OneMorePack: annunciati i 26 finalisti

OneMorePack, il primo premio italiano dedicato al creative packaging design, sta entrando nel vivo. Sono infatti appena stati annunciati i 26 finalisti che concorreranno verso la vittoria finale.

La giuria tecnica, composta da Emily Louise Simonis (presidente di giuria), Paolo Ferrigno (delegato Unicom), Pasquale Napolitano (docente e designer) e Vincenzo Recchia (designer), si è riunita in data 13 aprile per valutare i progetti iscritti da professionisti e studenti.

Assegnando un punteggio da 1 a 10 ai quattro criteri chiave per la valutazione di ogni progetto, ovvero funzionalità, comunicazione, innovatività e sostenibilità, la giuria ha dunque selezionato i seguenti finalisti per le categorie Food&Beverage, No Food, Visual e Label.

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Categoria Food

Packaging Reperso, la qualità nel riso
AGENZIA Vecchi & Besso srl
DESIGNER Cristina Besso

Corantica Collectis
AGENZIA Qlab Design
DESIGNER Luca D’Antuono

Scatole “Officina del gusto”
AGENZIA Santomiele Graphics
DESIGNER Corrado Del Verme

Vecchio Amaro del Capo Riserva 100th Anniversary – Packaging
AGENZIA elle17 srl
DESIGNER Lonia Fiordalisi e Manolito Cortese

Sinfonia d’Autore
AGENZIA Origami di Gabriella Ruta
DESIGNER Luca Ludovico Di Bari

Categoria No Food

New pack for Thewonderfulsocks
AGENZIA Zup
DESIGNER Andrea Medri

Pack System “Terre del Garda”
AGENZIA SVADV srl
DESIGNER Giulio Coccoli

Un sacco di rispetto
AGENZIA Studio 55
DESIGNER Fabio Di Donato e Maurizio Di Zio

Scatola scarpe Calò
AGENZIA Emysfera
DESIGNER Saverio Giorgio

Cerotti Die Neue Apotheke
AGENZIA Packaging in Italy
DESIGNER Michele Bondani

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Categoria Visual

XMAS Idea(l)s – Bislatta e Cerattolo
AGENZIA Studio Fabio Di Donato
DESIGNER Fabio Di Donato

Cubo d’Artista
AGENZIA Arkè srl
DESIGNER Alfredo Favi

Breccia
AGENZIA Rbt Srl
DESIGNER Mirko Vailati

Milo
AGENZIA Junglelink
DESIGNER Stefania Saracco

Goofo, cardboard reinvented
AGENZIA Modo Comunicazione srl
DESIGNER Luca Modugno

Categoria Label (ex equo)

Amalfi Coast Beer
AGENZIA MTN Company
DESIGNER Alessio Attanasio

Label confetture e marmellate Pure Stagione
AGENZIA Studio Kmzero
DESIGNER Debora Manetti

Librottiglia
AGENZIA Reverse Innovation
DESIGNER Alice Tacconi

Prosecco DOCG Springo Bronze e Springo Blue
AGENZIA S. Paul N’co Design
DESIGNER Gianpaolo Spadetto

5RM7
AGENZIA Pubblifirst srl
DESIGNER Alberto De Rogatis

Zoogami Beers
AGENZIA Mimicocodesign snc
DESIGNER Federica Lasi e Alex Natali

Alla competizione riservata ai professionisti, si affianca quella per gli studenti, che hanno progettato un sistema di packaging cartotecnico e un’etichetta per una linea di profumi dalle note di testa fresche, “Essenza“. Ecco i finalisti:

Lavinia Bonomi
SCUOLA: Università degli studi di Genova, Facoltà di Architettura

Maria del Mar Ragucci
SCUOLA: ISD – Istituto Superiore di Design Napoli

Giovanna Cantisani
SCUOLA: AANT – Accademia delle Arti e Nuove Tecnologie Roma

Giorgia Mosconi
SCUOLA: AANT – Accademia delle Arti e Nuove Tecnologie Roma

Simone Piantoni
SCUOLA: Istituto Italiano Design Perugia

La giuria ha inoltre assegnato le quattro menzioni speciali, che saranno comunicate, insieme ai vincitori di categoria, nel corso dell’evento di premiazione che si terrà a Napoli il prossimo 23 giugno.

Chi decreterà i progetti vincitori di OneMorePack?

Dal 10 al 23 maggio, toccherà agli iscritti alle associazioni di categoria Unicom e Assografici, patrocinanti il premio, decretare i vincitori di categoria. I cinque migliori lavori di ciascuna categoria saranno pubblicati online sul sito di Grafica Metelliana S.p.A.

In bocca al lupo a tutti i finalisti!

6 domande da evitare al termine di un colloquio di lavoro

Aziende e agenzie di ogni tipo, ognuno con un suo metodo di “interrogazione”. Sicuramente sarà capitato anche a te, colloquio di lavoro dopo colloquio, di incontrare tra i responsabili delle HR quello che si crede un vice questore aggiunto della polizia e ti tartassa di domande come se tu fossi un indagato, o quello che ti chiede la luna come obiettivo di marketing, o ancora chi ti mette a suo agio facendoti sembrare “quello giusto per noi”.

Le mie ultime settimane, in giro per l’Italia, con un’agenda fitta di appuntamenti per sostenere un colloquio di lavoro dietro l’altro, mi hanno portato a riflettere sulla più importante delle domande durante una intervista di lavoro. Qualunque sia lo stile una cosa è certa: al termine del colloquio anche il più amabile dei responsabili delle risorse umane ti chiederà, hai qualche domanda da farmi? E sebbene tu abbia risposto alle domande tecniche più difficili, questa rimane quella che ti farà tremare di paura. Perché? Perché dalla tua risposta-domanda dipenderà la buona riuscita del colloquio.

Per non sbagliare proprio nel momento fatidico, ecco una serie di domande che non devi mai fare alla fine di un colloquio di lavoro.

1. Di che cosa si occupa la vostra azienda?

Ti sembrerà strano ma la maggior parte dei candidati invia CV alle aziende senza essersi prima informato su ciò che andrà a fare o, peggio, sulla mission, vision o sul portfolio prodotti. Arrivare impreparati nell’era di Google è da sconsiderati. Per cui, studia ogni singola azienda come se fossi già un dipendente.

