Come reclutare i migliori talenti con una buona reputazione

Come reclutare i migliori talenti con una buona reputazione

Disporre di un team di creativi che ambiscono a lavorare per la tua azienda è una delle più grandi soddisfazioni per un imprenditore. Per raggiungere un tale livello e avere al servizio della propria azienda i top è necessario conquistare una certa reputazione.

Un articolo di Inc.com rivela come diversi professionisti abbandonerebbero la loro carriera da freelance per lavorare a tempo pieno, ma solo per alcune aziende particolarmente appetibili. Parliamo di grandi brand come Apple, Google, Red Bull, ma anche di startup e piccole aziende come le agenzie Barton F. Graf 9000 e Pereira & O’Dell.

Ecco alcuni suggerimenti su come fare in modo che i creativi desiderino di lavorare per la tua azienda ad ogni costo.

Che tipo di ambiente di lavoro desideri offrire?

ambiente di lavoro

Come è costruita la struttura dell’azienda? I dipendenti hanno rispetto e dedizione nei confronti del brand? E’ un luogo piacevole in cui lavorare? L’ambiente è collaborativo?

Qualunque sia il caso specifico, devi delineare il tuo progetto prevedendo le necessarie modifiche lungo il percorso di crescita del tuo business.

Assumi le persone giuste.

start

Certo, la competenza è un dato di fatto e quelli bravi servono sempre. Ma assumere persone straordinarie in quello che fanno ma non si adattano alla vision dell’azienda non saranno altro che un ostacolo all’obiettivo finale. Quindi presta attenzione, spendi un po’ di tempo nel processo di assunzione e punta solo su coloro che non solo sono grandi in quello che fanno, ma che condividono anche la tua vision sul futuro del business.

Trasmetti la vision ai dipendenti.

vision ai dipendenti

Un’atmosfera stimolante può prevedere happy hour, competizioni amichevoli, celebrazione degli obiettivi e tanto spirito collaborativo. Consentire ad altri di portare avanti idee simili e agire su quelle idee. In breve, potresti rendere il posto di lavoro un luogo di creatività dove obiettivi, sogni e realtà convivono armonicamente.

 

 

'>

Sharing economy: la vera sfida dell'innovazione è non proibire

Dare un passaggio ad un autostoppista, ospitalità ad un viandante, ripetizioni di matematica ad uno studente. Concetti e principi non certo innovativi, da sempre o quasi applicati sul mercato. Condivido, o vendo, qualcosa che ho e di cui hai bisogno. La metto a fattore comune per il beneficio di entrambi, perché condividere è meglio che possedere.
Perché allora si fa tanto parlare della crescita, anzi del boom, dell’Economia Collaborativa?

Cos’è la “sharing economy”, l’Economia Collaborativa

Stiamo parlando del fenomeno conosciuto come sharing economy (perché senza l’ennesimo inglesismo non sarebbe altrettanto cool), che si basa di fatto su principi antichi, quelli dello scambio e baratto di beni e servizi tra singoli. Airbnb con le proprie stanze ed appartamenti (omologhi dei vecchi B&B ed affittacamere), Blablacar con i posti delle auto (la versione digitale dell’autostop con spese condivise), passando per locloc per il noleggio di utensili e strumenti di lavoro.

Ma se i principi sono antichi, e pertanto solidi, nuovi e dirompenti sono gli strumenti con cui vengono erogati. Applicazioni, mobile e social ne hanno improvvisamente decuplicato la portata, mettendo in contatto facilmente, a distanza, offerenti ed utilizzatori. La portata del fenomeno è tanto maggiore quanto più basso è l’uso di un bene condivisibile (si stima che le automobili stiano parcheggiate ed “inutilizzate” per il 95% del tempo), e quanto più alto è il costo tramite il canale convenzionale (è il caso della ricettività alberghiera).

Perché l’economia collaborativa funziona?

L’economia condivisa funziona perché permette con facilità di creare i cosiddetti “win-win”, ma anche grazie al cambiamento di alcuni paradigmi culturali ed una sapiente dose di garantismo offerta dalla piattaforma madre. Ma andiamo con ordine.

Il win-win è quello dell’offerente che monetizza il tempo inutilizzato del proprio bene, e dell’utilizzatore che ne può usufruire senza dover possedere e ad un costo più contenuto rispetto al canale tradizionale. L’adattamento culturale poi è decisivo. La spersonalizzazione del contatto, l’informalità dell’incontro telematico, la possibilità di scegliere il proprio referente,  e magari una foto profilo rassicurante creano un conforto psicologico rispetto ad un accordo “de viso” di cui saremmo tipicamente scettici e sospettosi.

Se ci aggiungi poi sopra un sito internazionale con un brand forte, marketing a puntino, ed un sistema di recensioni a garantirci della bontà della scelta, il gioco è fatto. In Italia siamo ancora agli inizi, con meno del 15% della popolazione che si stimi abbia utilizzato almeno un’applicazione di Economia Collaborativa, contro il 60% del Regno Unito.

