Il pensiero narrativo ci permette di dare senso e significato a ciò che ci circonda: i nostri processi cognitivi tendono, cioè, ad interpretare tutto ciò di cui facciamo esperienza tramite strutture narrative. Ecco perché per i brand è molto importante costruire strategie di storytelling aziendale per entrare in connessione con le persone.
Tuttavia, costruire storie che possano intrigare, emozionare, divertire il pubblico, facendolo allo stesso tempo avvicinare empaticamente al brand, è un’operazione tutt’altro che meccanica.
Storytelling aziendale e narrazione d’impresa: 3 strategie da adottare per i branded video
Se qualche giorno fa vi abbiamo presentato diversi esempi di storytelling aziendale, oggi condividiamo con voi qualche utile consiglio per elaborare branded content di successo, in grado di emozionare lo spettatore e avvicinarlo al messaggio che vorreste comunicare.
1. Come inserire il brand all’interno della storia raccontata
La storia non deve mai essere cannibalizzata dal brand, quanto piuttosto servire da “ponte”, più o meno fedele alla realtà, per avvicinarsi agli spettatori, che devono essere condotti emotivamente alla scoperta della vostra azienda (o dell’ultimo prodotto o servizio, nel caso di marche già conosciute al pubblico).
Ciononostante, non si dovrebbe mai proporre una storia nella quale sia difficile capire il ruolo ricoperto dal brand (sia che esso sia effettivamente presente nei fatti raccontati o ci si riferisca ad esso, ad esempio, in forma metaforica): se lo spettatore può descrivere cosa succede nel video appena visto senza mai nominare il brand, è difficile che il vostro messaggio possa essere efficace.
2. Come rendere universale la storia
È inevitabile: le storie più attraenti ed emozionanti sono quelle nelle quali tutti ci rivediamo. Ecco perché è molto importante progettare storie replicabili, che risuonino nella mente e nel cuore di chi le ascolta o le guarda.
Fare della replicabilità l’esca narrativa del racconto stesso ci aiuta a rendere desiderabile la condivisione del contenuto da parte degli utenti online: se scrivere una bella storia è necessario, fare in modo che le persone ne parlino è fondamentale.
Avete visto, a questo proposito, gli spot si HBO GO? 😉
3. Come rendere verosimile uno storytelling
L’immagine di marca integra indissolubilmente aspettative e valori dei suoi consumatori: raccontare un servizio o un prodotto senza tenere conto di come esso si leghi alla vita di chi ne fa uso significa poco, emotivamente parlando.
Ecco perché, nel progettare un buon esempio di storytelling aziendale, si dovrebbe sempre integrare una verità umana con una verità di prodotto.
Le ultime campagne di P&G sono un perfetto esempio di questo approccio.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Elena Silvi Marchinihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngElena Silvi Marchini2014-05-20 11:50:462014-05-20 11:50:46Storytelling aziendale, 3 strategie utili nei video
Startup Weekend, la più grande iniziativa per lo sviluppo di nuove idee imprenditoriali, riconferma la sua presenza in Italia, dove ha già visto varie edizioni, con l’appuntamento fissato a Benevento dal 30 maggio al 1 giugno presso la sede del Parco Scientifico Tecnologico. Un intenso weekend, 54 ore di tempo per tutti gli imprenditori ed aspiranti tali che vogliono condividere e sviluppare idee e creare delle startup.
Si comincia venerdì 30 maggio. Un pomeriggio a disposizione per realizzare un’idea di business da presentare attraverso pitch di 60 secondi ai presenti in aula e convincerli a far parte del proprio team. Dopodiché una giuria popolare decreterà le idee più interessanti e quelle diventeranno protagoniste dell’intero weekend. Per tutti l’obiettivo finale sarà la creazione di un prototipo della propria idea, con tanto di design e business model.
Il sabato e la domenica mattina, poi, ciascun team dovrà studiare la sua strategia di business e provvedere allo sviluppo concreto del prodotto, per questo motivo tutti avranno la possibilità di confrontarsi con gli esperti del settore per ottenere suggerimenti utili al perfezionamento del progetto.
Domenica sera si tireranno le somme. I lavori verranno presentati tramite un pitch di 10 minuti ad una giuria finale di imprenditori, esperti ed investitori che esprimeranno giudizi negativi o positivi in merito ad ogni progetto, premiando il migliore.
