cultura, l’antropologia insegnano che le donne hanno una grande capacità relazionale. Abbiamo capito che da sola non vai da nessuna parte.

Non che la competizione femminile non ci sia, naturalmente.

Se dovessi riassumere per parole chiave, dunque, direi: capacità di co-creare, relazionale, di “tenere botta” e auto-motivazione.

Si parla sempre più spesso di future of work: in che modo un’organizzazione può fare la differenza per fare in modo che i propri dipendenti diano il meglio? E come le tecnologie digitali possono abilitare tale condizione virtuosa?

Torno alla persona. In SAS veniamo considerate persone.

Non sto parlando solo di welfare aziendale. La nostra azienda è best place di work: mia figlia è andata all’asilo nido aziendale e abbiamo tanti altri servizi utili. Queste però sono leve tattiche: quello che fa la differenza è la possibilità di conciliare davvero vita lavorativa e vita privata. Anche perché noi siamo “always on”, non è sempre possibile scendere dal treno della vita lavorativa e del digitale.

L’azienda può supportarti riconoscendo in primis che sei sul treno, permettendo di unire vita lavorativa e privata: qualche giorno fa sono uscita serenamente dall’ufficio alle 17 e sono andata a fare la lezione di prova con mia figlia di 8 anni di hip hop. Questo per molte persone è ancora un lusso. Io ho avuto l’opportunità di vivere quel momento con leggerezza, pur mantenendo un solido coordinamento del team. A questo proposito, il mobile è una cosa eccezionale: abbiamo dei sistemi di sharing e comunicazione pazzeschi.

Un’altra mia fortuna è quella di essere in un contesto internazionale, in cui vedi le innovazioni in tempo reale.

Rappresentando un’eccellenza digitale, non può mancare una tua prospettiva personale sui top trend digital che caratterizzeranno il 2018.

Vedo tantissima confusione, anche a livello di nomenclatura.

Cosa significa digitale? Siamo su un treno, andiamo molto veloce, ma mi accorgo che a volte siamo troppo scollati al mercato. Quando sono entrata in SAS facevo fatica a comunicare gli analytics: oggi vedo che i temi sono caldissimi, ma ci sono anche tante mode. Treni mancati da un lato, mercato non pronto dall’altro e trend che sono veri ma ancora acerbi, solo sulla carta ma non a livello di execution.

L’AI e il machine learning (chatbot) sono sicuramente temi di trend, ma la domanda è: il trend è il chatbot o la Customer Experience in real time? E l’imprenditore o il manager come la etichetta questa cosa? La chiama chatbot, AI, digital transformation o in altro modo? La fortuna, per me, è lavorare nel B2B: ho l’opportunità di dirlo a una persona. Ma uno che fa B2C come fa? Cosa dice alla propria audience, con quali parole? E siamo certi che venga compreso?

Un altro esempio: i video. Si parla tantissimo di video, di video strategy etc. Ma il trend sottostante quale è? La gente non ha più tempo e gli smartphone consentono di parlare e interagire come e quando vogliono. Oppure il tren è il video in sé? Molti preferiscono chiamarlo Visual Marketing, poi che si tratti di un video, di un’icona, di una app, o di un visual scribing poco importa.

Leggi anche: Marco Icardi al SAS Forum Milan 2017: con gli analytics, possiamo davvero costruire un futuro inimmaginabile

Altro trend è il tema degli influencer e degli ambassador: tutti parlano di “democratizzazione” degli influencer, ma le cerchie (i network) non sono democratiche – anzi, piuttosto snob. Impossibile entrare in certi gruppi e cercare di proporre specifiche novità. Esistono influencer e ambassador di lungo periodo, e poi ci sono gli influencer occasionali realmente “democratici”, che si attivano per esempio attraverso le recensioni lasciate su Amazon o Tripadvisor. E questi due gruppi vanno in parallelo. Torno al tema della nomenclatura. Quando parliamo di “coinvolgere gli influencer” a chi ci stiamo riferendo? Sono importanti entrambi, ma si tratta di persone e portate molto differenti.

In relazione ai diversi trend, forse la mia fortuna è di stare in mezzo: ho visto il mondo “vecchio” e sto vivendo quello nuovo. Integrare al meglio questi due mondi, queste due anime: anche questo è un trend che si sta diffondendo a grande velocità.