Dall’esperienza Uber e Airbnb: nasce l’esigenza di regolare, non di proibire

Ma se il win-win trionfa quasi sempre c’è qualcuno che ci rimette, perde, e si arrabbia. Ricordate la rivolta dei tassisti a Milano contro il servizio di passaggi a tra privati cittadini a pagamento offerto da Uber-pop? A perderci è il servizio convenzionale, già messo alle strette dalla crescita del car sharing (altro esempio di Economia Collaborativa) ed a rischio collasso se davvero chiunque possedesse una macchina offrisse un servizio alla stregua di un radio taxi (tramite la prenotazione con app) ed a prezzi certamente concorrenziali (se non altro perché non hanno da ammortizzare il costo di una licenza).

Il problema è quindi che molti servizi dell’Economia Collaborativa scavalcano le leggi e norme di settori regolamentati, o dove quantomeno bisognerebbe pagare le tasse. È evidente che affittare di tanto in tanto una stanza, non pesta i piedi agli albergatori ne allo stato. Ma se un privato cittadino affitta sistematicamente una o più stanze, allora gli albergatori si arrabbiano per una concorrenza illegale (senza licenza, controlli, standard di qualità) e lo stato per il mancato introito in termini di tasse e tributi.

Ad Amsterdam, dopo un primo blocco di Airbnb, si è passato ad un regime regolamentato, sottoposto a tassa di soggiorno e limite di affitto per due mesi l’anno.

Entrambi i contendenti hanno probabilmente ragione, ma non si può pensare di limitare quello che inevitabilmente, ed inesorabilmente, sta accadendo sull’onda di questa nuova rivoluzione sociale e digitale. Chi protesta alla fine della fiera è chi si rifiuta di affrontare nuovi tipi di concorrenza. Se si potesse votare in democrazia, perderebbero.

Il regolatore, notoriamente pachidermico, deve aggiornare le regole del gioco. Tassiti ed albergatori dovranno adattarsi ad una nuova agile e temibile concorrenza, magari abbassando i prezzi ed aggiornando il modello di servizio. Gli attori dell’Economia Collaborativa devono però fare la loro parte, capendo che non tutto ciò che è social è lecito ed adattandosi alle regole della comunità ci cui comunque fanno parte.

L’innovazione dell’econoia collaborativa: dove arriveremo

Si fantastica già su applicazioni avveniristiche dell’Economia Collaborativa, in campo alimentare, educativo e delle spedizioni. Alcuni economisti la ritengono uno strumento di redistribuzione della ricchezza, di distruzione o indebolimento di monopoli di fatto, lobby e lobbisti.

Un paradosso che viene spesso evidenziato è che però questi servizi, offerti da startup innovative, sviluppano valore soprattutto per i fondatori o fondi di venture capital che li finanziano. Le persone, vere depositarie del valore, non partecipano alla distribuzione del valore finale. Basti pensare ai 10 miliardi di Euro di valutazione a cui gira attualmente Airbnb, più di alcuni colossi dell’alberghiero da cui ha drenato valore tramite i comuni cittadini. Vedremo presto la sharing economy anche dei risultati economici di una startup di sharing economy?

Nomisugi: quando gli ubriachi diventano un manifesto

L’opinione pubblica vede il Giappone  e gli abitanti delle sue iper-congestionate metropoli come la capitale dello “stoicismo lavorativo”. Orari di lavoro interminabili, il mito della ricerca dell’eccellenza e della produttività ma anche l’algida e ferrea disciplina dei samurai. Ed è proprio questo onore che viene messo in discussione dalla nuova campagna creata dall’americana Ogilvy & Mather e Geometry Global.

Al termine di ogni intensa ed estenuante settimana lavorativa emerge una drammatica realtà dietro la frenesia: bere fino al collasso, svenire per strada e svegliarsi solo molte ore dopo. Rampanti manager ubriachi accasciati sulle panchine, sui pavimenti della metro e agli angoli delle strade diventano i soggetti attivi della nuova campagna promossa dalla catena di bar Yaocho.

Irriverente, geniale e tremendamente efficace “The Sleeping Drunks Billboard” va oltre il 3D e l’Augmented Reality e trasforma i salary men nipponici in billboard viventi contro questa consuetudine. Far leva sulla perdita dell’onore con un minimo dispendio di forze e budget.

Sono bastati infatti solo un po’ di nastro adesivo bianco, headline stampati, delle call-to-action ad hoc e l’ideazione di un hashtag apposito: #nomisugi, parola che in giapponese significa “troppo ubriaco” o per meglio dire “sbronzo”. Con questi pochi gesti quelli di Ogilvy & Mather fanno leva proprio sul disonore che arreca essere beccati in flagrante in condizioni pessime e che si venga così condivisi in mondovisione sui Social.

In epoca di selfie photoshoppati, controllo preventivo dei tag e condivisioni quando per ogni minimo scatto applichiamo copiosamente ogni tipo di filtro per migliorarci possiamo solo immaginare l’impatto che potrà avere questa campagna, prettamente unconventional, su questa malsana abitudine.

Guerra, pugni e giocattoli: i migliori annunci stampa della settimana

Ben ritrovati alla rubrica più creativa di Ninja Marketing! Pronti a gustarvi gli annunci stampa più efficaci provenienti da tutto il mondo? Go!

Young Lions: Battles

Chi dice che i vecchi termini “guerreschi” del marketing tradizionale come ‘target’, ‘campagna’ e obiettivo siano ormai desueti, retrò e inutilizzabili si sbaglia di grosso! Guardate queste print (fatte da pubblicitari per pubblicitari) che promuovono la versione ecuadoregna della competizione Young Lion: The greatest agencies fight for the greatest creatives.

