Un horror psicologico basato sulla realtà del manicomio di Volterra agli inizi del secolo scorso: questo è The Town of Light, progetto videoludico di grande impatto ideato da Lka e Game Venture.

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The Town of Light, l'ambizioso progetto videoludico di Lka

Prova a immaginare come doveva essere la vita in un manicomio durante gli anni ’30, quando la malattia mentale era stigmatizzata molto più di ora e le terapie farmacologiche attuali non esistevano. Mettiti nei panni dei pazienti, senza diritti, vessati da quelle che possiamo definire vere e proprie torture, e pensa anche al difficile compito di psichiatri e infermieri, che senza l’aiuto della moderna farmacologia si trovavano a combattere contro malattie di cui ancora poco si sapeva.

È questo l’obiettivo del progetto videoludico The Town of Light, creato da LKA e sposato da subito dall’etichetta di game consulting Game Venture; un videogioco che flirta con l’horror senza fare ricorso a zombie o ad altre creature sovrannaturali, ma solo basandosi sulla realtà.

The Town of Light: la Storia

Attraverso la storia di Renée, immaginaria ragazza schizofrenica ricoverata nel manicomio di Volterra negli anni ’30 del Novecento, The Town of Light ci porta alla scoperta della terribile situazione degli istituti psichiatrici del secolo scorso. Parliamo di un’esperienza esplorativa in prima persona che, grazie a un’accurata ricostruzione dell’ambientazione e dei personaggi del manicomio, vuole far conoscere il dramma che questi centri, chiusi nel 1980 con la legge Basaglia, rappresentavano per i malati, i loro parenti e anche per il personale medico.

La scelta di Volterra da parte degli sviluppatori non è casuale: la struttura architettonica dell’edificio, infatti, ben si adattava a fare da location per un videogioco.

La storyline, ambientata ai nostri giorni, sarà basata sul racconto di Renèe, che con la sua voce ci accompagnerà attraverso la sua triste vicenda di paziente manicomiale. Ricostruire la sua personalità e la sua vita nel manicomio di Volterra, attraverso la libera esplorazione dell’ambientazione (che ha un ruolo di primo piano nella storia), sarà il compito del giocatore. I flashback e i ricordi della protagonista condurranno i giocatori lungo il padiglione Charchot, ricostruito fedelmente così com’è ora: solo l’arredamento e le apparecchiature mediche sono state riprodotte più liberamente basandosi comunque sulla tecnologia e lo stile degli anni di ricovero della protagonista. I giocatori scopriranno così le agghiaccianti condizioni di vita in queste strutture, dove l’igiene era spesso un optional, al contrario di lobotomie, docce gelate e altre torture.

Oculus VR: il device perfetto per The Town of Light

Accanto a un versione da monitor, i ragazzi di LKA hanno deciso di sviluppare una versione anche per Oculus, lo schermo da indossare per vivere un’esperienza di realtà virtuale. A livello di gameplay, questa versione avrà alcune peculiarità per sfruttare al meglio la maggiore immersività consentita da Oculus. Il trailer Oculus, visibile solo col il dispositivo, permetterà di cominciare a conoscere le atmosfere del gioco.

Il videogioco come strumento di apprendimento

Come dice il game designer ed esperto di Gamification Fabio Viola, il gaming come “emotional and learning engine” è ancora alle prime fasi, ma The Town of Light e altri progetti simili fanno ben sperare.

Il gioco, che uscirà entro l’anno, ha i suoi punti di forza nelle forti emozioni e nell’immersività del gameplay. Non a caso, il videogioco si è aggiudicato il premio Story&Storytelling durante la Game Connection Europe 2014: in attesa dell’uscita, godiamoci il trailer del gioco.

Google e Nestlé ancora insieme: le barrette KitKat diventano YouTube

Che in Google abbiano un certo debole per gli snack lo sapevamo da tempo.

I nostri lettori più cyber-addicted, conoscono bene ad esempio la storia che si cela dietro la nomenclatura del sistema operativo per device mobili Android. Sin dalla sua prima versione infatti (o sarebbe meglio dire la terza, la 1.5) l’OS ha avuto oltre ad una denominazione alfanumerica progressiva per indicarne la release, anche un nickname che richiamasse un prodotto dolciario.

Era un omaggio dei programmatori alla fonte di sopravvivenza cui dovevano il sostentamento durante i periodi di scrittura di codice, il distributore automatico della sede ed un modo per fornire una visione friendly e di facile memorizzazione per gli utenti.

