7 cose che un community manager deve avere [HOW TO]


Il Community Manager è un ruolo sempre più importante negli equilibri della comunicazione digitale: monitora  i canali social, elabora i piani editoriali e inventa  contenuti, gestisce i commenti interagendo con la sua comunità e realizza dei report che descrivano l’andamento dei social da lui seguiti (per informare i datori di lavoro), stabilisce quali sono le regole che devono essere rispettate dagli utenti della community.
Nell’articolo  “7 things your community manager needs right now” si citano 7 regole importantissime per svolgere questo ruolo così prezioso.

Scopriamole insieme!

1. Comprendere l’audience

L’audience è tutto. Capire che tipo di pubblico amministri e quali aspettative ripone nel brand della pagina che stai gestendo, è la condizione essenziale per avere ottimi risultati. Il web è pieno di epic fail che dimostrano come non godano di credibilità coloro che mancano di rispetto al proprio pubblico.

Ciò, ovviamente non significa accettare sempre tutto, ma trovare il giusto modo per rispondere (che non è quello usato da ATM qui):

2. Tono

Il tono che utilizzi dev’essere sempre educato e affabile.

Non ci sono alternative perché quel che si scrive, rimane scritto (e anche se lo si cancella, c’è sempre qualcuno che fa in tempo a fare uno screenshot). Nel momento in cui indossi gli abiti del community manager, rabbia e frustrazione devono essere accantonati.

Quando il compito è più difficile, servirsi di un’infallibile compagna di viaggio: l’ironia.

E se proprio non si sa cosa rispondere, chiediti cosa farebbe Gianni Morandi!

 

3. Argomenti

Se sei già un Community Manager, questo sembrerà un punto ovvio, scontato.

Sapere quali sono gli argomenti che ruotano attorno al brand per cui si lavora è fondamentale, ma non è tutto.

Parlare sempre di sé potrebbe rendere la vostra community noiosa (oltre che rendere stancante, alla lunga, la fase di creazione).

Non smettere mai di farti queste domande: quali sono i topics che interessano alla mia audience? Cos’è significativo per la community, ma anche in linea con il pensiero del brand, del prodotto o del servizio per cui lavoro? Come posso tener sveglia la curiosità dei nostri affezionati lettori?

Trova sempre nuovi spunti di discorso – riconducendoli sempre al brand – come fa Ceres!

 

4. Calendari

Si vive d’intuizioni e si cavalca l’onda, facendo questo mestiere, ma un buon Community Manager sa che deve affidarsi alla programmazione per ottenere ottimi risultati.

Avere dei calendari dettagliati delle tue attività, ti consente di avere un amico fidato che ti assiste (quando si hanno le idee un po’ confuse).

Bisogna sempre sapere cosa sta succedendo sulle nostre pagine – e nell’universo in cui agiscono –  e avere il controllo della situazione anche quando non siamo online. Con una programmazione efficiente, avrai la situazione sotto controllo e sarai più sereno nella gestione della comunità.

5. Strumenti efficienti

Ogni Community Manager deve programmare, elaborare, modificare, inventare contenuti. C’è una vastissima offerta di strumenti che possono venirti in soccorso e moltissimi di questi sono validi.

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Scegli quelli che fanno per te e impara a conoscerli il più possibile.

6.Cura dei contenuti

Puoi prendere come riferimento questa percentuale: 80-20%: l’80% dei tuoi contenuti deve essere inerente e incentrata sull’argomento di cui ti occupi, il restante 20% può invece essere usato per parlare di sé e o di altro.

Per questo motivo è importante avere una lista sicura e affidabile di fonti a cui attingere, quando si pianifica una strategia.

L’importante però è che siano sempre allineate ai temi della tua pagina.

7. Modelli di risposta

Ogni community manager deve avere dei modelli di risposta. Questi ti permetteranno di sapere come comportarti quando la situazione nella community è buona, quando si aggirano dei troll in cerca di divertimento, quando scoppia un caos che trasformerà le tue pagine nell’inferno in meno di un’ora.

Non dire “ci penserò quando succederà”, perché in quel momento sarai sotto stress e deciderai nel modo sbagliato.

Avere dei percorsi pronti, ci permetterà da un lato di non perdere la bussola e dall’altro di non perdere l’hic et nunc che fa la differenza online.

Questo caso di ieri, apparso sulla fan page di Radio Maria, ci pare possa essere un esempio di come non ci si era preparati dei modelli di risposta

 

Pensi che ci siano altri punti fondamentali?

Scriviceli nei commenti!

E ovviamente.. Buon lavoro a tutti i Community Manager!

Da P&G nasce BackMeApp, l'app di Always che accompagna le donne

Take care

Con la campagna “Like a Girl” contro gli stereotipi di genere Always aveva riscosso uno strepitoso successo di pubblico e di critica (come testimoniano i numerosi premi vinti agli ultimi Webby Adwards). Ora il brand di Procter & Gamble si tuffa a piedi uniti nel mobile.