2. A quanto ammonta il mio stipendio mensile?

Le 6 domande da evitare assolutamente al termine di un colloquio

Supponiamo che l’azienda sia una multinazionale, una di quelle per le quali hai sempre sognato di lavorare; supponiamo inoltre che tu sia uno stagista: per quale motivo dovresti chiedere a quanto ammonta il tuo compenso mensile? Non sto dicendo che non sia importante, lungi da me pensare che il denaro non lo sia (non si vive certo d’aria). Tuttavia chiedere questo genere di cose rischia di farti sembrare un avido interessato solo ai soldi.

Considera poi che una grande azienda, o meglio, un’azienda seria, ti informa in anticipo riguardo al compenso. Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare, è meglio!

UPDATE (N.d.R.) in seguito ai vostri commenti sulla fanpage, teniamo a precisare che non è assolutamente nostra intenzione consigliarvi di accettare lavori non remunerati o sottopagati. Il nostro consiglio è quello di prestare attenzione a come si presenta l’argomento: se ci si mostra troppo sbilanciati – soprattutto al primo colloquio – verso le componenti economiche si rischia che il recruiter possa sminuire il vostro reale interesse a lavorare in quella posizione.

3. Quando posso prendere una vacanza?

Sul serio? Non sei ancora stato preso e pretendi di sapere quando potrai andare in ferie? Attendi almeno un mese prima di iniziare a fare queste domande. Dimostra di essere interessato al lavoro, fai di tutto per sembrare professionale. Insomma, inizia prima a pedalare, non è il momento delle vacanze.

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4. Cosa succede se non vado d’accordo con il mio capo o con i colleghi di lavoro?

Domanda sciocca. Chiedere questo genere di cose può far supporre che in passato tu abbia avuto battibecchi con i tuoi colleghi. Assumeresti qualcuno che potrebbe, in qualche modo, sgretolare un team di lavoro?

5. Girano certe voci riguardo il CEO. È vero?

Le 6 domande da evitare assolutamente al termine di un colloquio
I pettegolezzi da bar o da parrucchiera non si addicono ad un lavoratore intelligente e serio. Fare domande di questo tipo non può portare a nulla di buono. Non serve che te ne elenchi i motivi.

Queste prime cinque domande sono sciocche, dirai. Ma quale uomo e quale donna potrebbero chiedere questo genere di cose? In realtà lo fanno in molti. Esiste però anche un altro livello del problema, che riguarda l’etiquette: le domande imbarazzanti e infantili.

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6. Come sono andato durante il colloquio? Ho avuto il lavoro?

Vuoi davvero un feedback? Attendi i fatidici dieci giorni, perché in questo modo potresti facilitare la vita ai responsabili delle risorse umane. Evita di sembrare ansioso e soprattutto non metterti ad inviare email spam per ottenere risposte.

Ricorda, porre un quesito intelligente è cosa buona e giusta, star zitti non lo è affatto. Dimostrati interessato e quantomeno potrai dirti soddisfatto di come è andato il colloquio; ottenere il lavoro è solo il passo successivo.

I profili business arrivano su Instagram?

La notizia è già stata confermata sulle pagine digitali di TechCrunch: Instagram sta testando dei nuovi tool per il business che potrebbero arrivare sulla piattaforma nei prossimi mesi.

Tra questi c’è il profilo business, la risposta alle Fanpage di Facebook, segnalato da Later Blog che ne ha pubblicato anche lo screenshot.

InstagramBusinessProfileVideos

da blog.later.com

da blog.later.com

Le nuove feature per i profili business su Instagram

Le feature che rendono diversi i profili business da quelli tradizionali sono l’inserimento nella bio delle specifiche per tipologia di azienda e location con accesso a mappe e direzioni e il tasto Contact, posto accanto a quello Follow, che darà (immaginiamo) la possibilità di contattare l’utente business via email.

Non è chiaro quali utenti potranno ottenere il profilo business o se sarà disponibile a pagamento. Non ci resta che attendere maggiori dettagli.

Intanto, che ne pensate?

Ecco Talkshow, l’app che aggiunge il pubblico ai messaggi

La certezza era una: che la viralità fosse caratteristica peculiare dell’influenza e dei video. E invece, proprio quando pensavamo che bastasse aver visto l’ultimo Vine sui gattini per non restare fuori dalle conversazioni, ecco che il mondo decide che anche le app debbano diventare virali. E a noi non resta che provarle.

Vi abbiamo già parlato di Peach, un’app social esplosa a gennaio. Oggi invece è il turno di Talkshow: l’ultima ossessione del web nata grazie a un’immagine pubblicata su Instagram da Taylor Swift.

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L’app – attualmente esclusiva di iOS – permette di intrattenere, tramite messaggi istantanei, veri e propri talk-show ai quali possono partecipare e assistere numerosi spettatori. Le conversazioni possono riguardare qualsiasi argomento, dallo sport alla politica fino all’ultima puntata di Game of Thrones (non consigliato a chi teme gli spoiler). Quando un Talkshow viene avviato, i follower ricevono una notifica, dopodiché tutti possono aggiungere reazioni e GIF, e perfino co-presentarlo (quindi partecipare attivamente alla conversazione).

È come Periscope, ma per la messaggistica istantanea.

Il fondatore Michael Sippey ha raccontato in un post su Medium che l’idea gli è venuta dopo aver visto su Instagram lo screenshot di una conversazione tra Ed Sheeran e Taylor Swift.

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La tendenza di pubblicare gli screenshot delle conversazioni c’è da un po’ di anni, ma questo particolare screen gli ha fatto realizzare che tutti messaggiano. Tutti messaggiano e parlano di tutto: TV, politica, cinema e l’ultimo piatto provato al ristorante. Talkshow è una piattaforma dedicata a condividere le conversazioni, ma con un tocco in più, perché oltre al semplice assistere si può anche partecipare.

Come funziona Talkshow?