Giunti nel 2013 alla lettera kappa, vuoi per ragioni di iconicità del prodotto, vuoi per ragioni di natura economica (progettare un OS gratuito per l’utenza non significa produrlo a costo zero), Google aveva optato per uno dei prodotti più famosi del mondo, le barrette al cioccolato KitKat, dando vita ad una partnership con il colosso dell’industria alimentare Nestlé.

LEGGI ANCHE: Google sceglie Nestlè per il suo nuovo OS: ecco Android KitKat!

Giacché quella scelta si è rivelata felice per entrambe le aziende, quest’anno Nestlé, per celebrare gli ottant’anni di presenza del prodotto KitKat in Gran Bretagna ha deciso di rilanciare la collaborazione, attraverso la campagna “YouTube my break“.

“YouTube my break” e la partnership con Google

Come avete potuto notare dal video in allegato ci troviamo di fronte ad uno scambio di prestiti tra brand, una valorizzazione per osmosi in cui ognuno porta nella propria dimensione, Online ed Offline, un pezzo del proprio partner col fine di esaltarli entrambi.

Se da un lato Nestlè decide di mutare pelle facendo stampare oltre 600.000 barrette con Youtube a sostituire KitKat nel logo, dall’altro Youtube prende in prestito il celeberrimo claim “have a break, have a KitKat” facendolo diventare una voce personalizzata per la ricerca vocale sulla piattaforma video.

Attraverso “Youtube my break” gli utenti potranno accedere ai video del giorno più popolari, riempiendo il tempo della loro pausa con i video più divertenti.

Si rende evidente quella che nel 2013 è nata come una collaborazione tra Google e Nestlé stia pian piano assumendo i contorni di una sovrapposizione tra brand. Una volta individuate le affinità tra due prodotti teoricamente distanti tra loro, è stata sviluppata una campagna in cui la commistione di generi manifestasse una interconnessione di identità e punti di forza tra Youtube e KitKat.

Non ci resta che fare gli auguri di buon compleanno alle barrette di cioccolato più famose del mondo, ed incoraggiarvi con il motto fai un break, spezza con Youtube !

EndangeredEmoji: un retweet per salvare gli animali

Il 12 maggio il WWF ha lanciato una nuova campagna di beneficenza dal nome #EndangeredEmoji, e da come si può intuire l’idea si fonda tutta sulle amate/odiate emoji, che fruttano sempre un sacco di risultati in termini di engagement nelle conversazioni.

Si pensi che ogni giorno vengono inviate più di 200 mila Emoji. Un esempio della loro efficacia? Il matrimonio di Andy Murray, famoso tennista e Global Ambassador del WWF, avvenuto un mese fa, il quale ha usato le emoji in un tweet per celebrare il lieto evento. Il risultato? Più di 14.000 retweet.

II WWF ha intuito le potenzialità dello strumento, e forte anche di una facile identificazioni delle emoji stesse con le specie a rischio (es: l’elefante asiatico, il panda gigante, la tartaruga verde) ha provato a lanciare un hashtag: #EndangeredEmoji.

La meccanica dell’iniziativa è semplice: basta ritwittare questo tweet del WWF (o condividerlo dal sito dedicato all’iniziativa) e per ogni emoji che il partecipante invierà, il WWF aggiungerà 10 centesimi alla donazione mensile.

A fine mese chi ha partecipato potrà decidere se donare l’importo raggiunto o  un’altra cifra.

 

Adrian Cockle, il Digital Innovation Manager del WWF, ha dichiarato: “Quando si organizza una raccolta fondi, è essenziale dare alla gente un modo semplice per donare. Attraverso l’uso di una delle piattaforme social più utilizzate, speriamo di mettere in evidenza il problema delle specie a rischio di estinzione e di raccogliere fondi vitali alla loro conservazione, sensibilizzando le persone su questo tema fondamentale”.

Chi l’avrebbe mai detto che anche un’emojì può cambiare il mondo?

E tu la userai per salvare il tuo animale preferito?

Conosci i diversi stili di marketing? Ecco quali sono e come usarli

Forse in passato avrete sentito parlare di stili di leadership e come essi vengano modulati a seconda del team e della situazione. I grandi leader, infatti, non adottano solo uno di questi stili, ma li padroneggiano tutti e li sfoderano a seconda delle esigenze. Ma perché non applicare questo modello al marketing? I professionisti del settore trarrebbero enorme beneficio dall’individuare le necessità del proprio target per adeguare conseguentemente il proprio stile.

