Alessio Beltrami: vi spiego come creare valore e vendere attraverso i blog aziendali

Tutte le stime e le statistiche più recenti convergono: nonostante il passare del tempo, i blog rimangono una delle levi di awareness, branding e lead generation più efficaci all’interno delle strategie digitali di marche, aziende e persone. Ma come progettare e gestire corporate blog di successo, capaci di attrarre e trattenere le persone sui contenuti proposti? Abbiamo avuto il piacere di trattare di questo e altri temi con Alessio Beltrami, founder di blogaziendali.com e autore del recentissimo manuale “Come Vendere con il Blog Aziendale”, edito da Dario Flaccovio Editore. E’ nata una discussione molto interessante, che abbiamo il piacere di proporvi: pronti per conoscere tutti i segreti del corporate blogging? 😉

Ciao Alessio, benvenuto su Ninja Marketing. A cosa serve un blog aziendale per brand e imprese?

Per un’azienda (piccola o grande che sia) il blog rappresenta la soluzione migliore per costruire da zero un vero media proprietario.

Questo rende la voce dell’azienda autorevole, dando un peso maggiore al messaggio che verrà veicolato attraverso i contenuti. Inoltre un blog permette di misurare molti aspetti frutto dell’interazione consumatore – blog.

Di conseguenza i dati a disposizione permetteranno di avere una comprensione approfondita di abitudini e comportamenti del consumatore a contatto con il messaggio aziendale. Per l’azienda significa raccogliere informazioni preziose che la aiuterano a capire meglio chi è e cosa cerca il consumatore.

Quali sono le competenze più interessanti per progettare e gestire un blog aziendale di successo?

Pur non occupandomi direttamente di progettazione direi che la capacità di realizzare un blog orientando ogni singola scelta verso l’usabilità sia uno degli elementi più importanti lato progettazione.

Infatti, quando il design e la struttura di un blog vengono pensati per facilitare la vita del lettore (fargli trovare quello che cerca in modo semplice), tutti gli sforzi fatti per generare traffico e creare contenuti si traducono in risultati.

Per la gestione identificherei come competenze “soft” quelle legate alla scrittura (web writing), quindi tutto ciò che ha a che fare materialmente con la creazione dei contenuti. Un po’ più complesse le competenze che implicano scelte strategiche, dove è necessario avere una visione più ampia e un’esperienza che copra sia le competenze di comunicazione (definizione del messaggio, strategia di comunicazione) e sia quelle di marketing (utilizzo di strumenti di marketing online, integrazione con il marketing offline). Spesso però noto come una delle maggiori carenze nella gestione di un blog non abbia a che fare con una formazione specifica (marketing, comunicazione, digital), ma con una mancanza di sensibilità.

La gestione di un blog richiede una grande sensibilità umana per coordinare le risorse coinvolte, ascoltare i segnali diretti e indiretti provenienti dai lettori e agire nell’interesse comune e non animati da convinzioni o gusti personali.

Tutte le competenze tecniche si possono compensare e migliorare nel tempo, ma di fronte a una mancanza di sensibilità umana c’è ben poco che si possa fare per salvare un blog aziendale.

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In che modo è possibile definire contenuti digitali efficaci, da veicolare attraverso il blog aziendale?

Il contenuto efficace è quello che genera risultati. Le sue caratteristiche non hanno a che fare con tecniche di copywriting, buona scrittura o altre considerazioni di questo genere. Il contenuto efficace è quello che avvicina il lettore guadagnando la sua fiducia, superando ogni barriera e allontanando i dubbi dalla sua mente. Quando accade il consumatore volontariamente concede il suo tempo (legge) e condivide informazioni personali (fornisce i dati per essere contattato) e quando questo processo arriva a compimento il consumatore fa il passo decisivo finale dicendo “Sì, voglio un appuntamento” oppure “Sì, voglio acquistare”, ecc.

Negli anni ho capito che questo processo funziona nella misura in cui la natura dei contenuti riesce a soddisfare domande che non trovavano risposta altrove offrendo una motivazione che rende unica la soluzione. Questi elementi combinati creano un contenuto che non ha rivali (online come offline). Infatti, quando il contenuto risponde a una mia necessità, funziona dove gli altri hanno fallito e mi fornisce tutti gli elementi per capire che quello che ho appena letto non è una delle tante pagine di Wikipedia, ma una risorsa che non troverò altrove, ecco, in quel momento da consumatore voglio saperne di più e mi avvicino per primo all’azienda. L’esatto contrario di quello che accade solitamente quando veniamo rincorsi da messaggi insistenti che non abbiamo scelto di ricevere e dai quali cerchiamo di “proteggerci” scappando.

3 consigli per scrivere CTA che funzionano online.

La CTA è ciò che trasforma un buon contenuto in un vero strumento di marketing. Senza le CTA i contenuti faticano a generare clienti.

Mi piace pensare alla CTA come alla prescrizione di un medico specializzato. Hai pagato per la tua visita dallo specialista, hai fatto la coda, lui ha guardato i tuoi esami e ti prescrive la cura con decisione e senza troppe formalità. “Lei da stasera prende questi farmaci e torna a farsi vedere tra un mese.” Lo ascolti perché ti fidi di lui, perché hai un problema che vuoi risolvere e perché sai che eseguire l’ordine ricevuto è nel tuo stesso interesse. Senza un problema da risolvere non c’è CTA e senza fiducia non ci sono click.

Direi che una CTA sul blog aziendale dovrebbe sempre essere:

  1. Improntata al beneficio di chi legge: chiedi chiaramente, ma sottolinea sempre cosa ci guadagnerà il lettore, spiega chiaramente in che modo avverrà. Es. Scarica ora l’ebook gratuito e inizia subito a generare clienti con un blog.

