A scuola di business dai monaci Shaolin

Il mondo sta cambiando. La globalizzazione è un tema ormai consolidato nel panorama mondiale e questa notizia ne è certamente la prova. Protagonista questa volta è l’estremo oriente: parliamo di templi e arti marziali. Alzi la mano chi non ha sentito parlare almeno una volta degli affascinanti monaci Shaolin e del celebre tempio, dove a fare da protagonista sono le meditazioni e il Kung fu, attività in grado di formare monaci e guerrieri unici al mondo. Ecco, chiunque di voi si sia fatto quest’idea, può anche cancellarla dalla propria mente utilizzando il neuralizzatore di Man in Black. Il suo ultimo abate, infatti, sta stupendo il mondo non certamente per la meditazione ma proprio per il business! Sì il business, poiché è stato lui a decidere di utilizzare la notorietà di cui il tempio gode da secoli per scopi del tutto commerciali.

Shaolin, il tempio che pensa in grande

Shaolin è un tempio buddhista sito in Cina, che per secoli è stato luogo di disciplina e meditazione, un tempio che negli ultimi decenni sembra aver almeno in piccola parte cambiato la sua politica. È nel 1989 che il predecessore dell’attuale monaco ha costituito un gruppo di lottatori con lo scopo di esibirsi in Cina e in tutto il mondo. Sempre lo stesso nel 1996 decise di portare internet nel luogo sacro, una grande novità per gli anni novanta.
Fin qui fu data una bella scossa in chiave comunicativa all’ordine del tempio, ma si trattava solo dell’inizio.

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È stato l’attuale monaco Shi Yongxin a portare una grande ventata d’innovazione all’interno dello storico tempio: Shi diviene monaco all’età di 16 anni e decide di formare la sua mente attraverso studi di marketing e managment, cercando di cucirsi addosso un profilo personale a misura di comunicazione. In questa maniera appena divenuto abate vuole portare il tempio Shaolin a uno step successivo e decide di farne un brand internazionale. In questa maniera nel giro di pochi anni inaugura una televisione, prodotti alimentari e farmaceutici con il nome del noto tempio. Ricavandone così un vero e proprio business. Come se non bastasse, è in tempi recenti che ha deciso di lanciarsi sull’e-commerce aprendo un negozio su Taobao, una sorta di eBay dell’estremo oriente. Non male per un monaco.
Il culmine viene toccato però negli ultimi mesi, quando il tempio è diventato veramente un’interessante gallina dalle uova d’oro.

Monaci Shaolin, meditazione e tanto business

Il movimento economico che ruota attorno al monastero non è affatto male. Milioni di turisti lo visitano ogni anno. E bisogna dire che fare una visita al suo interno non è qualcosa di unicamente spirituale: ogni biglietto ha il prezzo di 15 euro, una cifra da poco che, se sommata ai costi delle funivie interne, degli spuntini, delle esibizioni e dei souvenir, inizia a diventare importante. Sommate ogni incasso per le migliaia di persone che visitano il tempo ed ecco che vedrete realizzarsi un progetto di business a prova di bomba.
Non solo monastero: più di 40 sono le aziende all’estero e 130 i club di arti marziali sparsi per il globo, che creano forme interessanti di business.

Monaci Shaolin, pronti per il grande salto in Australia

Adesso l’abate è pronto per il grande salto. Portare la sua filosofia in Australia. La terra da cui partire, stando ai media australiani, è già stata acquistata nel New South Wales per il valore di quasi 3 milioni di euro dalla Shaolin Temple Foundation Australia.

C’è un grandissimo entusiasmo da parte della popolazione australiana che dimostra molto interesse verso i monaci Shaolin. Il sindaco Joanna Gash ha speso parole al miele per l’imminente opera: “È più di un tempio, significa anche turismo e occupazione”.
Non si tratta di sole arti marziali. Il complesso si arricchirà di un hotel a 4 stelle da 500 posti e un campo da golf a 27 buche. Un grande progetto di business quello Shaolin che può insegnare molto, anche a noi occidentali.
Oltre i problemi etici che possono emergere dalle scelte dell’attuale monaco in chiave marketing, bisogna fare un piccolo plauso alle intuizioni in chiave business: vedere un monastero antichissimo crescere e stare al passo con i tempi, che possa piacere o meno, rappresenta uno spunto positivo per gli studiosi di marketing e management.

Zomato in Italia, la startup indiana arriva a Milano e Roma [INTERVISTA]

Avevamo già parlato dello shopping sulle startup food italiane e ora, grazie alla recente acquisizione di Cibando, all’interno del portale Zomato in Italia sono già presenti più di 18.000 locali: ogni singola pagina permette di visualizzare il menu digitalizzato con i prezzi e le immagini dei locali e delle pietanze.

