Ecco perché una startup può e deve fallire

Basta pensare che 'fallimento' sia una brutta parola. Adele Savarese, Antonia Verna e Augusto Coppola ci spiegano perché

aaa-fallimento-startup

Il fallimento startup è sicuramente un tabù per la nostra cultura, perché veniamo da un ben più ampio e radicato tabù insito nella cultura italiana. Lo raccontiamo attraverso tre punti di vista diversi per tre differenti figure: Adele la startupper italo-americana, Antonia avvocato esperto di M&A, Private Equity e Venture Capital,  ed Augusto l’investitore ed imprenditore

Tre personalità del mondo startup, casualmente tre docenti della Ninja Academy per il corso in startup management, e casualmente tutti e tre con nomi che iniziano con la lettera A.

L’obiettivo? Sono passati due anni dal famoso Restart Italia, quindi due anni dal decreto che ha dato avvio a quelle che sono state definite startup innovative, e di conseguenza, anzi, diciamo sinonimo di investimenti ad alto tasso di insuccesso.

Ma ci sono tre persone che hanno molta più esperienza in Italia e all’estero di me, che potrete leggere qui sotto e vi daranno diversi motivi, per fallire se la vostra idea di startup non è esattamente decollata, o per non aver paura di fallire in caso stiate affrontando ora il vostro investimento.

La startupper italo-americana, Adele Savarese Editor-in-chief di Ninja Marketing

Non ho fallito. Ho solo trovato 10.000 metodi che non funzionanoSolo chi non fa non sbaglia. Sul fallimento abbondano i detti, ma si sa che tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare. Come, infatti, catturare in maniera efficace quel misto di passione sofferta, sensazione di spreco, demotivazione e vuoto che può provare solo chi ha tra le mani un’impresa accartocciata a forma di ex-sogno?

E’ un’esperienza tanto universale quanto soggettiva. Eppure lo spirito di distruzione creativa non si spegne, neanche in chi ha accumulato più di un insuccesso. Anche io porto nel mio bagaglio una startup fallita: team sbagliato, inesperienza, lentezza d’azione: soldi ed entusiasmo sono risorse rinnovabili, il tempo invece no. E’ stato solo tempo perso, giusto? Sbagliato.

Ho imparato la differenza che può fare un UX Designer. Ho imparato a non far tremare la voce anche se stai spiegando la tua startup al co-founder di Skype. Ho imparato a valutare un co-founder esattamente per quello che è. Ho imparato, soprattutto, a fare tabula rasa ed a ripartire da zero.

Il simbolo dell’Uroboro viaggia dall’antico Egitto ed arriva fino a Jung. Il suo compito è quello di ricordarci la ciclicità dell’auto-riflessione, la teoria dell’eterno ritorno, l’iteratività delle cose che ricominciano nello stesso istante in cui finiscono e proprio perché finiscono. Il vero imprenditore non ha un DNA a forma di doppia elica ma a forma di serpente che tenta di mangiarsi la cosa: lo dimostra la sua forza di volontà inestinguibile ed inesorabile.

L’Uroboro è un simbolo drammatico che racchiude al suo interno l’assimilazione di due opposti, luce ed ombra, vittoria e sconfitta. L’una non può esistere senza l’altra ed è così che il fallimento non è altro che il veicolo scelto dall’innovazione per perdurare nel tempo. Lanciare un’impresa e portarla al successo è un gioco infinito il cui unico scopo è continuare a giocare. Sarà un caso che Steve Jobs, uno dei più grandi startupper dell’ultimo millennio, ha scelto One Infinite Loop come indirizzo del suo ufficio? Gli errori possono affossarti se non li vedi per quel che sono: gradini sui quali salire più in alto di prima.

L’approfondimento tecnico sul fallimento startup in Italia a cura di Antonia Verna, partner studio legale Portolano Cavallo

In considerazione dell’elevato rischio imprenditoriale proprio degli investimenti in attività ad alto livello di innovazione tecnologica, il legislatore italiano si è preoccupato di introdurre disposizioni ad hoc per la composizione della crisi della startup innovativa.

In particolare, la startup innovativa non potrà essere soggetta alle ordinarie procedure concorsuali (es. fallimento e concordato preventivo), ma sarà sottoposta in via esclusiva ad una delle seguenti procedure:  il procedimento di composizione della crisi da sovraindebitamento o il procedimento di liquidazione del patrimonio.

Si tratta di due procedure (alternative tra loro) introdotte in origine dalla Legge n. 3/2012 per le sole imprese non fallibili (in quanto ad esempio al di sotto degli indici di fallibilità previsti dall’art. 1 della Legge Fallimentare) e, successivamente, estese alle startup innovative.