Come un buon leader che è capace di dare maggiore o minore enfasi ai diversi processi all’interno del team, così il buon marketer dovrebbe evitare di fossilizzarsi su una sola strategia e cercare di agganciare il consumatore a livello quasi individuale attraverso approcci specifici. Un marketer situazionale è capace di gestire e muoversi tra i diversi stili, accompagnando clienti abituali e potenziali nel loro rapporto con il brand, veicolando loro sempre i giusti messaggi.

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I 4 stili di marketing

TELLING: comprende tutte quelle forme di comunicazione legate all’outbound marketing che prevedono una strategia push. Questa tattica dà migliori risultati quando lo scopo è la notorietà del brand.

SELLING: le azioni di marketing di supporto alle vendite diventano cruciali una volta acquisito il cliente, che deve percepire il valore del prodotto o servizio una volta acquistato.

PARTICIPATING: sviluppatosi con i social media, questo stile permette ai clienti di instaurare un dialogo con il brand. Per l’azienda è fondamentale che la partecipazione attiva si manifesti attraverso feedback positivi che potrebbero influenzare nuovi propspect.

EMPOWERING: veicola messaggi specifici attraverso cui il consumatore si sente intrattenuto, informato e ispirato e si basa principalmente su contenuti di qualità.

I diversi stili vanno utilizzati a seconda dello stato di sviluppo del rapporto tra brand e consumatore. Un bravo marketer deve impegnarsi costantemente a capire qual è il livello di sviluppo del proprio target e come esso cambia nel tempo per scegliere di conseguenza lo stile da applicare a ogni determinata situazione: il marketer diviene alleato del consumatore captando in ogni momento le sue esigenze.

Un mondo in cui il marketer con virgiliana saggezza guida il consumatore nello sviluppo di una relazione con il brand, al fine di conseguire degli obiettivi comuni. Sarà forse questa un’utopia?

App of the week: Gogu, il diario dei ricordi del tuo bambino su app

Vi capita mai di sfogliare l’album dei ricordi della vostra infanzia? Le fotografie dei vostri primi giorni di vita, del vostro primo dentino, dei vostri primi passi… Molti di voi avranno tanti ricordi su carta di quegli anni felici: ora, con un po’ di malinconia, guardiamo i genitori di oggi fotografare il loro piccolo con lo smartphone e ci chiediamo se quelle foto hanno la stessa magia del nostro vecchio e consumato album dei ricordi.

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Forse il fascino della foto stampata non è facilmente superabile, ma dobbiamo fare i conti con la realtà di oggi, che d’altro lato, se ci pensate, non è proprio così male. Oggi puoi scattare migliaia di fotografie dal tuo smartphone e scegliere quella più bella, applicare il filtro migliore, senza attenderne la stampa. Ma l’aspetto più bello è che puoi condividerla subito con chi vuoi: con i nonni lontani, un cugino che vedi raramente, un amico caro.

Per i genitori è nata Gogu, l’app che ti aiuta a tenere traccia dei primi anni del tuo bambino.

 Un’app dedicata ai neogenitori

gogu app

Pensata per i neo genitori, l’applicazione nasce grazie allo scambio di idee tra Tommaso Rossi, Orlando Kalossakas e Jonathon Bowers.

Insieme hanno sviluppato un’interfaccia divertente e semplice che aggiorna l’album dei ricordi ai tempi degli smartphone.

Completano il team Matteo Pogliani e Costanza Rossi, professionisti nel settore della comunicazione digitale e social, impegnati nel dare forma alla comunicazione di Gogu.

Gogu è in sostanza una raccolta, in formato digitale e sempre a portata di mano, dei momenti imperdibili durante la crescita dei figli. In pochi tap si possono condividere momenti di crescita del neonato: dal primo sorriso al primo bagnetto!

Giorno dopo giorno il diario di GoGu App diventerà sempre più ricco e sarà possibile rivivere ogni momento registrato sull’applicazione con la famiglia e gli amici in formato video.

Ecco le features dell’app:

– potete creare un diario della vita dei vostri bambini

– aggiungete foto e video alla loro timeline personale

– condividete il loro diario con familiari e amici

– vinvete i budge registrando i momenti più importanti del vostro bambino;

– dove ha visto il mare per la prima volta? Potete geolocalizzare ogni azione!

L’app è disponibile per iOS e Android.