Sul mercato da pochissimi anni,  Zomato è diventata un vero fenomeno planetario, acquisendo aziende in tutto il mondo e annunciando l’ingresso nel mercato nordamericano con l’acquisizione dell’americana Urbanspoon. Cosa c’è dietro questo successo mondiale? Anche tanto social.

Guk Kim, fondatore di Cibando e attuale Country Manager di Zomato Italia, ha risposto alle mie domande sul portale che nei prossimi due anni investirà sei milioni di dollari per far crescere il proprio business: il team è formato da 25 persone ma si prevede di triplicare lo staff nei prossimi mesi.

Con Cibando Zomato è entrato nel mercato italiano del food proprio nell’anno dell’EXPO. Coincidenza?

Direi che si tratta di una coincidenza, sì: l’Expo non è il motivo principale per cui Zomato ha scelto di entrare nel mercato italiano quest’anno. L’acquisizione di Cibando, infatti, si inserisce in un percorso che ha visto l’espansione di Zomato a livello mondiale: negli ultimi mesi la multinazionale ha acquisito altre sei aziende leader in questo settore.

Zomato in Italia è solo a Milano e Roma. Sono i mercati più ricettivi o avete previsto una espansione progressiva nei prossimi anni?

Abbiamo previsto un’espansione progressiva, apriremo anche altri uffici, fino ad arrivare alla copertura di altre sei città italiane importanti, tra cui Firenze. Milano e Roma, in particolare, sono stati individuati come i primi due mercati principali da cui partire e rappresentavano anche i due mercati principali su cui si focalizzava Cibando.

Avete creato la più grande repository di informazioni sui ristoranti italiani, che permette ai ristoratori di interagire con i potenziali clienti fornendo una piattaforma pubblicitaria mirata. Il cibo è proprio l’ultimo dei servizi offerti​?

Il cibo è il filo conduttore e il focus su cui si puntano i riflettori, ma noi vogliamo costruire attorno al mondo della ristorazione un ambiente e una serie di opportunità per permettere agli utenti di trovare il loro ristorante ideale e al ristoratore di aumentare la propria visibilità, interagendo con gli utenti in un modo nuovo ed efficace.

Oltre ad essere un servizio di ricerca ristoranti, Zomato crea un network personalizzato fra gli utenti (i foodie). Questo è il suo valore aggiunto più importante?

Questo è uno dei valori aggiunti fondamentali unito alla digitalizzazione dei menù, che rappresenta un elemento nuovo rispetto ad altre realtà. Uno degli aspetti principali, però, è il fatto che ogni ristorante presente sulla piattaforma è stato visitato e “mappato” dai membri del nostro team. Si tratta di un’operazione a cui noi diamo molta importanza, perché grazie a questa azione offriamo agli utenti delle informazioni assolutamente complete e sempre aggiornate: i menù, infatti, verranno aggiornati ogni tre mesi.

Le vetrine tematiche offrono un nuovo modo di scegliere dove mangiare. Ma se arrivo al ristorante e non trovo ciò che mi aspettavo?

Se l’utente non trova ciò che si aspettava può segnalarlo e interagire con il nostro team. La condivisione è alla base di ogni opportunità e di ogni crescita, ogni realtà imprenditoriale deve saper prima di tutto ascoltare i suoi utenti, perché questa è la chiave per riuscire a creare ogni giorno qualcosa di veramente utile.

Il numero di "Mi piace" delle pagine Facebook diminuirà. Ecco perchè

A tutti coloro che gestiscono pagine Facebook per conto di aziende: preparate una mail. Dovete spiegare ai vostri clienti che, a breve, alcune novità di Facebook influenzeranno il numero di Like delle loro pagine.

Ci spieghiamo meglio.

Facebook ha recentemente annunciato, sul blog dedicato alle notizie per i business, che a breve cambierà il modo in cui conta i “Mi Piace” sulle Pagine di business e celebrità, sottraendo al conteggio gli account disattivati e quelli commemorativi (quelli “ricevuti in eredità” da qualcuno dopo la scomparsa del loro proprietario). Proprio per questo i gestori di pagine sono stati avvisati che potrebbero constatare una leggera diminuzione del numero di like.

È importante sottolineare che gli account considerati inattivi – quelli il cui proprietario non entra su Facebook da un po’, per intenderci – continueranno a contare. Spariranno dal conto solo quelli i cui proprietari hanno manualmente disabilitato il proprio profilo. Inoltre, se uno di questi account viene successivamente riattivato, verrà aggiunto nuovamente al numero di “Mi Piace” della pagina.