In estrema sintesi: la prima (composizione della crisi da sovraindebitamento) consiste in un accordo stragiudiziale di ristrutturazione dei debiti con i propri creditori, da sottoporre successivamente alla definitiva approvazione dell’autorità giudiziaria, e si configura quindi come una sorta di “concordato preventivo semplificato”; la seconda invece (liquidazione del patrimonio) mira alla liquidazione della società, al pari di una procedura fallimentare (di cui tuttavia non presenta le complessità e i costi).

Unico requisito per accedere a queste procedure è l’iscrizione alla sezione speciale delle startup innovative del Registro Imprese di riferimento.

L’obiettivo primario del legislatore è stato quello di adottare procedimenti semplificati di soluzione delle situazioni di crisi della startup innovativa che, sebbene siano idonei a realizzare la segregazione del patrimonio sociale per il soddisfacimento dei creditori, tuttavia non privino l’imprenditore delle necessarie capacità giuridiche per intraprendere, anche nell’immediato futuro, nuove iniziative di business. In altri termini, l’imprenditore che ha avviato una startup innovativa non potrà essere “marchiato” come “fallito” nel caso in cui la sua iniziativa imprenditoriale non riesca a decollare e subentrino problemi di natura economico-finanziaria che rendano opportuna la cessazione di ogni attività, né sarà soggetto alle restrizioni normative ed incapacità giuridiche previste a carico dell’imprenditore dichiarato fallito.

Nell’ottica di tutelare la riservatezza dei soci della startup innovativa coinvolta nella procedura di liquidazione, il legislatore ha previsto che resteranno accessibili al pubblico solo le informazioni relative alla startup stessa, mentre i dati relativi ai soci della startup, assoggettata alla suddetta procedura di liquidazione, saranno accessibili esclusivamente su richiesta dell’autorità giudiziaria e delle autorità di vigilanza, decorsi dodici mesi dalla iscrizione nel registro delle imprese del decreto di apertura della procedura di liquidazione.

Augusto Coppola, imprenditore ed investitore co-Founder di InnovAction Lab

Anche in Italia è da qualche tempo arrivata la discussione sul valore del fallimento come elemento di crescita di un imprenditore. Il problema è che, come spesso accade, abbiamo preso una parola inglese “failure” e l’abbiamo tradotta senza pensare a quale sia il concetto dietro alla parola stessa.
Negli USA quando si parla di “failure” come elemento di crescita si intende solamente l’aver sbagliato, fatto degli errori e, in particolare, non essere riusciti a portare la propria azienda ad autosostenersi finanziariamente, bruciando inutilmente i soldi degli investitori e sprecando il proprio tempo e denaro. In genere, per “failure” non si intende aver portato qualcosa alla bancarotta, aver mancato di pagare i propri dipendenti e i fornitori. Ma questo è esattamente il senso che assume, in ambito imprenditoriale, la parola in italiano. E questo genera le comprensibili resistenze nell’accettare “la cultura del fallimento”.

La cosa è comprensibile, in quanto mancando nel nostro Paese investitori di rischio, coloro cioè che mettono le risorse finanziarie per far nascere delle nuove aziende ad alto valore innovativo, chi diventa imprenditore tende ad auto-finanziare oltre ciò che sarebbe saggio i propri progetti, col rischio di mantenerli attivi a dispetto dei risultati economico-finanziari perché oramai troppo esposto sul piano personale.

Io ho alle spalle un fallimento, una startup nella quale ho letteralmente bruciato i soldi miei e di coloro che hanno creduto nel progetto. Ogni volta che lo racconto noto in chi mi ascolta un velo di diffidenza che si scioglie solamente quando spiego che a dispetto della assoluta mancanza di qualsivoglia ritorno economico, ho sempre pagato i miei dipendenti e fornitori (incluso lo Stato) e che ho trovato un nuovo posto di lavoro per tutti coloro che lavoravano nella startup. La cosa sembra però meravigliarli, e non è sempre agevole fargli capire che questo è assolutamente normale nel mondo delle startup innovative finanziate da fondi di Venture Capital come quello per il quale adesso ho la fortuna di lavorare.

Il fondo di Venture Capital, infatti, si aspetta che un numero significativo dei propri investimenti darà, come si dice in gergo, “ritorno zero”, cioè non ripagherà neanche una parte dei soldi investiti. E’ nella natura del business: quando si vuole realmente creare qualcosa di innovativo, bisogna andare a cercare di cambiare il mondo e la cosa è più difficile di quanto molti tendano a pensare. Tale ambizione passa necessariamente attraverso un certo numero di “fallimenti” (intesi come errori di valutazione fatti investendo in startup a ritorno zero o comunque poco significativo), da cui imparare per cercare di finanziare quella startup che modificherà lo status quo, creando ricchezza per se stessa, i propri impiegati, il Paese e l’investitore che ci ha creduto.