Quanto sei innovativo e produttivo a lavoro?


Si deve all’economista austriaco Joseph A. Schumpeter il primo utilizzo nel 1911 del termine innovazione, intesa come quella riguardante un processo o un prodotto che garantisce risultati o benefici maggiori, apportando quindi un progresso sociale. L’innovazione quindi è alla base di ogni teoria lavorativa: essere innovativi vuol dire esser in grado di riconoscere le novità e di saperle sfruttare nel modo più efficiente ed efficace.

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Lavoro e innovazione rappresentano indubbiamente le parole chiavi del futuro. Nessuno può sottrarsi a questa crescente ondata di evoluzione e cambiamento; ci vuole curiosità, creatività, il gusto per l’innovazione, il coraggio di intraprendere e soprattutto la passione. Mettere in moto l’ambizione e il proprio appetito per l’innovazione non è sicuramente cosa facile, anzi la ripetitività delle proprie attività e del processo lavorativo possono portare ad una sensazione di avvilimento, ad una demotivazione a scapito non solo della persona, ma in senso più ampio, anche dell’azienda per la quale si lavora.

Ecco quattro modi per provare ad essere più innovativi, e più produttivi, sul posto di lavoro.

Porsi dei limiti sul lavoro

Può sembrare assurdo eppure porsi vincoli e limiti aiuta il processo produttivo. Se non ci sono delle scadenze da rispettare o dei limiti di budget, il processo di creazione può subire dei rallentamenti. Porsi dei limiti e dei vincoli ben precisi si traduce nella maggior parte dei casi in una vera e propria sfida con se stessi.

Essere ottimisti, predisporre un piano di lavoro, mettere a fuoco dei punti fermi , effettuare con cadenza regolare il punto della situazione sono dei suggerimenti che possono aiutare ad essere più innovativi e soprattutto più produttivi. Non a caso il progresso genera progresso.

Porsi domande impossibili

Nel processo innovativo, e nell’innovazione in senso più ampio, porsi delle domande impossibili risulta più utile che porsi domande difficili. Questa operazione potenzia la creatività, incidendo positivamente sulla capacità di problem solving.

Essere propositivi, senza assumere quindi un atteggiamento disfattista, aiuta a superare tutti quei piccoli o grandi ostacoli che si incontrano lavorando. Ne è un esempio la Dee Daa , una catena di ristoranti Thai-service, con sede a New york. Questa piccola azienda aveva l’esigenza di far conoscere i propri prodotti in modo innovativo e non solo attraverso la classica adv. A tal fine la fondatrice Mallika Sukjaro ha chiesto al proprio team di trovare una nuova “strada” per far parlare e reclamizzare questo prodotto. Il team creativo si è concentrato sulla confezione del cibo, traendo ispirazione dal lunch box tailandese e dando vita così a “Pinto”, segno inconfondibile di riconoscimento dell’azienda.

Da “non si può” a “si può”

L’atteggiamento è fondamentale per affrontare le difficoltà che si possono incontrare sul lavoro. Non gettare la spugna al primo problema, bensì trovare la soluzione a partire dalla difficoltà è il primo passo.

Senza motivazione non c’è azione e senza azione non ci sono risultati. Spesso e volentieri i problemi ci paralizzano e ci fanno sentire frustrati e paralizzati, ma basta cambiare il proprio punto di vista, cambiare l’angolazione e il modo di guardare il limite incontrato, per mutare prospettiva e trovare la soluzione più efficace ed efficiente. Leura Spielman non aveva soldi per costruire un prototipo di app per il suo mercato di progettazione Laurel & Wolf. Dopo qualche mese si è resa conto che non aveva bisogno di costruire un app subito; avrebbe potuto ottenere risultati, feedback e tutte le informazioni di cui aveva bisogno, utilizzando un semplice sondaggio. Da questo, è riuscita ad acquisire tutte le informazioni necessarie e successivamente è stata in grado di raccogliere i capitali di cui aveva bisogno.

Accedere alle attività

Oggi non si parla più di proprietà, tanto che questo concetto è quasi del tutto superato a favore dell’economia condivisa.

Crisi economica e consapevolezza, sono i motori che spingono la sharing economy in Italia. Il nostro paese sembra essere la patria “perfetta” per lo sviluppo di quelle forme di condivisione che si stanno imponendo come stile di consumo, economiche sia per chi le sfrutta,sia per chi riesce a costruirci sopra attività imprenditoriali di successo. Aziende come ZipCar, Netflizx o Dropbox hanno fatto della sharing economy una vera e propria filosofia rendendo accessibili le risorse e i beni aziendali.

ColaLife è un’organizzazione non-profit indipendente che nel 2008, per portare i farmaci salvavita in alcune zone dell’Africa, ha convinto e “sfruttato” la rete di distribuzione della Coca Cola, grazie ad una campagna su tutti i social media.

La domanda da porsi è: C’è qualcuno lì fuori che ha distribuzione, pubblico o risorse che potrebbero essermi utili?

Company Digital Transformation: le aziende sono pronte? [INFOGRAFICA]

Molte aziende si dichiarano pronte alla trasformazione digitale: la verità è che, secondo la ricerca effettuata da Altimeter e sintetizzata in infografica da AdWeek, sono poche le realtà che riescono davvero a mettere in pratica i cambiamenti necessari a rendere una società davvero operativa a livello di utilizzo delle tecnologie più innovative.

Cosa si intende per “Company Digital Transformation”?

Prima di tutto, c’è da specificare una cosa: non tutti sanno bene cosa si intenda per Digital Transformation. Questa è la definizione data da Altimeter:

Il riallineamento o l’introduzione di nuovi investimenti in tecnologia e modelli di business per coinvolgere più efficacemente i clienti digitali in ogni momento della customer experience”.

Per le aziende intervistate le aree su cui focalizzarsi sono differenti e si va dal Social al Mobile, passando per Cloud e Big Data.

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Perché è così difficile la trasformazione “da bruco a farfalla”?