Il Benevento Startup Weekend rappresenta, dunque, una grande opportunità per tutti coloro che ci vogliono provare. Hai in mente qualcosa? Provaci e Registrati qui per trovare un co-founder, fare networking, e trascorrere un weekend all’insegna della tua idea!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Mikokharahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngMikokhara2014-05-20 11:15:342014-05-20 11:15:34Startup Weekend arriva a Benevento dal 30 maggio al 1 giugno
Qual è la prima cosa alla quale pensate appena la sveglia vi butta giù dal letto? La risposta più gettonata sarà sicuramente “Altri 5 minuti…”, ma scommetto che molti di voi abbiano risposto: “Caffè!!!”
Ebbene, per tutti coloro che al mattino distruggerebbero la sveglia per poi tuffarsi nel caffè, Nescafè progetta un packaging che frenerà il vostro primo istinto per soddisfare con successo il secondo: ecco a voi Nescafè Alarm Cap, il primo tappo-sveglia che smette di suonare solo se svitato!
Istantaneo, dunque, sarà anche il risveglio, non solo il caffè! Realizzato mediante stampa 3D in soli 200 esemplari in edizione limitata, il nuovo originalissimo packaging offrirà sette modalità di risveglio “soft” mediante diverse combinazioni di suono e luci: insomma, ce n’è per tutti i gusti!
Cosa ne pensate? Di certo svegliarsi non sarà mai dolce, ma da oggi si potrà almeno zuccherare!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Manuramakihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngManuramaki2014-05-20 10:50:432014-05-20 10:50:43Nescafè Alarm Cap: se il packaging è tosto ti sveglia a suon di caffè!
Tim Berners-Lee, padre del web, in occasione del venticinquesimo compleanno della sua creatura ha parlato della necessità di una Magna Carta dei diritti digitali: “Abbiamo bisogno di una costituzione globale, una carta dei diritti” ha detto, riferendosi chiaramente alle tante situazioni controverse che hanno interessato il web negli ultimi anni, dall’attività di spionaggio della NSA alla profilazione degli utenti tramite i social media.
“I nostri diritti sono stati calpestati più volte e il guaio è che ci siamo abituati a questo. Voglio riportare il web nelle nostre mani e definire cosa vogliamo che sia per i prossimi venticinque anni”.
La sua iniziativa si chiama “The web we want”, un programma che intende coinvolgere tutti coloro che credono sia possibile un web più simile alle intenzioni originarie: “Il web dovrebbe essere accessibile a tutti, da ogni dispositivo, dev’essere uno strumento attraverso cui l’uomo possa esprimere il suo potenziale e garantire la propria dignità e diritti civili”.
Detta così, è difficile essere in disaccordo con lui: eppure, c’è chi mette in dubbio l’effettiva fattibilità della pur legittima e condivisibile battaglia. Michelle Dean di Gawker.com, infatti, si domanda se effettivamente è possibile redigere una Magna Carta per il web. A suo modo di vedere, l’idea è in sostanza irrealizzabile. Le contestazione della Dean riguardano più punti:
In primo luogo, è difficile, forse utopistico, pensare a una carta dei diritti inattaccabile, rispettata dai governi mondiali e dal web stesso.
Non esiste un Re Giovanni Senzaterra per il web, nel senso che non esiste un’autorità univoca che possa essere considerata legittimata a compilare una carta dei diritti. Inoltre, non ci sarebbe una forza di polizia ad hoc per difendere i principi della carta.
Infine, ogni sorta di governo contraddirebbe la natura libera e aperta del web. Sarebbe, insomma, un’idea conservatrice, opposta all’idea di “libertà” propria del web.
Dubbi legittimi, che non scalfiscono la bontà delle istanze di Berners-Lee: un web in cui diritti e doveri di utenti, governi e aziende siano bilanciati.
Non a caso, dopo la sentenza della Corte di Giustizia della UE che ha stabilito la responsabilità del gestore del motore di ricerca riguardo ai dati personali degli utenti, a Google sono arrivate molte richieste di cancellazione di dati indesiderati.
In tal senso, a prescindere che sia un’utopia o no, la visione di Berners-Lee può rappresentare uno spunto di riflessione e un pungolo per costruire un web meno anarchico: ma è davvero quello che vogliamo?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Hivoakihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngHivoaki2014-05-20 10:50:192014-05-20 10:50:19Una Magna Carta per il web: esigenza o utopia?
Comprendere i trend, superare i preconcetti, cavalcare l’onda.
Non si diventa una big company del web per caso e, quando lo diventi, non hai mai la mente chiusa né ti concentri su guerre religiose che possono fare solo del male al tuo business.