  1. Diretta: non puoi permetterti il lusso di essere vago in una CTA. Dritto al punto. Le cose non sono complicate, siamo noi che le complichiamo pensando più del dovuto. Less is CTA 😉 Impara da chi genera profitto online e adatta al blog, quando su un e-commerce il consumatore deve pagare gli si dice “Paga Ora” quando deve scegliere un prodotto gli si dice “Metti nel carrello” e così via. Fallo anche sul blog, dritto al punto senza dilungarti perché quando quello che chiedi di fare è nell’interesse del lettore fornirgli un’indicazione chiara significa fargli risparmiare tempo e questo è il miglior regalo che tu possa fargli.

  2. Contestualizzata: la CTA non è parte del contenuto, è un’integrazione. Per questo dovrebbe essere sempre usata con grande attenzione. La pertinenza è importante. Supponiamo che ci siano più CTA pensate per obiettivi diversi (iscrizione alla newsletter, prenotazione di versione trial gratuita, download dell’ebook ecc) è necessario sfruttare il contesto più adatto per ogni messaggio. Questa è una riflessione che riguarda anche la posizione della CTA. Ad esempio, alla fine di un lungo articolo ho motivo di pensare che arrivi chi ha trovato buone motivazioni per leggere e che dopo la lettura abbia più elementi per valutare chi ha di fronte, più elementi che costruiscono una fiducia maggiore. Teoricamente* una buona posizione per posizionare una CTA.

* Teoricamente, perché sono sempre i numeri reali che grazie a test continui ti offriranno la soluzione, qui ho fatto un esempio basato su esperienza diretta e sul buon senso, ma contano solo i dati ottenuti sul tuo blog.

Quali sono le principali metriche – e i conseguenti KPI – da monitorare? Ogni quanto farlo?

Misurare è un dovere, non un optional. Non farlo significa non avere un quadro oggettivo della situazione e non individuare margini di miglioramento (a volte con poco si ottengono miglioramenti notevoli).

Cosa misurare dipende chiaramente dagli obiettivi per cui è nato il blog. Ne elenco alcuni… Lead Generation, supporto e costruzione di una community online, supporto dei sistemi offline di customer service, copertura mediatica. Ne ho elencati solo alcuni per mostrare come un blog aziendale possa essere sfruttato in direzioni differenti. In alcuni casi la misurazione è unicamente interna (visite, iscritti, commenti), ma in molti casi richiede una comparazione con situazioni esterne. Ad esempio, cosa succede al customer service tradizionale (il numero verde) quando il blog in tempo reale pubblica informazioni utili che rispondono alla maggior parte dei dubbi e delle domande dei consumatori? Quanto risparmio permette di ottenere alleggerendo la forza lavoro necessaria per i sistemi tradizionali di assistenza clienti?

Per le tempistiche, un report mensile chiaro e focalizzato sui punti di interesse è un buon punto di partenza per capire cosa sta succedendo e in che modo i contenuti stanno contribuendo.

Grazie davvero Alessio per queste importanti indicazioni: amici Ninja, avete altri consigli, buone pratiche o esperienze personali da condividere? Non esitate e scrivetecelo nei commenti: life is for sharing, isn’t it? 😉

Cinque professioni a rischio povertà, il lavoro a meno di mille euro al mese

Lo dice chiaramente l’Istat, sono professionisti che guadagnano meno di mille euro al mese. Architetti, veterinari, geometri, agronomi e psicologi che vivono con un reddito lordo vicino ai 985 euro al mese. Si può certamente parlare di soglia di povertà, considerato che per le partite Iva non sono previste né indennità di disoccupazione o cassa integrazione. Appare evidente anche la fascia generazionale investita dal fenomeno: il reddito lordo decresce in proporzione all’età del professionista. L’italia non è un paese per giovani? No, semplicemente se sei giovane guadagni meno. E, nessuna sorpresa, se sei donna il tuo reddito scende ancora.

Le cause

Il numero degli iscritti agli ordini professionali è aumentato ma il lavoro diminuisce, complice la crisi dei mercati, rendendo la figura del professionista decisamente meno appetibile per le nuove generazioni, tanto che il crollo delle iscrizioni ai corsi universitari riflette il gap nel numero di laureati in Italia rispetto agli altri paesi europei.

Eppure le chiare direttive contenute nella strategia Europa 2020 puntavano a trasformare quella europea nella “economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale“.

Guadagnare meno di mille euro al mese: gli architetti

Il 40% degli architetti iscritti all’ordine è di sesso femminile, ma il reddito lordo di una donna è di 12.546 euro, a fronte dei 20.071 euro dichiarati dai suoi colleghi uomini. Magra consolazione per i maschietti, il lavoro dell’architetto, con un reddito lordo medio di 17.063 euro all’anno, si attesta molto vicino alla soglia di povertà indicata dall’Istat ed evidenzia un dato preoccupante riguardo all’invecchiamento progressivo della professione:  la percentuale di architetti con meno di 40 anni si è ridotta dal 39% a meno del 33% tra 2010 e 2013.

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Vicini alla soglia di povertà, gli psicologi

Nonostante il reddito lordo medio dichiarato nel 2012 sia rimasto sostanzialmente invariato nell’anno successivo, la cifra dichiarata è di  15.871 euro lordi, in calo di circa 200 euro rispetto al calcolo del 2007. L’aspetto più negativo riguarda la forbice dei guadagni tra gli over 40 e i più giovani: nel 2007 i giovani dichiaravano un reddito pari a 11.929 euro, in netto calo rispetto alla cifra del 2012, 9.063 euro l’anno.