Coderdojo: scopriamo le community di giovani programmatori [INTERVISTA]

Lo scorso 16 maggio si è tenuta la seconda edizione del TEDxMatera. Tra gli ospiti della giornata c’era Laura Ivres, community associate speaker di Coderdojo, il movimento che si propone di insegnare i giovani a programmare.

Parlaci del movimento Coderdojo: come è nato e qual è la sua visione?

CoderDojo è un movimento globale, non a scopo di lucro e portato avanti da volontari, fondato sulle community di club di programmazione per i giovani.
Ad un Dojo, i giovani, tra i 7 e i 17 anni, imparano a codificare, sviluppare siti web, applicazioni, programmi, giochi ed esplorare la tecnologia in un ambiente informale e creativo. Oltre ad imparare a programmare, i partecipanti incontrano persone che dimostrano le possibilità offerte dalla tecnologia.

CoderDojo è stata fondato da James Whelton e Bill Liao. Tutto è iniziato nella scuola di James Whelton nei primi mesi del 2011, quando James (allora un 18enne coder) ha ricevuto un po’ di attenzione per aver hackerato l’iPod Nano e, di conseguenza alcuni giovani studenti si sono mostrati interessati ad imparare a codificare. Ha messo in piedi un club di computer a scuola, dove ha iniziato a insegnare agli studenti le basi di HTML e CSS. Nello stesso anno ha incontrato Bill Liao, un imprenditore e filantropo, che era interessato a rendere il progetto in qualcosa di più grande.

CoderDojo oggi raggiunge 24.000 giovani di tutto il mondo ogni giorno e la sua missione è quella di offrire ai giovani di tutto il mondo la possibilità di esplorare la magia dietro la tecnologia.

Quindi, pensi che la programmazione sia la nuova alfabetizzazione?

Moltissimo, soprattutto per i giovani. Ora abbiamo una generazione di “nativi digitali”, i giovani che sono nati in un mondo circondato dalla tecnologia e stanno già eccellendo nelle loro competenze digitali al di là dei loro insegnanti e degli adulti.

È fondamentale che tutti i giovani vengano introdotti alle competenze digitali, come la programmazione di computer, mentre il mondo diventa sempre più tecnologico.

Che tipo di attività pianificate per coinvolgere la comunità online e offline?

Ci impegniamo con la nostra comunità in molti modi, tra cui l’uso di forum online, e-mail e telefonate e attraverso la nostra comunità wiki, Kata. Attualmente stiamo sviluppando la Platform CoderDojo Community che servirà a gestire il funzionamento dei Dojo e connettersi con la comunità globale.

Stiamo anche sviluppando ulteriori risorse di apprendimento per la comunità globale CoderDojo in modo da aiutarli nel sostegno ai giovani che vogliono imparare a programmare.

Ci sono comunità CoderDojo in Italia, e come possiamo sostenerle?

C’è una comunità molto attiva e dedicato CoderDojo in Italia, con 92 Dojo ora attivi nel Paese. Il miglior modo per sostenere Dojo in Italia è quello di incoraggiare le imprese e le istituzioni a sostenerli, fornendo uffici e supporti quali attrezzature, strumenti e ricompense e incoraggiando le persone tecnicamente qualificate a donare il loro tempo per ispirare la prossima generazione di creatori digitali!

Condividere le news di CoderDojo Italia con i responsabili dei media e i politici e diffondere il messaggio per incoraggiare la creazione di CoderDojo club!

Come hai ispirato i partecipanti del TEDxMatera?

Spero di aver ispirati i ragazzi, e soprattutto le ragazze, a conoscere la tecnologia e ad esplorare nuovi modelli di apprendimento. Inoltre, spero di aver ispirato le persone ad impegnarsi nel processo di apprendimento e ad acquisire nuove competenze.

Cosa devi sapere prima di lanciare la tua startup sul mercato [VIDEO]

Lancia la tua startup, ecco come far colpo sugli investitori

Stai per lanciare la tua startup? Il tuo sogno sta finalmente per diventare realtà? Per essere davvero sicuro di non aver lasciato nulla al caso e far colpo sugli investitori, avrai certamente seguito il free webinar con Antonia VernaGennaro Varriale, Augusto Coppola e Raimondo Bruschi, che ha presentato il Corso Online in Startup Management e lo Startup Pitch Lab targato Ninja Academy, in partenza a giugno!