Oltre 20.000 followers in meno di 12 ore, una bio davvero simpatica (“Google unfiltered—sometimes with filters“) e tante ipotesi su come questo nuovo canale di comunicazione verrà utilizzato.
Certamente, dopo aver aperto profili ufficiali su Facebook e Twitter, è chiaro che la rivalità di Google con l’azienda di Zuckerberg non intacca minimamente le sue politiche di comunicazione e di espansione commerciale.
Non ci resta che seguire curiosi!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Francesco Turturiellohttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngFrancesco Turturiello2014-05-20 10:50:012014-05-20 10:50:01Google inaugura il suo account Instagram [BREAKING NEWS]
Cosa c’entrano gli analytics con la musica? Arrivarci è piuttosto semplice: ogni piattaforma web è misurabile. Attraverso gli strumenti di analisi è possibile tracciare tutti i comportamenti dei fruitori di musica in streaming.
Fino a qualche tempo fa, ascoltare una cassetta o il cd dei nostri beniamini era un fatto tutto sommato privato. I tuoi amici, i tuoi genitori, le persone che frequentavi sapevano che tipo di genere musicale ti piacesse o conosceva a memoria il tuo cantante preferito, perché magari indossavi con orgoglio la t-shirt col suo nome inciso.
Sono cambiati i modi di comunicare e ora si palesa qualsiasi preferenza a tutti attraverso i social media.
Con internet e lo strutturarsi del web e del mobile, c’è stata un’evoluzione: dapprima Myspace, poi Youtube, e ancora Spotify e Last.fm. Si è giunti quindi alla possibilità di condividere i brani sui principali social network, trasformando un evento intimo, in uno pubblico.
Fino a qualche anno fa le major avevano solo una visione parziale dei risultati e delle performance di vendita dei cd dei loro artisti. Era peraltro, quasi impossibile stabilire con certezza i trend e i gusti musicali dei consumatori. Così come non si poteva conoscere con esattezza, chi ascoltasse cosa e con che frequenza.
“Gli indicatori di performance tradizionali si limitavano a darci information relative aloe vendite di quel CD, ma non ci diceva su ciò che accadeva dopo”. Così chiosa Paul Smernicki, Direttore del dipartimento digital all’Universal Music UK.
Da una decina d’anni a questa parte però, la proliferazione dei big data da parte dei siti torrent e peer to peer (Torrent ed eMule ad esempio) e la natura virale delle piattaforme social hanno permesso alle industrie discografiche di accedere a questa mole di dati e di fare ciò che prima non sarebbe stato possibile: comprendere tutti, ma proprio tutti i consumatori, anticipando trend e gusti per lanciare nuovi artisti.
Una domanda a questo punto, bisogna porsela: quanto vale il business del Music analytics? Presto detto quasi 2 miliardi di euro all’anno.
Un nuovo approccio allo scouting di talent
Si trovano su Youtube e su SoundCloud. Sono gli artisti di oggi, che caricando i video delle loro performance, si mettono sulla piazza a suon di “mi piace”, o “condividi” e così si fanno conoscere dal grande pubblico digitale. E’ a loro che le major tendono l’orecchio. Trovare l’artista più giusto e “cool” del momento: potrebbe essere proprio questo lo scopo degli analytics, che diventano un vero e proprio strumento di cool-hunting in ambito musicale.
Musicmetric fino ad ora ha tenuto traccia ed elaborato dati di migliaia di artisti che sono stati catapultati dal nulla al successo negli ultimi cinque anni.
Oggi, la maggior parte deI gruppi e dei cantanti si fa conoscere grazie al buzz che si genera attorno ad essi: hanno follower su Twitter, “mi piace” su Facebook e sono presenti con i loro progetti su BandCamp. E tutto questo buzz è misurabile grazie a MusicMetric.
Se un artista sconosciuto riesce a ottenere un certo seguito, questi tool analitici sono in grado di valutarlo e predire quasi al 100% che quell’artista scalerà le vette delle classifiche in meno di tre mesi.
La multicanalità delle informazioni
Oggi, un artista più o meno noto che sia, è in grado di distribuire la propria musica su diverse piattaforme. Misurare la sua popolarità e il successo legato a un suo suo singolo significa tenere in considerazione:
gli upload dai canali ufficiali e da quelli non ufficiali su Youtube;
i “play” su qualsiasi piattaforma musicale;
gli acquisti fisici o digitali su piattaforme come Google Play, iTunes andAmazon;
dove un artista è particolarmente apprezzato.
La vera sfida è trasformare questi dati in informazioni utili per un tour manager. Quando lanciare il prossimo tour? In quale paese conviene?