L’88% delle compagnie analizzate da Altimeter ha dichiarato di essere nel bel mezzo di una rivoluzione digital, ma di queste solo una piccola fetta (il 25%) è riuscita a dimostrare di essere davvero in evoluzione: una percentuale rappresentata da quelle aziende che, prima di prendere qualunque decisione, hanno completamente mappato il “customer journey”, tracciando in maniera chiara e completa i comportamenti della propria clientela durante l’anno trascorso. Un tassello indispensabile per poter procedere nella giusta direzione nella Digital Transformation aziendale.

Quali sono le sfide principali per la Digital Transformation?

Non c’è cambiamento senza una sfida. Ciò che emerge di interessante è che, uno dei più grandi scogli per il campione analizzato sia la cultura aziendale, che va quindi cambiata (63%).
altri impedimenti alla trasformazione sono il pensare al di là della singola campagna (59%), la necessità di incrementare la collaborazione tra differenti dipartimenti (56%), il bisogno di avere risorse e budget (56%), il riuscire ad interpretare il comportamento dei clienti (53%), garantire un supporto nell’esecutivo (42%).

Benefici e conclusioni

E’ (indubbiamente) opinione comune degli intervistati che una digitalizzazione, se ben fatta, potrebbe portare con sé molti lati positivi tra cui un aumento dell’engagement (75%), un miglioramento della soddisfazione del cliente (63%), un aumento del traffico (53%), incrementi nella lead generation (49%) e conversioni più performanti (46%).
Questo cambiamento è certamente fattibile, nei giusti tempi e modi, ma è probabile che saranno premiati coloro che riusciranno a mettere al centro non solo il cliente e la sua esperienza.

Il tempo saprà dircelo: nel frattempo, buona Company Digital Transformation a tutti!

Social media per PMI: gestire gli account con 18 minuti al giorno

“Il tempo è denaro” è uno di quei detti che vale per tutte le imprese, ancor più se si trattano di PMI. Molte di esse infatti non hanno il tempo materiale per poter creare un perfetto piano di gestione dei social media, perché impegnati, giustamente, ad utilizzare il tempo in altre attività indispensabili alla crescita dell’impresa.

Al contrario dell’utente medio, che trascorre circa tre ore al giorno sui social media, per una PMI non è possibile gettare via del tempo prezioso, occorre quindi organizzarsi in modo molto preciso. Di seguito abbiamo esemplificato alcune operazioni che permettono di gestire i propri social media utilizzando soltanto diciotto minuti al giorno.

Social media per PMI: 7 minuti per controllare gli account e coinvolgere gli utenti/clienti

L’interazione con gli utenti/clienti è essenziale per poter far crescere al meglio la propria impresa. Molti clienti infatti desiderano interagire con le imprese sui social media esclusivamente per chiedere informazioni su un prodotto o per avere assistenza su un servizio. Purtroppo molte aziende non riescono ad ottemperare a queste richieste. Il primo passo nella nostra routine per la gestione dei social è dunque quella di prestare la massima attenzione agli attuali e potenziali clienti. Dal punto di vista applicativo occorre quindi:

Su Facebook, controllare le notifiche e quindi i commenti e le condivisioni che riguardano il nostro brand; su Twitter, controllare le menzioni prendendosi il tempo necessario (almeno le prime volte) per rispondere alle richieste che ci vengono fatte; su LinkedIn, controllare e moderare i nuovi collegamenti e i nostri articoli, ringraziando gli utenti che lo hanno letto e condiviso; su Google+, controllare i nuovi utenti aggiunti alle nostre cerchie, dando un caloroso benvenuto; su Instagram, controllare la scheda delle news per eventuali commenti e/o immagini in cui siamo stati taggati, prendendosi il tempo di ringraziare gli utenti più influenti.

4 minuti per monitorare i trends sul web

Dopo essersi mostrati disponibili alle richieste dei nostri clienti, è opportuno dedicare del tempo al monitoraggio dei trends per rilevare quali sono gli argomenti più citati sul web, soprattutto se interessano il nostro settore. Dal punto di vista applicativo: su Facebook, monitorare i feed cercando articoli o attività rilevanti per il nostro network; su Twitter, controllare i flussi di ricerca relativi al settore industriale e le menzioni del nostro brand; su LinkedIn, monitorare i post più importanti dei nostri collegamenti; su Google+, controllare l’attività delle nostre cerchie; su Instagram, qualora si sia creato un hashtag aziendale per una campagna social occorre monitorare le nuove immagini che includono tale hashtag.

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4 minuti per postare contenuti in tempo reale

Una parte di tempo nella gestione del piano social deve essere spesa, obbligatoriamente, alla condivisione di post in tempo reale (qualora non si usino strumenti di programmazione), che siano relativi alla nostra impresa o più semplicemente al nostro settore.

E’ bene che tali post siano originali e interessanti anche se provenienti da testate esterne. Dal punto di vista applicativo bisogna quindi: su Facebook, pubblicare articoli relativi all’azienda o al settore, in alternativa si può condividere un post da una fonte attendibile e informativa; su Twitter, fare il retweet ad un cliente che ha appena postato qualche informazione/segnalazione sul nostro marchio; su LinkedIn, pubblicare un post originale e condividerne uno esterno all’azienda; su Google+, pubblicare un contenuto originale o condividerne uno influente per le nostre cerchie; su Instagram, pubblicare una foto (al giorno).

3 minuti per analizzare

Al fine di sviluppare un buon piano di gestione dei social media è necessario realizzare un’attenta analisi delle nostre pagine, per constatare se gli obiettivi preposti si siano effettivamente realizzati.

Dal punto di vista applicativo gli strumenti da utilizzare sono: Facebook Insight che mostra i dati demografici per età, regione e genere; numero di Mi piace, il numero di utenti attivi al mese, e simili ogni giorno. Twitter Analytics che fornisce informazioni sulle menzioni, retweet, i clic sui link e il numero di impressioni. LinkedIn che offre un’analisi sul lato destro della pagina, che include il posizionamento del profilo.

Se si gestisce una pagina aziendale, la scheda Analytics fornisce aggiornamenti sulle impressioni, clic, interazioni, impegno, e seguaci acquisiti. Google Analytics che offre statistiche sulle nostre attività sia sulle visualizzazioni (quante volte i clienti trovano la nostra attività su Google e quali sono le tendenze nel tempo), sia per clic (il numero di clic, di richieste di indicazioni stradali e di visite al sito web che riceviamo). Instagram non dispone di uno strumento di analytics dedicato, tuttavia è possibile utilizzare Iconosquare che dà la possibilità di analizzare le attività del nostro account Instagram.