Come spiega Facebook, questa decisione è stata presa per offrire dati più precisi e significativi, con due fondamentali vantaggi:

  1. gli Insight a disposizione delle aziende includeranno solamente le persone che seguono effettivamente la pagina, con la conseguenza che sarà più facile trovare persone simili da impostare come target
  2. i risultati delle analisi saranno più coerenti, in quanto tra i “Mi piace” e i commenti ai post sono già stati esclusi da tempo quelli di account disattivati o commemorativi

Il cambiamento arriverà nelle prossime settimane con un rollout graduale, perciò avete il tempo di mettere le mani avanti. E se non avete voglia di preparare una mail, mandate al vostro capo il link di quest’articolo. 😉

Content Evolution, il manuale per esplorare la Nuova Era del Marketing Digitale [RECENSIONE]

Quelle del Content Marketing e dello Storytelling sono ormai diventate buzzword, parole chiave sempre più citate da blogger, manager e professionisti di marketing. Ma cosa si “nasconde” dietro questi termini, e – soprattutto – quale sarà l’imminente sviluppo futuro delle discipline?

A questi interrogativi risponde “Content Evolution. La Nuova Era del Marketing Digitale”, il nuovo manuale edito da FrancoAngeli Editore e scritto dai Ninja Alberto Maestri e Francesco Gavatorta, con una prefazione di Silvia ZanellaGlobal Social Media and Online Marketing Director in Adecco Group.

Digital Content Marketing e Brand Storytelling sono arrivati a un punto di svolta. In un contesto in cui la voce del consumatore ha sempre più influenza, la grande diffusione dei mobile device e la continua richiesta di esperienze di marca memorabili spingono le aziende a progettare nuovi modi per creare valore dalle interazioni con i pubblici di riferimento. Quale sarà, allora, la strada da percorrere?

Con un taglio che integra orientamenti strategici e consigli più pratici (quick wins) e ripercorrendo sia la recente storia del content marketing sia alcune case histories nazionali e internazionali (Coca-Cola, Diageo, Gatorade, Adecco, Red Bull, Mc Laren, ecc.), il manuale di Alberto Maestri e Francesco Gavatorta – che ritroviamo come docenti insieme a Simone Tornabene al corso online in Content Marketing firmato Ninja Academy – ha l’obiettivo di stimolare il lettore su più fronti, fornendo un’impostazione teorica e un toolkit pratico subito riutilizzabile in ambito professionale.

Organizzazione e struttura del libro

Più nello specifico, dopo l’introduzione di Silvia Zanella, nel capitolo iniziale gli autori propongono una prospettiva “evoluzionista” del digital marketing e del marketing dei contenuti, termini non solo citati ma anche (spesso) criticati da alcuni autori nazionali e internazionali.

Il secondo capitolo introduce il lettore nello scenario contemporaneo del Digital Content Marketing, sottolineando pregi e limiti degli attuali progetti di marketing dei contenuti impostati da aziende e organizzazioni di qualsiasi tipo e dimensione.

Partendo da tale presupposto, sono poi passati in rassegna tre principali macro-trend (cambiamenti nei consumatori [Persone], innovazioni dei device [Device] e sviluppo esponenziale del peso dell’economia delle esperienze nelle società contemporanee [Esperienza]) che stanno fortemente modificando e riplasmando lo scenario del marketing attuale.

Essi creano così un “ponte” ideale verso l’ultima parte del libro, che introduce l’innovativo concetto di HyperContents, contenuti sostanzialmente e fortemente “arricchiti” dalla dimensione esperienzale e dall’utilizzo dei mobile device da parte delle persone. In altre parole e come avremo modo di approfondire nei prossimi articoli dedicati al tema, gli HyperContents sono quei contenuti che non hanno una forma pre-definita dal Content Designer, ma che piuttosto… no, no, non vogliamo svelarvelo subito 😉

Leggi anche: Corso in Content Marketing: strategie di contenuto per i canali digital e social

Un libro, quello scritto dai nostri Ninja, dedicato a un pubblico appassionato e interessato ai temi di interesse nonché già in possesso di alcune nozioni di fondo sul social web e le logiche del marketing 2.0. Allora, curiosi di saperne di più su Digital Storytelling e Content Marketing innovativo? #ContentEvolution

La mia esperienza nello staff social del Festival di Sanremo 2015


UPDATE: Il titolo di questo post è stato modificato per meglio rappresentare il ruolo di Federico nello staff Social Media del Festival Di Sanremo.

Perché Sanremo è Sanremo è un vecchio ma celebre jingle utilizzato in una passata edizione del Festival. Da ragazzino mi sono sempre chiesto cosa significasse questa affermazione (che ho sempre, inconsciamente, trasformato in interrogativa) ma solo adesso riesco a capirlo.

Qualunque sia la risposta a questa domanda, posso raccontarvi la mia esperienza nello staff social media per il Festival di Sanremo 2015 e al #DopoFestival.

L’offerta web e social basava le sue radici sul sito ufficiale, su cui era possibile seguire la diretta streaming dell’evento preceduta dalla novità web del Pre-Festival e seguito dal #DopoFestival, per la prima volta in esclusiva web.