A scanso di equivoci: noi siamo per la pace!

Advertising Agency: Koenig & Partners, Ecuador
Executive Creative Director: Juan Manuel Koenig
Creative Directors: Cesar Sepulveda, Fabián Martínez
Art Directors: Fabián Martínez, Santiago Landaburu
Copywriters: Cesar Sepulveda, Juan Carlos Encalada

Keloptic: Impressionism

Questa marca di occhiali ti fa veramente vedere meglio! Trasforma l’impressionismo in iper-realismo! Good Job!

Advertising Agency: Y&R, Paris, France
Creative Director: Pierrette Diaz
Art Director: Eric Esculier
Illustrators: Les Demons, Fred Witzgall
Photography: Shutterstock, Corbis, Seth Johnson
Production Company: The Shop

Museu dos Brinquedos: Survivors

Effetto rovinato nelle foto e mobilio datato: siamo nel passato. Protagonisti della scena dei bambini pestiferi e i loro giocattoli che presto faranno una brutta fine. O forse no! Vieni a visitare i giocattoli sopravvissuti in questo particolare museo brasiliano!

Advertising Agency: Jbis Comunicação, Brazil
Creative Director: Fred Bandeira
Creative Supervisors: Charles Alvarenga, Gustavo Passos
Art Directors: Charles Alvarenga, Diego Guerhardt, Ricardo Dias
Copywriter: Alex Silva
Executive Producer: Lizandra Gabrich
Photographer: Pedro Gravatá / Blink Imagens
Retoucher: Carlos Brandão

Yeling Safety Gloves: Arms

Le tue mani non hanno niente di cui aver paura grazie ai guanti per lavori estremi di Yeling! Che impatto!

Advertising Agency: Filadélfia Comunicação, Belo Horizonte, Brazil
Creative Director: Dan Zecchinelli
Art Director: Lucas Queiroz
Copywriter: Flávio Chubes
Illustrator: Rodrigo Spotorno
Photographer: Pedro Nicoli

Mountain Dew: Philosophy

Dulcis in fundo… questa bellissima ad per la bevanda gasata americana Mountain DewQui è ben espresso il concetto: “La pratica porta alla perfezione”. Una vera e propria filosofia per la soda di proprietà della PepsiCo.

Per far sì che le cose diventino facili devi vivere prima quelle difficili.

Advertising Agency: Colenso BBDO, New Zealand
Creative Chairman: Nick Worthington
Creative Directors: Levi Slavin, Dan Wright
Head of Art: Mike Davison
Art Director: Scott Kelly
Copywriter: Ben Polkinghorne

La comunicazione etica di un'impresa per Denise Cumella [INTERVISTA]

“Non ho alcuna intenzione di dirvi la verità. Anzi, voglio raccontarvi una storia. Una storia che narra perché il marketing deve smetterla di intestardirsi a comunicare fatti, per concentrarsi invece su ciò che la gente crede e sforzarsi di raccontare storie congruenti con la sua visione del mondo”: queste parole di Seth Godin sulle “palle del marketing” non potevano trovare migliore traduzione pratica se non con l’esempio di Denise Cumella. In dieci anni di vita aziendale, infatti, Denise ha dimostrato in che modo un brand semisconosciuto in Italia possa arrivare ad essere considerato un lovemark e in che modo sia possibile adottare uno stile interessante, tanto per il pubblico locale quanto per i media. L’approccio di Denise risulta irriverente ed originale, ma c’é di più, perché lei non é interessata alla costruzione del messaggio pubblicitario in sé, quanto alla comunicazione etica.

L’esperienza internazionale nel settore della comunicazione d’impresa di Denise Cumella risale al 2001, come membro del consiglio dei giovani professionisti europei, in seno al forum mondiale di imprenditori e manager EBBF, e successivamente ha portato il suo contributo nei settori web, IT, new business e responsabilità sociale d’impresa.
Oggi consulente in marketing e comunicazione, molti l’hanno conosciuta come marketing manager di Yves Rocher Italie e, prima ancora, come Country Manager in Lush Italia, azienda per la quale è stata responsabile della comunicazione corporate europea, di grande successo.

Ho conosciuto Denise al TEDxMatera, speaker dell’evento insieme a Angelo Inglese, Takoua Ben Mohamed, Barbara Serra, Alex Giordano e Federico Ferrandina, e mi è bastato ascoltarla davvero pochi minuti per comprendere la grande sensibilità che caratterizza il suo modo di supportate le imprese nel loro lavoro di comunicazione.

Molti avrebbero colto un TED come l’occasione per parlare di modelli teorici sul marketing e fare bei discorsi sul futuro dell’advertising, o affascinare la platea attribuendo alla pubblicità un nuovo ruolo in società, ma Denise ha rinunciato a presentare l’ennesimo punto di vista sul futuro del marketing per dare spazio ad una riflessione ben più profonda, messaggio motivazionale sul futuro migliore che ognuno di noi può contribuire a costruire. Ho avuto la possibilità di approfondire il suo pensiero con qualche domanda e questo è il risultato del confronto con lei.

Denise Cumella: lo "shock marketing" di Lush come esempio di comunicazione etica

Cosa significa fare marketing oggi?