BOOMiO, l'app per condividere la musica in stile Snapchat

Ascoltare musica dallo smartphone: fatto! Essere iscritti almeno a un social network: fatto!
E se le due cose si fondessero? E fossero direttamente disponibili sul vostro smartphone in un’app, per di più gratuita? Ecco BOOMiO.
Fin qui non sembrerebbe nulla di troppo diverso dal rinomato Spotify, o da altri simili.

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In realtà ciò che distingue BOOMiO dal resto e che ne diventa il nucleo fondamentale è la condivisione.

Condividi, ascolti, segui e BOOM!


BOOMiO consente di ascoltare musica dal suo catalogo solo una volta. Per accedere di nuovo al brano e ripetere l’ascolto è necessario acquistarlo o, ancora meglio, basta condividerlo con i propri amici sul network di BOOMiO (condivisione notificata anche su Facebook e Twitter). Un’attività di social listening che punta alla viralità dei brani ripercorrendo l’attività quotidiana e spontanea di condivisione da parte di milioni di persone.

Oltre a questo con BOOMiO si possono creare playlist, seguire gli amici, vedere quali artisti seguono a loro volta e ascoltare le loro canzoni, commentare, mettere “like”, condividere un numero illimitato di brani e addirittura chattare in tempo reale con i propri contatti per scambiare consigli musicali e ascoltare direttamente l’artista in questione.

Coming soon: sarà possibile seguire i nostri artisti preferiti, curiosare tra i loro ascolti ed essere i primi a condividere i nuovi brani!


Il primo passo è quello di registrarsi per creare un account con il proprio nome, scegliere un nome utente, inserire la propria data di nascita, l’indirizzo e-mail e la password, aggiungendo se si desidera una breve biografia e una foto.

Completata la configurazione, è possibile cercare le persone che conosciamo, invitare gli amici a partecipare, o semplicemente seguire estranei. Insomma niente di strano per chi frequenta i social network.

Prima di decidere se acquistare o condividere i brani, si può ascoltare la traccia per 20-30 secondi dopodiché si procede all’acquisto o alla condivisione. Quando si ascolta un brano, appare una sorta di conto alla rovescia e alla fine la bomba, che simboleggia la app, esplode emettendo adeguati effetti sonori, che ritornano ogni volta che qualcuno condivide una canzone con noi, poiché quando si condivide un brano si dice unboom “, e quando si condivide una playlist, si tratta di un “boomlist“…

Chissà se presto non entreranno anche questi termini nel nostro vocabolario, sorte comune a molte parole del mondo social!

BOOMiO: un’app per diffondere i nuovi talenti musicali

Insomma un’app pensata per veri appassionati di musica, una novità che cavalcando la nostra ormai abituale predisposizione alla condivisione e la potenziale viralità che ne potrebbe conseguire, piace molto alle etichette discografiche, le quali hanno dichiarato il loro supporto e autorizzato la presenza di moltissimi brani.

Senza dubbio questa app pensa alla promozione dei grandi artisti, che potranno promuovere direttamente i loro brani, ma anche agli artisti minori che incontrano non poche difficoltà nel promuovere la loro musica. BOOMiO sta lavorando per aggiungere una funzione che permetterebbe l’upload di brani da parte di artisti che non sono supportati da nessuna etichetta e così facendo mira a spianare la strada a chi vuole comunicare il proprio talento musicale e che dal supporto della “folla” potrebbe trarne grandi vantaggi, con alte probabilità di successo.

L’app è compatibile con Ipad, Ipod touch e Iphone e richiede iOS7 e successivi e attualmente è scaricabile gratuitamente soltanto dall’App Store USA (ma voi Ninja sapete già che non è impossibile scaricare un’app anche da store stranieri 😉 ). Lanciata a metà dicembre 2014 non ha ancora una vasta utenza, ma i fondatori si sono impegnati a firmare ulteriori accordi con altre etichette discografiche per superare i 20 milioni di brani disponibili e accrescere in breve tempo i fruitori!

In fondo, se la curiosità incombe, perché aspettare!?Provatela anche voi e fateci sapere nei commenti!

Come portare i Social Media in azienda? La parola a Filippo Giotto [INTERVISTA] #ninjamasterSMM

filippo giotto

Dopo aver deciso che l’azienda deve integrare i Social Media nella propria strategia che si fa? Bisogna organizzarsi, costituire un team, redigere un piano editoriale e definire le policy. Filippo Giotto, docente del Master Online in Social Media Marketing della Ninja Academy, ci spiega come e perché farlo.

1. Ho assunto uno stagista per gestire tutta la presenza della mia azienda sui social media. Ce la fa da solo, vero?

In un mondo perfetto questo non dovrebbe accadere. E’ pur vero però che una persona alle prime armi inserita in un contesto ben organizzato e con policy e processi già strutturate per le attività sui social media partirebbe col piede giusto.

Purtroppo invece capita non di rado che l’associazione social media = roba da giovani smanettoni porti a scelte affrettate e superficiali con risultati imbarazzanti. E la storia continua ad arricchirsi di brand cascati in errori simili e messi alla gogna all’urlo di epic fail.

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2. Piano editoriale? Ma come, non basta pubblicare delle immagini divertenti prese da Google?

Mettiamola così: i gattini, si sa, sono garanzia di engagement. Ma quanto sono affini al nostro brand e al pubblico che desideriamo raggiungere? Se è vero che non possiamo piacere a chiunque, è altresì importante avere chiaro chi sono le persone a cui ci rivolgiamo e quali corde toccare per ingaggiarle nel migliore dei modi. Per questo occorrerà costruire contenuti dedicati, posizionarli nel tempo cercando di sfruttare ricorrenze e trend del momento, il tutto con metodo in modo da valutare il successo delle nostre scelte e timing di comunicazione.