Dopo aver scaricato l’app, si possono trovare gli amici iscritti collegando gli account Facebook, Twitter e i contatti email. Per lanciare uno show basta scegliere un co-presentatore (si può anche presentare da soli) e impostare un titolo. A questo punto viene inviata una notifica a tutti i follower, che possono iniziare a partecipare. Si possono anche scoprire conversazioni live intrattenute da utenti che non sono nostri amici. E se ci si sente abbastanza preparati sull’argomento si può inviare una richiesta per affiancare i presentatori e condurre lo spettacolo.

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Gli show possono anche essere visionati una volta terminati ed essere condivisi su numerose piattaforme per invitare chi ancora non è iscritto.

Probabilmente vi starete chiedendo: “Ma è davvero così fondamentale/utile?“. L’estrema popolarità raggiunta dall’app in pochi giorni fa pensare di sì. La piattaforma è arrivata a un livello di saturazione tale da crashare appena aperta e non permettere a nessuno di utilizzarla.

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Per quel che ne sappiamo potrebbe trattarsi del diretto concorrente del live-tweeting per commentare programmi ed eventi in tempo reale senza perdersi in un fiume di menzioni.

Ma come sempre, starà al tempo – e agli utenti – decidere se sia effettivamente così!

La vera superstrada delle driverless car

La vera superstrada delle driverless car

Il trasporto senza conducente non è più una fantascientifica chimera di visionari scienziati affamati di futuro: le driverless car circolano, tra test e tentativi più o meno riusciti.

Tutte le grandi case automobilistiche, ma non solo, sono orientate verso questo sviluppo naturale della mobilità: sottrarre alle abitudini più meccaniche (e poco produttive) l’essere umano, per spingerlo ad affrontare sfide più importanti di tentare un parcheggio in pieno centro o, semplicemente, permettergli di riappropriarsi del tempo spesso sciupato in code chilometriche, in partenze (davvero poco) intelligenti e incanalarlo nella giusta corsia dello sviluppo della sua persona e degli affetti.

“E il piacere di guidare?”, mi chiederai. Bene, ti rispondo che tempo ed energie spese alla guida possono essere impiegate molto meglio: leggere un libro, chiacchierare con la famiglia, ammirare stupiti un tramonto, studiare e mille altre strade, meno provinciali, si possono percorrere senza mani sul volante.

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Muoversi con le driverless car: dal possesso al servizio

La vera superstrada delle driverless car

Research project Highly automated driving on highways – Dr. Nico Kämpchen on a test drive (08/2011)

Spostarsi e muoversi sempre meglio e sempre più velocemente sono presupposti indispensabili di un mondo rapidissimo e iperconnesso: il futuro arriva rapido, velocissimo mentre lo attendiamo in coda al semaforo. Perché non approfittare della libertà dal controllo a tutti i costi?

Spostarsi è una esigenza, del tutto slegata dal feticcio fallico dell’automobile imposto dalla società del consumo.

Non mi riferisco al decluttering, parlo del riappropriarsi del vero valore del tempo, tanto lontano, lontanissimo dal possesso di un oggetto.

Certo, difficile voltare pagina di punto in bianco: lo dimostra il design futuristico e sensazionale delle auto elettriche di Elon Musk, celebri Tesla, che ammiccano al consumatore eco-friendly con linee sinuose e profili sexy.

Qual è la strada delle driverless car?

La vera superstrada delle driverless car

Ma la strada, senza dubbio, è quella: la guida senza conducente e lo spostamento della mobilità sul servizio invece che sul possesso. Inutile citare le molteplici statistiche che dimostrano l’incapacità dell’attenzione alla guida delle persone: vicine al 100% le cause di incidenti attribuibili al guidatore.

Distrazione, superficialità, leggerezza, voglia (necessità?) di multitasking alla guida. Ad essere sinceri, mentre guidiamo vorremmo, in realtà, fare altro: ascoltare musica, magari cantarla, chattare con gli amici, leggere la ricetta delle chips di zucchine, guardare negli occhi la persona che amiamo.

Non c’è, più ormai, tempo per guidare e basta.

Lo hanno capito le grandi case automobilistiche, lo hanno capito molti guidatori stressati dall’imprecazione della coda in autostrada, dal casello troppo pesante, dai balzelli economici e burocratici. Il guidatore puro, ormai, non esiste più o è decisamente condannato a scomparire.

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Chi si muove sulla strada della guida senza conducente? Mentre facciamo il pieno di combustibili fossili, praticamente tutti: Ford sta sviluppando la sua versione di veicolo a guida autonoma e prevede il lancio entro il 2020. Anche Toyota prevede tempi simili per la produzione su larga scala e la commercializzazione.

Auto senza guidatore: pulite, efficienti, sicure

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Ti sembra folle? Perché, se il numero di query legate all’argomento sui motori di ricerca cresce in maniera esponenziale? La guida pulita e sicura che solo un software performante può garantire non è semplicemente un nuovo mercato in cui investire, ma una esigenza accuratamente sentita dai guidatori, giovani in particolare, che sentono meno il bisogno di affermare la propria individualità schiacciando pedali, rispetto ai genitori e ai nonni.

Elon Musk accelera: dopo una prima previsione di introduzione e commercializzazione di un sistema di guida completamente autonomo per il 2021, in una intervista al quotidiano danese Borsen mette la freccia e sorpassa i concorrenti, assicurando una piena funzionalità già nel 2018. In un solo anno, lo sviluppo tecnologico gli ha permesso di anticipare di ben tre anni la prospettiva di investire il mercato del trasporto con auto pulite e perfettamente in grado di guidarsi da sole.

Ammette però che per “entrare in auto, dormire e svegliarsi a destinazione” in tutta sicurezza saranno necessari ancora cinque o sei anni.

Quale sarà l’ostacolo più impattante secondo Musk? La legislazione dei singoli stati.

Assurdamente, richiederà più tempo la regolarizzazione delle smartcar che l’effettiva realizzazione. Logicamente, l’azione giuridica tende a normare fenomeni già verificati, in essere o in potenza, e non può che riferirsi successivamente allo sviluppo tecnologico. Le leggi non creano possibilità, regolano e normano gli sviluppi spontanei delle società e della tecnologia.