Le attività che i miei strategist mi hanno chiesto di eseguire sono state sostanzialmente due: la rivisitazione di una gamification – La Sanremo League – e un countdown in tema musicale, oltre alla normale amministrazione fatta di call to action e lanci giornalieri vari, di post e tweet.

La Gamification su Facebook è stata una delle mie più grandi soddisfazioni perché ha ottenuto risultati esilaranti rispetto alle edizioni passate: la sanremo league si basava su delle sfide tra artisti, e quindi brani, che avevano partecipato alle precedenti edizioni. Un excursus storico dei maggiori successi sanremesi.

Sappiamo tutti quanto sia importante la variabile competizione quando si tratta di ottenere interazioni con gli utenti, soprattutto se a sfidarsi sono i loro beniamini. Abbiamo ricevuto tantissimi commenti, ma chiaramente le scelte degli artisti sono avvenute solo dopo un’attenta analisi delle loro pagine Facebook, e quindi strategicamente.

Festival di Sanremo 2015 in versione social: tweet post e Laura Pausini

Una parte del merito di questo successo va a Laura Pausini che ha partecipato attivamente all’iniziativa, invitando i fans della sua pagina a giocare e generando una copertura incredibilmente vasta. Realizzare i contenuti con una certa cura grafica ha agevolato una buonissima diffusione, a conferma che i contenuti di qualità premiano.

La seconda attività prevalente è stata la creazione grafica e la gestione dei countdown per Facebook e Twitter, con numeri a forma di strumenti musicali e con citazioni di noti brani sanremesi. Grande risposta anche qui: siamo riusciti a coinvolgere gli utenti creando la giusta suspense.

Le mie riflessioni sulle critiche rivolte al Festival di Sanremo 2015

Vorrei adesso darvi un mio punto di vista sulle critiche che il Festival riceve dagli utenti social o più semplicemente dagli spettatori. Spesso accade, in qualsiasi contesto, che si dimentichi l’umanità alla base di qualsiasi messaggio o strategia sui social. Il problema non è tanto non avere idea di cosa succeda in una redazione come quella del Festival di Sanremo, quanto pensare di saperlo realmente.

Ho avuto modo di leggere diverse critiche degli utenti social durante il Festival e vorrei cercare spiegare cosa si nasconde dietro uno dei più grandi eventi social italiani. Fare parte attiva del team esteso di amministratori delle pagine e poter gestire tutto in modo impeccabile è veramente impegnativo e a volte complicato.

Vero, certe volte si rischia di cadere in errori banali, ma la variabile della diretta può portare a questo. Siamo persone, non sistemi operativi, per questo considero il lavoro svolto, da tutti, come un gran successo.

Ecco perché Sanremo è Sanremo, perché è un gigante difficile da gestire ma che può riempirti di soddisfazioni. Non bisogna dare per scontato che le cose filino liscio solo perché l’evento è molto importante: alle spalle di un’ottima attività social c’è il lavoro di un team che fa di tutto perché questo avvenga.

Resta il fatto (empirico) che #Sanremo2105 è stato primo tra i trending topic per tutta la durata del festival e oltre, e che le attività dei social media manager senior hanno avuto grandi risultati in termini di coinvolgimento, nonostante tutti i problemi che si nascondono dietro ogni attività.

Il Festival di Sanremo dovrebbe essere per noi italiani un evento di cui vantarsi e non un momento per fare della critica insensata. Sul quel palco misterioso, ogni anno si avvicendano maestri della musica, talenti dell’intrattenimento e dello spettacolo, donne bellissime ed ospiti internazionali. Che piaccia o meno la musica italiana ha fatto storia, emozionando generazioni.

L’esperienza col team della Multi Piattaforma di Rai 1 è stata indimenticabile ed emozionante e per questo li ringrazio.

Seejay, storytelling e analytics: super poteri alle tue storie

Seejay staff

Raccontarsi e raccontare. Lo ripetiamo all’infinito, tutti i giorni, quanto sia importante creare un dialogo, mantenerlo, svilupparlo. Seejay non fa solo questo, perché conferisce alle tue storie veri e propri super poteri.

Suona strano? Certo, per questo me lo sono fatto spiegare da Fabrizio Ferreri, chief operating officer di Seejay.

Per ogni brand, ma non solo, oggi è importante soprattutto raccontarsi. Perché?

Faccio sempre un esempio: sei seduto al tavolo di un ristorante con un’altra persona, e questa persona ti parla ininterrottamente di sé. Quando torni a casa penserai sicuramente a quanto sia stata noiosa la serata. Sentire parlare qualcuno di sé senza sosta, non avendo spazio per intervenire e per parlare un po’ è una delle esperienze più frustranti che ci sia.
Pensa invece ora alle emozioni e all’interesse che provi quando hai un libro aperto davanti e stai leggendo una storia accattivante e coinvolgente.
Tra le due esperienze vi è una differenza sostanziale: nel primo caso sei una presenza passiva, non riconosciuta nelle sue specificità e considerata con indifferenza dall’interlocutore. Al tuo posto potrebbe esserci chiunque altro e per l’interlocutore cambierebbe poco o nulla.