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Capita a molte donne di sentirsi insicure, quando non spaventate, nel camminare per strada a notte fonda: c’è chi fa finta di parlare a telefono, chi accelera il passo e chi chiede un passaggio verso casa. E a volte tutto questo non basta, perché il pericolo può essere sempre dietro l’angolo.

Guardian angel

Ne Il cielo sopra Berlino degli angeli osservano dall’alto la città – invisibili eppure presenti – vigilando sui suoi abitanti. Il compianto Ian Curtis in uno dei suoi testi più belli esordiva con: “I’ve been waiting for a guide to come and take me by the hand”. E se vi dicessero che pure voi potete avere un guardian angel, una guida, a portata di mano?

In collaborazione con Leo Burnett Italia (una costante: il video per “Like a Girl” è firmato Leo Burnett Toronto) Always ha presentato “BackMeApp” (un gioco di parole: back me up significa “dammi man forte, sostienimi”).

Si tratta di un’applicazione che consente la sincronizzazione del proprio smartphone con quello di un amico o di un’amica, che può seguire in tempo reale il vostro tragitto e intervenire immediatamente qualora qualcosa o qualcuno dovesse deviare o rallentare vistosamente il cammino.

Il buon samaritano

Quello che occorre fare è invitare la persona che si desidera avere per compagna e, una volta che questa abbia accettato, la si avrà al proprio fianco per tutto il percorso. Scampato qualsiasi pericolo, il buon samaritano riceverà un messaggio con la notifica di arrivo a destinazione e il ringraziamento per il sostegno offerto.

L’iniziativa è partita in Israele e si è già diffusa in altri Paesi (1,8 milioni i download e sono in costante crescita). Sui social network sono apparsi subito dei commenti entusiastici: dalla ragazza che esulta perché può andare in palestra anche alle 10 di sera alla mamma che può sentirsi molto più tranquilla nell’attesa che le figlie rincasino. Rimane, per il momento, senza risposta un quesito: quando arriverà in Italia?


Cappuccetto Rosso sangue

L’Ansa recentemente ha reso noto un dato agghiacciante: una donna su tre ha subito o subisce violenze fisiche e/o sessuali. Su scala mondiale. Fortunatamente, alcune associazioni da qualche tempo si muovono nella stessa direzione di BackMeApp: Hollaback! – onlus e movimento internazionale che vuole mettere fine alle molestie in strada commesse ogni giorno nel mondo, Italia compresa – ne è un esempio significativo.

Chissà come sarebbe diventata la fiaba di Cappuccetto Rosso – se la protagonista allontanatasi dalla nonna troppo a lungo e addentratasi in un luogo certamente pericoloso – avesse potuto contare su un aiuto simile: probabilmente il cacciatore sarebbe arrivato in soccorso già nella foresta, scongiurando le disavventure successive. Guai che nella finzione si rivelano comunque a lieto fine, laddove nella realtà spesso no.

Ninja Social Oroscopo dal 21 al 27 maggio

oroscopo

Geniali marketing lovers, aprite bene le orecchie ed anche i pc: questa settimana ben 3 pianeti si troveranno a transitare nel segno pazzo, creativo e curioso per eccellenza: il Gemelli.
Preparatevi a partorire colpi di genio dal tram delle nove al take away di mezzanotte. Preparatevi a non ascoltare i brief e fare di testa vostra ma fare cose fichissime.

Preparatevi ad una settimana da adolescenti… ma cercate di arrivare in ufficio prima di mezzogiorno!
Non preoccupatevi se questa settimana doveste incontrare uno Scorpione seduto solo al tavolino di un bar con uno spritz al seguito e l’aria circospetta. Sta solo fingendo di bersi un aperitivo e più probabilmente sta origliando quello che si dicono le persone ai tavoli vicini, sta studiando gli esseri umani che lo circondano e cercando di indovinarne i più profondi pensieri transpersonali. Perché?? Perché ha seguito la teoria del Pallera secondo cui il nuovo marketing è transpersonale… e lui con questa Venere nel segno è ancora più sensibile a queste cose. Poi, è possibile che ad un certo punto il suddetto Scorpione sia raggiunto da un Leone. Ecco, qui il marketing transpersonale non c’entra, fa tutto lo spritz!

Tre segni dello zodiaco poi questa settimana impazziranno per l’EXPO ambassador e celebrity Marco Bianchi ma ciascuno a modo suo: il Toro con tutti i pianeti in seconda casa mangerà solamente cose provenienti direttamente dal suo balcone. Dagli aromi alle fragole, dai limoni ai pomodori. Ad un certo punto cercherà di coltivarsi anche la pianta dell’amatriciana! La Bilancia prenderà spunto da Marco Bianchi per andare a correre al parco ed in ufficio in bicicletta, magari fermandosi per riprendere fiato e per bere un centrifugato di carotine nane delle puglie. Il Pesci infine guarderà Marco Bianchi comodamente sdraiato sul suo divano…ma lo seguirà attentamente e ne apprezzerà non solo le parole ma anche il savoir faire!
Il Social oroscopo della settimana poi prevede spese pazze per il Sagittario che, con la sindrome del brutto anatroccolo sfortunato dovuta a Marte in opposizione, si darà a spese pazze e sconsiderate senza ovviamente abbandonare la sua poltrona preferita grazie a Grabble. Ma di fianco ad ogni Sagittario abbacchiato e spendaccione ci saranno un Ariete pronto a mostrargli lo scontrino delle sue spese senza alcuna pietà ed un Capricorno pronto ad ingaggiarlo con uno stipendio da “abbiamo poco budget quasi tutto già allocato (dove poi non si sa)”… anche qui senza alcuna pietà!