Agronomi e forestali

Se sei un giovane under 40 iscritto all’ordine degli agronomi e forestali, guadagni 15.735  lordi all’anno, a fronte dei 29.056 euro dichiarati da un professionista adulto. Sul totale degli iscritti, le circa 4 mila colleghe donne, pari al 18% dei professionisti, dichiarano un imponibile medio di 15.185 euro, rispetto ai 25.688 degli agronomi uomini.

I geometri

Molto vicini alla soglia dei mille euro al mese i geometri: nel 2012 hanno dichiarato un reddito medio lordo di 18.826 euro, in calo del 5% rispetto all’anno precedente e del 10% rispetto al 2007. Anche in questo caso l’analisi dettagliata del reddito evidenzia una grossa disparità tra l’imponibile dichiarato dagli uomini e dalla donne (circa 3.000 euro su base annua) e, in generale, conferma la tendenza alla correlazione età/reddito lordo, in una categoria che conta oltre 94.951 iscritti.

I veterinari

In crescita del 6% il reddito medio dichiarato dalla categoria dei veterinari. Unica professione che ha rilevato un aumento dell’imponibile, seppure solo dell, 1,78%, rispetto ai dati raccolti nel 2007, registrando anche una crescita vicina al 10% nel numero degli iscritti. Nonostante il dato positivo, guadagnano meno di mille euro al mese i giovani under 40, con 10.2016 euro su base annua.

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Licenziamenti e dimissioni milionarie del 2014

Anche gli amministratori delegati piangono, le dimissioni più discusse del 2014

Ricordate il famoso caso del licenziamento del CEO di Groupon nel 2013 ? Subito essere stato licenziato, Andrew Mason, mandò una mail di addio a tutti i dipendenti dal titolo “I was fired today”.

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Come è capitato al povero Andrew Mason nel 2013, anche quest’anno non sono mancate occasioni per lasciare poltrone milionarie vuote, come sempre in questi casi, con rumors annessi. Abbiamo selezionato alcuni dei casi più discussi, sia tra i manager italiani, che tra le aziende straniere.

Luca Cordero di Montezemolo e l’addio a Ferrari

Appena rientrati dalle vacanze, o dagli yatch nel caso di Luca, ci siamo imbattuti nella notizia di un licenziamento nell’automotive, il caro Marchionne (che a sua volta ha annunciato l’addio a Fiat entro il 2018 ) ha dato il bel servito all’allora amministratore delegato di Ferrari. Poco male, oltre ai già incassati  110 milioni di euro dal cavallino rampante, la buona uscita da 13 milioni e clausola di non concorrenza per altri 13 milioni circa.

Patrizio di Marco e consorte salutano i vertici di Gucci


La più recente notizia di dimissioni, o meglio licenziamento, riguarda l‘amministratore delegato di Gucci, Mr. Patrizio di Marco e consorte. Ebbene sì, nel mondo della moda capita spesso (vedi Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti), che la coppia amministratore-direttore creativo sia non solo legata lavorativamente, ma anche sentimentalmente, come in questo caso. Infatti Frida Giannini da 12 anni a capo della direzione creativa della doppia G, è stata licenziata contemporaneamente al padre della neonata Greta, Patrizio di Marco appunto. I giri di poltrone tra i direttori creativi sono un must del fashion system, Patrizio di Marcoad esempio era atterrato in Gucci dopo il successo di un altro brand del gruppo Kering, il marchio famoso per la pelletteria intrecciata: Bottega Veneta.

Doppio addio per Paolo Scaroni da Eni e Assicurazioni Generali

Da sempre nelle classifiche dei manager più remunerati in Italia, e tra i più chiacchierati per varie vicende giudiziarie, per Paolo Scaroni il 2014 ha significato doppie dimissioni, a maggio per Eni, ad ottobre da Assicurazioni Generali.

Il patron di Luxottica saluta Alessadro Guerra

Forse il licenziamento più inaspettato, se non altro per i risultati più che positivi e sempre in crescita di Luxottica, è stata appunto la notizia dell’addio di Alessandro Guerra per mano del fondatore Leonardo del Vecchio. I giornali si sono sbizzarritti sui motivi del divorzio, sicuramente si è trattato di un mancato allineamento tra il manager e il fondatore, ma i temi su cui possono essere effettivamente avvenuti gli scontri vanno dall’accordo con Google per i Google Glass, ad un presunto corteggiamento per una candidatura politica da parte del premier Renzi.

Ferruccio De Bortoli non dirigerà più il Corriere della Sera

Bye bye RCS, dopo 12 anni di direzione, si sono ufficializzate le dimissioni a partire dalla primavera del 2015, dopo l’approvazione del bilancio, con una buona uscita di 2,5 milioni di euro. Pare sia stata un’uscita volontaria e consensuale, nuovamente termini da legame sentimentale, perchè alla fine, a maggior ragione per un progetto editoriale, il direttore è responsabile con la propria firma della linea intrapresa, ed ovviamente delle responsabilità derivanti.

Il saluto a Mark Sebba da 11 anni a capo di Net-à-Porter

Il luxury e-commerce inglese Net-à-porter, ha salutato l’amministratore delegato Mark Sebba nel modo più unconventional.Una mega festa a sorpresa che i dipendenti hanno organizzato negli uffici di Londra, in video conferenza con le altre sedi in giro per il mondo, sulle note di “The man” di  Aloe Blacc.