Gli strumenti di music analytics: Spotify, Next Big Sound e Music metrics
Rispondere ai quesiti appena posti mi offre il pretesto per presentarti i tool di analytics più utilizzati nel settore musicale:
Spotify: recentemente ha annunciato che avrebbe acquistato The Echo Nest, una società specializzata nel campo del music analytics per una cifra che si aggira attorno ai $100 millioni di dollari.
Next Big Sound, partner di Billboard realizza una classifica settimanale dei 50 artisti sconosciuti ai più, ma che hanno più successo sui social.
MusicMetrics, dal 2007, la prima azienda a fare analytics sulla musica, che ti permette di pianificare con anticipo il lancio del nuovo album di artista, ad esempio.
Strumenti di questo tipo non ti diranno certo che musica produrre, ma possono senza dubbio annunciare con una certa sicurezza, chi sarà la prossima popstar, ma non solo. Tracciare e misurare i dati provenienti dai siti che offrono musica in streaming aiuta le major non solo ad individuare le nicchie musicali, ma permette di definirne anche la componente sociologica.
Addio quindi ai vari Claudio Cecchetto e alla più recente Maria De Filippi? Forse no. In fondo c’è spazio per tutti.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Kora-Bakerihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngKora-Bakeri2014-05-20 09:00:122014-05-20 09:00:12L’industria musicale guarda al futuro con gli analytics
La portata dei post pubblicati dalle pagine su Facebook non è mai stata così bassa.
Se avete una PMI o un blog e avete investito tempo (e magari denaro) per creare una solida e significativa base di fan, state vivendo sicuramente un periodo di frustrazione, dovuto al fatto che i vostri post sono ormai praticamente invisibili.
E’ accettabile che Facebook, in un’ottica di monetizzazione della sua attività, si stia evolvendo in un “paid media” e che quindi sia necessario ripensare la nostra attività su questo social network. Ma c’è ancora speranza.
Inside Facebook, infatti, propone un’interessante infografica (ripresa da ShortStack) in cui vengono elencate una lista di azioni, consigli e suggerimenti per affrontare al meglio la riduzione della portata organica di Facebook, imparando a gestire la crisi e ad utilizzarla come un vantaggio.
Vediamo insieme le più significative:
Date peso ai dati
Le prime due regole consigliano di utilizzare i contest su Facebook non più come un mezzo per spingere la nostra attività social, bensì per raccogliere dati del potenziale cliente che possano essere utili per il nostro business, come l’e-mail.
Una mail, infatti, ha un valore decisamente più alto di un like.
Facebook riconosce il “like”-bait
L’algoritmo di Facebook è ormai in grado di comprendere quando, proponendo un contenuto, cerchiamo di ottenere un “mi piace” o una “condivisione” e ne penalizza la portata organica.
Cerchiamo quindi di rendere implicita la volontà dell’utente, che deve poter condividere il nostro post in quanto utile (per lui o per i suoi amici). Il focus passa sulla qualità.
Sperimentate sempre
Testare e sbagliare è ormai essenziale. Provate ad utilizzare i “target post” con diverse formule di pubblico oppure provate contenuti diversi, sfruttando tutte le possibilità offerte da Facebook.
Potreste trovare la formula giusta, anche se verosimilmente non avrà vita lunga!
Occhio all’interazione
Diminuendo l’engagement, è fondamentale che l’interazione esistente sia di alto livello: rispondere sempre ai commenti degli utenti, interagire con i fan in maniera appropriata (pare che anche questo faccia bene alla reach) e non limitatevi a rispondere alle domande, bensì proponetene sempre di nuove stimolando il dialogo, anche nei commenti.
Spazio alla programmazione
Diventa sempre più importante una corretta strategia rispetto al tempismo con cui proporre i contenuti di una pagina.
Fondamentale lo studio degli Insight, per capire qual è il momento perfetto per condividere i contenuti con la propria rete di contatti e, conseguentemente, la programmazione dei post, anche nei week-end, per far sì che la nostra voce sia sempre ascoltata senza momenti di “silenzio”.
Siate umani
E’ forse la prima e più antica regola dei social, ma vale (forse ancor di più) anche in questo momento particolare per Facebook e per la portata organica dei post.
Con una fan page va comunicato un messaggio utile, non orientato sempre alla vendita e alla promozione, e che viene da una persona e per le persone. Fate diventare il vostro brand umano, divertitevi e fate divertire e trovare un modo per emergere nel mare di voci che popolano il news feed.