Nel corso di una riunione della Society of Automotive Engineers, Robert Hartwig, presidente dell’Insurance Information Institute, ha stimato che ci vorranno tra i 15 e i 20 anni affinché veicoli veramente autonomi popolino le strade degli Stati Uniti.

KPGM ha stimato che l’introduzione dei veicoli ad auto-guida comporterà una diminuzione di almeno 2.500 decessi tra il 2014 e il 2030.

Perché la guida autonoma diventi mainstream sarà necessaria una forte riduzione dei costi e una corretta informazione dei consumatori sulle caratteristiche e l’affidabilità di questi veicoli.

Sharing economy e driverless car, anche Uber prepara la sua flotta

La vera superstrada delle driverless car

Anche il CEO di UberTravis Kalanick, prepara la sua flotta driverless, sebbene sposti le lancette al 2030.

L’idea è quella di rendere il possesso dell’auto un criterio obsoleto attraverso un servizio economico di auto self-driving.

Audi, Jaguar, Land Rover, Nissan e gli altri produttori sono sincronizzati sugli stessi tempi. Non è solo un mercato, dicevamo, ma è un mercato succoso, appetibile, nel quale non si può arrivare tardi, pena l’esclusione.

Questo vuol dire un investimento in ricerca e sviluppo non da poco: Dieter Zetsche, presidente di Daimler, prevede che i veicoli driverless, in grado di guidare senza l’intervento umano, saranno disponibili sul mercato entro il 2025 e, precisazione non da poco, è probabile che non avranno in dotazione un volante né altri comandi di guida.

Abbiamo una vaga idea di come questa rivoluzione modificherà l’attuale mercato del lavoro, lo sviluppo delle competenze dei singoli, gli investimenti pubblici troppo spesso indirizzati alla prevenzione dei sinistri o alle cure dei feriti in disastrosi incidenti?

Prova ad immaginare gli interni avveneristici di questi rivoluzionari mezzi di trasporto: piccole navicelle spaziali (chissà per quanto) su ruote che ci permettono di guardare negli occhi i passeggeri e ammirare il paesaggio a 360°.

E Google? Già al lavoro da tempo sui sistemi di guida autonomi, prevede di lanciare sul mercato le auto senza conducente entro il 2018, passando attraverso la dotazione di questi innovativi strumenti di mobilità ai propri dipendenti, stimolando il processo di imitazione dei comportamenti virtuosi in modo del tutto spontaneo.

FCA e Google, firmato l’accordo

La vera superstrada delle driverless car

Di pochi giorni fa la notizia che sta facendo il giro del mondo: saranno un centinaio i minivan che Chrysler metterà a disposizione come base per lo sviluppo di modelli self-driving di Pacifica, modello presentato al salone di Detroit.

Il progetto prevede una serie di laser installati sulle autovetture che forniranno una scansione a 360° degli eventuali ostacoli, permettendo una mobilità sicura ed efficace. La quantità di dati da processare è enorme: si stima che i segnali in ingresso siano di circa un gigabyte al minuto.

“Lavorare con Google offre a FCA la possibilità di collaborare con una delle maggiori società tecnologiche al mondo per accelerare l’innovazione nell’industria automobilistica”, ha dichiarato  l’amministratore delegato Sergio Marchionne.

La trattativa è andata avanti per alcuni mesi e prevede come ultimo step la produzione di una vettura driverless a marchio Google che indichi FCA come costruttore; per il momento, se la sperimentazione che Google porta avanti già dal 2008 avrà successo, dopo la fase di test verranno prodotte e messe in commercio alcune centinaia di Pacifica rivoluzionarie, totalmente self-driving.

Dalla guida manuale alle driverless car

La vera superstrada delle driverless car

Dalle prime carrozze adeguate con motori a scoppio monocilindrici alle velocissime auto di Formula 1, la strada percorsa sembra molta.

In effetti, gradualmente ci siamo abituati ad integrare in un sistema apparentemente immodificabile le nuove tecnologie, di pari passo con l’evolversi di hardware e software: l’autoradio è uno degli esempi più classici (qualcuno della mia generazione ricorderà il fardello del frontalino estraibile), ma gli esempi sono tanti. Finestrini elettrici, aria condizionata, telecamera posteriore e sensori di parcheggio.

Ciò che caratterizzerà il passaggio dalla guida manuale al trasporto con sistema automatico driverless è la discontinuità: anche con la migliore assistenza software, tutti i sistemi in dotazione sulle automobili presenti sul mercato prevedono la supervisione, più o meno intensa, del conducente.

Le driverless car rappresentano una rottura totale col passato: tutte le operazioni di guida, dalla frenata al rispetto del codice di circolazione, saranno affidate al sistema automatico, riducendo fortemente i rischi connessi alla discrezionalità del guidatore.

Risulta probabile che le prossime automobili, quelle del futuro già presente, saranno connesse alla rete e tra loro e in grado di comunicare e operare con l’efficienza di un sistema unico, che opera scelte vicine alla perfezione, prevedendo variabili incomprensibili per il singolo individuo.

mark zuckerberg

Zuckerberg for President? L’indizio nascosto nell’ultimo comunicato agli azionisti Facebook

Facebook vive la sua epoca d’oro. I video sono un format sempre più appetibile, la competizione con Snapchat è accesa su diversi fronti, i risultati economici e finanziari sono positivi – al contrario degli altri giganti del tech – e la realtà virtuale rappresenta la grande scommessa dell’azienda sul futuro.

Dal Newsfeed ai droni, dai poke a Farmville, da Instagram a Whatsapp, dalle gif alle Reactions: il social network è in grado di evolvere nel tempo ogni suo aspetto. Solo una cosa è costante: la felpa grigia che ne guida il destino.

Lo scorso anno Mark e la moglie, Priscilla Chan, hanno dichiarato di voler donare nel tempo il 99% delle loro azioni Facebook in beneficenza, attraverso la fondazione Chan Zuckerberg Initiative. Come si concilia questa generosità con la necessità di mantenere il controllo decisionale sulla sua azienda?

La soluzione è semplice ed è stata annunciata il 27 aprile: emettere una nuova classe di azioni che consentirebbe a Zuckerberg di vendere la maggior parte di quelle in suo possesso – o di donarle in beneficenza – senza intaccare il suo diritto di voto maggioritario. A condizione però che entri in politica: le carte legali e finanziarie sono state già predisposte in tal senso. Procediamo con ordine.