Non ultimo, ricordiamoci sempre che un’immagine pescata su Google (o più in generale in internet) non è necessariamente libera da copyright. La qualità è fondamentale, a un testo scritto in italiano corretto occorre affiancare una bella immagine per la quale disponiamo dei diritti di utilizzo.

3. Quanto costa un Social Team? Quanto budget dovrei allocare per questa attività?

Dal momento in cui l’attivazione delle properties sui social è gratuita potremmo affermare che sono sufficienti le persone del team. In realtà come per ogni mestiere anche quello di Social Media Manager e affini richiede i giusti strumenti per poter essere svolto.

Oltre al costo delle risorse umane dobbiamo quindi considerare un budget da dedicare agli strumenti necessari per consentire al team di svolgere il proprio lavoro nel miglior modo possibile. Parliamo di soluzioni tecnologiche per la gestione e il monitoraggio delle properties, per la pianificazione dei contenuti e del piano editoriale, per l’ascolto, per la reportistica e l’osservazione dei competitor, per la gestione dell’engagement e del caring, per lo sviluppo di materiali creativi.

In un secondo momento occorrerà preoccuparsi anche dell’integrazione del CRM e successive nuove attività per analizzare e sfruttare al meglio la ricchezza di dati con cui avremo arricchito i nostri DB. Investire nelle giuste piattaforme a supporto del team è fondamentale per consentire alle persone di poter dedicare tempo anche all’aggiornamento (che in questo ambito deve essere quotidiano), allo studio di nuove iniziative, allo sviluppo delle strategie di comunicazione fino agli aspetti di conversione di tutto questo in reali opportunità di business per l’azienda. Diversamente avremo un team sommerso dall’operatività.

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4. Perché è importante stabilire delle linee guida per la gestione dei social network? Cosa vuol dire definire una policy?

Come detto sopra, il SMM ha bisogno degli strumenti giusti per svolgere il proprio lavoro. Uno di questi strumenti è rappresentato dalle Social Media Policy e dalle linee guida operative, documenti che tracciano molto chiaramente confini e modalità di azione e comportamento delle persone sui canali social del brand. Non solo, servono anche per avere riferimenti operativi immediati in caso di una escalation del rischio che richieda il coinvolgimento di altri dipartimenti aziendali.

In ultimo ma non meno importante, una buona policy serve per indicare ai collaboratori, anche esterni, quali sono i comportamenti da tenere in relazione al brand, regole che molto probabilmente già esistono in azienda e che è sufficiente integrare per l’estensione ai nuovi media. Senza policy si rischia grosso, e affidarsi al buon senso delle persone purtroppo non è più sufficiente.

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5. Se le persone parlano della mia azienda sui social media come faccio a saperlo? E se dicono qualcosa, nel bene o nel male, come dovrei intervenire?

Per restare in ascolto ci sono diverse soluzioni che il SMM può adottare, da quelle gratuite ma meno affidabili e puntuali fino ai servizi cuciti intorno a specifiche esigenze. Tra i due estremi esistono numerose vie di mezzo, molte delle quali si possono provare per qualche giorno gratuitamente. Ciò che conta maggiormente è avere un servizio flessibile in termini di configurazione e che garantisca una elevata copertura delle fonti. La differenza di prezzo risiede proprio qui.

La ricetta perfetta per l’ascolto non esiste, ma ci si può avvicinare dopo numerose prove e soprattutto attraverso un continuo fine tuning e rapidità di azione quando occorre risintonizzare l’ascolto su nuovi topic che possono riguardarci.

L’opportunità di intervenire si valuta di volta in volta; in linea di massima si può affermare che prima di dire la propria in casa d’altri è bene valutare attentamente quali siano i rischi a cui si va incontro e la capacità di far fronte, nei fatti, a un aggravarsi della situazione. Domandiamoci se ne vale la pena anche in caso di testimonianza positiva: gli haters sono sempre in agguato.

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5 consigli per lanciare un concorso su Pinterest

Pinterest contest

Usare Pinterest per lanciare un contest può portare elevato engagement nei confronti del vostro brand; d’altronde è un social prima di tutto visivo, sul quale la volontà di condividere i propri interessi porta spesso a creare contenuti personali. Proprio per questo potete usarlo per invitare gli utenti a caricare materiale che premierà loro e arricchirà la vostra immagine.

Pinterest stesso incentiva a organizzare concorsi sulla propria piattaforma, a condizione di seguire alcune semplici regole – che trovate nella pagina dedicata ai consigli per i brand e che riporteremo per comodità:

È possibile:

  • Ricordare che Pinterest è tutto ciò che ha a che fare con le persone che scoprono cose che le ispirano. Premia la qualità invece della quantità.
  • Rendere più facile il coinvolgimento delle persone con istruzioni chiare e semplici.
  • Leggere le nostre misure antispam per mantenere il tuo concorso divertente e utile.
  • Se hai intenzione di fare riferimento a Pinterest, consulta le nostre linee guida per il branding.

Non si può:

  • Lasciar intendere che Pinterest sponsorizza o promuove l’azienda o il concorso.
  • Richiedere alle persone di aggiungere dei Pin da una selezione; consenti loro di poter aggiungere ciò che vogliono.
  • Obbligare le persone ad aggiungere ai Pin le regole del concorso. Questa sarebbe una grave violazione.
  • Realizzare un concorso a premi in cui ogni Pin, Repin, bacheca, Mi piace o Follow rappresenta un premio.
  • Incoraggiare comportamenti che possano generare spam, ad esempio chiedendo ai partecipanti di commentare.
  • Richiedere alle persone di votare per mezzo di Pin, bacheche o Mi piace.
  • Esagerare: i concorsi possono diventare obsoleti rapidamente.
  • Richiedere un numero minimo di Pin. Uno è sufficiente.
  • Denominare il tuo concorso “Aggiungi ai Pin e vinci”.

Prima di pubblicare un contest, partite da un’analisi di ciò che è la vostra azienda. Il vostro concorso, come tutto ciò che fa le vostre veci in rete, deve rispecchiarvi. Prendete ciò in cui eccellete e traetene spunto per creare qualcosa di unico. Dopodiché assicuratevi di avere bene a mente le linee guida offerte dal social e seguite questi consigli per ottenere il meglio dalla vostra proposta!