E voi? Come state combattendo la riduzione della portata organica dei vostri post?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Francesco Turturiellohttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngFrancesco Turturiello2014-05-19 16:41:582014-05-19 16:41:58Facebook: le nuove regole per combattere la riduzione del reach
Ogni giorno sentiamo notizie riguardanti le nuove prodezze dell’IoT (Internet of Things) e dei nuovi wearable device che ci consentono di leggere email e messaggi in qualsiasi modo ed in qualsiasi luogo. Le nuove tecnologie dovrebbero avere come scopo principale quello di migliorarci la vita e semplificarcela ma, molto spesso, queste nuove tecnologie vengono pensate per scopi futili e solo apparentemente migliorativi.
Ultrasonic Sight è un dispositivo wearable pensato e realizzato per migliorare la vita dei disabili sensoriali della vista che, in combinazione con un normale bastone da passeggio, permette di rilevare ostacoli o dislivelli in qualsiasi condizione ambientale e di luminosità.
Questa soluzione tecnologica, il cui prototipo è stato realizzato utilizzando un comunissimo Arduino, è stato realizzato da Fabrizio Lapiello (LapielloSolutions) un ambizioso quanto preparato laureando in informatica di 26 anni che ha ideato e progettato il nuovissimo dispositivo (presto in commercio con un design pensato ad hoc ed un costo indicativo, almeno nella fase iniziale di vendita, di circa 1000 Euro).
Ultrasonic Sight ha come scopo principale quello di consentire ai disabili sensoriali della vista una percezione dello spazio circostante maggiormente accurata in qualsiasi condizione ambientale. Il device consente il rilievo di ostacoli e/o dislivelli ad una distanza massima impostabile tra i 3 cm ed i 4 metri grazie ad un Hardware proprietario (come anticipato il prototipo è stato realizzato con Arduino per contenere i costi di sviluppo) ed un sistema di algoritmi sviluppati da Fabrizio per il rilievo degli ostacoli e del fondo stradale sconnesso, gradini in discesa ed in salita. Il dispositivo viene alimentato con una batteria alcalina da 9 Volt quindi di facilissima reperibilità e dal costo irrisorio.
Il funzionamento del device è piuttosto semplice ma allo stesso tempo estremamente efficace. Ultrasonic Sight emette un suono in base alla distanza dell’ostacolo, più l’ostacolo è vicino e più il suono sarà forte ed intenso mentre se l’ostacolo è lontano (al massimo 4 metri come citato in precedenza) il suono sarà più flebile e il device emetterà una leggera vibrazione consentendo a chi lo indossa di evitare il pericolo.
Uno degli aspetti più critici del funzionamento sarà sicuramente il tempo di risposta (lasso di tempo che intercorrerà tra l’individuazione dell’ostacolo da parte dei sensori e l’emissione del suono) ma siamo sicuri che Fabrizio non ci deluderà! Ultrasonic Sight appartiene a quel settore della tecnologia wearable pensata per migliorare realmente la vita delle persone, soprattutto di quelle che ne hanno bisogno.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Andreahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngAndrea2014-05-19 15:50:382014-05-19 15:50:38Ultrasonic Sight: il dispositivo wearable che migliora la vita!
Bentrovati cari guerrieri Ninja all’appuntamento fisso con la creatività! I migliori annunci stampa provenienti dalle agenzie di tutto il mondo!
Up at the O2: Gaze
Scalare lo stadio O2 Arena di Londra sembra essere una grande impresa. Questa campagna stampa richiama lo stile grafico dei primi del 900, quando tutte le imprese umane erano esaltate al massimo livello. La composizione si avvicina molto alle affiches di grandi esecutori di inizio secolo (uno su tutti, Cassandre) in puro stile Art Dèco.
Advertising Agency: VCCP, London, UK
Creative Director: Marcus Woolcott
Art Director: Ben Ducker, Marcus Woolcott
Copywriter: Sam Whigham
Illustrator: Mads Berg
Bahia Government: Seat belt
Indossare la cintura di sicurezza può salvarti la vita e può farti evitare le gravi conseguenze di un incidente stradale.
Advertising Agency: Leiaute, Salvador, Brazil
Creative Directors: Raul Rabelo, Carlinhos Andrade, Rodrigo Soares, Victor Azevedo
Art Directors: Davi Voss, Will Vieira
Copywriters: André Lima, Will Vieira
Illustrator: Davi Voss
L’Angelica anti dandruff shampoo: Ski runs
Queste print ironiche si giocano sull’accostamento neve-forfora. La folta chioma dei due personaggi è formata dai tracciati delle piste di sci e degli impianti di risalita. In caso di Forfora usa i prodotti L’Angelica.