Comunicare gli analytics, l’AI, il machine learning non è certamente semplice rispetto ad altri prodotti e servizi. Quale è il tuo segreto?

La co-creazione. Da soli non si va da nessuna parte.

Ho capito che prima bastava fare un’ottima comunicazione istituzionale con il mio team, ma non arrivavo al cuore delle persone. Poi ho avuto un’illuminazione: ho capito che la comunicazione istituzionale da sola non va da nessuna parte. Serve forse più tempo (che spesso non c’è 🙂 ) per coinvolgere chiunque possa aggiungere valore: sia interno, sia esterno all’azienda/progetto. Con competenze, esperienze e bisogni diversi. Se no, resta un esercizio di “stile” ma le parti interessate non la comprendono pienamente, non la “sentono” e non riescono a trasferirla.

Il valore sta nel mezzo: nessuno ha ragione, ma vince (e deve guidare) l’esperienza complessiva che riusciamo a offrire al cliente.

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La sfida è mettere a servizio le migliori competenze di marketing e comunicazione e, attraverso queste, creare un primo draft di comunicazione. Tale draft viene poi condiviso con altre figure professionali, come ad esempio il data scientist. Ognuno aggiunge un pezzo e arricchisce il draft: le persone vogliono partecipare. Fare la differenza. Se fai la migliore comunicazione possibile ma è solo tua, hai fallito.

Terminata la condivisione interna all’azienda, dobbiamo poi dare in pasto l’elaborato a qualcuno fuori, che abbia una visione imparziale e che sia dunque capace di aggiungere ulteriore valore: nascono quindi spunti nuovi in ottica di open innovation.

L’unica cosa difficile di questo processo bellissimo è il tempo, sempre tiranno. Ma vogliamo portare sul mercato questa co-creazione: è un percorso, non siamo e non saremo mai arrivati. Ma anche questo è bellissimo, no? 😉

A Morgan Stanley e Fondo Monetario Internazionale piacciono i bitcoin

Settembre 2017 è stato un momento particolarmente turbolento per Bitcoin, la criptomoneta più accettata nel mondo. Se a inizio mese ha toccato il picco storico di quasi 5.000 dollari per unità, il valore è precipitato ben due volte in pochi giorni: quando Pechino ha annunciato di vietare le ICO, le capitalizzazioni di startup attraverso moneta elettronica, e dopo la sententia di Jamie Dimon, vertice di JP Morgan Chase & CO, che ha stroncato il fenomeno classificandolo come una truffa che “farà una pessima fine”.

Per Dimon si tratta di una bolla speculativa addirittura peggiore della prima documentata nella storia del capitalismo, i cosiddetti tulipani olandesi, che nel XVII secolo portò i prezzi dei bulbi alle stelle – uno di questi fu quotato come un appartamento di lusso nel cuore di Amsterdam, #sapevatelo – per poi crollare drasticamente insieme all’economia del paese dopo che un’asta andò deserta e si innescò irreversibile il cosiddetto panic selling.

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Un’allegoria della Bolla dei Tulipani detta anche Tulipmania – non a caso denominata “Carro degli Idioti” (1637).

L’instabilità dei Bitcoin

I Bitcoin raggiungono valutazioni altissime e subiscono forti deprezzamenti: le oscillazioni sono slegate dalle dinamiche del mercato dei cambi globale, correlate esclusivamente alle leggi di domanda e offerta, agli scambi diretti tra gli utenti che vendono e acquistano. Questa apparente “anarchia” porta la moneta ad essere esposta a instabilità e altissima volatilità (la volatilità misura la variazione del prezzo in un certo periodo di tempo, ed è direttamente proporzionale al rischio) e ad offrire rendimenti vertiginosi a chi vi scommette: mille dollari di Bitcoin comprati a luglio 2010 oggi valgono ancora svariate decine di milioni. Tanto per fare un paragone con le monete fiat, mille dollari comprati nello stesso periodo oggi ne varrebbero circa 2.500.