Significa, oggi più che mai, saper ascoltare ma avere anche il coraggio di andare oltre quello che le persone si aspettano da noi. Significa stringere un patto con il consumatore, da rispettare ad ogni costo. Significa creare un’identità di marca con una base valoriale solida, non legata alle mode del momento. E saper dire di no alle iniziative non allineate alla strategia aziendale. Cosa sempre più difficile e cruciale.

In che modo si può “avere il coraggio di andare oltre quello che le persone si aspettano”? Ci fai un esempio?

Senza dubbio le aziende, gli enti e i partiti che investono in comunicazione e marketing hanno un forte potere di influenzare le opinioni, gli stili e gli atteggiamenti collettivi. Io trovo che un’azienda possa anche usare questo potere per ispirare le persone a fare qualcosa di buono per loro e non solo per se stessa.
Un’azienda che si occupa di bellezza e continua a proporre modelle sedicenni senza una ruga e senza cellulite fa un danno alle donne, punta sul farle sentire inadeguate. I brand di moda che continuano a mettere in passerella modelle anoressiche ci fanno un danno.

La pubblicità che usa il sesso e la sensualità eccessiva per vendere (abitudine tutta italiana) si rende corresponsabile del ruolo che la donna ha oggi nella società. Sinceramente si potrebbe fare di meglio. Per fare un esempio concreto al quale ho lavorato anch’io, Lush per vendere cosmetici non usa testimonial ma propone il prodotto come protagonista. E fa campagne corporate su tematiche di interesse collettivo (contro l’eccesso di packaging, contro i test sugli animali a favore dei diritti omosessuali). Questo è più sano, anche se più difficile. Ovviamente anche la campagna Dove dello scorso anno rappresenta un esempio positivo.

Comunicazione etica ed economia etica: quale rapporto?

Non credo si possa parlare di economia etica senza valutare le ripercussioni del proprio messaggio sui propri stakeholder. Viceversa anche lavorando per un business non del tutto pulito può avere senso per chi si occupa di comunicazione almeno concentrarsi su una comunicazione che abbia una sua dignità. Purché si eviti di fare greenwashing auto-attribuendosi dei meriti eccessivi. Per esempio a me piacciono molto i video con le campagne di Enel ma le ripercussioni di queste in rete (campagna con hashtag #guerrieri) sono state decisamente negative, perché il vissuto dell’azienda non era percepito come pulito e credibile.

I social media influenzano il marketing a tal punto da esserne stati assorbiti: come credi evolverà questa tendenza in futuro?

Non credo che i social media si ridimensioneranno nei prossimi anni, sicuramente cambieranno i nomi dei più frequentati. I ragazzi si allontanano da Facebook, preferendo Snapchat, WhatsApp, Instagram o Ask… ma nella sostanza per le aziende i social sono dei media sempre più imprescindibili.

Le aziende stanno imparando solo adesso come gestirli: scoprono che è necessario produrre regolarmente contenuti di qualità e creare una pianificazione editoriale capace di generare valore aggiunto per il cliente. In questo senso vedo una grande potenzialità per chi ha argomenti, creatività, professionalità. Certamente si tratta di una gestione molto faticosa, ma la possibilità straordinaria di costruire un dialogo bilaterale con il proprio cliente è davvero impagabile.

A proposito di pianificazione editoriale, non solo sui social network, ritieni corretto il nuovo paradigma per il quale le imprese saranno (ma molte già sono) editori di se stesse?

Ormai le persone stanno imparando a riconoscere i contenuti aziendali da quelli liberi. A me piace molto la possibilità che un’azienda possa e debba comunicare regolarmente con i propri clienti. Tanto la capacità critica che hanno sempre esercitato i giornalisti oggi è in mano agli utenti, che sanno fare benissimo il proprio mestiere.

C’è qualcosa che manca alla cultura d’impresa che, in quanto comunicatrice, senti come un’esigenza da comunicare alle aziende?

Mark Constantine durante una campagna pubblicitaria. Lushb

La capacità di rinnovarsi regolarmente: il fondatore di Lush, Mark Constantine, era pronto a rimettere in discussione lo status quo con una regolarità sorprendente ed era per me di grande ispirazione. Per quanto bene tu abbia fatto è sempre fondamentale cercare “the next big thing” ed è sempre possibile fare molto meglio.
È poi essenziale fare sistema. Oggi chi sta da solo perde. In un mercato globale solo chi ha la capacità di lavorare in gruppo e di proporsi in modo integrato può vincere.

Qual è secondo te una campagna marketing da studiare e dalla quale prendere spunto?

Per me rimane impareggiabile la campagna elettorale di Barack Obama. In brevissimo tempo lo ha trasformato da senatore sconosciuto ad uomo più potente del mondo, primo presidente nero della storia degli Stati Uniti, capace di raccogliere più fondi che qualunque altro candidato.
Come ha fatto? Ha avuto la più straordinaria campagna di marketing della storia: ha dominato YouTube (20 milioni di views), ottenuto 2.5 milioni di fan su Facebook, ha lanciato un sito molto social, pieno di video, foto, storie con una chiara call-to-action. Chapeau!