1 – Chiedete un solo contributo

Pinterest preferisce la qualità alla quantità. Ai profili business viene chiesto di incoraggiare i partecipanti dei contest a condividere un unico contenuto di qualità, piuttosto che numerosi pin mediocri.

HuHot, un ristorante di cucina mongola statunitense, ha organizzato un contest mettendo in palio un coupon del valore di 100$. Ai fan è stato chiesto di preparare il loro piatto orientale e di caricare la foto su una bacheca dedicata al concorso, dopodiché hanno raccolto i pin migliori in una bacheca sul loro profilo, in modo che potessero navigarvi gli altri utenti.

Un unico contributo di qualità farà sì che i contenuti generati dagli utenti seguano le regole di Pinterest, e costituiranno un vero valore aggiunto per le vostre bacheche.

2 – Create hashtag unici

Un hashtag preciso permette una perfetta identificazione del contenuto. Invitate i partecipanti a usare un particolare hashtag – anche pensato da voi apposta per il concorso – per partecipare.

Il contest di Ergobaby (un altro brand statunitense) dedicato alla Festa della Mamma, è ruotato intorno a tre hashtag: #ergobaby, #idealmothersday a #babywearing; i tag scelti sono perfetti perchè relativi al brand, al prodotto e alla festa. Per partecipare al contest è stato chiesto agli utenti di taggare i pin con questi hashtag per poterli identificare facilmente e per creare un contesto dedicato al concorso.

3 – Create una landing page

Chiedere agli utenti di commentare su Pinterest è considerato spam. Il miglior modo per evitare lo spam su Pinterest è di portare fuori dalla piattaforma tutte le attività che possono risultare tali; nell’ambito del concorso, il modo ideale di farlo è di creare una pagina web dedicata. Uno spazio sul vostro sito è inoltre il luogo ideale per spiegare le regole, i termini, i premi e mostrare un pin di esempio.

Questo può anche costituire dei vantaggi: aumenterete il traffico al sito e aumenteranno i click al vostro profilo da parte di chi ancora non vi segue.

4 – Spiegate regole e premi in modo chiaro

Le regole di un contest su Pinterest devono essere facili da comprendere per favorire la partecipazione. Uno dei consigli di Pinterest è di ripetere agli utenti quali sono i premi e le condizioni nell’arco della durata del concorso.

Ad esempio, nei concorsi indetti da HP, le regole e i premi sono annunciati nel pin introduttivo della bacheca, e in ogni step settimanale vengono ribaditi.

Con modalità di partecipazione semplici i partecipanti si sentono incentivati a caricare materiale e di conseguenza aumenterà l’adesione al concorso.

5 – Premiate la creatività

Fate in modo che non siano i commenti, i pin o i repin a determinare la vittoria di un partecipante, ma assicuratevi di giudicare personalmente la sua creatività. Quando i partecipanti sanno che la loro creatività è giudicata da una giuria, si impegnano di più pensando attentamente a come partecipare. Premiate l’impegno, non fate scegliere al caso o alla visibilità.

E voi, avete mai organizzato un concorso su Pinterest? Con questi semplici consigli sarà semplice avvicinarvi alla vostra community e costruire le fondamenta per l’interazione anche su questo social. I contenuti generati dagli utenti costituiranno una ricchezza per voi e per loro. E non scordate il potere della possibilità di vincere un premio! 😉

YouTube: i video che vedremo nel 2015

youtube francesco bonaurio

Questo articolo è stato scritto da Francesco BuonaurioAudience Growth & Digital Rights YouTube Certified.

Noi tutti siamo destinati a vedere in rete strane ed inaspettate manifestazioni di virtù e vizi di altre persone, al punto che andremo sempre più lontani dall’attuale concezione di sé e del proprio sé all’interno della società.

YouTube sta in qualche modo dando una spinta al processo di manifestazione del sé in rete, o almeno del suo dark side… Cosa che oltre ad essere entertaining (nella migliore delle ipotesi sia per lo spettatore sia per il produttore di video), con l’introduzione del programma di partnership è diventata anche convenient. O almeno questo è quanto ormai sperano la maggioranza di quelli che si cimentano a fare video mettendoli poi sulla piattaforma.

Non mi sorprenderei di vedere nel 2015 l’ascesa di trend che hanno caratterizzato lo scorso anno, che i meno al passo con i tempi definirebbero solo ed inevitabilmente “bizzarrie” dell’uomo moderno, e che i content creators vedranno come una nuova occasione, una possibilità.

Detto questo, cosa vedremo nel 2015?

 Intanto scopri come progettare contenuti video virali.

Toys collectors: anche i giocattoli diventano virtuali?

Tu operatore di marketing/creativo del mondo della comunicazione non affacciarti a YouTube se non hai mai sentito parlare di PewDiePie, il gamer che secondo Forbes avrebbe guadagnato 4 milioni di dollari lo scorso anno dalla sua attività su YouTube. Perché se non hai sentito parlare di lui, ci metto la mano sul fuoco, non hai mai sentito parlare di quante views al giorno producono canali di unboxing di giocattoli (sì, video in cui quel che vedi sono mani che aprono scatole).

Nel caso di DisneyCollectorBR le views prodotte giornalmente sono anche superiori a quelle di PewDiePie: parliamo di 14-15 Milioni di views giornaliere e di circa 450 Milioni di views mensili (secondo le statistiche raccolte dal sito SocialBlade).

Ora immagina il tuo brand esposto 14 milioni di volte al pubblico in un giorno. E mentre lo fai pensa a quanto possa essere utile contattarmi in privato 😉

Cosa succederà dunque al Gaming classico?

Io credo che sarà ancora protagonista. Tralasciando il bisogno umano di stimolare il proprio intelletto giocando (a qualsiasi cosa) e tutte le ragioni che hanno portato al successo i videogame (argomento affrontato da Vsauce nel video “Why do we play Games?“), il gaming su YouTube ha ed avrà sempre un particolare emotional involvement tutto suo, e ben strutturato, che prima è caratterizzato dal riconoscersi all’interno della narrazione del gioco stesso, e poi dal riconoscersi nel Credo (la parola usata in questo caso è creed, n.d.r.) che il videogiocatore-YouTuber comunica alla propria audience.