Zuckerberg for President? L’indizio nascosto nell’ultimo comunicato agli azionisti Facebook

Quali sono le diverse classi di azioni Facebook?

Sono due e producono effetti diversi:

Classe A: un’azione corrisponde ad un voto in assemblea degli azionisti

Classe B: un’azione corrisponde a dieci voti. La maggior parte di quelle possedute da Zuckerberg appartengono a questa classe.

Moltissime aziende quotate in borsa operano sul principio 1 azione = 1 voto. In questo tipico scenario, man mano che l’azienda cresce ed attira investimenti esterni, i founder vedono nel tempo diminuire il monte delle azioni inizialmente in loro possesso, lasciando scoperto il fianco all’estromissione dall’azienda se gli altri azionisti lo decidono a maggioranza, come accadde per Steve Jobs nel 1985.

Zuckerberg, pur possedendo circa il 18% delle azioni Facebook, detiene il 56% dei diritti di voto dal momento che queste azioni sono di Classe B. Questo scenario gli dà diritto, ad esempio, di scegliere il Consiglio di Amministrazione, che a sua volta nomina il CEO. In pratica, nessuno può rimuoverlo dalla carica.

Ora Facebook propone di creare una terza classe di azioni, Classe C, e di darne due aggiuntive di questa classe ad ogni azionista. Essendo azioni che non determinano alcun diritto di voto, permetterebbero a Zuckerberg di cedere le sue senza vedersi diluito il suo potere decisionale.

E’ probabile però che questo piano non sia visto di buon occhio da tutti gli azionisti: un founder che resta al comando pur avendo ridotto la sua esposizione finanziaria nell’azienda non è l’ideale. Potrebbero esserci i presupposti per intentar causa, come già avvenne contro Google nel 2012 quando propose un piano simile ai suoi azionisti, come ricorda Timothy B. Lee su Vox.

Se questo nuovo piano azionario venisse approvato, la Chan Zuckerberg Initiative ammasserebbe fondi per 30 miliardi di dollari da redistribuire poi in beneficenza.

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Quindi Zuckerberg resterà CEO di Facebook a vita?

Se lui dovesse lasciare l’azienda di sua spontanea volontà, passare a miglior vita o trovarsi in condizioni di disabilità grave, tutte le sue azioni “supervotanti” – quelle di Classe B – sarebbero automaticamente convertite in titoli di Classe A, facendogli perdere la maggioranza. E’ un grosso incentivo a farlo restare nel suo attuale ruolo di leadership, nonché in buona salute.

Esiste però una scappatoia, un solo modo in cui Zuckerberg può lasciare Facebook volontariamente pur mantenendone il controllo.

Il cavillo della politica

Facebook Graph

Zuckerberg è la sesta persona più ricca al mondo nonché il leader di un impero social e mobile la cui popolazione è più vasta della Cina. Potrebbe aspirare ad altro ed è proprio questo “altro” a dare corpo al cavillo di cui parliamo: le sue azioni di Classe B resteranno tali solo nel caso in cui lasciasse l’azienda per “occupare una posizione governativa o carica pubblica”, sottolinea Brian Solomon su Forbes.

Moreover, the New Certificate provides that all shares of Class B common stock will automatically convert into Class A common stock on the date that is the third anniversary of the death of Mr. Zuckerberg or a Disability Event, if such Disability Event is continuing as of such anniversary date and one year following the date of termination of Mr. Zuckerberg as an Approved Executive Officer for Cause (subject to a 60-day cure period) or the Voluntary Resignation of Mr. Zuckerberg as an Approved Executive Officer, provided that Mr. Zuckerberg’s leave of absence or resignation would not constitute a Voluntary Resignation if it were in connection with his serving in a government position or office and if, at the time of such leave or resignation, Mr. Zuckerberg owns (i) 30% or more of the shares of our capital stock that he owned as of the date that we enter into the Founder Agreement with Mr. Zuckerberg (Founder Agreement Effective Date), Mr. Zuckerberg has discussed such leave or resignation with our independent directors or (b) less than 30% of the shares of our capital stock that he owned as of the Founder Agreement Effective Date, such leave or resignation has been approved by a majority of our independent directors or the duration of serving in the government position or office was limited to two years.

Ricapitolando e traducendo: l’unico caso in cui la fuoriuscita di Zuck dall’azienda non rappresenta una dimissione volontaria è in connessione al suo esercizio di una funzione pubblica o governativa. Fin qui assomiglia un po’ a Bill Gates, un po’ a Michael Bloomberg. La domanda però sorge spontanea: quale carica pubblica possa mai essere più influente rispetto all’essere CEO di Facebook.

Zuckerberg for President?

Zuckerberg potrebbe legalmente diventare un senatore o un governatore già adesso, ma dovrebbe aspettare di compiere 35 anni per candidarsi alle presidenziali.

Come indizi delle sue velleità politiche e civiche abbiamo sicuramente la sua grandissima ambizione:

Se aiutare a connettere il mondo sarà sempre la cosa più importante che faccio, ci sono altre sfide globali nelle quali mi sento investito di responsabilità: aiutare a curare tutte le malattie entro il fine secolo, migliorare il nostro sistema educativo personalizzandolo per ciascuno studente, proteggere l’ambiente dal cambiamento climatico.

Salute, educazione ed ambiente: una buona base per Zuckerberg 2020, a dirla tutta.

Ciò che deve farci riflettere è che Facebook, sin dalla sua nascita, ci ha abituati gradualmente a cambiare comportamento rispetto alle informazioni sulla nostra vita che è socialmente accettabile produrre, condividere e consumare. Prima di Facebook le nostre foto digitali restavano chiuse in una cartella, non creavamo finestre in diretta streaming della nostra vita, non comunicavamo la nostra posizione quasi compulsivamente.

La macrostrategia di Fb ricorda la storiella delle due rane messe in acqua bollente: se ne getti una, salterà fuori immediatamente. Se getti l’altra in acqua tiepida ed alzi man mano il fuoco, la rana bollirà senza neanche accorgersene.