Con PugliaSmartLab verso la PA del futuro [INTERVISTA]

Trasformare la PA in un sistema efficiente e partecipato in cui i cittadini collaborino attivamente. Puntare a nuovi modelli di sostenibilità a sviluppare progetti imprenditoriali. Il tutto sul proprio territorio. Sono alcuni dei risultati che PugliaSmartLab punta a raggiungere grazie ai finanziamenti PON R&C 2007/2013 e 15 giovani innovatori.

Ho fatto qualche domanda a Mariagrazia Rodano, ingegnere informatico, innovatrice, viaggiatrice, tra i 15 innovatori di PugliaSmartLab.

Come nasce PugliaSmartLab?

PugliaSmartLab nasce come risultato di Puglia@Service, un progetto pensato dal Dhitech, cioè una partnership pubblico-privata, che grazie ai finanziamenti del PON R&C 2007/2013 è riuscito a prendere corpo.
Il progetto è caratterizzato da un lato da un gruppo di ricercatori e dall’altro da un gruppo di formazione di 15 giovani innovatori, di cui faccio parte.

Ma la domanda più importante è “perché” nasce il living lab PugliaSmartLab?

Per rispondere a questa domanda prendo in prestito una frase del Presidente Obamanon possiamo affrontare il futuro con una pubblica amministrazione del passato”.
È stata questa, fin dall’inizio, la mission di PugliaSmartLab, ovvero coltivare l’ambizione quasi utopica che cambiare si può ora e subito, che cambiare la PA significa far ripartire questo paese grazie ad un sistema di cittadinanza attiva che vede il cittadino, l’imprenditore, il turista non come utente ma come partner.

 

L’obiettivo principale di Puglia@Service è la creazione di un nuovo modello di formazione che non si riduca alle vecchie e a volte noiose lezioni frontali, ma metta in atto un team attivo, pratico, che acquisisca direttamente sul campo l’esperienza. Non è un caso neanche la scelta del luogo fisico, nella sede degli uffici comunali di Lecce, l’ex convento dei Teatini, in cui stabilire il nostro living lab PugliaSmartLab per mantenere sempre un contatto vivo con i rappresentanti della PA e con la cittadinanza. Uno spazio nel quale incontrarci quotidianamente per confrontarci, pensare, progettare insieme e soprattutto proporre e affiancare fisicamente e realmente le pubbliche amministrazioni in questo percorso di cambiamento.

Sembra che oggi sia necessario essere innovatori. Essere imprenditori non basta più?

La parola imprenditore mi ha sempre entusiasmata. Dopo l’esperienza in una grande azienda nel settore ICT ho deciso di ritornare nel mio territorio per poter mettere in gioco direttamente le mie competenze e la mia voglia di fare e diventare una giovane imprenditrice.
Grazie a PugliaSmartLab è nata l’occasione giusta. Durante questo percorso ho riscoperto la parola innovazione, un concetto fondamentale per fare impresa oggi. Bisogna partire da nuovi meccanismi, nuovi modi di approcciarsi al business, nuovi modelli di sostenibilità e soprattutto nuovi modelli metodologici.

 


Uno dei punti di forza del nostro team, in particolare, è l’interdisciplinarità: ingegneri informatici, gestionali, economisti, esperti in marketing. Insieme stiamo affrontando questo percorso che mira alla creazione di nuove figure, come il tecnologo sociale che si occupa di innovazione sociale e di open innovation per le smart community.
Una delle nostre keyword è proprio il concetto di open innovation. Siamo sempre alla ricerca di best practice nel contesto di smart city, perché non vogliamo “reinventare”, ma provare ad applicare in maniera intelligente quello che già esiste, adattandolo al contesto in cui viviamo. In altre parole, la tecnologia esiste già, il vero successo è poterla utilizzare e applicare nel modo migliore. Questa è per noi la vera innovazione.

Perché preferire il modello del Living Lab?

PugliaSmartLab ha messo al centro diversi attori, rendendosi conto di quanto sia fondamentale oggi il termine co-creazione. Attraverso il coinvolgimento di tutti gli stakeholder del territorio abbiamo riscoperto un nuovo modo di trovare soluzioni, in maniera collaborativa.
Utilizziamo un approccio bottom-up, che parte dal basso, perché siamo saturi di prodotti/servizi creati sulla base di una non-esigenza reale. All’interno del sistema attuale, infatti, sono stati introdotti servizi disegnati con processi che spesso non funzionano e di cui i cittadini lamentano scarsa efficacia ed efficienza. Questo è esattamente quello che vogliamo evitare.

 


Abbiamo ideato perciò il living lab adattattivo, un living lab che sperimenta nuovi modi di comunicare sulla base del target di riferimento, incrementando la partecipazione al processo di co-creazione. Proviamo ad introdurre in questo modo un passaggio sostanziale, dal paradigma PPP, Public-Private partnership al PPPP, People-Public-Private partnership in cui, grazie al coinvolgimento degli utilizzatori finali del servizio stesso, si possano individuare, analizzare e progettare servizi innovativi.

Quali i risultati ottenuti finora? Quali le previsioni per il futuro?

Abbiamo iniziato questo percorso con molte aspettative, grazie anche agli stimoli e alla grinta del nostro responsabile di progetto, Lanfranco Marasso, il nostro “elder colleague” che tutti i giorni ci spinge a metterci in gioco.