Da ultimo poi vorrei citare 4 frasi tra le 15 geniali selezionate del discorso di Philip Kotler (vero Gemelli!) al PKMF:“Innovazione significa disruption”. Questo lo può dire solo un Gemelli che questa settimana sarà disruptive anche nel cucinare il ragù!
Molti pensano che il branding sia il marketing, ma io credo che il marketing sia un concetto molto più ampio del branding”. Questa frase cervellotica può essere capita solo da un cervellotico Acquario che con tutto quello che gli è successo di recente è come se stesse fumando una sigaretta disincantato dopo aver assistito ad una sparatoria nel saloon.

Gli italiani hanno la brutta abitudine di tradurre i titoli dei miei libri”. Questa frase la dice la Vergine che con questo Marte quadrato questa settimana ci metterà subito a nostro agio…
Ed infine “L’Italia può ripartire” lo dice un Cancro che ha Venere nel segno, ha capito che le difficoltà rafforzano e soprattutto ha voglia di stappare lo champagne del buffet!
Buona settimana a tutti…<

Alla scoperta della Cina digitale: il successo esponenziale di WeChat

Questo articolo è il primo di una mini-serie dedicata ai media digitali cinesi. Non perdere l’occasione di scoprire di più sui nuovi modi di comunicare degli utenti orientali!

Il mercato cinese. Basta pronunciare queste parole per catturare l’attenzione dei brand. È innegabile quanto il paese asiatico sia una delle frontiere più ricche di opportunità per le aziende di casa nostra, le stesse per questo da anni impegnate in più o meno redditizi tentativi di “conquista”. Se pur foriera di possibilità e guadagni, la Cina resta però terreno complesso per le realtà straniere, costrette a confrontarsi con un mercato per lo più chiuso, con regole ampiamente differenti da quelle occidentali. La cultura, le leggi e persino gli strumenti di comunicazione vivono a sé stante, spingendo ad un necessario ripensamento dei soliti canoni a cui i marketer sono abituati.

La medesima situazione vige anche nel digitale. Chi si approccia all’ecosistema digital cinese potrebbe rimanere quantomeno spaesato: niente Facebook né Twitter, assenza persino per Google. Una situazione sui generis che si spiega con la natura stessa del mercato Cinese, un mercato che ha favorito la nascita di versioni autoctone dei principali strumenti da noi conosciuti. Weibo, Qzone, Baidu, nomi e piattaforme che bisogna doverosamente far proprie se si vuole fare digital marketing in Cina.

Se vuoi già arrenderti ti consiglio di pensarci bene. La Cina conta la più numerosa user base al mondo con oltre 641 milioni di utenti e i dispositivi mobili rappresentano la forza trainante per lo sviluppo di Internet nel Paese. Gli utenti cinesi infatti utilizzano e-business e social application per interagire con amici e conoscenti, per condividere e ricevere informazioni e per effettuare acquisti e pagamenti (34° CNNIC Statistical Report).

L’assenza dei big player internazionali permette ai forti leader locali di catturare l’attenzione globale e di accrescere la propria popolarità. L’esempio per eccellenza è WeChat: uno strumento di comunicazione che offre esperienze coinvolgenti e personalizzate.

Perché WeChat è così speciale per utenti e aziende?

Per un utente non cinese, WeChat è un’applicazione di messaggistica istantanea poco differente da WhatsApp, Telegram, o Line. A un utente cinese però, WeChat (o Wēixìn) presenta una sorprendente quantità di caratteristiche innovative. Oltre a seguire account di brand nazionali e internazionali, leggere e interagire con notizie pubblicate dai media locali, gli utenti possono collegare la propria carta di credito ed effettuare transazioni, pagare il taxi, acquistare i biglietti del cinema e molto altro ancora.

LEGGI ANCHE: Non solo Whatsapp: lo scenario dell’instant messaging è sempre più in crescita

Senza dimenticare che chiunque può aprire un “public account”, pubblicare contenuti ed essere seguito (come un blogger). WeChat offre due tipologie di public account: il “subscription account” e  il “service account”. Ed è proprio qui che la faccenda si complica! Perciò sono nate realtà esclusivamente dedicate WeChat con lo scopo di accompagnare brand e aziende tra le possibilità che questa app propone .