Advertising Agency: Leo Burnett, Milan, Italy
Creative Directors: Francesco Bozza, Alessandro Antonini
Art Director: Luca Ghilino
Copywriter: Giovanni Salvaggio
Illustrator: Azzurra Bacchetta
Domino’s Pizza: Fail
Hai scaricato la ricetta da un blog seguitissimo, ti sei impegnato ai fornelli, ma il tuo tentativo non assomiglia neanche lontanamente al pranzo che volevi preparare. Quando ormai il danno è compiuto ti rimane una sola cosa da fare: Pizza d’asporto Domino’s!
Advertising Agency: Artplan, Rio De Janeiro, Brazil
Chief Creative Officer: Roberto Vilhena
Creative Directors: Alessandra Sadock, Gustavo Tirre, Leonardo Marçal
Art Director: Augusto Correia
Copywriters: Henrique Louzada, Pedro Rosas
Photographer: Rudy Huhold
Panasonic: Cow/Car/Soldier
Care mamme, il nuovo aspirapolvere Panasonic è talmente potente, che scova e risucchia tutti i giochini dei vostri pargoletti, anche quelli più nascosti,
Panasonic EcO max light 400, là dove nessun altro aspirapolvere si è spinto prima!
Advertising Agency: Y&R, Auckland, New Zealand
Executive Creative Director: Josh Moore
Creatives: Tom Paine, Carlos Savage, Mark Tallis, Cameron Dowsett
Associate Creative Director: Tom Paine
Visual Effects: Will Brand
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Karokihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngKaroki2014-05-19 13:00:052014-05-19 13:00:05Giocattoli, sci e pizza: i migliori annunci stampa della settimana
Dopo aver presentato i primi due speaker del TEDxMatera, ovvero Federico Ferrandina e Alex Giordano, abbiamo avuto il piacere di confrontarci anche con un’altra personalità di rilievo nella panoramica internazionale: Barbara Serra, sicuramente tra le giornaliste più influenti nella nostra società.
Chi è Barbara Serra
Barbara Serra è una giornalista televisiva con dieci anni di esperienza presso i più prestigiosi canali all-news internazionali. Dal 2006 conduce il TG dalla sede di Londra per Al Jazeera English, il canale in lingua inglese del gruppo televisivo Arabo, Al Jazeera. È anche corrispondente per Al Jazeera, e ha fatto reportage da tutta Europa, da Washington DC e dal Medio Oriente, dove ha preparato vari servizi da Israele, la Cisgiordania e Gaza. Nel 2009 ha seguito il viaggio del Papa Benedetto XVI in Terra Santa, diventando la prima giornalista di Al Jazeera a viaggiare sul volo Papale. In precedenza, è stata corrispondente per Sky News dal 2003, lavorando su storie di cronaca britannica ed internazionale. Fra i vari incarichi, è stata inviata a Roma per la morte di Papa Giovanni Paolo II e in California per il processo di Michael Jackson.
Nel 2005 ha iniziato a condurre il TG per Channel 5 (prodotto da Sky News) diventando la prima conduttrice di TG non di madre lingua inglese sulla televisione Britannica. Barbara ha iniziato la sua carriera nel 2000, alla sede generale della BBC a Londra, come collaboratrice per il programma Today su BBC radio 4, e poi come collaboratrice/reporter per BBC London News, il servizio regionale TV e Radio della BBC per Londra. Barbara collabora spesso anche con i media italiani. Nel 2011 e 2012, ha condotto due stagioni di “Cosmo”, programma di divulgazione scientifica domenica sera su Rai Tre. Dal 2007 partecipa da Londra al programma TV Talk su Rai Tre.
Per la carta stampata, Barbara ha scritto vari articoli per il Magazine del Corriere della Sera toccando, fra i vari argomenti, il tema del femminismo in Italia e la situazione nella Striscia di Gaza. Barbara è nata a Milano da genitori italiani, ma è cresciuta all’estero, prima in Danimarca e poi in Inghilterra. Ha una laurea in Relazioni Internazionali dalla London School of Economics e un Masters in Giornalismo dalla City University a Londra.
In base alla sua esperienza, com’è possibile contribuire oggi al giornalismo italiano?