Nel secondo caso invece, la storia si rivolge a te, ha bisogno della tua immaginazione, del tuo pensiero e della tua partecipazione emotiva per esprimere pienamente il suo senso.
Ecco, per i brand è fondamentale raccontare perché oggi, giustamente, nessuno accetta più di incarnare il ruolo dell’interlocutore silenzioso e passivo del ristorante. Il racconto invece trasforma il pubblico da soggetto passivo ad ascoltatore partecipe, gratificando l’esperienza di fruizione dei contenuti trasmessi: il customer potenziale sente, grazie al racconto di cui è destinatario, che è richiesto un suo contributo, una sua attivazione, e questo scatto genera proprio quella forma iniziale di contatto con il brand che il brand dovrà saper tradurre in valore.

Seejay consente di costruire in tempo reale lo storytelling raccogliendo contenuti dai social network. Cosa avete più dei competitor?

Il nostro sistema si compone di quattro passaggi fondamentali,i l primo è storytelling, ovvero la costruzione della storia con i contenuti selezionati dai social.
Qui i competitor sono diversi e numerosi, e offrono tutti un servizio piuttosto analogo.

Noi ci distinguiamo per il tipo di user experience che abbiamo disegnato, concentrata più sulla qualità della content curation e sulla possibilità di editare la storia personalizzandone tutti gli aspetti.
Inoltre abbiamo reso disponibili, su richiesta, una serie di feature semantiche che facilitano la lettura dei contenuti inseriti soprattutto quando difficilmente leggibili per la gran varietà dei contenuti stessi.
Dopo aver costruito la Storia, ti consentiamo di promuoverla utilizzando uno strumento di marketing organico a Seejay, attualmente in funzione solo su Twitter, ma in poco tempo attivo anche sugli altri social network.
Il sistema che abbiamo sviluppato per Twitter è esclusivo, e questo è senza dubbio un vantaggio competitivo rilevante come strumento di marketing.

In sostanza, grazie a questa funzione, il publisher può promuovere direttamente la storia ad insiemi variegati di utenti Twitter che ritiene possano essere interessati al messaggio che contiene.
Con l’ analytics e analisi del sentiment,  il nostro cliente può controllare le performance della Storia e monitorare, in relazione ad uno o più hashtag, cosa stia esattamente accadendo sui social network.
Su questo punto, lo strumento di analytics che forniamo è molto più completo di quello che i nostri competitor mettono a disposizione.


L’ultimo passaggio è la profilazione della tua audience social.

Siamo già al lavoro su questo punto, attualmente su web esiste poco, si tratta di una delle nuove frontiere su cui si sta giocando la partita che riguarda il valore che publisher e brand possono ricavare dai social network.
In sostanza, per brand e publisher Seejay è ingaggio della propria audience social, espansione dell’audience social, comprensione dei principali aspetti della propria presenza nei social, profilazione della propria audience.
A differenziarci dai competitor è soprattutto l’aver costruito un servizio complesso capace di tenere insieme in un unico servizio tutti questi quattro punti.

Analisi del sentiment e profilazione degli utenti social: per le aziende la raccolta dei dati è appetibile quanto la raccolta dei contenuti?

Il nostro riscontro è questo: la raccolta dei contenuti senza il successivo momento di raccolta ed elaborazione del dato sull’iniziativa lanciata, rimane un’operazione incompleta.
Per brand e publisher è indispensabile l’intelligenza del dato, poter cioè integrare nel proprio sistema di business intelligence queste informazioni di secondo ordine sull’attività compiuta e in questo modo monitorare ed eventualmente perfezionare periodicamente le proprie strategie.

Il primo step da 20k euro della campagna equity based su Siamo Soci è stato raggiunto. Quali possibilità di sviluppo ci saranno al raggiungimento del goal di 150.000 euro?

Ci concentreremo su due aspetti in particolare: il primo è il potenziamento della funzione di promote organica al servizio per rendere lo storytelling sempre più uno strumento di marketing innovativo; in secondo luogo ci concentreremo sullo sviluppo della profilazione per consentire a publisher e brand di capire sempre meglio quale sia il loro pubblico sui social.

È inoltre nostra intenzione rafforzare la parte commerciale dell’azienda aprendo anche una sede operativa a Londra.

 

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La Repubblica e Il Messaggero hanno utilizzato Seejay per raccontare il processo di beatificazione di Papa Giovanni XXIII e  Papa Giovanni Paolo II, è questo il futuro del giornalismo?