Se te lo sei perso ti diamo la possibilità di rimediare guardandolo in streaming. Nel video potrai avere un assaggio – completamente gratuito – di ciò che ti aspetta: 45 minuti in cui i docenti della Ninja Academy ti daranno utili consigli sulle tematiche legali legate alla tua attività, sugli aspetti IT che è bene garantire prima di parlare ad un investor, sulla pianificazione per capire che tipo di modello di business attira di più i VC e su come presentare al meglio il proprio team ed il proprio progetto per convincere un interlocutore a scommettere sulla tua startup.

Il free webinar del Corso Online in Startup Management e dello Startup Pitch Lab

Usa l’hashtag #StartupNinja per rimanere aggiornato sul Corso Online in Startup Management e commentare il free webinar.

5 cose che imparerai al corso:

1. scegliere il miglior veicolo societario per il tuo progetto
2. tutelare la proprietà intellettuale della tua idea e tradurla in wireframe
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4. costruire una presentazione solida da presentare ad investitori e stakeholder
5. migliorare la tua capacità di esposizione in pubblico

Ricapitoliamo

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7 cose che un community manager deve avere [HOW TO]


Il Community Manager è un ruolo sempre più importante negli equilibri della comunicazione digitale: monitora  i canali social, elabora i piani editoriali e inventa  contenuti, gestisce i commenti interagendo con la sua comunità e realizza dei report che descrivano l’andamento dei social da lui seguiti (per informare i datori di lavoro), stabilisce quali sono le regole che devono essere rispettate dagli utenti della community.
Nell’articolo  “7 things your community manager needs right now” si citano 7 regole importantissime per svolgere questo ruolo così prezioso.

Scopriamole insieme!

1. Comprendere l’audience

L’audience è tutto. Capire che tipo di pubblico amministri e quali aspettative ripone nel brand della pagina che stai gestendo, è la condizione essenziale per avere ottimi risultati. Il web è pieno di epic fail che dimostrano come non godano di credibilità coloro che mancano di rispetto al proprio pubblico.

Ciò, ovviamente non significa accettare sempre tutto, ma trovare il giusto modo per rispondere (che non è quello usato da ATM qui):

2. Tono

Il tono che utilizzi dev’essere sempre educato e affabile.

Non ci sono alternative perché quel che si scrive, rimane scritto (e anche se lo si cancella, c’è sempre qualcuno che fa in tempo a fare uno screenshot). Nel momento in cui indossi gli abiti del community manager, rabbia e frustrazione devono essere accantonati.

Quando il compito è più difficile, servirsi di un’infallibile compagna di viaggio: l’ironia.

E se proprio non si sa cosa rispondere, chiediti cosa farebbe Gianni Morandi!

 

3. Argomenti

Se sei già un Community Manager, questo sembrerà un punto ovvio, scontato.

Sapere quali sono gli argomenti che ruotano attorno al brand per cui si lavora è fondamentale, ma non è tutto.

Parlare sempre di sé potrebbe rendere la vostra community noiosa (oltre che rendere stancante, alla lunga, la fase di creazione).

Non smettere mai di farti queste domande: quali sono i topics che interessano alla mia audience? Cos’è significativo per la community, ma anche in linea con il pensiero del brand, del prodotto o del servizio per cui lavoro? Come posso tener sveglia la curiosità dei nostri affezionati lettori?

Trova sempre nuovi spunti di discorso – riconducendoli sempre al brand – come fa Ceres!

 

4. Calendari

Si vive d’intuizioni e si cavalca l’onda, facendo questo mestiere, ma un buon Community Manager sa che deve affidarsi alla programmazione per ottenere ottimi risultati.

Avere dei calendari dettagliati delle tue attività, ti consente di avere un amico fidato che ti assiste (quando si hanno le idee un po’ confuse).

Bisogna sempre sapere cosa sta succedendo sulle nostre pagine – e nell’universo in cui agiscono –  e avere il controllo della situazione anche quando non siamo online. Con una programmazione efficiente, avrai la situazione sotto controllo e sarai più sereno nella gestione della comunità.

5. Strumenti efficienti

Ogni Community Manager deve programmare, elaborare, modificare, inventare contenuti. C’è una vastissima offerta di strumenti che possono venirti in soccorso e moltissimi di questi sono validi.

LEGGI ANCHE: Le app per la gestione dei social network on the go

Scegli quelli che fanno per te e impara a conoscerli il più possibile.

6.Cura dei contenuti

Puoi prendere come riferimento questa percentuale: 80-20%: l’80% dei tuoi contenuti deve essere inerente e incentrata sull’argomento di cui ti occupi, il restante 20% può invece essere usato per parlare di sé e o di altro.