Thomas Graziani è co-founder di una di queste, WalkTheChat, e a proposito del successo di WeChat sul mercato cinese dice:

“Due aspetti rendono WeChat davvero speciale. Il primo riguarda il suo eccellente modello di business: è una società che guadagna grazie a servizi che offrono un valore aggiunto agli utenti. Le grandi realtà occidentali, come Facebook, Twitter e Google si concentrano per lo più su un unico metodo per fare soldi: la pubblicità, e ciò significa sacrificare l’esperienza utente. L’obiettivo di WeChat, invece, è che il maggior numero di persone utilizzi i servizi offerti per garantire un’eccellente esperienza utente. Il secondo aspetto riguarda la capacità di WeChat di integrare i servizi senza confondere gli utenti. Nella sua versione cinese, WeChat unisce le funzioni di WhatsApp, Facebook, e PayPal con alcuni elementi di Amazon. Ciò significa che gli utenti possono svolgere una quantità incredibile di attività senza mai lasciare WeChat.

Se nella terra natia WeChat è il punto di riferimento, in occidente la strada è ancora lunga.

“WeChat – continua Thomas– vanta già centinaia di milioni di utenti aldilà della Cina. Tuttavia, molti di questi sono utenti cinesi di prima o seconda generazione. WeChat deve certamente dimostrare di poter conquistare il mercato estero, ora il principale obiettivo è l’espansione in Asia, in Sud America e in Africa. Poi, sarà la volta dell’Europa e degli Stati Uniti (forse). Intanto, utilizzare WeChat in Occidente presenta già la grande opportunità di offrire una migliore esperienza ai turisti cinesi fuori dalla Cina.”

Come può WeChat preservare la sua posizione di leader nel mercato cinese?

I social media sono in continua evoluzione, perciò è naturale chiedersi come possa WeChat preservare la propria posizione di leader del mercato cinese. Ecco a proposito l’opinione di Thibaud Andre, Market Research Consultant presso Daxue Consulting, che segue la crescita del mercato cinese con meticolosa attenzione e ne osserva quelle tendenze che possono cambiarne il panorama economico.

“Almeno per i prossimi mesi, WeChat non rischia di perdere la sua importante posizione nel mercato cinese. L’utilizzo dei social media è un’attività quotidiana nella vita dei giovani cinesi, e la base di utenti di WeChat conta oltre 500 milioni di utenti attivi.

Un punto debole però, potrebbe essere l’impossibilità di ricercare i contenuti di WeChat nella “Internet cinese”. In altre parole, mentre i contenuti di Facebook o Twitter sono rintracciabili tramite Google, non è possibile trovare i contenuti di WeChat tramite Baidu. A questo proposito, circa un anno fa, Tencent ha investito in nuovo motore di ricerca chiamato Sogou che presenta la funzione “Search on WeChat”. La sua quota di mercato però è ancora poco significativa. Questo aspetto è particolarmente rischioso, perché WeChat potrebbe essere tagliato fuori dalle nuove tendenza. Oggi, è un social media focalizzato sui servizi e non sui contenuti, e per mantenere la sua posizione di leader dovrà continuare a sviluppare funzionalità per rafforzare la sua presenza nella vita quotidiana cinese. Nel lungo termine però, WeChat dovrà prestare attenzione a qualsiasi nuovo modo di comunicare o cercare informazioni. Che cosa accadrebbe a WeChat se un nuovo dispositivo come lo SmartWatch entrasse a far parte delle abitudini dei giovani cinesi?.”

Una sfida quella di WeChat certamente non semplice da affrontare per i brand occidentali, una sfida che però diventerà sempre più necessaria con la crescita del mercato cinese e la sua lenta ma inesorabile apertura a prodotti e servizi “occidentali”.

Grabble: il Tinder del fashion eCommerce

Swipe, ecommerce, shopping online. Già da sole queste parole sono elementi di successo. Combinate insieme sono un mix irresistibile, che corrisponde al nome Grabble.
Grabble è un’app che permette di trovare nuove idee di stile e, se un’idea piace, permette di replicarla, acquistando i capi selezionati.

Nata nel 2013 nel Regno Unito, dalle menti di Daniel Murray e Joel Freeman, Grabble è diventata sempre più popolare, e a gennaio 2015 ha raccolto 1.2 milioni di dollari da un consorzio di investitori, per i progetti di espansione nel mercato americano e asiatico.
Una delle ragioni del suo successo, stando a quanto dichiarato proprio da Murray è questa: “I consumatori si aspettano la convenienza ovunque, quindi offrire l’opportunità di fare shopping in modo veloce senza scorrere migliaia di siti internet, salvando automaticamente quello che gli interessa, è qualcosa che ha del potenziale”.

Grabble è disponibile sia su App Store che su Google Play, e ha quattro diverse sezioni: Grabbing, Collections, My Grabs e Sales Alerts.

La sezione Grabbing è quella che ha dato all’app l’appellativo di Tinder del fashion. Esattamente come Tinder, infatti, sul vostro schermo compariranno varie immagini. Scorrendo a destra selezionerete Grab letteralmente “Afferra”, altrimenti potrete passare oltre scorrendo a sinistra. Più tempo passerete a selezionare i vari look, più la vostra newsfeed diventerà personalizzata.