“Vorrei fare una premessa: esiste un po’ il mito che in Italia non ci sia la Stampa libera. C’è da dire invece che in Italia ognuno è libero di dire ciò che vuole senza il pericolo che venga picchiato o arrestato, cosa che invece succede, come stiamo vedendo, per esempio in questo momento in Egitto, che tiene in prigione quattro dei nostri giornalisti da mesi e mesi. Perciò non è corretto dire, come si sente a volte, che l’Italia non sia un Paese libero. I giornali sono un business e il pubblico dovrebbe sempre tenerlo a mente. Ci sono sicuramente dei conflitti di interessi più gravi di altri, ma questo dipende da particolari leggi che esistono in alcuni Paesi e in altri no. In Italia c’è molta, troppa influenza politica sulle testate giornalistiche sia tv che stampa. Perciò come si può fare giornalismo in Italia? In Italia ci sono tante storie incredibilmente rilevanti, l’Italia è un Paese molto stimolante per un giornalista, che non può mai annoiarsi qui. Certo, ci vuole anche coraggio in Italia a fare questo lavoro più che in altri luoghi.
Per quanto riguarda l’indipendenza dei gruppi editoriali anche fuori dall’Italia si assiste a una condizione per cui ci sono interessi partitici e sono solo questi, nelle forme più importanti, a costituire un reale problema per la gente. Anche all’estero è così. Anche in America è così, dove i giornali più che legati ad una politica sono impostati ideologicamente, cosa che di per sé non costituisce un problema, in quanto si possono avere idee di destra o di sinistra ma mantenere comunque una posizione neutrale nel trattare una notizia. Dobbiamo perciò avere fiducia nel pubblico aiutandolo a capire cosa sta leggendo, ma dobbiamo lasciare che ognuno scelga liberamente il proprio canale di informazione.
In Italia si può contribuire al giornalismo, quindi, trovando storie di inchiesta e cronaca che veramente sappiano cambiare poco a poco il sistema”.
Che tipo di formazione è necessario avere per lavorare nel mondo dell’informazione?
“Molti dei colleghi che ho avuto in posti importanti, come Al Jazeera o Sky News, non hanno neanche la laurea. Io credo che il giornalismo non sia un lavoro, ma un mestiere.
Il nostro lavoro è raccontare il mondo e dire davvero cosa sta succedendo; per farlo non hai bisogno di una laurea. Naturalmente ci sono alcune cose che devi imparare per non finire in galera e non far male qualcuno, ma quello lo impari in tre mesi. Perciò se mi chiedi qual è la formazione che bisogna avere, ti rispondo: vivere, guardarsi attorno, essere curioso, essere intelligente, saper scrivere correttamente, andare veramente a scovare nei dettagli e non essere superficiale, chiedere tutti i pareri legati ad una storia, ricordarsi che ci sono sempre tantissime versioni di un evento e mai solo una, essere coraggiosi, essere pronti ad avere la mente aperta.
Il mondo del giornalismo è diventato talmente tanto competitivo che sta passando l’idea che fare il giornalista sia come fare l’avvocato o il medico. Ma non è così, considerando che per fare uno stage è richiesta la Scuola di Giornalismo, Nel mio libro, Gli italiani non sono pigri, ho parlato con tanti ragazzi italiani e a proposito di questo sbarramento uno di loro ha affermato che sia “come pagare una tangente”. Dal mio punto di vista questo sistema è sbagliato, perché il giornalista, per definizione, deve riflettere molto sulla propria società. Se si chiede di conseguire una laurea, un’altra laurea, un post laurea, poi uno stage, si stai selezionando chi, con i soldi di famiglia, poteva permettersi tutti questi passaggi e si sta tagliando via quelli che magari a diciotto anni erano andati a trovarsi un lavoro e magari a venticinque hanno un’idea più chiara di come davvero funziona la società.
Pensa che a Londra non c’è neanche l’albo dei giornalisti”.
Cosa pensa dell’affermazione “I giornali sono in crisi, ma il giornalismo non è mai stato meglio” di Alan Rusbridger di due anni fa?
“Io ho iniziato a lavorare come giornalista nel 1999, quando c’erano molte meno opzioni rispetto ad ora. Basta pensare che oggi solo la tv ha moltissimi canali di all news rispetto al passato, o che la radio ha i suoi canali digitali e che, se i giornali sono in crisi, non lo è l’esigenza di scrivere, di avere un blog, di fondare una testata, di studiare come la gente si fida di questi canali.