 

Mal comune per i fondatori di American Apparel e Tinder

Sean Rad per Tinder e Dov Charney per American Apparel sono stati entrambi recentemente estromessi dal ruolo di CEO si vocifera per accuse di molestie sessuali. 28 anni il primo, 45 il secondo, hanno fondato rispettivamente la application più famosa per il dating online e uno dei brand di abbigliamento americani più conosciuti al mondo. Entrambi hanno lavorato in settori diversi ma con idee di marketing sempre provocatorie.

Beneficenza e storytelling: il grande successo del GivingTuesday

givingtuesday

Il GivingTuesday è un’iniziativa filantropica sociale creata a New York dall’istituto culturale 92nd Street Y e dalla United Nations Foundation con l’obiettivo di incoraggiare le donazioni per beneficenza di privati, aziende e brand d’eccellenza.

Per il 2014 il giorno scelto è stato lo scorso Martedì 2 dicembre, data nella quale famiglie, imprese, organizzazioni no profit e studenti di tutto il mondo hanno unito le forze per celebrare la generosità. 

L’idea è tanto semplice quanto virale: tutti possono unirsi al movimento e tutti possono donare qualcosa, senza spendere necessariamente denaro. L’importante è donare.

Il GivingTuesday è nato nel 2012 e vede tra le organizzazioni fondatrici grandi nomi come Groupon, Microsoft, (RED), Unilever, le Nazioni Unite, Google, Cisco, l’UNICEF e la Case Foundation. Quest’anno hanno partecipato in quasi 18.000 partner tra aziende, istituzioni pubbliche, organizzazioni non profit e privati.

givingtuesday numeri

Ed è stata sorprendente l’incredibile crescita registrata quest’anno dal GivingTuesday: ben il 64% di denaro raccolto in più rispetto al 2013 (secondo le stime circa 46 milioni di dollari), senza considerare l’incredibile impatto che hanno avuto le azioni di volontariato che non hanno coinvolto esborso economico.

Proprio per questo motivo e per la vasta gamma di possibilità di donazioni e gesti di beneficenza che hanno caratterizzato il GivingTuesday, monitorarne l’effettivo impatto è estremamente impegnativo ed i risultati poco precisi. Ma la sempre maggiore rilevanza dell’evento sta portando sempre più i soci fondatori ad approntare schemi di analisi e di raccolta dei dati sempre più precisi, per poter misurare con accuratezza gli straordinari dati dell’evento, notevolmente d’impatto soprattutto sul ramo social.

In particolare, l’attività social connessa al GivingTuesday ruota attorno all’#UNselfie Movement. Gli utenti hanno avuto la possibilità di scaricare l’#UNselfie Toolkit, con tutti i trucchi e i suggerimenti per scattare una foto che rappresentasse lo spirito dell’evento legato al donare e poi caricarla su Instagram, Facebook e Twitter con hashtag #unselfie e #givingtuesday.

unselfie

I grandi brand, in particolare, si sono distinti per l’impatto avuto dallo storytelling, la vera costante di ogni iniziativa benefica rilanciata dai grandi partner dell’iniziativa.

Di seguito i risultati stimati del GivingTuesday di quest’anno comparati rispetto allo scorso:

2013 2014
Denaro totale raccolto *  28,09 milioni di dollari 45,68 milioni di dollari
Totale donazioni * 193.582 296.291
Totale organizzazioni non profit che riceveranno donazioni * 9.781 15.127
Donazione media * 145,11 dollari 154,18 dollari
Tweet #GivingTuesday † 269.000 698.600
Tweet medi per ora † 11.202 29.108
Ore di tendenza su Twitter negli Stati Uniti † 10 11

Neri Oxman lancia la sua collezione di wearables "spaziali"

Il team di Neri Oxman ha creato al MIT Media Lab una collezione di wearables stampati in 3D, ideati per facilitare i processi biologici. Un giorno, i rivoluzionari capi indossabili potrebbero infatti consentire agli esseri umani di sopravvivere su altri pianeti.

L’articolo “Neri Oxman creates wearables 3D-printed structures for interplanetary voyages” spiega che Oxman e i membri del Mediated Matter Group hanno collaborato con la compagnia di stampa Stratasys per realizzare strutture caratterizzate da diverse tipologie di rigidità, di opacità e di colore.

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Il progetto, intitolato “Wanderers: An Astrobiological Exploration”, include quattro wearables, immaginati per essere incorporati nella materia vivente. Creati attraverso la biologia di sintesi, questi capi potrebbero essere usati per dar vita a micro-habitat o sistemi che consentano agli esseri umani di esplorare altri pianeti del sistema solare. Ambienti che altrimenti potrebbero rivelarsi letali.

Le strutture indossabili incorporano tasche e apparati che possono ospitare materiali biologici, sinteticamente adattati per attuare cambiamenti chimici nell’atmosfera circostante. «Ogni singolo pezzo è pensato per contenere elementi di sostentamento vitale all’interno delle strutture 3D. – ha detto Oxman – La materia vivente incorporata è in grado di trasformare: l’ossigeno per la respirazione, i fotoni per la vista, la biomassa per l’alimentazione, i biocarburanti per il movimento e il calcio per il mantenimento delle ossa».

Il progetto è stato presentato all’EuroMold di Francoforte nell’ambito dell’esposizione “The Sixth Element: Exploring the Natural Beauty of 3D Printing”.