È possibile anche personalizzare in anticipo la propria selezione di capi, scegliendo uno dei 23 stili che meglio descrivono i vostri gusti in fatto d’abbigliamento.
Inoltre, grazie alla sezione Sales Alerts, è possibile ricevere notifiche ogni volta che viene creata una promozione o uno sconto su determinati capi.

Grabble presenta milioni di prodotti da centinaia di brand come ASOS, Topshop, Uniqlo e Zara ma anche Net A Porter, Matches e Selfridges. E il sito web del retailer apparirà all’interno dell’app, senza reindirizzamenti, rendendo l’esperienza utente molto più leggera.

Ma non è ancora finita: poiché il content marketing ormai è tutto, Grabble ha un’ottima sezione editoriale, nella quale presenta brevemente le nuove tendenze e le nuove collezioni, che vengono aggiornate diverse volte a settimana, nella migliore tradizione fast fashion.
Ovviamente potrete condividere la vostra esperienza su Grabble nei social principali, inoltre potete trovare il loro profilo aziendale su Facebook, Twitter e Instagram.

Siete già dipendenti dallo shopping online? Pensate che quest’app rappresenti una svolta per l’esperienza utente?

EIA, Startup Accelerator, dall'idea al lancio in 15 giorni [INTERVISTA]

Luca Bonacina, 25 anni, laurea con lode in ingegneria informatica al Politecnico di Milano e doppia laurea conseguita presso l’Alta Scuola Politecnica, unico Ambassador italiano per European Innovation Accademy (EIA), ci racconta da vicino il suo mondo.

EIA è uno Startup Accelerator in cui, durante un evento intensivo di 15 giorni, i presenti e futuri startupper hanno la possibilità di lavorare sulla propria idea di business guidati da mentors aziendali o universitari in grado di fornire loro strumenti, metodologia ed esperienza. Tutto ciò a costante contatto con investitori d’oltreoceano e non, in un ambiente caratterizzato dall’alto livello di coworking.

1 – A quale ruolo punta European Innovation Academy nel panorama europeo delle startup?

Lo EIA punta a diventare l’ (extreme) Startup Accelerator di riferimento nel panorama internazionale, in particolare in quello europeo. Il format e’ quello di evento annuale di circa 15 giorni molto intensi, durante i quali i team lavorano sulla propria startup, o idea di startup. La parte di “accelerazione” consiste nella costante presenza di mentors, lecturer, professori ed investitori provenienti principalmente dalla Silicon Valley che, quotidianamente, supervisionano i team con attività di coaching,pitching techniques e mentoring.
Esiste anche una parte di coworking, in quanto i diversi team lavorano in ambienti comuni e questo dà la possibilità di continuo confronto.

2 – Andare a scuola di startup è necessario per chi punta al successo?

In una scena in forte espansione, dove la concorrenza è agguerrita, la possibilità di avere feedback ed essere proiettati in un ambiente fortemente internazionale è sicuramente un grosso vantaggio. Lo EIA questo lo sa bene e dà la possibilità alle startup partecipanti di essere seguite da mentors provenienti dalle migliori compagnie ed università del mondo (Google, Samsung, Berkeley e Oxford per citarne alcune). Quando poi la possibilità di fare pitch agli investitori, provenienti principalmente dalla Silicon Valley, durante tutta la durata dell’evento, è concreta, il vantaggio di essere all’interno di uno Startup Accelerator di questo tipo è evidente.

3 – Quale è stato il percorso che ti ha portato nella realtà degli Startup Accelerator?

Quando nel 2014 mi è stato proposto dall’Alta Scuola Politecnica di partecipare allo EIA, ho subito colto l’occasione. Tra le altre cose il mio compito era quello di valutare, per conto dell’ ASP, la validità di questo programma innovativo e unico nel suo genere. Il fatto che adesso sia Ambassador di EIA la dice lunga riguardo il risultato di tale valutazione! Ora, in veste di Italian Ambassador, mi occupo di rappresentare lo EIA in Italia e di essere interfaccia tra il mondo startup nazionale ed il network internazionale.

LEGGI ANCHE: Aiutare le startup ad avere successo: la missione del Silicon Valley Forum [INTERVISTA]

4 – Sei l’unico Ambassador italiano, come definiresti il panorama startup in Italia rispetto a quello internazionale?

Si potrebbe parlare per ore, posso dire che, anche in Italia, è una realtà veloce che suscita sempre più interesse da parte sia di giovani imprenditori che di grandi compagnie. Basti pensare che nel 2014 sono stati investiti qualcosa come 118 milioni di euro nelle start up italiane e l’investimento da parte di privati è cresciuto del 17% dal 2013, come ci dice anche il report di Italiastartup. Segnali sicuramente molto positivi, ma ancora non paragonabili a quelli che arrivano da oltreoceano U.S. ed India ad esempio. Credo quindi che per una startup sia fondamentale aprire i propri orizzonti anche ai mercati ed alle opportunità internazionali. A questo proposito lo Startup Accelerator EIA è sicuramente un buon inizio, invito quindi a visitare il sito www.inacademy.eu ed iscriversi per l’evento del 2015 a Nizza.