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Il prezzo di mercato dei bitcoin nell’ultimo anno: una corsa sulle montagne russe. Fonte: https://blockchain.info/

La blockchain e gli impatti sui mercati

Bitcoin si fonda sulla tecnologia Blockchain e questo offre numerosi benefici: garantisce anonimato della fonte e della destinazione (non serve che le parti in gioco si conoscano), irreversibilità della transazione (non è possibile revocarla, solo chi riceve i soldi può rimborsare l’importo) e sicurezza .

LEGGI ANCHE: Tutte le caratteristiche, le evoluzioni e le potenzialità del sistema Blockchain

Queste caratteristiche intrinseche hanno già da qualche anno acceso i riflettori dell’attenzione globale sulle criptomonete. Tra lupi di Wall Street e autorità pubbliche, evangelisti e scettici: gli attori nell’arena si interrogano sull’impatto nella macroeconomia reale, sugli ecosistemi finanziari futuri, sul ruolo sociale che può avere una moneta che garantisce scambi peer-to-peer senza il controllo di un’autorità monetaria centrale o la mediazione altri intermediari.

I più estremisti considerano le valute virtuali una classica bolla finanziaria pronta ad esplodere. Oltre Diman, anche Novogratz, capo di Galaxy Investment Partners, descrive i Bitcoin come “la più grande bolla speculativa di tutti i tempi” e ne fiuta l’opportunità speculativa: ha dichiarato a Bloomberg che con i Bitcoin “si possono fare un sacco di soldi, e ho intenzione di farli” e infatti sta per lanciare un hedge fund del valore stimato di 500 milioni di dollari. 

Ad ogni modo, i Bitcoin sono un bene finito, come l’oro: sono limitati a “solo” 71 miliardi di dollari in circolazione, e se questa bolla dovesse davvero esplodere non dovrebbe generare catastrofi irreversibili nell’economia globale. 

Credits: Depositphotos #24558103

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Morgan Stanley e i bitcoin

C’è chi ne promuove il ruolo come futuro mezzo di pagamento o strumento di politica monetaria, dopo l’eventuale raggiungimento della maturità e stabilità. 

Ad esempio James Gorman, AD di Morgan Stanley nonostante concordi con i colleghi sulla natura speculativa degli investimenti, promuove le criptomonete e ammette che sono “certamente qualcosa di più di una moda passeggera”. Vede del potenziale nell’alto livello di protezione e nell’anonimato che offrono, anche se non vi ha ancora mai investito in prima persona.

Il Fondo Monetario Internazionale

Sulla stessa lunghezza d’onda Christine Lagarde, direttore del Fondo Monetario Internazionale. Alla conferenza della Bank of England “Central Banking and Fintech: A Brave New World?” dello scorso 1 ottobre ha dichiarato che le criptomonete sono ancora troppo volatili e rischiose per sostituire completamente le valute tradizionali” e al contempo fragili verso attacchi hacker e soggette a numerosi cyber rischi, ma l’innovazione tecnologica aiuterà certamente a superare questi pericoli. Inoltre, ha evidenziato il ruolo sociale delle valute virtuali per le economie di paesi in via di sviluppo con istituzioni deboli. 

Bitcoin nel mondo

Alcuni paesi già adottano il Bitcoin come mezzo di scambio e di risparmio, come ad esempio la Nigeria e lo ZimbabweIn Venezuela, dove il valore della valuta ufficiale tende allo zero, offre a milioni di persone la possibilità di fare transazioni e procurarsi mezzi di sostentamento. In Giappone è ormai una moneta riconosciuta e legalmente accettata a partire da aprile 2017 e la Russia si prepara ad accettarla entro il 2018.

La Banca Centrale Europea non ha ancora (apertamente) discusso sul tema ma, attraverso le parole di Draghi alla conferenza Youth Dialogue di Dublino prima e al Parlamento Europeo poi, sappiamo che a Francoforte sul Meno stanno analizzando evoluzioni e opportunità di Bitcoin e Blockchain, ma che non sarebbe in potere della BCE regolamentarle o proibirle.

Per Draghi è sicuramente prematuro considerare la criptomoneta come strumento di politica monetaria, ma non è escluso che quando la tecnologia raggiungerà la maturità potrebbero esserci sviluppi in tal senso.