Senza andare nel particolare dei volumi d’affari prodotti dai videogame su Internet vorrei solo ricordare la recente acquisizione di Twitch da parte di Amazon: operazione da quasi 1 miliardo di dollari. 1000 milioni di verdoni. E se non sapete cosa sia Twitch, detto in una frase, è una piattaforma che permette a videogiocatori di far vedere in streaming live la propria partita giocata. Streaming di partite ai videogiochi, e Amazon ci butta su 1 miliardo di dollari! Presto in pratica non parleremo più di colpi di stato, ma di Rivincite dei Nerd.

ASMR e le whispers del web

I social in qualche modo riflettono la nostra realtà interiore in quanto uomini e donne, e dal successo di alcuni fenomeni del web ricaviamo interessanti informazioni su di noi. Una delle chiavi di successo del Beauty su YouTube è forse il fatto che chi è interessato a questo o quel prodotto di make up può facilmente rivolgersi alla ragazza della porta accanto che ha già provato il prodotto, e che può dare pareri molto più genuini. Ha senso se ci pensate, no?

Ma in questo modo non vi sto rivelando nulla di troppo nuovo, cosa che invece vorrei fare spendendo qualche parola sul fenomeno ASMR. Secondo Wikipedia il termine “Autonomous sensory meridian response” (ASMR), in italiano risposta autonoma del meridiano sensoriale, è un neologismo utilizzato per indicare una piacevole sensazione di formicolio al cuoio capelluto, lungo la schiena o sulle spalle di solito accompagnato da uno stato di completo rilassamento mentale di chi la sperimenta.

In altre parole, ci sono delle persone che davanti la telecamera simulano un ruolo (moglie, segretario/a, dottore, ecc.) ed inscenano una situazione in cui chi sta di fronte la telecamera finge di interagire con lo spettatore, e mentre lo fa produce dei suoni che sono definiti ed amplificati da diversi microfoni disposti nell’ambiente.

Provate a guartdare questo video, e fatelo headphones alla mano.

Cosa c’era prima di Spotify? YouTube ovviamente!

Per alcuni in realtà il passaggio a Spotify non è mai avvenuto, per altri invece non avverrà mai. Forse si tratta di una corsa col tempo a chi dei due si accaparra il pubblico disposto a rendere legale e legittimo il proprio fruire musica. Provate a chiedere a persone a caso che non usano Spotify dove trovano ed ascoltano la propria musica.

La musica su YouTube è solo una parte delle forme di intrattenimento della piattaforma, ma lontano da Frank Matano e Favijtv per i più YouTube è solo musica (e gattini eventualmente). È sempre stato così, la società ha sempre espresso questo bisogno, e YouTube lo ha soddisfatto nel tempo, prima che Spotify lanciasse il modello di business adatto al successo di tale servizio in quanto servizio a sé stante. Ed ora Google “rincorre”.

L’ultimo pargolo di Mr. Page e Mr. Brin è Music Key. Prendete Spotify, aggiungeteci che oltre ad ascoltare la musica l’intera fruizione del video musicale (dunque della canzone + il videoclip) venga alleggerita dall’assenza di fastidiosi preroll pubblicitari, ed ecco una grossolana descrizione di Music Key. È ancora in Beta, ma l’intento è quello di fare il botto ovviamente. Su come iscriversi trovate informazioni QUI.

Ricapitolando

Nel 2015 le persone saranno sempre più parte del villaggio globale di cui parlava McLuhan, e i bambini probabilmente non giocheranno col giocattolo se prima non lo avranno visto scartare da qualcuno su Internet, i ragazzini non giocheranno ai videogiochi con gli amici seduti di fianco a loro, ma con quelli seduti in altri continenti (e quando non lo faranno si divertiranno solo a guardarli), ascolteranno musica in streaming da ragazzi, e si rilasseranno dallo stress lavorativo con video ASMR in età adulta.

E non stiamo considerando le altre fasi della vita, che sicuramente presto o tardi troveranno il proprio contrappunto nel mondo virtuale. Tutto questo sembra strano, ma se ci guardiamo intorno… sta già accadendo.

Voi cosa ne pensate?

In diretta dalla Silicon Valley: Oscar Di Montigny racconta il futuro del Mondo [WEEK 2]

Continua il viaggio di Oscar Di Montigny in Silicon Valley. Dopo startup, incubatori e grandi aziende visitate nella prima settimana, Oscar approda alla Singularity University, al NASA research campus, dove ha conosciuto scienziati, ricercatori ed esperti.

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Week 1

#1 – Campus, disruption e linear world vs exponential world

Per approfondire: Singularity University, Linear and exponential thinking.

#2 – NASA, sicurezza e privacy

#3 – Tecnologia e Automotive, biologia e food

Per approfondire: Andre Wegner, Paul Saffo,

#4 – Cybercrime

Per approfondire: Marc Goodman.

#5 – Moonshot thinking!

Ringraziamo Oscar per il suo racconto dal futuro, non vediamo l’ora di viverlo!

Il crowdfunding di Alyt e il ruolo della community nel post-campagna


Nessuno possiede la formula magica per ottenere successo in un progetto di crowdfunding, ma sicuramente dalle campagne che hanno raggiunto efficacemente l’obiettivo  prefissato si può imparare molto.

Dopo l’intervista a Matteo di Pascale, creatore di una delle dieci campagne Kickstarter più finanziate in Italia per Intùiti, abbiamo fatto due chiacchiere con Mirko Bretto, co-founder di Alyt, assieme a Luca Capula e Alessandro Monticone.

ALYT è uno dei primi Smart Home Manager basato su piattaforma Android che combina sicurezza professionale, risparmio energetico, oltre a più applicazioni e dispositivi per far diventare realtà l’Internet of Things nelle case. ALYT dà vita alle abitazioni comunicando con ogni sorta di apparecchi e dispositivi di domotica. I sensori di sicurezza sono collegati attraverso un protocollo dedicato, che posiziona ALYT tra i sistemi più impenetrabili sul mercato della sicurezza.

I tre torinesi, con il loro progetto hanno Alyt, hanno raggiunto e superato l’obiettivo di 100mila dollari su Indiegogo.