Ricordiamoci del Facebook Experiment, cioè di quando i developer hanno dimostrato il potenziale di contagio emotivo semplicemente modificando per una settimana ciò che compariva sul Newsfeed di 689.003 inconsapevoli utenti: vedere contenuti emotivamente positivi ci influenza a creare e condividere contenuti positivi. E viceversa nel caso di contenuti caricati negativamente o violenti. O di quando i dati sul cambiamento immagine di profilo sono serviti a comprendere esattamente quanti nostri amici dobbiamo vedere compiere una determinata azione prima di imitarli.

Il punto di questa riflessione non è rievocare con nostalgia il modo in cui eravamo pre-Facebook o dare giudizi di valore sui nostri comportamenti social. Il punto è riconoscere l’influenza che Facebook esercita sulle nostre percezioni, sui nostri giudizi ed un domani, perché no, anche sul nostro consenso elettorale.

L’informazione è potere e poche persone al mondo ne possiedono tante quante Zuckerberg. Abbiamo contribuito, col sorriso sulle labbra e col pollice alzato, a creare forse il database elettorale ideale?

Abbiamo contattato l’ufficio stampa californiano di Facebook; aggiorneremo l’articolo in caso di commento.

5 lezioni di management che ci ha insegnato il Leicester di Claudio Ranieri

Da lunedì sera uno degli argomenti di cui più si discute, in rete come nei bar, è la vittoria in Premier League del Leicester guidato dal tecnico italiano Claudio Ranieri.

Che si sia appassionati di calcio oppure semplici sportivi, la storia della cenerentola che riesce a prevalere sui colossi multimilionari è salutata ovunque come un messaggio di speranza e di sport senza uguali.

Ma al di là degli aspetti umani e dei meravigliosi risvolti che la vittoria dei Foxes avrà nei mesi e negli anni avvenire, ci sono alcuni aspetti di questa cavalcata avvincente dai quali tutti dovrebbero trarre insegnamento.

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Perché quello messo assieme dall’ex tecnico di Juventus e Roma non è un semplice capolavoro sportivo, ma l’applicazione tenace di un modello di gestione d’impresa sul quale tutti dovrebbero riflettere.

Abbiamo quindi deciso di proporvi quali sono, nella nostra visione del management moderno, le 5 lezioni che Vardy e compagni ci hanno trasmesso con la vittoria nel campionato inglese.

#1 La differenza tra essere un Capo ed essere un Leader

Leadership

Molto del merito delle prestazioni dell’undici del Leicester viene attribuito alla capacità del suo team manager Ranieri. Tecnico italiano, sessantaquattro anni di cui quaranta nel mondo del pallone, un allenatore che nella sua carriera sino a quel momento aveva inanellato molti secondi posti e che veniva da un’esperienza negativa alla guida della nazionale greca.

Nel corso del campionato ha mostrato una visione della leadership molto diversa da quella che, erroneamente, viene intesa come l’esercizio autoritario del comando.

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Coach Ranieri ha più volte agito più da “padre di famiglia” che da manager, optando per il coinvolgimento dei giocatori nei processi decisionali, ponendo l’accento sull’importanza dei suoi ragazzi e relegando, nel rapporto coi media, se stesso ad un ruolo da comprimario più che da prim’attore.

Questa qualità, che potremmo definire semplicemente legata al suo carattere mite, in realtà è un esercizio corretto per chi è chiamato a gestire un team di più persone. La “servant-leadership” è una filosofia che sta rapidamente facendosi strada nei modelli di business e che prevede il capo come un soggetto perfettamente immerso nella realtà lavorativa in cui opera.

Anche da un punto di vista di gestione degli spazi, molto spesso gli uffici delle grandi aziende prevedono che il manager non abbia una stanza tutta sua, isolato dal suo team ma che abbia un angolo a lui riservato al centro di un open space.

Si tratta di un escamotage attraverso il quale si ha maggiore controllo sui propri sottoposti da un lato, e dall’altro si comunica la totale partecipazione al progetto, la disponibilità del leader di essere sempre a disposizione per facilitare il compito di ciascuno.

#2 L’importanza del gruppo, anche per premiare il singolo

Teamwork

Il calcio, come molte discipline di squadra, è uno sport che molto spesso viene usato per descrivere l’importanza del concetto del fare gruppo.

La squadra di Ranieri in questa stagione ha saputo ottenere risultati insperati grazie ad una totale coesione dei propri giocatori. Presi uno per uno, nessuno dei tesserati del Leicester poteva essere definito come un top player eppure, proprio grazie alla visione di insieme ed alla caparbietà nel raggiungere un obiettivo comune, una formazione che avrebbe dovuto concorrere ad una salvezza risicata è riuscita addirittura a primeggiare in campionato.

Altra considerazione su quello che molto spesso viene indicato come un effetto collaterale del teamworking, ovvero l’annullamento del singolo.

L’abnegazione degli uomini del Leicester non ha affatto vanificato le qualità dei singoli ma, di fatto, le ha esaltate come mai prima.

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Jamie Vardy ad esempio, l’attaccante ex operaio, nel precedente campionato aveva messo a segno solo 5 gol ed era andato in doppia cifra solo nelle categorie minori. Le sue prestazioni di quest’anno invece gli hanno garantito un bottino di 22 reti ed una convocazione in nazionale.

In altre parole la sua dedizione alla causa (la totale identificazione col suo team) non ne ha confinato il talento ma anzi lo ha esaltato.

Una lezione che molti dovrebbero interiorizzare sul luogo di lavoro, quando si ha la preoccupazione che le proprie competenze rischiano di essere messe in secondo piano.

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#3 Analizzare se stessi, il contesto in cui si lavora ed i competitor

Business Analysis

Calcio & big data. Sempre più spesso gli allenatori moderni fanno ricorso ad analisi statistiche approfondite per delineare le proprie tattiche di gioco, profilare i propri giocatori e gli avversari in base alle loro caratteristiche tecniche, usare software avanzati che propongano previsioni di flussi di gioco etc.etc.

Il Leicester ha fatto uso massiccio della tecnologia, utilizzando persino i droni in allenamento per offrire nuovi visioni di gioco.