5 – Startup Accelerator, EIA e Pitch & Drink, qual è la strada per realizzare un’idea?

La strada è lunga e tutt’altro che semplice. Il processo che porta dall’idea alla sua realizzazione si concretizza in diversi modi, ma gli ingredienti essenziali rimangono gli stessi. Il team e la flessibilità sono fondamentali: l’idea iniziale viene quasi sempre modificata in corso d’opera e il team deve avere un’apertura mentale e capacità tali da potere sostenere ritmi veloci. La collaborazione e la guida di persone più esperte sono altrettanto imprescindibili: i mentor, gli incubatori, gli spazi di coworking e gli acceleratori come EIA sono parte attiva del processo.
Infine mai sottovalutare la potenza del networking, partecipare a conferenze ed eventi è ossigeno per una neonata startup. Non a caso avete citato Pitch&Drink, che con il suo format di aperitivo-pitch-feedback, collabora con EIA proprio in questo senso.

Italia, arrivano gli investitori esteri

Eppur si muove! Nel 2015 la situazione economica degli italiani sembra cominciare a spostarsi dopo la grande crisi, eccome.

Pare infatti che l’Italia stia gradualmente tornando di moda per gli investitori esteri. Una notizia che colpisce, dato che nel 2012 il Belpaese non viveva esattamente una situazione di questo tipo.

Appena tre anni fa, rispetto agli altri principali Stati Ue, l’Italia aveva grandi difficoltà ad attrarre investimenti esteri diretti. Se nel 2010 la sua economia valeva il 13% del Pil dell’Unione, il suo stock d’investimenti in entrata era pari solo al 4,9% del totale Ue.
Se non fosse stato per gli stati europei che hanno investito con grande caparbietà (l’85% rispetto al totale degli investitori), la situazione sarebbe stata decisamente meno favorevole, poiché Paesi come Giappone, India e Cina erano lontani anni luce.

Investitori esteri, s’intravede uno spiraglio di luce

Notizie incoraggianti arrivano dal rapporto Italia Multinazionale dell’agenzia Ice, ente che ha lo scopo di internazionalizzare e promuovere all’estero le imprese italiane.

Secondo questi dati il 2015 sarebbe iniziato nel migliore dei modi, regalando l’impressione, agli esperti del settore, di un possibile risveglio in chiave business che potrebbe trasformarsi in una ripresa economica di ampio raggio. Parliamo d’investimenti che sono molto importanti e che potranno portare soddisfazioni economiche non solamente immediate, ma anche nel futuro economico italiano.

Sempre secondo il rapporto: i flussi in entrata sono passati da 0,09 miliardi di dollari del 2012 a diciassette miliardi nel 2013 e le previsioni per il futuro sembrano decisamente positive. È Riccardo Monti, presidente dell’Ice, a darne conferma prevedendo per il 2014 e per il 2015 un progressivo miglioramento nel campo degli investimenti.

Investitori esteri: Pirelli, Dainese e Generali diventano internazionali

Dopo aver parlato di numeri, riportiamo i fatti, dato che diverse sono le realtà italiane finite nel mirino degli investitori internazionali.

Iniziamo con Pirelli, grande azienda italiana produttrice di pneumatici per automobili. La multinazionale con sede a Milano è stata acquisita da ChemChina attraverso una maxi opa da 7,5 miliardi di euro. Un avvenimento storico questo, che ha dato a Pirelli una grande ventata di aria fresca per il suo mercato internazionale.

Non solo Pirelli, lo scorso anno si è chiuso con la vendita di marchi molto importanti come Dainese, storico brand di abbigliamento motociclistico che ha visto copiose entrate per le sue casse. È stata Investcorp, azienda leader di prodotti d’investimento quotata nella borsa del Bahrain, ad aver raggiunto un accordo con Lino Dainese per l’acquisizione dell’omonima azienda al valore finale di 130 milioni di euro.

Grandi risorse e mutazioni nel panorama italiano che non solo portano investimenti, ma danno un grande respiro al nostro sistema economico.

Anche Generali nota azienda di assicurazioni, ormai non parla solamente italiano, ma ha imparato l’inglese, molto bene. È proprio la statunitense Blackrock, il colosso americano del risparmio gestito, a detenere il 2,61% dell’importante realtà italiana.

La penisola mostra segnali di risveglio anche negli investimenti in uscita

Per chi è terrorizzato dall’idea di investimenti solo in entrata, ci sono notizie positive anche sul mercato in uscita.

Sempre guardando il rapporto dell’Ice c’è una buona crescita nel coinvolgimento delle PMI all’interno dei processi d’internazionalizzazione. Tutto questo favorisce un aumento della presenza nostrana in Nord America dove all’operazione Fiat-Chrysler si sono sommate altre iniziative degne di interesse.