Le ragioni del successo del loro crowdfunding? Sicuramente ha contribuito l’hype attorno al tema dell’Internet of Things, di cui sono stati tra i rappresentanti italiani al CES di Las Vegas di quest’anno, a cui hanno partecipato assieme ad altre startup italiane come Circle Garage, che invece ha rappresentato il settore del wearable.

Però ovviamente questo non basta, vista la quantità di progetti che sono presentati ogni anno in questo settore. Senza una buona comunicazione, infatti, difficilmente si riesce a raccogliere donazioni. Non basta però essere un buon PR o esperto di markerketing digitale per riuscire a gestire una campagna di crowdfunding, come ci ha spiegato Mirko nell’intervista.

Una campagna di crowdfunding conclusa con successo: cosa hai imparato da questa esperienza?

Nonostante io lavori da anni nell’ambito della comunicazione, seguendo la mia prima campagna di crowdfunding ho capito che non c’è solo tanto ma imparare ma ci sono dinamiche totalmente nuove da capire.

Bisogna spiegare il prodotto, nel modo più semplice e completo possibile.

Ma bisogna anche spiegare cos’è il crowdfunding, perché in molti ancora non ne hanno colto appieno il senso e lo confondono come un ulteriore canale attraverso cui fare acquisti online, quando in realtà è profondamente diverso.

Partiamo allora dall’inizio: come avete scelto la piattaforma?

Inizialmente volevamo lanciare la campagna su Kickstarter, semplicemente perché ha un bacino più ampio di utenza e perché la maggior parte dei progetti di crowdfunding più finanziati hanno utilizzato quella piattaforma.

Abbiamo fatto richiesta e, dopo due settimane, c’è stato detto che non potevano accettare il progetto, perché riguardava un prodotto legato alla sicurezza, settore che all’epoca era escluso, assieme ad altri come ad esempio il medicale.

La seconda scelta è stata quindi Indiegogo, dove, dopo un breve controllo amministrativo, ci hanno dato il nulla osta in meno di 24 ore.

Come avete strutturato la vostra campagna di comunicazione?

Integrando le competenze di un’agenzia di comunicazione italiana, che ha sviluppato la strategia e preparato il materiale di comunicazione, con un’agenzia americana, indispensabile per fare circolare il prodotto tra le testate più importanti.

Il prodotto è stato svelato in coincidenza con il lancio della campagna. Inizialmente i finanziatori erano principalmente i contatti diretti, i cosiddetti Friends&Family, a cui in ogni caso non è stato banale spiegare Alyt e spiegare il concetto di crowdfunding.

Poi l’attività di PR ha portato buoni risultati, ma soprattutto grazie agli articoli di approfondimento e di settore.

Dopo la fase iniziale, abbiamo avuto un picco grazie all’uscita nella newsletter.

In una seconda fase abbiamo cominciato a collaborare con un’agenzia americana specializzata in crowdfunding che ha attivato una campagna capillare su Facebook.

Una volta raggiunto l’obiettivo, vi è stata un’impennata dei finanziamenti: abbiamo raccolto quasi 20mila dollari in meno di 24 ore.

A fine campagna abbiamo quindi attivato il pre-ordine attraverso Trycelery. In questo caso ad acquistare il prodotto sono stati soprattutto italiani.

C’è qualcosa che, se tornassi indietro, faresti diversamente?

Non abbiamo fatto una comunicazione pre-campagna e questo, retrospettivamente, è stato un errore.

Un altro errore è stata la durata della campagna: 60 giorni. Un tempo troppo lungo con il quale si rischia di perdere l’attenzione dei possibili finanziatori.

Qual è stata la difficoltà più grande?

Spiegare la differenza tra crowdfunding e acquisto e, di conseguenza, gestire la community anche nel post-campagna.

La nostra community infatti è composta da diversi tipi di finanziatori, ognuno dei quali reagisce diversamente ad eventuali criticità, come ad esempio bug nel prodotto o ritardi sulla consegna (che sono fisiologici in un progetto di crowdfunding):

– i tech-savvy appassionati di tecnologia sanno cos’è il crowdfunding e hanno alle spalle altri investimenti, anche se di piccolo taglio. Spesso sono molto critici, però quando capiscono la complessità del prodotto nella sua interezza danno feedback molto utili, suggeriscono integrazioni e sviluppi futuri.

– gli appassionati del settore acquistano anche i kit più costosi ma spesso solo dopo che sono sicuri che il progetto verrà realizzato, quindi dopo il raggiungimento dell’obiettivo.

– i veri e propri pro-am con competenze tecniche di sviluppo spesso si offrono anche di collaborare alle sviluppo del progetto; sono impazienti di ricevere il prodotto per poterlo utilizzare. Spesso ci tengono ad avere il prodotto nella versione beta, in alcuni casi alfa, proprio per poterci “mettere le mani dentro”.

Con questi tre tipi di utenti si instaura un dialogo costruttivo. Però c’è una minoranza di finanziatori che invece sono convinti di aver effettuato un acquisto, non di aver investito in un progetto, quindi sono poco tolleranti ai ritardi. Sono gli utenti che hanno scoperto il prodotto su un blog di settore e sono quindi atterrati per caso su Indiegogo senza comprenderne appieno le dinamiche.

Nel post-campagna una delle attività principali è quindi la gestione della community, da un lato per sensibilizzare sul vero significato del reward-based crowdfunding dall’altro per ottenere tutti i vantaggi che possono derivare dall’ascolto dei suggerimenti, consigli e critiche di una community di appassionati.

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Il reward-based crowdfunding deve essere infatti compreso nella sua accezione originaria: un modo per finanziare un progetto e supportare il team a realizzarlo. Il fatto che poi come reward per ringraziare i finanziatori venga dato in omaggio il prodotto, non deve essere confuso con l’acquisto di un prodotto pronto per il mercato. Al contrario per i prodotto tecnologici è proprio in questa fase che acquisiscono maggiore valore i finanziatori, che non a caso noi chiamiamo “guru” che diventano dei preziosi beta tester.