Il futuro del giornalismo è uno scenario complesso, non dipende a mio avviso da un unico fattore. Mi sento però di affermare che una possibile strada per aggiornarsi e ritrovare la vitalità perduta è data dall’integrazione di tre elementi:
dal mantenimento dell’approccio autoriale con un rafforzamento del punto di vista del giornalista;

dall’integrazione all’approccio autoriale della visione proveniente “dal basso”, per una maggiore polifonia della notizia, per offrire al lettore un prisma prospettico piuttosto che una visione unilaterale;

dallo sfruttamento delle piattaforme mediatiche, in particolare i social network, non soltanto come pista di atterraggio dei propri contenuti, ma come luogo in cui creare un nuovo pubblico di lettori/contributori, seguendo pattern di interazione innovativi.

4 lezioni di Social Media Marketing dalla Casa Bianca

La padronanza di Barack Obama dei social media è famosa fin dal 2008, quando vinse le elezioni che The Guardian definì “Facebook elections”. In quell’occasione si utilizzarono i social media per chiedere donazioni, condividere contenuti ed organizzare iniziative di crowdfunding.

Anche se in quell’anno i social media erano ancora in una fase nativa, (Facebook nasce nel 2004 ma diventa famoso qualche anno dopo) il team di Obama riuscì comunque a creare una buona strategia social per catturare l’attenzione degli elettori.

Ha saputo usare con maestria Tumblr, Facebook, Twitter, e YouTube prima, durante, e dopo la campagna elettorale, per ribadire gli obiettivi legislativi del Presidente e tenere i cittadini informati.

Ecco quattro consigli che possiamo trarre dalla social media strategy dell’amministrazione Obama:

1. Sul secondo, sii il primo

Secondo un rapporto pubblicato da Nielsen nel 2014, l’84% dei proprietari di smartphone e tablet utilizzano i propri device mentre guardano la televisione. Questo dà ai brand l’opportunità di utilizzare i social media per rafforzare sia i messaggi che inviano con la televisione sia con la comunicazione offline.

Nel caso degli Stati Uniti, la Casa Bianca ha utilizzato il suo account Twitter per sottolineare importanti citazioni dal discorso, aiutati da fotografie o diapositive. Su WhiteHouse.gov, è andato in onda un vero e proprio live tweeting prima di Twitter. Un “live feed” che ha aggiunto dati ed informazioni durante i discorsi di Obama sul cambiamento climatico, sulla guerra o sul commercio internazionale.

Per coloro che non potevano seguire il discorso dal vivo, il team dell’allora candidato presidente postava istantaneamente video a blocchi di tre minuti su Youtube. Questo ha contribuito a creare attenzione intorno a tutto il discorso, anche se le persone non erano connesse per un live streaming.

2. Don’t fake!

Richard Zeoli nei suoi “Sette Principi di Comunicazione” mette come primo punto “Don’t fake!” aka “Non fingere”. “sii trasparente”. L’amministrazione della Casa Bianca ha saputo davvero utilizzare questo consiglio anche dopo le elezioni per creare un dialogo vero con gli elettori.

Nelle ore che hanno preceduto gli speech al Congresso infatti, la Casa Bianca ha rilasciato il discorso del Presidente su Medium. Questo ha dato alle persone l’idea che Obama stesse comunicando non solo con i membri del Congresso ma con loro direttamente.

Infine, per continuare il dialogo con i cittadini la Casa Bianca ha incoraggiato tutti a condividere il loro feedback sul programma legislativo del Presidente sui social media con l’hashtag #SOTU.

3. Poco, ma spesso

Avendo un numero pressocchè infinito di opzioni di intrattenimento e di informazioni disponibili sul web, non c’è alcuna garanzia che si avrà l’attenzione di qualcuno per un periodo di tempo prolungato.

Perciò è importante “alimentare il vostro pubblico” con una dieta costante di contenuti shortform da poter consumare in qualsiasi momento in cui capita di avere a disposizione un social. Sia che stiano navigando su Tumblr durante una breve pausa al lavoro o che stiano controllando Facebook prima di andare al supermercato, c’è bisogno di contenuti piccoli ed interessanti.

La Casa Bianca aggiorna regolarmente i propri social media con foto e brevi video che ricordino alle persone le informazioni più importanti alle quali prestare attenzione.

4. Non sono tutte uguali

Se vuoi avere successo su tutte le piattaforme che ti trovi a gestire, devi chiederti anzitutto cosa le persone cercano su quei social. Ad esempio, una serie di fotografie potrebbero essere molto apprezzate su Instagram ma non allo stesso modo su LinkedIn.

A tal fine, l’amministrazione Obama ha sempre saputo distribuire i contenuti al meglio postando quelli per cui quella piattaforma era nata. E infatti la Casa Bianca posta principalmente foto e video sul suo Facebook e Twitter, mentre il suo Tumblr viene condito con le GIF che sono più popolari sulla piattaforma. Nel frattempo invece, su LinkedIn si parla di business ed analisi politiche.