Per questo motivo è importante avere una lista sicura e affidabile di fonti a cui attingere, quando si pianifica una strategia.

L’importante però è che siano sempre allineate ai temi della tua pagina.

7. Modelli di risposta

Ogni community manager deve avere dei modelli di risposta. Questi ti permetteranno di sapere come comportarti quando la situazione nella community è buona, quando si aggirano dei troll in cerca di divertimento, quando scoppia un caos che trasformerà le tue pagine nell’inferno in meno di un’ora.

Non dire “ci penserò quando succederà”, perché in quel momento sarai sotto stress e deciderai nel modo sbagliato.

Avere dei percorsi pronti, ci permetterà da un lato di non perdere la bussola e dall’altro di non perdere l’hic et nunc che fa la differenza online.

Questo caso di ieri, apparso sulla fan page di Radio Maria, ci pare possa essere un esempio di come non ci si era preparati dei modelli di risposta

 

Pensi che ci siano altri punti fondamentali?

Scriviceli nei commenti!

E ovviamente.. Buon lavoro a tutti i Community Manager!

Da P&G nasce BackMeApp, l'app di Always che accompagna le donne

Take care

Con la campagna “Like a Girl” contro gli stereotipi di genere Always aveva riscosso uno strepitoso successo di pubblico e di critica (come testimoniano i numerosi premi vinti agli ultimi Webby Adwards). Ora il brand di Procter & Gamble si tuffa a piedi uniti nel mobile.

LEGGI ANCHE: Perché ai Webby Adwards stravince Leo Burnett Toronto con Like a girl?

Capita a molte donne di sentirsi insicure, quando non spaventate, nel camminare per strada a notte fonda: c’è chi fa finta di parlare a telefono, chi accelera il passo e chi chiede un passaggio verso casa. E a volte tutto questo non basta, perché il pericolo può essere sempre dietro l’angolo.

Guardian angel

Ne Il cielo sopra Berlino degli angeli osservano dall’alto la città – invisibili eppure presenti – vigilando sui suoi abitanti. Il compianto Ian Curtis in uno dei suoi testi più belli esordiva con: “I’ve been waiting for a guide to come and take me by the hand”. E se vi dicessero che pure voi potete avere un guardian angel, una guida, a portata di mano?

In collaborazione con Leo Burnett Italia (una costante: il video per “Like a Girl” è firmato Leo Burnett Toronto) Always ha presentato “BackMeApp” (un gioco di parole: back me up significa “dammi man forte, sostienimi”).

Si tratta di un’applicazione che consente la sincronizzazione del proprio smartphone con quello di un amico o di un’amica, che può seguire in tempo reale il vostro tragitto e intervenire immediatamente qualora qualcosa o qualcuno dovesse deviare o rallentare vistosamente il cammino.

Il buon samaritano

Quello che occorre fare è invitare la persona che si desidera avere per compagna e, una volta che questa abbia accettato, la si avrà al proprio fianco per tutto il percorso. Scampato qualsiasi pericolo, il buon samaritano riceverà un messaggio con la notifica di arrivo a destinazione e il ringraziamento per il sostegno offerto.

L’iniziativa è partita in Israele e si è già diffusa in altri Paesi (1,8 milioni i download e sono in costante crescita). Sui social network sono apparsi subito dei commenti entusiastici: dalla ragazza che esulta perché può andare in palestra anche alle 10 di sera alla mamma che può sentirsi molto più tranquilla nell’attesa che le figlie rincasino. Rimane, per il momento, senza risposta un quesito: quando arriverà in Italia?


Cappuccetto Rosso sangue

L’Ansa recentemente ha reso noto un dato agghiacciante: una donna su tre ha subito o subisce violenze fisiche e/o sessuali. Su scala mondiale. Fortunatamente, alcune associazioni da qualche tempo si muovono nella stessa direzione di BackMeApp: Hollaback! – onlus e movimento internazionale che vuole mettere fine alle molestie in strada commesse ogni giorno nel mondo, Italia compresa – ne è un esempio significativo.

Chissà come sarebbe diventata la fiaba di Cappuccetto Rosso – se la protagonista allontanatasi dalla nonna troppo a lungo e addentratasi in un luogo certamente pericoloso – avesse potuto contare su un aiuto simile: probabilmente il cacciatore sarebbe arrivato in soccorso già nella foresta, scongiurando le disavventure successive. Guai che nella finzione si rivelano comunque a lieto fine, laddove nella realtà spesso no.