Tornando ai numeri: sono 11.325 le imprese italiane con partecipazioni all’estero per 1,537 milioni i dipendenti e un fatturato di 565,3 miliardi di euro. Numeri che portano notizie interessanti proprio per il Made in Italy che sembra essere sempre più protagonista in quest’ultimo periodo.

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Nel 2013 i maggiori gruppi manifatturieri italiani con organizzazione multinazionale hanno realizzato il 67% dei loro beni all’estero e solo il 9% del fatturato è stato prodotto in Italia contro il 91% oltre confine.

La situazione economica, insomma, grazie a buoni investimenti in entrata (ma anche in uscita), sembra finalmente uscire dalle sabbie mobili in cui si era bloccata dopo la grande crisi economica.

15 cose geniali che Philip Kotler ha detto al PKMF [EVENTO]

philip kotler marketing forum

Si è da poco concluso il Philip Kotler Marketing Forum, l’evento che tutti gli studiosi della disciplina aspettavano da tempo, presso l’Università Bicocca di Milano. Il professor Kotler, padre fondatore del marketing management, è salito sul palco di fronte ad una platea di circa mille persone costituita da studiosi e professionisti del settore, per ispirarci con le sue tesi sul futuro del marketing.

philip kotler

Potete solo immaginare quante considerazioni interessanti siano state fatte, ma ecco le 15 cose più geniali dette dal prof. Kotler.

“Gli italiani hanno la brutta abitudine di tradurre i titoli dei miei libri”

“Il capitalismo é il sistema migliore per la crescita, i lavoratori devono esser pagati adeguatamente”

“Se tratti meglio gli operai, se tratti meglio la società, se sei un’azienda buona farai maggiore profitto”

“Oggi i prodotti nuovi restano popolari per molto meno tempo”

“Devi usare Facebook, devi usare Google, devi usare YouTube, LinkedIn…”

“Oggi alle aziende basta una persona che controlli l’azienda e un cane che si assicuri che questa persona si svegli”

Philip Kotler

“Sempre più giovani non vogliono lavorare per una grande azienda, ma vogliono creare un’app, un software”

“Non vedo l’ora che venga inventato un maggiordomo robot

“La macchina del futuro arriverà da Apple, o anche Amazon”

“Innovazione significa disruption”

“Il serpente che ha convinto Eva a mangiare la mela è il primo venditore della storia”

“Molti pensano che il branding sia il marketing, ma io credo che il marketing sia un concetto molto più ampio del branding”

“Le aziende in Italia falliscono perché sono gestite pensando principalmente al profitto nel breve termine, non per durare a lungo”

“Le relazioni pubbliche fanno parte del marketing? Sono uno strumento fondamentale per la diffusione e la condivisione”

“L’Italia può ripartire”

10 cose che ho imparato al Corso Online in Video Marketing [NINJA ACADEMY]

corso video marketing

È appena terminato il Corso Online in Video Marketing organizzato dalla Ninja Academy e tenuto dall’autore televisivo Edoardo Scognamiglio. L’argomento del corso era l’utilizzo dei video come leva di marketing mix fondamentale per incrementare la notorietà di un brand, di fidelizzazione e di aumento di conversioni.

Il Corso Online è disponibile anche in versione on demand, quindi sei ancora in tempo per approfondire quello che c’è nella mia lista!

Ecco nello specifico cosa abbiamo imparato:

#1 Un video di successo spesso è imprevedibile

Milioni di visualizzazioni per un bambino che ride o per un gattino che gioca con la palla? Prima di farvi venire il sangue amaro, sappiatelo: internet è imprevedibile!

#2 Il metodo giusto per stabilire il successo di un video non è sempre il numero di visualizzazioni

Questa è solo una cosiddetta vanity metric per giocare a chi ce l’ha più… visto?

#3 Lo spam non serve a niente

Hai creato un video, bene. Sei pronto a spammarlo in tutti i luoghi e in tutti i laghi. Ma non era meglio pensare prima all’obiettivo, e poi creare un contenuto apposito? Lo spam ormai non è più una pratica davvero funzionante.

#4 La strategia prima di tutto

Come per qualsiasi altro contenuto, multimediale e non, quello che conta sopra ogni cosa è la strategia. Hai degli obiettivi? Quali? Come vuoi comunicare il tuo messaggio? Con quale tono di voce? Sei sicuro di sapere dove deve essere distribuito il video? Dopo aver risposto a queste e altre domande, puoi procedere a creare davvero il contenuto!

#5 Come costruire un database di clienti

Hai mai pensato di poter costruire un database di clienti con un video? No? Tranquilli, neanche noi! Ma Edoardo ci ha aiutato a capire meglio come fare.

#6 Dai una spinta alle tue landing page con i video

Un video spesso cattura l’attenzione anche degli utenti più pigri, usali per far schizzare alle stelle le conversioni delle  pagine di atterraggio.