 

La collezione

L’articolo “An MIT Professor Is Creating 3D ‘wearables Skin’ to Help You Survive Outer Space” illustra l’intera collezione:

  • Mushtari – E’ stato progettato per interagire con l’atmosfera di Giove. Il pezzo, dall’aspetto tortuoso, è ispirato al tratto gastrointestinale umano. E’ un wearable che può consumare e digerire biomassa, assorbire i nutrienti, generare energia grazie agli zuccheri accumulati nelle tasche laterali ed espellere gli scarti.
  • Zuhal – L’articolo è stato creato per adattarsi alle tempeste di Saturno. Ha una superficie progettata per contenere batteri in grado di convertire gli idrocarburi del pianeta in sostanze edibili per gli esseri umani.
  • Otaared – Per il pianeta Mercurio è stata pensata una struttura che si comporta come un esoscheletro protettivo per la testa, per sopperire alla mancanza di atmosfera del pianeta. Il guscio contiene batteri calcificanti in grado di far sviluppare strutture ossee organiche.
  • Al-Qamar – L’elemento incorpora le caratteristiche della superficie lunare. L’interno contiene capsule per la purificazione dell’aria basata sulle alghe, e la raccolta di biocarburante per la produzione e l’immagazzinamento dell’ossigeno.

Il futuro dei wearables

«Con questa collezione, abbiamo realizzato capi sofisticati che contengono materia vivente in grado di interagire con l’ambiente.» – ha dichiarato Oxman – «Il futuro dei wearables, sta nella progettazione di augmented extensions dei nostri corpi in grado di attenuare i confini tra l’ambiente e noi stessi».

Nel corso della realizzazione, Oxman ha inoltre collaborato con il duo di designer tedeschi Christoph Bader and Dominik Kolb, per generare le forme dei capi indossabili basandosi su modelli di computational growth.

«Il team di Oxman è ora al lavoro per integrare cellule ingegnerizzate nei wearables, per scopi di functional augmentation» ha dichiarato Stratasys in una nota.

Quando gli user generated content fanno il resto del lavoro

Quale caratteristica hanno in comune Oreo con il tweet durante il black-out del Superbowl e la campagna di comunicazione di Coca Cola #shareacoke? Entrambe hanno saputo generare e sfruttare i contenti degli utenti per dare un messaggio aziendale.

Se ci si sofferma un attimo ad osservare tutte i contenuti attivabili sui social network, è chiaro come le potenzialità più elevate, sia per un brand sia per un’agenzia, siano da cercare in fotografie, testi, prodotti, creati dagli utenti.

Gli User Generated Content rappresentano, dunque, il trampolino di lancio delle strategie di marketing nel 2015, mettendo da parte campagne di comunicazione passive. Il loro punti di forza sono le passioni, dal momento che solo chi conosce il brand a fondo sa come interpretarlo, a volte meglio dei manager stessi.

Quando si sceglie di affidare la comunicazione ai propri consumatori, bisogna però fare molta attenzione ai particolari; ad oggi, infatti, diversi brand utilizzano i social network, in modo così massiccio da confondere gli utenti con contenuti tutti uguali, diventando così uno fra tanti.

I risultati, invece, si possono ottenere adottando alcuni accorgimenti al momento di definizione delle azioni strategiche.

Liberi di osare

Dato un tema, il principio degli UGC è quello di lasciare ai propri consumatori la parte creativa, ispirandoli ma, allo stesso tempo, lasciandosi ispirare.
L’esempio più virtuoso, in questo campo, è Lego, che ha dedicato un intero portale, Lego Ideas, alla creazione di set nuovi, suggeriti da utenti di tutto il mondo.


Il prodotto proposto dal brand di costruzioni è già di natura molto versatile ma, allo stesso tempo, hanno capito come coinvolgere in modo diretto, ponendo l’accento sulla fantasia e valutando singolarmente ogni progetto, con l’opportunità unica di vedere una propria idea diventare realtà.

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Creatività mai banale

Partendo dall’idea che tutti i brand per essere nella mente dei consumatori devono essere attivi su ogni social network, si trovano spesso pubblicati contenuti tra loro tutti uguali.
Photobooth, selfie con prodotti, sono strategie gettonate e che si vedono troppo frequentemente. La chiave deve essere racchiusa nella parola stupire. Un esempio da seguire potrebbe essere la strategia adottata da Applebee, una catena di ristoranti molto nota in America.
Il successo? aver creato un account Instagram open.

La strategia social di Applebee si basa sul repost, delle foto più belle, scattate dai propri fan. Non vengono creati contenuti, ma si affidano ai propri consumatori e alla loro ispirazione. Il premio in palio per una foto è una cena gratuita.

Passivo diventa passione

L’avvento di Youtube ha determinato lo sviluppo di contenuti generati dagli utenti e il tramonto della comunicazione classica; trasformare uno strumento passivo in una forma di comunicazione creativa, è una soluzione. Uno spot pubblicitario, ad esempio, può essere creato dai propri consumatori.

Trip Advisor è partito da questo concetto per creare le sue pubblicità, da sempre criticate per la scarsa originalità. Chi meglio di un affezionato utilizzatore, può cogliere, infatti al meglio l’anima del brand ed interpretarla, trasmettendo, molteplici significati condivisi da tutti.

Influencer per comunicare

Per parlare al proprio pubblico, ma soprattutto per essere credibili, bisogna lasciare la parola a persone vicine ai consumatori. Affidarsi ad un influencer, meglio se è lui stesso a scegliere il brand e non viceversa, rappresenta una garanzia della propria affidabilità, perchè conosce i propri followers, il linguaggio adatto per coinvolgerli, è indice di sincerità e una guida.

Pianificare per il prossimo 2015 una strategia basata sul concetto di User Generated Contentvuol dire dunque costruire una forte percezione del proprio prodotto sul mercato.
Coinvolgere significa creare, stupire e far parlare.