La lezione è che non importa quale sia il messaggio, è importante adattare ciò che intendi dire alla piattaforma che scegli. E indipendentemente dalle convinzioni politiche, su questo l’amministrazione Obama ha solo da insegnare.

Leitz lancia la custodia che tutela la privacy dei vostri iPad

Pratica, resistente e soprattutto a tutela della vostra privacy: la custodia per iPad lanciata da Leitz è assolutamente innovativa. Di cosa si tratta, più nello specifico? I Ninja hanno avuto il piacere di provarla per voi, ed ecco cosa possiamo raccontarvi in fatto di caratteristiche e principali feature.

Comodità

La custodia privacy è comoda e maneggevole. Le staffe posizionate sul retro hanno due altezze: le basi di appoggio a 15° e a 62° permettono di collocare come più si preferisce l’Ipad e di poter fruire agevolmente dei contenuti, scrivere o leggere. La custodia non è molto ingombrante e rende facile l’uso dell’iPad in tutte le sue funzioni. Il prodotto è caratterizzato da un design minimalista e da materiali resistenti e di qualità.

Resistenza

La custodia svolge più che egregiamente la funzione protettiva del device. Rigida, tiene al sicuro l’iPad da urti e graffi. La cover nella parte superiore è fatta di un vetro plastificato che evita che lo schermo possa danneggiarsi.  A differenza delle semplici pellicole adesive, che non possono essere rimosse una volta applicate e si riempiono di bolle d’aria, Leitz Complete offre un vera e propria custodia che avvolge l’intero iPad con una protezione rigida. La chiusura magnetica garantisce, oltre che una maggior praticità nell’utilizzo, anche un’elevata protezione del device da graffi e polvere.

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Privacy

L’elemento assolutamente innovativo di questa custodia è racchiuso in 7 lettere che compongono una parola sempre più a rischio nell’epoca dell’hi-tech: privacy. Leitz ha lanciato una cover con lo schermo oscurante integrato nella parte anteriore: abbassando la cover permette di utilizzare il dispositivo nella privacy più totale, mantenendo le funzionalità delle operazioni touchscreen; sollevando la cover si potrà godere del display in tutta la sua brillantezza. Con questa custodia quindi sarà possibile usare l’iPad in luoghi pubblici senza però condividere con gli altri ciò che state facendo con il vostro device.

Il prezzo della custodia per iPad è € 84.00 e per iPad Mini è € 77.00. Elevato? Alla prima impressione, anche noi era sembrato così: ma quando abbiamo inserito il nostro device nella custodia targata Leitz e considerati materiali, praticità e la sua funzione pro-privacy ci siamo ricreduti.  😆

La custodia, disponibile anche per iPad Air, bianca o nera, è acquistabile online sul sito di Leitz. Che cosa state aspettando a fare questo investimento per il bene del vostro iPad?

Marketing verso culture differenti: gli errori da evitare

E’ unanimemente riconosciuto che la domanda finale di beni e servizi è diventata nel tempo più complessa, mutevole ed esigente. Il consumatore moderno è molto diverso da quello a cui Henry Ford, fondatore della Ford Motor Company, poteva permettersi di dire: “Any customer can have a car painted any colour that he wants, so long as it is black”.

Parallelamente, anche l’aumento della competizione e della concorrenza a livello di offerta, hanno contribuito a invertire i rapporti di forza tra impresa e consumatori: questi ultimi regnano praticamente incontrastati.

Un nuovo approccio analitico

Tutto ciò ha reso imprescindibile un approccio sempre più scientifico e strutturato nell’analisi della domanda, nella sua segmentazione e nelle attività di targetizzazione ad essa relative. A questo si è aggiunta, negli ultimi decenni, una nuova sfida, che, come tale, rappresenta anche un’opportunità: la multiculturalità.

Il marketing e la comunicazione, oggi, devono essere in grado di progettare, realizzare e comunicare value proposition ideate in base alle esigenze e alle caratteristiche specifiche dei diversi orientamenti culturali.

La cultura, definibile come un insieme di riferimenti ideali, valori e comportamenti comuni a un determinato gruppo di individui, è ancora, nonostante la globalizzazione, piuttosto pervasiva nell’influenzare o determinare le preferenze di consumo delle persone.

Questo concetto vale sia nel caso in cui un’offerta sia rivolta a un gruppo culturale interno al paese in cui l’azienda affonda le sue radici, ma anche (e soprattutto) quando la proposizione di valore sia esportata all’estero.

Quale deve essere quindi l’approccio che un’azienda deve seguire per sfruttare queste nuove opportunità? Certamente, le imprese non possono più limitarsi a studiare la domanda attraverso analisi demografiche o comportamentali, perché queste non considerano i fattori culturali appena visti.

In entrambi i casi precedenti è necessaria una conoscenza approfondita e specifica dei criteri valutativi di tipo culturale di un’etnia o un popolo. In mancanza di tutto ciò, infatti, si baserebbero le strategie di marketing e le politiche comunicative aziendali su stereotipi o convinzioni errate, inficiandone efficacia ed efficienza.