Ma le cose stanno cambiando e per me, quando questo avviene, significa che allora si stanno aprendo più opportunità. Sta tutto cambiando. Non è più il momento di sognare di condurre il tg delle 20:00, perché tra qualche anno non esisterà neanche più il tg delle 20:00. Oggi il giornalista deve guardare al futuro, non pensare al passato. Facebook, per fare un esempio, è stato inventato da un ragazzo che ha cambiato il mondo per quanto riguarda i contatti sociali, ma chi mai avrebbe detto “da grande voglio fare qualcosa come Facebook”? Il cambiamento importante è arrivato da un giovane. Ecco perché sono completamente d’accordo con Alan Rusbridger”.
A suo parere, quanto i social media aiutano la diffusione delle idee scientifiche ed innovative?
“C’è un pericolo sui social media: la gente segue solo le cose a cui è interessata e non segue gente che non pensa come loro. Quindi seguire persone interessanti significa seguire persone con cui vai d’accordo. Non c’è niente di male in questo, ma ti stai chiudendo.
Per fare un esempio: il direttore del Tg1 sceglie ogni giorno le sette, otto storie che sono più importanti da far conoscere al pubblico italiano quel giorno. Questo è il lavoro di un direttore di un telegiornale. Su Twitter sei tu che scegli la scaletta delle notizie da seguire, quindi se puoi scegliere di seguire le persone che la pensano come te sui temi che più ti interessano, non necessariamente avrai un’immagine di quelli che sono i temi più importanti in assoluto.
Per fare un altro esempio, fino a qualche anno fa nessuno seguiva l’economia, poi c’è stata la crisi dell’Euro e adesso ci troviamo dove sappiamo. Perciò i social media, in questo senso, conservano il pericolo che la gente si chiuda e segua le mode del momento“.
Può darci qualche anticipazione dall’intervento che terrà ad TEDxMatera?
“Rispetto al tema dell’Ancient Future è interessante parlare di Matera rispetto alla sua storia perché, lavorando da Al Jazeera e avendo origini meridionali -mia madre è siciliana-, posso dirti che noi mediterranei che siamo abituati a considerare come “antiche” le cose che viviamo e lo diamo quasi per scontato. Ho letto su internet la lista dei luoghi più antichi e ho scoperto che in Siria c’è una delle città più antiche del mondo, poi c’è Atene, poi c’è l’Egitto, c’è Gerusalemme, c’è la Terra Santa, e alla luce di queste scoperte il nostro concetto di’antichità cambia di connotazione. Se infatti consideriamo Grecia, Siria, Israele, Palestina, Egitto e Italia ci rendiamo conto che l’antichità, com’è stato nel vostro straordinario caso, non è garanzia di successo.
Tutto questo ci porta al tema del Cambiamento: non vuol dire infatti che avere una grande storia significhi avere un grande presente e sto cercando quindi di interpretare l’Ancient Future rispetto alla necessità di rinnovare il Paese, di cambiare la società, di cambiare la mentalità.
L’argomento principale è che noi, in Italia, guardiamo molto al sistema anglosassone che è riuscito a diventare dinamico, competitivo e, nonostante tutti quanti i suoi difetti, comunque ha successo.
Allora io paragonerò questo sistema, in cui sono cresciuta e che conosco, con quello italiano e userò la parola d’ordine di questo momento, che è “meritocrazia”. Tutti ne parlano come la soluzione ai nostri problemi, perché è giusto, ma nessuno parla davvero di che cosa sia la meritocrazia.
Dopo vent’anni che lavoro a Londra posso dirti che la meritocrazia è molto più spietata di quanto ne parlino in Italia, perché la meritocrazia non premia i bravi, ma i migliori. Ma per diventare il migliore devi saper competere e devi riuscire ad alimentare un’ambizione che hai dentro. Noi in Italia invece parliamo di meritocrazia come se fosse un antidoto a tutto, ma non capiamo cosa voglia dire.
La meritocrazia premia la competività, il lavoro e l’ambizione. A Londra arrivano ogni giorno cinquemila persone nuove, tutte con un curriculum. Ogni giorno arrivano cinquemila curriculum nuovi e bisogna scegliere il migliore. Gli altri poi si rimettono in gara, una delle grandi differenze tra Non si può dire che a Londra possa contare il curriculum, quindi. Una delle più gradi differenze tra un giovane italiano e un giovane inglese è proprio nella questione della mentalità, perché bisogna saper competere, saper perdere e saper rimettersi in gioco. Gli italiani tendono ad arrendersi alla prima sconfitta.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Shimoarikuhttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngShimoariku2014-05-19 13:00:012014-05-19 13:00:01TEDxMatera: l’Ancient Future per Barbara Serra [INTERVISTA]
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