Cyber Monday, i consumi passano dal mobile

Cyber Monday? Mobile Monday!

Shopping a stelle e strisce

Thanksgiving, Black Friday e Cyber Monday sono tre feste americane celebrate a fine novembre. Se la prima è di una festa secolare, così non è per le altre due, le cui implicazioni sono prevalentemente commerciali.
Con il Black Friday prende ufficialmente inizio il periodo dello shopping natalizio, ed è caratterizzato da importanti sconti e promozioni; il Cyber Monday è il suo equivalente digitale.

Queste giornate sono uno specchio della propensione agli acquisti e della capacità economica dei cittadini a stelle e strisce, ma forniscono dati utili anche ai mercati del vecchio continente.

Qual è il dato saliente dell’annata 2014? Ce lo dice IBM.

Acquisti in traffico mobile

Il dato più significativo riguarda il sorpasso del traffico mobile su quello da computer: durante l’intero periodo, smartphone e tablet hanno registrato il 52% del traffico online.

In particolare, durante il Cyber Monday le vendite online sono cresciute dell’8,5% rispetto al 2013 e quelle da mobile del 27,6%. Il Cyber Monday diventa dunque il Mobile Monday, con il 41% del traffico e il 22% delle vendite.

Se scomponiamo il dato sul traffico, sono gli smartphone a prevalere con il il 28,5% sul totale; le parti però si invertono per gli acquisti, dove sono i tablet recitare la parte del leone con il 13% degli acquisti.

Andando oltre ai numeri, quello che è significativo è l’approccio che i rivenditori hanno adottato, “rendendo più facile trovare le offerte migliori ai consumatori in movimento.” (Jay Henderson, direttore de l’IBM Smarter Commerce).

Cyber Monday? Mobile Monday!

Multi-device

I dispositivi mobile sostituiranno dunque i computer? Più probabile che li affianchino. Il 59% del traffico online e il 78% delle vendite relativi al Cyber Monaday provengono dai pc, il che lascia spazio a qualche considerazione.

È facile immaginare come una comoda scrivania e un ambiente familiare possano favorire gli acquisti più ponderati, così come uno schermo più grande ed un mouse aiutino a confrontare le offerte. Rimanendo in tema casalingo, un altro scenario tipico può vedere una coppia rilassata sul divano, intenta a navigare su tablet tra le varie offerte.

La questione non è quanto puntare sull’uno o sull’altro device, ma sull’ottimizzazione dell’offerta tra essi. Le persone non si suddividono in categorie mutualmente esclusive, bensì in un’unica classe multi-device. Lasciando da parte last minute e acquisti di impulso, un’offerta viene vista e rivista, anche a distanza di tempo. Questo significa che passando da pc a mobile e viceversa, gli utenti devono trovare un ambiente familiare, simile a quello già visitato attraverso un altro dispositivo, ma ottimizzato per una navigazione differente, influenzata in primis dalla grandezza dello schermo. Qualunque sia il percorso di informazione e acquisto, è essenziale che il venditore proponga uno spazio virtuale ottimizzato per tutti i dispositivi, di modo che in qualunque situazione reale, il click digitale sia sempre agevole.

Rendere un sito responsive, ossia in grado di adattare i contenuti alla grandezza degli schermi, si profila come un investimento necessario per poter dialogare con i futuri acquirenti, di modo che trovino la strada spianata verso l’informazione e l’acquisto.

L’etichetta di Google

Ancora dubbiosi?

Sull’importanza dell’ottimizzazione dei siti per i dispositivi mobile si è recentemente espressa anche Google.

Vi abbiamo già parlato dell’aggiornamento globale nei risultati di ricerca: per facilitare la navigazione degli utenti, l’etichetta “Mobile-friendly” verrà abbinata ai risultati delle ricerche (snippet) che portano a pagine ottimizzate per la navigazione da smartphone e tablet.

Cyber Monday? Mobile Monday!

Inbound Marketing: fare business con i contenuti di valore

inbound marketing definizione

Capire come è cambiato e come sta cambiando il marketing nell’era digitale significa non sottovalutare il potere dei canali Inbound, che perseguono l’arduo compito di rendere un brand rintracciabile dai consumatori. Il sito web dell’azienda diventa il fulcro di tutto il successo di un business 2.0. 

“Non puoi solo chiedere alle gente cosa vuole e poi cercare di darglielo. Nel tempo che impiegherai per crearlo, vorranno già qualcos’altro” – affermava Steve Jobs.

L’Inbound Marketing fonda le proprie basi su una logica completamente opposta. E’ il cliente stesso che decide quali sono i contenuti di valore, quali sono le forme di comunicazione da tenere in considerazione, fornendo alle aziende gli strumenti utili per poter valorizzare il proprio brand. Come cogliere questi segnali? Non cercare, ma fatti cercare dai tuoi clienti. Ad oggi l’attenzione e la maggior parte degli investimenti in marketing vengono impiegati per i canali Inbound.

Che cos’è l’Inbound Marketing? Una definizione

Provando a definire cosa si intende per Inbound Marketing dobbiamo scomodare le potenzialità del web. La Rete è il luogo, il punto di contatto che ha reso possibile alle aziende di essere trovate dagli utenti formando un ecosistema digitale dal grande potere. Il consumatore diventa prosumer e ciò richiede un cambiamento spirituale del marketer e del brand che deve tornare a dialogare con il proprio pubblico.

inbound marketing significato

HubSpot ha fornito nel 2012 una definizione di inbound marketing come sistema costituito da una serie di tecniche e strategie di marketing il cui scopo è quello di attrarre importanti prospect e clienti nella direzione di un business e dei suoi prodotti.