#7 Non c’è solo YouTube

YouTube lo conosciamo tutti, ma chi si aspettava di avere così tanti altri player da studiare e analizzare? Durante il corso abbiamo imparato a distinguerne diversi e a riconoscere i principali utilizzi di ognuno!

#8 Non puoi rinunciare alla pubblicità

Davvero credi ancora sia possibile realizzare buzz senza una “spintarella” di advertising? Sì, forse è ancora possibile, ma per quei contenuti che forse fanno fatica a decollare, un po’ di nozioni sull’advertising di YouTube ci hanno fatto bene.

#9 Non basta premere il tasto REC

Edoardo ci ha guidato nelle principali tecniche base per la giusta realizzazione di un video e a stimolato i piccoli registi che si nascondono in noi!

#10 La formula magica per creare video virali

La formula magica esiste ed è questa: un video deve essere autentico, coinvolgente, collaborativo, mirato, coerente e ovviamente accessibile e condivisibile.

La Ninja Academy Experience

Lo ammetto, non sono riuscita a seguire in diretta tutte le lezioni. Per fortuna i materiali del corso sono sempre pronti da consultare, e se c’è qualche domanda si può sempre farla al docente via email o durante i Question Time, le lezioni dedicate agli approfondimenti. La possibilità di rivedere tutte le lezioni, di guardare e riguardare tutte le slide anche a corso finito è un valore aggiunto.

Tramite il gruppo privato su Facebook riservato ai partecipanti del Corso Online ci si può confrontare e scambiare idee, oltre a fare un po’ di sano networking.

Ogni partecipante ai corsi può inoltre fornire un feedback all’Academy, così da poter permettere ai Ninja di risolvere eventuali criticità e poter costantemente migliorare il livello dell’offerta formativa.

Corso Video Marketing

E ora?

Il Corso Online in Video Marketing è terminato, ma è disponibile anche on demand. Le lezioni del corso sono state registrate, così tutti i video e le slide sono disponibili sulla piattaforma e-learning senza alcun limite di tempo.

Marxismo 2.0: la Rivoluzione Permanente è digitale? [GUEST POST]

Questo articolo è scritto da Giorgio Triani: sociologo e giornalista. insegna all’università di Parma.

Forse il successo de “Il capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty tradisce l’inconsapevole consapevolezza ( se mi si passa l’ossimoro) che un pensiero/pensatore (Marx e il marxismo) liquidati nei decenni passati come irrimediabilmente vetusti tornino invece di prepotente attualità.

E’ lo sviluppo fantastico del mondo web&social il motore del marxismo 2.0. Ciò nel contesto assolutamente paradossale di un’innovazione che attualizza situazioni, atmosfere, sentimenti antichi. Un “futuro (tra)passato” (altro ossimoro) che registra il probabile prossimo inverarsi di numerose “profezie” marxiane e marxiste, cioè strettamente attinenti a Marx e alle varie vulgate fiorite sulle sue teorizzazioni.

Ovviamente quelle che seguono sono solo suggestioni, ipotesi e similitudini però molto sollecitanti sotto l’aspetto non solo intellettuale ma anche culturale e politico.

In primo luogo l’azione fortemente egualitaria del web, che non è il beppegrillesco “uno vale uno” bensì il carattere democratico di accesso universale alla rete. Al punto di essere accessibile anche agli anti-sistema. La “liberazione dalle catene dello sfruttamento capitalistico” trova oggi un concreto campo d’applicazione nelle tante esperienze che si stanno realizzando nell’ambito della “democrazia collaborativa” e della sharing economy.

Loomio, app che riflette i valori del movimento Occupy, e Cobudget piuttosto che CouchSurfing (cfr. l’ottimo articolo di Nathan Schneider “Change the Model – Owning is the New Sharing”) sono la faccia libertaria e radicale di Facebook e Uber. Ovvero del più grand network e media globale che non è proprietario dei contenuti che pubblica (per altra strada siamo dunque arrivati all’abolizione della proprietà, perlomeno come condizione sine qua non del processo produttivo e della creazione di valore); e del più potente eversore dell’ordine economico costituito e disintermediatore per eccellenza, la cui novità dirompente non è solo l’evoluzione ( produttiva) del peer to peer, ma di fatto la creazione di un nuovo tipo di impresa (come BlaBlaCar) che però riporta in auge il precariato e la sottoccupazione (l’”esercito di riserva” ottocentesco, descritto da Marx). Cioè la massa crescente di giovani inoccupati, disoccupati, parzialmente occupati che lavorano nell’ambito dei servizi web&social, ma che a dispetto della folgorante terminologia ( director, strategist, blogger…) e con poche eccezioni guadagnano salari da fame. Da digital-proletari.

Ma per concludere è molto marxiana la creative – e nel contempo – distruptive innovation con cui il web e la società mobile stanno procedendo. Sovvertendo valori e lavori con una velocità, estensione, intensità del processo che ha realmente, come mai ha avuto nella storia, l’aspetto della “rivoluzione permanente” teorizzata, ma non attuata, da Lenin.