Questo significa che ogni azienda deve destinare del tempo nell’analizzare con cura lo scenario in cui opera, comprendere punti di forza e di debolezza dei suoi competitor ed avere un’immagine chiara e dinamica di tutte le competenze possedute dai suoi dipendenti e di quelle di cui avrà bisogno per crescere.

#4 Vivere il fallimento come parte del percorso che porta al successo

Fail / Success

Troppo spesso il concetto di fallimento viene visto e vissuto come un’onta, un motivo di vergogna e di disapprovazione.

Ranieri è stato più volte esonerato in carriera, molti dei suoi giocatori sono stati tagliati fuori da società più blasonate eppure nulla di tutto questo ha impedito loro di costruire un percorso vincente, anzi.

Nelle interviste che stanno rilasciando in questi giorni tutti descrivono i fallimenti vissuti come parte del proprio bagaglio personale, come un qualcosa di utile dal quale hanno potuto attingere nei momenti di difficoltà.

Bisogna quindi ricordarsi che per arrivare al successo si può ed anzi si dovrebbe passare per il fallimento, perché proprio dagli errori si capisce come fare una cosa in maniera giusta. Nell’ambiente delle startup americane molto spesso viene usata l’espressione fail fast succeed faster proprio per indicare la capacità di elaborare e sfruttare un intoppo nel lanciare un’attività.

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Lo stesso Thomas Alva Edison, uno che in vita di obiettivi ne ha raggiunti, parlando dell’invenzione della lampadina, in relazione a tutti i tentativi necessari per arrivare a quella scoperta disse:

Io non ho fallito duemila volte nel fare una lampadina; semplicemente ho trovato millenovecento-novantanove modi su come non va fatta una lampadina.

#5 La ricerca e l’esaltazione del talento, anche quello più nascosto

Talento nascosto

Ultima lezione che Ranieri ed il suo Leicester di hanno dato con la loro cavalcata in Premier League: la gestione del talento e la capacità di saperlo riconoscere e rivalutare (a poco prezzo).

La squadra di Sir Claudio è formata da una serie di perfetti sconosciuti per molti dei non-addetti ai lavori. Inoltre, come abbiamo già sottolineato, molti membri della rosa avevano avuto poche esperienze di calcio di alto livello.

La capacità dell’allenatore romano (e del suo staff) è stata quella di tirar fuori da ogni singolo il massimo del proprio potenziale, soprattutto quello inespresso, spostando di volta in volta l’asticella, alzando il livello delle sfide lì dove neanche gli stessi giocatori sapevano di poter arrivare.

Il tutto con un budget di gran lunga inferiore rispetto a rivali più blasonati.

Questo aspetto è tra i più importanti per chi fa business: bisogna sempre avere la capacità di motivare i propri colleghi, fare in modo che si sentano pienamente coinvolti in un progetto affinché diano il meglio di loro stessi.

Anche e soprattutto quando non sono consci di avere competenze in grado di farli eccellere. Infine bisogna essere in grado di trovare il talento lì dove nessuno sino a quel momento è andato a cercarlo. È molto più redditizio fare recruiting puntando sulla ricerca accurata del profilo lavorativo che ci interessa piuttosto che affidarsi a soggetti noti ma molto dispendiosi in termini di budget.

Queste sono per noi ninja le 5 piccole grandi lezioni che i Foxes ci hanno voluto dare attraverso la loro impresa sportiva, e tu cosa ritieni d’avere imparato?

instagram

Hackera Instagram a 10 anni: Facebook lo premia con 10.000$

Piccoli hacker crescono. E si arricchiscono, quando hanno la fortuna (e soprattutto l’abilità) di individuare un bug in uno dei social network più utilizzati del mondo. È quanto è successo al giovane Jani, un ragazzino finlandese di 10 anni che ha hackerato Instagram e, di conseguenza, è stato premiato da Facebook con 10 mila dollari.

Secondo quanto dichiarato dallo stesso Jani alla testata finlandese Iltalehti, il baco individuato gli ha consentito di cancellare numerosi commenti di utenti, compreso uno postato dagli stessi amministratori di Instragram. Dopo aver contattato Instagram per comunicare la presenza del bug, Jani ha infatti “messo a segno il colpo” anche sull’account che i tecnici gli avrebbero messo a disposizione per dimostrare l’esistenza del problema.

instagram

Grazie al Bounty Program di Facebook, che invita gli utenti a segnalare i problemi di sicurezza individuati, e che comprende dal 2014 anche Instagram, Jani ha così ottenuto la cospicua somma, diventando il più giovane tra coloro che sono stati ricompensati da Zuckerberg.

Dal 2011, data di lancio del Bounty Program, Facebook avrebbe pagato circa 4,3 milioni di dollari a più di 800 segnalatori.

Come evidenziato da The Washington Post, l’azione di Jani è stata del tutto legale e rispettosa delle policy di Instagram (non avrebbe mai, altrimenti, ricevuto alcuna somma come premio): sebbene infatti il social network neghi l’iscrizione ai minori di 13 anni, la via d’intrusione individuata dal ragazzino non richiedeva neppure il login.

Insomma, complimenti vivissimi a Jani da tutti noi che, a 10 anni, stavamo per lo più davanti alla tv o a qualche videogioco 😉

Instagram Fashion Brands 2016

Instagram: il fashion non può più farne a meno

Instagram, il visual social media per eccellenza, dall’inizio del 2016, in concomitanza con la New York Fashion Week, ha inaugurato un nuovo rapporto con i social media manager dei grandi brand di abbigliamento mondiale.

Negli ultimi tre anni ha infatti raggiunto due primati: la crescita del 100% del numero di utenti ingaggiati dalla piattaforma e un tasso di interesse 10 volte superiore a quello di Facebook. Insomma, sembra che Instagram abbia lasciato al palo Twitter e Facebook in termini di interazione e engagement con il pubblico.

Proviamo a raccontare questo percorso.