Ad esempio nel nostro caso abbiamo creato diversi livelli di perks. Alcuni finanziatori hanno esplicitamente scelto di avere il prodotto nella fase alfa, per poterlo testare e debuggare. Altri hanno acquistato il prodotto nella fase beta. Proprio in questo momento stiamo concludendo questa fase con i primi 100 finanziatori e grazie a loro stiamo eliminando alcuni bachi. Saremo così pronti per consegnare un prodotto più stabile anche agli altri finanziatori.

Vuoi migliorare il tuo storytelling? 8 professionisti ti dicono come

 Ormai è assodato che non si può fare branding senza narrazione. Ma come si possono migliorare le proprie capacità di storytelling? Se ancora siete indecisi su quale stile scegliere, quale taglio dare e come sviluppare la vostra narrazione aziendaleecco qualche consiglio da chi lo storytelling lo fa di mestiere.

#1 Storytelling è problem solving

Le idee più audaci nascono quando ci si trova davanti a un ostacolo. Questo è ciò che è successo a Richard Linklater nell’ideazione del film Boyhood, vincitore di un Golden Globe e candidato a sei premi Oscar. Linklater racconta che voleva raccontare una storia di formazione. Tuttavia aveva idee che raccontavano età diverse dell’infanzia e questo era un limite. L’idea di Boyhood è stato puro problem solviong.

Girare il film in dodici anni per permettere ai personaggi di crescere e invecchiare con gli attori. L’idea era assolutamente semplice ma geniale poiché non era mai stata usata prima.

#2 Puoi raccontare una storia da qualsiasi punto di vista, quindi scegli bene

Terence Winter, sceneggiatore e produttore televisivo statunitense, ci insegna che può essere un vantaggio raccontare una storia da un punto di vista completamente nuovo. Tra i suoi lavori più importanti figurano I Soprano, Broadwalk Empire e The Wolf Of Wall Street. “Ogni film che abbia mai visto su Al Capone lo mostra al culmine del suo potere, e un po’ come un Greatest Hits di Al Capone.

Se hai a disposizione solo due ore, vuoi vedere Al Capone quando è al top della sua vita. In Boardwalk Empire, incontriamo Al Capone quando è un ragazzino che guida un camion. Per me questo Al Capone è molto più interessante perché arriviamo a vederlo diventare il ragazzo che tutti conoscono, e per farlo abbiamo avuto ore e ore, scopriamo ciò che lo ha formato e ciò che ha reso questo ragazzo un duro. Far ciò è un lusso per un narratore. Ed è molto più soddisfacente per il pubblico.”

#3 Racconta storie personali, anche se non sono necessariamente autobiografiche

Quando Jon Favreau si è trovato a scrivere la sceneggiatura del film Chef  ha cercato di scattare un’istantanea, in maniera molto naturalistica, di quella che era stata la sua vita, senza per forza giungere al racconto autobiografico. Ed è questo ciò di cui in realtà parla il film: qualcuno è che è così intensamente devoto alla sua carriera, che ha messo la famiglia in secondo piano. “I miei divorziarono, quindi ci ho messo molto di ciò che era nascosto tra i miei ricordi, che ho raccontato attraverso il figlio, ricordando com’era, i sentimenti che ho provato.”

#4 Scrivere è rispondere a delle domande

Lo scrittore David Levithan afferma che scrivere un racconto è rispondere a delle domande. All’inizio non abbiamo idea di quali siano le risposte, però il processo narrativo è un viaggio. Quindi quando progettiamo una strategia di storytelling è importante avere dei punti fermi, le nostre domande, ma anche la flessibilità di giungere a risposte con non ci saremmo aspettati.

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#5 Ricerca i dettagli nel mondo reale

Mike Judge e Alec Berg sono i produttori esecutivi di Silicon Valley, una serie che racconta la storia di alcuni programmatori californiani che lavorano al progetto Pied Piper. “Il nostro consulente, Jonathan Dotan, ha cercato di proporre i prodotti creati dai nostri personaggi a veri venture capitalist,” racconta Judge […] “Questo processo ci aiutava a risolvere un sacco di dettagli che fanno funzionare lo show”, spiega Berg. “Abbiamo chiesto alla gente, ‘Vuoi investire in questa azienda? Se no, perché no?’ […] Ci siamo fatti le stesse domande che Richard, il protagonista, si pone durate la serie, così un sacco di episodi della prima stagione sono cose che ci sono successe davvero.”

L’esempio di Silicon Valley dimostra come uno storytelling di successo non ha bisogno di voli pindarici. A volte, basta una narrazione semplice, ma efficace.

#6 Scrivi come se stessi raccontando una storia a un amico

James Patterson ammette che le armi del buon narratore sono il ritmo, lo stile, il tono. Non c’è una formula magica, ognuno ha il proprio. “Penso che quello che aggancia la gente alle mie storie sia il ritmo. Cerco di escludere le parti che la gente in genere salterebbe. […] Tendo a scrivere storie nel modo in cui le racconterei a qualcuno. Credo che sarebbe tragico se tutti scrivessero in questo modo. Ma è il mio stile. Ho letto i libri da un sacco di grandi scrittori. Penso di essere uno scrittore nella media, ma sono certo di essere un buon narratore. ”

#7 Non creare aspettative superiori a quelle che puoi davvero soddisfare

Una buona storia non deve per forza eccedere per essere efficace. E inutile lanciare un’esca troppo grande se poi il pesce non abbocca. Robert King, creatore di The good wife, usa Star Trek come esempio: quante volte Spock sembrava morire in tutte le stagioni di Star Trek? Ma non moriva mai perché senza di lui la serie non sarebbe avrebbe avuto senso. Meglio creare engagement attraverso pochi elementi memorabili che deludere il proprio pubblico con aspettative irrealistiche.

#8 Non essere generico

Forse ricorderete lo nei panni di Touluse-Lautrec in Moulin Rouge! o come Tebaldo in Romeo+Juliet.  Nel suo ultimo spettacolo teatrale John Leguizamo racconta gli alti e bassi della sua vita professionale e personale. L’attore spiega: “Più sei specifico sugli eventi nella tua vita, più questi diventano universali. La gente non si identifica con fatti generici. Ho imparato presto che solo quando ti racconti in ogni dettaglio riesci a toccare le corde profonde dell’animo umano.”

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