Noi possiamo definirlo come quell’insieme di strategie e politiche comunicative messe in atto dalle aziende per “farsi trovare” dagli utenti. Con questa rivoluzione silenziosa, il brand non martella più i consumatori con pubblicità assordanti, ma cerca di attirarli direttamente verso l’azienda in maniera semplice, diretta, coerente.

In questo contesto si insinuano la SEO, l’ottimizzazione per i motori di ricerca, il SEM ed i Social Media. Questi sono tutti strumenti che permettono di amplificare la comunicazione aziendale agendo viralmente e con successo. Attrarre traffico qualificato verso il sito web dell’azienda significa proprio questo: raggiungere direttamente non tutti i clienti, ma i tuoi clienti. Certo, non basta inserire soltanto contenuti su un sito web ed il gioco è fatto.

Il SEM e la logica inbound

Le politiche del Search Engine Marketing si inseriscono perfettamente nella logica inbound. L’advertising (o SEA) si occupa dell’acquisizione di link sponsorizzati, mentre la SEO ottimizza i contenuti in modo che il sito aziendale risulti sempre tra i primi risultati dei motori di ricerca e quindi maggiormente visualizzato dagli utenti in seguito ad una loro ricerca per parole chiave. In termini molto semplici, quando ricerchiamo abbigliamento donna su Google, se il nostro sito è tra i primi risultati vuol dire che stiamo facendo un ottimo lavoro. Proprio come accade per Zalando.

inbound marketing strategies

La SEO, però, si fonda anche su tutta una serie di strategie rivolte ad aumentare la link popularity di un sito, come lo scambio di link fra più siti, la richiesta naturale di inbound link o il loro acquisto.

I consumatori ricorrono sempre di più alle piazze virtuali per cercare informazioni su aziende, prodotti e brand. Quante volte prima di acquistare una macchina fotografica non leggete le recensioni? Quante volte è capitato di leggere i commenti degli utenti di Trip Advisor prima di prenotare in una struttura alberghiera?

Le aziende oggi non possono non considerare che in Rete sono reperibili foto, video, commenti, che a loro volta generano commenti, conversazioni e citazioni che aumentano la probabilità che il sito dell’azienda sia visibile e di conseguenza che il business continui a prosperare.

Ecco perché i grandi marchi come Coca Cola o Starbucks aggiornano regolarmente i propri Profili Social, oppure organizzano campagne pubblicitarie, curano il proprio sito aziendale ed aggiornano regolarmente il blog con contenuti originali ed accattivanti.

VS Outbound Marketing: il cambiamento 

La grande differenza consiste nel passaggio da una comunicazione one-to-many a many-to-one. L’approccio delle aziende nei confronti del cliente cambia completamente. Il modello di fruizione dei messaggi di tipo push, deciso dal marketer che li spingeva saggiamente verso i destinatari con pubblicità televisiva, carta stampata, banner, spot e tanto altro, cede il passo ad una logica di tipo pull.

outbound marketing

L’Inbound Marketing consente al cliente di partecipare attivamente al processo comunicativo con l’azienda ricercando lui stesso i contenuti di cui ha bisogno. Per questo diventa fondamentale la generazione di contenuti che siano attraenti per i clienti, capaci di destare la loro attenzione, contenuti che possono scegliere diversi canali, dal website aziendale al post del corporate blog, dalle newsletter ai Social Media.

L’esperienza di acquisto tramite il mondo del Web cambia totalmente. È per questo che Google definisce il processo di decision making come Zero Moment of Truth (ZMOT), uno spazio così esteso che nasce da un bisogno del potenziale cliente il quale effettua una ricerca online e fa un investimento emotivo per soddisfare la propria necessità, diventa un prosumer a tutti gli effetti.

Le strategie vincenti: creare relazioni autentiche

L’Inbound Marketing opera attraverso differenti canali e differenti strategie. Di questa grande famiglia fanno parte la SEO e il SEM, il Social Media Marketing, il Blogging, l’E-Mail Marketing e tanto altro ancora. Le modalità di relazionarsi ad imprese e brand stanno modificando le modalità di comportamento dei clienti, i processi di formazione delle aspettative e delle preferenze. Le azienda non possono più non considerare l’Inbound Marketing per le proprie strategie comunicative.

I consumatori non vogliono più essere disturbati. La user experience si amplia. Per le aziende che non hanno grandi risorse economiche l’Inbound Marketing risulta vincente. A questo vanno allegate una sapiente strategia SEO e pianificazione di contenuti sui social media.

Come fare Inbound Marketing

 Un’azienda che voglia fare Inbound Marketing in maniera efficace e mirata non può fare a meno di:

  • post
  • video
  • immagini ed infografiche
  • articoli e press release
  • slide e presentazioni

Tali contenuti vanno veicolati con una strategia ed una pianificazione precisa che comprenda la SEO ed i Social Media. Non dimenticate mai di attrarre, convertire, trasformare degli estranei in clienti e deliziare il maggior numero di utenti possibili.

come fare inbound marketing

I suggerimenti di Jacopo Matteuzzi

Accarezza i tuoi follower. Smetti di inseguire i clienti e fai in modo che loro cerchino te. Questo è il suggerimento principale di Jacopo Matteuzzi nel suo nuovo libro sull’Inbound Marketing. Founder e co-owner di Studio Samo, consulente e docente SEO e Social Media Marketing, Jacopo sottolinea l’importanza per le aziende di avere un sito aziendale che risponda a determinate caratteristiche, avere un blog pensato per informare gli utenti coinvolgendoli e non soltanto pubblicizzando un prodotto.

inbound marketing matteuzzi

Le aziende devono concentrare tutti i propri sforzi alla gratificazione dell’utente. Come? Trasformalo in un tuo testimonial, fallo diventare il veicolo principale del tuo brand.