In un anno di percorso abbiamo portato avanti svariate attività.
Ad agosto 2013 Puglia Smart Lab è entrata a far parte della rete ENoLL, European Network of Living Lab, una rete che ci ha permesso di confrontarci con modelli e best practice internazionali. La nostra palestra è iniziata affiancando Lecce, nell’ambito della candidatura a Capitale Europea della Cultura 2019. Abbiamo partecipato attivamente ai LUAC (Laboratori Urbani Aperti Creativi) degli incontri tenutisi con la cittadinanza, con l’obiettivo di raccogliere le loro esigenze.

 


Abbiamo preso parte alla Fiera dell’innovazione, ad ArtLab evento organizzato dalla Fondazione Fitzcarraldo, e siamo stati presenti a numerosi eventi internazionali con l’obiettivo di confrontarci e creare network. L’ultimo evento a cui abbiamo partecipato è stato il Forum PA, un incontro di progetti ed esperienze nella PA, durante il quale abbiamo presentato con grande successo la nostra prima pubblicazione “Tecnologi Sociali… in viaggio verso il futuro” che racconta il nostro viaggio di un anno nell’Innovazione della Pubblica Amministrazione (PA) e due nuove proposte: “Trasporto pubblico adattativo” e “Cooperative di Comunità per le digital policy”

Ora siamo nella fase attuativa del progetto: stiamo portando avanti in maniera concreta tutte le idee e i servizi individuati durante l’attività di living lab. Stiamo co-analizzando, co-disegnando e co-progettando insieme ai nostri stakeholder, idee come quella di un’app in ambito health che potrebbe risolvere il problema della non aderenza alle terapie farmacologiche, anche grazie al supporto del Prof. Moruzzi, direttore generale di “Cup 2000” un’azienda leader in Italia nella sanità elettronica.

Uno degli aspetti più importanti che stiamo analizzando è certamente la sostenibilità delle nostre idee: vogliamo creare soluzioni sostenibili a livello economico, ambientale e sociale. Cerchiamo soluzioni tecnologiche e non, che possano persistere nel tempo e diventare modelli per altri.

Trovarsi in Meridione è stato un ostacolo o un’opportunità per PugliaSmartLab?

Assolutamente un’opportunità. Siamo in un territorio che offre tantissimo e che spesso non sfrutta al meglio ciò che ha. “Siamo nati sotto una congiuntura astrale favorevole”, ci ripete spesso Lanfranco Marasso. In un periodo molto particolare in cui l’esigenza di cambiamento si fa sentire, in un momento in cui i diversi stakeholder hanno l’esigenza di dialogare tra loro per trovare soluzioni insieme, la nostra Lecce è una città in fermento e ricca di risorse, capace di incantare chiunque.
Siamo carichi, siamo pronti, e soprattutto siamo in gioco. Perciò… go, go, go!!!

La classifica dei videogiochi per PC/Console più venduti a maggio su Amazon

La classifica dei videogiochi per PC/Console più venduti a maggio su Amazon

Eccoci al consueto appuntamento mensile con la classifica dedicata ai videogiochi per Pc e Console. Scopriamo quali sono i più venduti!

Per quanto riguarda i Pc, abbiamo in prima posizione “Watch Dogs”, un videogioco d’azione sviluppato da Ubisoft Montreal.

Scopriamo gli altri titoli nella classifica dei videogiochi riferita al mese di maggio.

PC: Classifica Videogiochi (Maggio 2014)

1) Watch Dogs (D1 Special Edition) – Ubisoft

2) Fifa 14 – Electronic Arts

3) Diablo III – Blizzard

4) Flight Simulator X: Gold Edition – Microsoft

5) L.A. Noire – Rockstar

6) Diablo III Reaper of Souls – Blizzard

7) Murdered: Soul Suspect – Square Enix

8) Grid Autosport: Black Edition – Namco

9) Call of Duty: Black Ops IIActivision

10) GTA IV Grand Theft Auto – Rockstar

CONSOLE: Classifica Videogiochi (Maggio 2014)

1) Watch Dogs (D1 Special Edition) su PS4 – Ubisoft

La classifica dei videogiochi per PC/Console più venduti a maggio su Amazon

2) Mario Kart 8 su Wii U – Nintendo

La classifica dei videogiochi per PC/Console più venduti a maggio su Amazon

3) Beyond: Due Anime su PS3 – Sony

La classifica dei videogiochi per PC/Console più venduti a maggio su Amazon

4) Kirby: Triple Deluxe su 3DS – Nintendo

5) Watch Dogs (D1 Special Edition) su PS3 – Ubisoft

6) Pokémon Y su 3DSNintendo

7) FIFA 14 su PS3 – Electronic Arts

8 ) Gran Turismo 6 su PS3 – Sony

9) GTA V Grand Theft Auto su PS3 – Rockstar 

10) Watch Dogs (D1 Special Edition) su Xbox 360 – Ubisoft

Come progettare campagne di Performance Marketing efficaci? [VIDEO]

Performance Marketing: il video del free webinar

Cari guerrieri,

come sapete un nuovo corso online è alle porte, e ci accompagnerà fino all’estate: il “Corso Online in Performance Marketing: strumenti di web marketing e analytics per campagne efficaci“. Web Analytics, Sales Tracking, Behavioural e Contextual Advertising Retargeting, Real Time Bidding, Social Media Advertising e Mobile Advertising sono solo alcune delle tematiche che verranno trattate.