Quando le imprese sbagliano

Gli esempi di errori di valutazione delle aziende in questo senso sono molteplici. Quelli più significativi sono rinvenibili negli Stati Uniti, tra i paesi ancora oggi più interessati da forte immigrazione e da un continuo fermento etnico.

In America, infatti, una ricerca del Pew Research Center stima che il 43% dei cosiddetti millennials non è di origini bianche, ma ispanico, nero, asiatico o di altre etnie minori. E’ chiaro quindi come, proprio in questo paese, le sfide per le aziende sono maggiori.

Negli Stati Uniti l’80% della musica hip hop è ascoltata da uomini bianchi delle periferie, contrariamente all’opinione prevalente, che considera questo genere una prerogativa esclusiva della popolazione nera.

Sempre in questa direzione, una ricerca di Nielsen riguardo agli americani che consumano salse da condimento alternative al Ketchup, ha dimostrato che, all’interno di quel cluster di consumatori (10% del totale) che acquista la metà della produzione di salse, solo il 13% appartiene all’etnia ispanica, stravolgendo anche in questo caso il sentore comune.

In un mercato dai grandi volumi come quello statunitense, fondare le proprie azioni su convincimenti errati può determinare un’efficacia minore o nulla delle politiche adottate e può rappresentare la causa del mancato sfruttamento di preziose opportunità di crescita.

Quando invece un’impresa decide di esportare la propria offerta in un altro paese, specie se molto diverso da quello di partenza, è imprescindibile una conoscenza più che approfondita della cultura di quest’ultimo, al fine di comprenderne le abitudini di acquisto, consumo e comunicazione.

L’errore più grave sarebbe quello di tentare di riprodurre all’estero, senza variazioni, un approccio utilizzato in patria per la vendita e la comunicazione di un’offerta.

Il rischio, certo, sarebbe duplice: da un lato si adotterebbe un approccio inefficace e dall’altro si apparirebbe come una sorta di invasore che intende imporre un modo di vivere e di pensare ad un altro popolo, che potrebbe sentirsi discriminato o addirittura oltraggiato, con inevitabili conseguenze negative in termini di immagine.

Un nuovo concetto di cultura

Fino a qui abbiamo considerato la cultura come vincolata all’appartenenza a una determinata etnia. Una visione di questo tipo sarebbe tuttavia parziale e limitante.

In molti frangenti, infatti, la cultura non è predeterminata, ma si sceglie. Lo sport da praticare, il cibo, la musica da ascoltare e lo stile di abbigliamento fanno parte, sempre più frequentemente in un mondo globalizzato, dell’autodeterminazione del singolo individuo.

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Considerare la cultura anche in questa nuova e differente accezione, significa conferire e riconoscere la possibilità di scelta al singolo consumatore e, soprattutto se questi fa parte di una minoranza, implica una sensazione positiva di maggiore inclusione nella società.

Appare quindi necessario andare oltre agli approcci più tradizionali di analisi della domanda, cercando di penetrare particolarmente a fondo nella componente culturale di quest’ultima. Solo in questo modo, le aziende, riusciranno ad affrontare in maniera vincente le sfide avvincenti della multiculturalità.

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Hai solo poche ore per candidare la tua idea d’impresa su labattagliadelleidee.it e avere la possibilità di presentare la tua startup ad un pubblico di oltre 2000 persone e 200 investitori da 150 Paesi al GEC 2015.

Scommettiamo che sei anche curioso di sapere cosa puoi vincere. Ecco i premi messi in palio dai nostri partner.

Le 2 startup vincitrici (premio popolare e premio giuria) torneranno a casa con un bel bottino:

– Piattaforma di E-Mail Marketing Premum da MailUP (console del valore di circa 2000 euro/anno + sconto 30% sul valore sul rinnovo dell’anno successivo)
– Hosting performance per 1 anno da OVH
Prestashop Starter Pack (comprende dominio per un anno, un premium template, installazione setup di uno store online, tre moduli, training, supporto)
– Visita all’headquarter di Microsoft Italia
– Formazione in Digital Marketing  di Ninja Academy
– Consulenza in Social Media Marketing di Viralbeat
– Consulenza SEO di Argoserv
– Coworking per 3 mesi  per tre persone del team da Talent Garden
– Photobook professionale del team da Direzione Ostinata
– Software gestionale Elatos
– Gadget e biglietti personalizzati del team da I’M IN
– Un paio di ali per le tue idee da Red Bull

Non possono mancare dei “premi di consolazione” per tutte le startup partecipanti:

– Piattaforma di E-Mail Marketing da MailUP (console base € 368 + sconto 10% sul valore sul rinnovo dell’anno successivo)
– Hosting Web da OVH
– Minibook per tutto il team  da Direzione Ostinata

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