Anno 2015: il raddoppio dell’engagement con gli utenti

Instagram Facebook Twitter on fashion

Iniziamo dal report di L2 che ha monitorato Twitter, Facebook e Instagram durante l’evento della New York Fashion Week (NYFW) dal 2014 ad oggi.
Durante il primo anno preso in considerazione, i 3 social media avevano complessivamente creato engagement con circa 8M di utenti; di questi 5 M tramite Instagram, 2,5 M da parte di Facebook e il rimanente da Twitter.

In quell’anno, il fenomeno del visual marketing, inaugurato da Instagram, era ancora in fase di sperimentazione da parte dei brand, senza che questi riuscissero ad avere una reale consapevolezza delle sue potenzialità relazionali.

Con la NWFW 2015 Instagram ha iniziato ad avere una nuova e precisa dimensione nel mondo social. Grazie alla sua immediatezza e alla facilità d’uso, ha aumentato il suo appeal nei confronti del pubblico di oltre il 100%, rispetto all’ anno precedente, ingaggiando ben 11,5 M di utenti, lasciandone solo duemilioni a Facebook e cinquecento mila – in pratica gli affezionati – a Twitter.

Anno 2016: l’anno dei record per Instagram

Woman or Man Fashion in Social Media

Con l’edizione di quest’anno, Instagram fa aumentare ulteriormente l’engagement complessivo portando a quasi 16M gli utenti coinvolti dai social media. Il 2016 è inoltre l’anno che suggella un divario spaventoso tra i diversi canali sociali in termini di rilevanza.

Il primo record: Instagram ingaggia oltre 14M di utenti, coprendo oltre il 97% dell’engagement creato dai fashion brand e relegando Facebook a una quota di assoluta inconsistenza.

Il secondo record: Instagram raggiunge un tasso di coinvolgimento con gli utenti del 2,26% (utenti ingaggiati/ follower) che è un valore 10 volte superiore a quello di Facebook e addirittura 100 volte superiore a quello di Twitter.

Da sottolineare come, nonostante il visual social media sia a completo appannaggio del fashion femminile con oltre 13,2M di interazioni contro 1,2M di quello maschile, per entrambi i settori di mercato Instagram sembra essere una calamita, coprendo rispettivamente il 97% e l’89% di tutti gli utenti ingaggiati.

Questo apre un nuovo ruolo per Instagram: alla piattaforma visuale adorata dai fan dei fashion brand i social media manager devono dedicare una strategia precisa e focalizzata.

 

Blogger, Influencer e Celebrity coinvolgono gli utenti più dei Brand

Instagram Explosion durante Fashion week

Instagram è facile, è immediato, e soprattutto ci permette di essere virtualmente presenti a qualsiasi evento, grazie alla condivisione di molteplici immagini che forniscono rappresentazioni particolari e punti di vista personali di ciò che succede nel mondo. Ad esempio, solo nella settimana della NYFW 2016 sono state condivise 427K immagini, che hanno generato ben 113M di utenti ingaggiati grazie a blogger, influencer, celebrity e brand.

Se si rapporta questo valore con quello citato nel precedente capitolo, si evidenzia chiaramente che influencer, blogger e sopratutto celebrity creano i grandi numeri dei social, diventando così fondamentali per le strategie di  social media marketing adottate dai fashion brand.

Le aziende possono quindi mostrare un prodotto, raccontarlo, ma soprattutto far vivere agli utenti le esperienze esclusive dietro le quinte, coinvolgendoli in un mondo esclusivo. L’interazione con grandi quantità di utenti permette inoltre alle aziende di percepire nuovi trend globali, e soprattutto di testare, con minor impatto economico rispetto ad altre operazioni, nuove proposte o restyling continuando ad aggiornarsi sempre.

E voi, nella vostra strategia social, che ruolo avete dato a Instagram? Raccontatecelo nella nostra pagina Facebook.

Quando Instagram diventa una escape room

Tutti conosciamo Instagram come social network dove creare brevi video o immagini, magari modificate con i comodi e intuitivi tool interni, per condividere emozioni, attimi o momenti da non dimenticare. E chi segue Ninja Marketing sa bene che Instagram è anche un ottimo strumento di digital marketing, tanto per la brand awareness quanto per comunicare offerte o nuovi prodotti.

Ma c’è chi è riuscito a creare campagne Instagram creative e interattive, ben oltre le semplici “Like to win” o anche le più divertenti iniziative basate sull’user generated content. L’account dedicato al Toronto Silent Film Festival, rassegna del cinema muto canadese, ha utilizzato Instagram per creare una vera e propria escape room digitale, una claustrofobica stanza dove l’uscita è celata dietro una lunga serie di rompicapi da risolvere. Alcuni di voi magari le avranno provate durante il weekend: con un gruppo di amici, si vive questa esperienza a metà tra claustrofobia e puzzle solving, mentre il tempo scorre tiranno verso lo scadere che determinerà la sconfitta dei giocatori.

https://www.youtube.com/watch?v=h2rfkbjSf2U

Ecco, tolto il fattore countdown, l’account dedicato a quest’iniziativa del Toronto Silent Film Festival funziona esattamente come la vostra escape room preferita: accedete dal vostro smartphone, ruotatelo in orizzontale ed esplorate questa stanza virtuale fatta di video e immagini tutte da decifrare e analizzare sin nel minimo particolare. La ricerca dei sette film perduti e il raggiungimento dell’uscita, infatti, è impresa in grado di offrire qualche grattacapo anche al più abile degli Sherlock Holmes virtuale.

La simpatica iniziativa, creata da Red Lion Canada, si inserisce al fianco di campagne altrettanto creative su Instagram come Hunt For The Pump di Reebok e la collezione PS 2014 di IKEA: se la prima era una sorta di divertente “caccia al secondo”, la seconda è stata la prima realizzazione di un “mini-sito” realizzato interamente su Instagram.

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Lo stesso Toronto Silent Film Festival non è nuovo a campagne creative su Instagram. Per l’edizione 2013 utilizzò lo scroll da mobile per simulare il look dei vecchi film muti, mentre nel 2014 trasformò il suo profilo Instagram in una sorta di “macchina del tempo” per celebrare la carriera di Chaplin.

Insomma, con tanta creatività un festival cinematografico di nicchia è riuscito più di una volta a farsi notare e, soprattutto, a dimostrare come Instagram può essere uno strumento molto più flessibile di quel che sembra.