Martedì 03 giugno si è svolto il free webinar di presentazione del corso, con Alessio Semoli e Alberto Mengora. I docenti del corso hanno presentato alcune delle tematiche che verranno trattate, illustrando gli strumenti più attuali del Performance Marketing, della Web Analytics e della promozione sui Social Media, collegate alle best practice per ogni singola attività.

Se vi siete persi la diretta, non preoccupatevi perchè qui di seguito trovate la registrazione:

Vantaggi del Corso Online

✔ Puoi seguire i corsi live comodamente da casa o dall’ufficio
✔ Nessuno spostamento né viaggio da intraprendere
✔ Un costo decisamente inferiore e più vantaggioso rispetto ai corsi in aula
✔ Question Time in diretta per esporre dubbi e domande e interagire con i docenti
✔ Accesso alla piattaforma e-learning per rivedere i contenuti on-demand
✔ Attestato di partecipazione

SCONTO EARLY BOOKING

Entro il 10 giugno: 249 €
Dopo il 10 giugno: 299 €

Il team Ninja Academy resta a vostra disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento. Potete scrivere a info[@]ninjacademy.it o telefonare allo 02 40042554 o al 346 4278490.

Knowledge for change.
BE NINJA.

Marco Camisani Calzolari presenta Insurvisor, il marketplace delle assicurazioni

Il 14 maggio scorso, a Milano, è stato presentato il portale Insurvisor. Si tratta di un marketplace digitale focalizzato sul mercato assicurativo. Scopo della piattaforma è quello di creare un contatto diretto tra i potenziali clienti e tutti gli attori che operano nel settore assicurativo (broker, compagnie, medici, meccanici) che potranno essere valutati attraverso delle recensioni e quindi scalare un ranking simile a quello di Tripadvisor.

Tra i membri del team c’è anche Marco Camisani Calzolari, uno dei massimi esperti in Italia sul mondo di internet e dei nuovi media. L’abbiamo intervistato per Ninja Marketing.

Perché creare un marketplace sul settore assicurativo? Che tipo di competizione esiste?

La verità è che esiste solo una forma molto limitata di competizione al ribasso, dominata dai siti di comparazione e confinata quasi solo all’RC auto. Nessun rating o feedback da parte degli utenti o pochi e in forma anonima, ai quali oltretutto non è possibile replicare. Nessuno spazio capace di comprendere tutti gli attori del processo – dai clienti alle compagnie, dai broker ai periti, dai medici legali agli avvocati, dai carrozzieri ai fisioterapisti –, così da offrire un servizio che abbracci tutto il ciclo di vita delle polizze.

Piattaforme come Tripadvisor dimostrano che per soddisfare le necessità di domanda e offerta è essenziale puntare a un coinvolgimento sia degli utenti che dei professionisti. Insomma Insurvisor nasce per creare relazioni durature tra operatori e clienti in una prospettiva di lunga durata, coinvolgendo tutte le parti lungo l’intero ciclo di vita della polizza, ben oltre la semplice firma o il settore auto. Uno strumento come questo non esisteva né in Italia né all’estero.

Si parte dall’Italia: come mai? Che piani di sviluppo internazionale avete?

Siamo partiti dall’Italia perché consideriamo questo mercato come un test. Ma stiamo già lavorando sull’apertura a molti altri Paesi. Non a caso la società è inglese e l’headquarter è a Londra, luogo strategicamente più importante per il mondo assicurativo. Pensiamo che la conoscenza dei territori e delle abitudini delle persone sia il valore aggiunto di questa impresa e lo sarà anche quando metteremo in atto il progetto di internazionalizzazione. Per questo stiamo lavorando allo studio dei mercati che andremo a penetrare in modo da arrivare preparati e con la giusta strategia.

Qual è il modello di business?

Il modello di business è molto simile a quello di Tripadvisor. Sono accessibili a tutti le modalità di comparazione dei prezzi, della ricerca geografica e delle recensioni. Ma gli operatori hanno a disposizione delle opzioni premium che consentono di rispondere alle recensioni, leggere analisi dettagliate sulle visite fatte al loro profilo e altre funzionalità indispensabili per l’elaborazione di nuove offerte e strategie di mercato.

Come gestite la garanzia sulla veridicità delle recensioni?

Innanzitutto, la garanzia sulla veridicità al 100% di tutte le recensioni è impossibile da ottenere. Ma detto questo, c’è chiaramente una differenza tra un prodotto curato e uno lasciato a sé stesso. Qui la differenza la fa la presenza di una redazione e il fatto che ogni iscritto goda già di una certa reputazione nel mercato. Insomma l’iscritto non è uno sconosciuto e viene gestito individualmente dalla redazione.

Recensioni diffamatorie sono eliminate a priori. Poi si passa al controllo della redazione che si sincera che le accuse non siano pretestuose o non si tratti di un fake. Quindi, se non si è ancora trovata una soluzione, si procede con l’arbitrato o “section 5” come lo chiamano qui nel Regno Unito. Una parte terza o un giudice convoca le parti, esamina le prove e perviene a una “sentenza”. Ma non mi aspetto che si arriverà spesso a quest’ultimo livello, per il quale le parti dovrebbero essere veramente molto motivate.