L’Inbound marketing risulta sicuramente una strategia vincente, ma sul lungo periodo. Occorre, quindi, lavorare duro ed impegnarsi!

Anche a Natale esistono "Dumb Ways to Die" [VIDEO]

Anche a Natale esistono "Dumb Ways to Die" [VIDEO]

Dumb Ways To Die” non ha bisogno di presentazioni: da quando la campagna per la sicurezza di Metro Train Melbourne è stata rilasciata nel 2012 è diventata una case history importante e ha dato vita a numerosi sequel. L’ultimo dei quali, in collaborazione con l’Esercito della Salvezza, a tema natalizio.

Riprendendo melodia e testo di uno dei temi musicali natalizi più famosi nel mondo, “Deck the Walls“, i pupazzetti di Dumb Ways to Die ci avvertono sui pericoli delle ciabatte elettriche sovraccaricate e dell’ingestione di vischio tossico.

Su iTunes è possibile scaricare l’intero brano, e a questo link potete avere un’anteprima grafica di tutti i preziosi consigli di sicurezza comunicati, secondo l’ormai classico stile DWTD.

Credits:

Agency: McCann, Melbourne
Production: Airbag Productions; Electric Dreams
Recording Artists: Tangerine Kitty with members of the Salvation Army Choir

Gamification 3.0: potere alla personalizzazione

Gamification, gamification, gamification: se non ve ne siete accorti, parliamo del tema caldo del momento, e non sorprende considerate le enormi potenzialità nell’ambito del marketing e della comunicazione aziendale (ma non solo: pensiamo al campo della formazione e dell’intrattenimento culturale). Una campagna di gamification, integrata nella strategia di marketing complessiva, può diventare uno strumento molto efficace per la brand awareness e la fidelizzazione del cliente.

C’è anche chi sull’argomento ha le idee chiare e vede all’orizzonte la necessità di una Gamification 3.0, in cui a farla da padrone è la personalizzazione in base all’analisi dei big data e dei modelli comportamentali. È questa la tesi del white paper di Anitha Gao Gadyar di Cognizant apparso su SlideShare, un documento approfondito e interessante che spiega nei dettagli come rendere la gamification efficace davvero, soprattutto in ambito, come quello medico, in cui può indurre un cambiamento comportamentale in positivo.


Proviamo a estrapolare i concetti chiave dal documento.

LEGGI ANCHE:  The Dancing Traffic Light: il progetto Smart fra Gamification e Marketing Sociale 

Gamification 3.0: il livello successivo

La tesi sostenuta nel white paper di Cognizant è semplice e netta: al momento la gamification è ancora allo stato embrionale ed è poco sofisticata. Di conseguenza, i risultati non sempre sono all’altezza delle aspettative, perché il coinvolgimento, uno degli obiettivi chiave, si spegne. Il motivo? La scarsa personalizzazione dell’esperienza di gamification.

“Nella nostra esperienza, non sempre il successo della gamification dipende dalla complessità del gioco, ma se si instaura una connessione profonda con il giocatore“.

Senza una connessione profonda, svanita la novità, la gamification tende a perdere la sua forza.

Big data e psicologia comportamentale

Per creare un’esperienza di gamification 3.0, ovvero altamente personalizzata (e dunque più efficace), due sono i pilastri su cui poggiarsi: i big data e gli studi di psicologia comportamentale. L’obiettivo della Gamification 3.0 prevede un modello di gioco studiato in modo che la spinta all’azione desiderata non si esaurisca in breve tempo, ma duri a lungo.
Lo studio individua quattro “strati” nella composizione del complesso “organismo” della Gamification 3.0:

  • Registrazione delle attività: le azioni e decisioni prese dagli utenti vanno tracciate per avere dati concreti su cui lavorare. Nellr slide si fa riferimento a una app finanziaria, in cui elementi come i soldi spesi, gli obiettivi finanziari e i settori in cui si sono spese le maggiori quantità di denaro sono monitorati con attenzione;
  • Personalità degli utenti: nell’ottica della Gamification 3.0 questo è uno “strato” particolarmente importante. Ci sono vari modi di classificare le personalità degli utenti; in questo caso, dato che parliamo di giocatori, si potrebbe usare il test di Bartle;
  • Analisi dei Big Data: se il nostro obiettivo è indurre un cambiamento comportamentale duraturo nel tempo (per esempio, la gestione di un problema cronico), più dati possediamo sull’utente, più possiamo implementare un modello di gamification efficace. Ecco che tutti i big data, in questo caso tutti i dati che è possibile raccogliere,  diventano fondamentali.
  • Modelli comportamentali: ovvero addentrarsi nelle emozioni, motivazioni e nella mentalità dell’utente per costruire un’esperienza di gamification cucita su misura dell’utente.

Dunque, è chiaro come attraverso la raccolta di dati specifici sul comportamento, atteggiamento, pensieri ed emozioni dell’utente, utilizzando modelli comportamentali presi in prestito dagli studi psicologici e neuroscientifici, si possa costruire la versione evoluta della Gamification, la versione 3.0.
Non aggiungiamo altro, vi lasciamo alla visione delle slide del documento, veramente denso e ricco di spunti (che meriterebbero ben più di un articolo).
Buona lettura.