Il futuro del marketing digitale si giocherà su piattaforme verticali: come si integra (o integrerà) Insurvisor con gli altri social network?

Ci sarà evidentemente tutta la possibile integrazione con i social generalisti, in particolare Facebook e LinkedIn (visto che quest’ultimo è già un network professionale). Questo significa la possibilità di fare login, di mettere a fattor comune informazioni già registrate e di postare, se l’utente lo vorrà, contestualmente anche su Insurvisor.

Quanto all’integrazione con altre piattaforme verticali, Insurvisor si alleerà sicuramente coi siti di comparazione, coi quali è perfettamente complementare.

Le bugie che le agenzie dicono ai clienti

Pinocchio

 

Una recente ricerca ha rivelato la spiccata tendenza umana a mentire: ogni giorno siamo vittime di circa 200 bugie, la maggior parte sono bugie piccole, inutili, innocue… per questo chiamate bugie bianche -pure e candide- dette a fin di bene, per abitudine, convenienza o guadagno. Siamo tutti colpevoli di raccontare piccole bugie per garantire che le cose proseguano sulla nostra strada o, più spesso, per evitare situazioni di disagio o di confronto.

Se c’è qualcuno che conosce come rivestire di zucchero la verità… queste sono le agenzie! Per mantenere i clienti felici e soddisfatti a volte le bugie creative hanno le gambe lunghe, molto lunghe. Te ne presentiamo alcune tra le più diffuse, così marketing manager che ci stai leggendo, la prossima volta che sarai in una riunione o ad una call conference con la vostra agenzia, e sentirai una di queste piccole mezze-verità, conoscerai il significato che nascondono!

Bugie versus Verità: la verità sta sempre nel mezzo?

La bugia: “Questa è una grande idea!”
La verità: “Questa non è una grande idea!” A volte è difficile dire ad un cliente che la sua idea non è accettabile, in quel caso bisogna migliorarla o proporne una migliore, senza farglielo notare, ovviamente” dice un creativo.

La bugia: “Sì! tutta l’agenzia sta lavorando insieme, siamo una squadra completamente integrata.”
La verità: “Nelle agenzie il tempo è vario per ogni reparto, la pianificazione, i media, i creativi… non hanno idea di cosa l’altro stia facendo e soprattutto non gli piace!” – Ha ammesso un dipendente di una nota agenzia.

La bugia: “Sei il cliente con maggior priorità nell’agenzia.”
La verità: “Diciamo così a tutti i nostri clienti!” – Ha confessato un account manager.

La bugia: “Ci siamo quasi, abbiamo bisogno di più di tempo per finalizzarlo, ma quando sarà concluso vi piacerà davvero.”
La verità: “Questa bugia è usata in diverse occasioni e per vari motivi” – Ha spiegato un creativo. “La verità è che abbiamo ricominciato da capo perchè piace a tutti tranne al management o che tutti stanno lavorando su progetti di altri clienti che al momento hanno priorità.”

Bilancia

La bugia: “Siamo davvero entusiasti di sentire i vostri commenti!”
La verità: Il sottinteso fornito da una giovane creativa è: “Siamo davvero timorosi che bocciate le nostre idee.”

La bugia: “Si certo, si può fare!”
La verità: È la tipica risposta dell’agenzia pubblicitaria a tutte le richieste di capacità o abilità “In quel momento possiamo anche non sapere a cosa abbiamo detto sì… ma capiremo come fare quella dannata cosa e la faremo, PRIMA o POI!”

La bugia: “Se ci aggiudicate il progetto questa è la squadra che lavorerà con voi.”
La verità: Come l’ annuncio di un creativo ha già spiegato: “L’agenzia non ha idea di chi sarà effettivamente attivo sui progetti, ciò che si può dire con certezza è che non sarà di certo chi vi stanno presentando durante la riunione, perché ciascuno di essi è già impegnato con altre tre cose.” Ma la motivazione è ben più complessa… e isterica: “Non abbiamo mica un team di persone sedute in attesa di attivarsi per qualche cliente, certo che no! Sarebbe un suicidio per il nostro business. Cosa ti fa pensare che possiamo permetterci questo lusso? Soprattutto visto che tu -cliente- non ci stai offrendo abbastanza soldi! Perciò, più probabilmente per questo progetto, spremeremo i nostri junior già oberati”.

La bugia: “Ecco la case study.”
La verità: “Ok, le nostre case study non sono bugie, ma sta a noi starci dietro come sotto giuramento! Stiamo cercando di raccontare la storia più avvincente possibile in 90 secondi e mentre fingiamo di guardare il monitor, controlliamo la posta elettronica e facciamo altre 2 cose insieme” afferma un creativo. “Allora non ci fate troppe domande sul progetto che la case study tratta, perché è una cosa che a malapena esiste nel mondo reale – voglio dire, è reale per noi. È questo che conta, giusto? È il modo in cui abbiamo voluto farlo, che poi… se solo ci fosse stata data la possibilità… Ehi, l’iPhone è stato un prototipo a malapena funzionante quando Steve Jobs l’ha presentato al mondo!” … A kind of…

“Dopo tutto, una bugia cos’è? Nient’altro che la verità in maschera.” George Gordon Byron, Don Giovanni

Definizione di Truth