Inglese Abbigliamento, quel made in Italy che piace alla Royal Family [CASE HISTORY]

Dal recupero culturale dell'arte sartoriale, un grande progetto per ridare valore e dignità ad un vecchio lavoro manuale, povero e mal remunerato, tipico del made in Italy

Quando si scoprono storie come quella di Angelo Inglese, a capo di una sartoria italiana tipica e frutto di un’attività di famiglia che risale alla nonna, sembra di vivere un pezzo di storia italiana che ci appartiene ma che, oggi, fatichiamo a riconoscere come nostra: quella legata al made in Italy.
Ho avuto la fortuna di conoscere Angelo durante il TEDxMatera, in quanto uno degli speaker invitati ad intervenire sul tema dell’ossimoro antico-futuro grazie al quale si può parlare di recupero della tradizione e slancio all’innovazione in un rapporto di sostenibilità di cui l’Italia ha sicuramente molto bisogno.
Non è stato un caso, quindi, che oltre a professionisti italiani famosi nel mondo come Federico Ferrandina, Alex Giordano, Barbara Serra o Takoua Ben Mohamed, proprio Angelo Inglese venisse chiamato a portare il suo punto di vista in merito.

Inglese Abbigliamento, che Angelo Inglese porta avanti, infatti, è un’impresa artigiana originaria di Ginosa, un comune che si trova in un confine periferico del nostro Paese, tra le regioni Basilicata e Puglia, che è riuscita a portare il suo lavoro nel luxury internazionale senza stravolgere le regole della conservazione artigiana del lavoro fatto a mano, su misura, così come insegnato dai suoi fondatori.

La storia di Angelo Inglese


Nata nel 1955 per opera di Giovanni Inglese, con una mamma sarta, è con il subentro del figlio Angelo Inglese, giovane caparbio e ambizioso, che la sartoria di famiglia viene fatta conoscere a tutto il mondo. Nella sartoria del padre, Angelo ha imparato sin da piccolo i segreti primari dell’antica arte di creare camicie “hand made”, cioè che nessuna macchina al mondo saprà mai sostituire il vero lavoro sartoriale che l’uomo ha fatto, fa e farà anche in futuro con le proprie mani.

Così Angelo inizia il lavoro di comunicazione, quando Internet era ancora molto poco usato, costoso e lento: seguito dalla moglie, Graziana D’Alconzo, durante il giorno girava dei piccoli video in sartoria, riprendendo tutte le singole fasi della lavorazione, dal disegno dei modelli, il taglio a mano dei tessuti fino alla cucitura a mano delle rifiniture, e di notte li inviava ai clienti più importanti del mondo. Incoraggiato dal suo maestro, Antonio Ribiecco, a realizzare qualcosa di suo proprio nel momento in cui Angelo era meno sostenuto, e il marchio rischiava di essere venduto, la sua convinzione era che proprio questi clienti avrebbero saputo apprezzare un lavoro così curato e realizzato non in una grande azienda, bensì in una piccola bottega del sud Italia, che ha rinunciato a spostarsi nelle grandi aree industriali e commerciali del mondo, per restare invece fedele al territorio.

Partendo dalla consapevolezza che l’artigianato sta scomparendo, grazie al recupero e al restauro delle pratiche e degli utensili artigianali, l’idea di Angelo Inglese è creare direttamente qui in Italia la filiera di grandi imprese artigiane che, insieme, fanno grande il made in Italy.
Mettendo in connessione le vecchie botteghe dei maestri sarti, con le nuove dei designer, Angelo prova a tenere in vita l’artigianato dando l’opportunità ai giovani di imparare un mestiere.

Il marchio creato da Angelo rappresenta tutta la sua vita, così come il centro da cui partire per realizzare le sue idee più grandi: i primi a rispondere positivamente al lavoro di sensibilizzazione su Internet sono stati i clienti giapponesi che iniziarono ad acquistare i capi spinti dalla passione con cui venivano comunicati.
Una volta fidelizzati grazie all’effettiva qualità che constatavano ricevuti i prodotti, hanno cominciato ad organizzare veri e propri “shopping travels” per vedere con i propri occhi con quale arte venivano realizzati i capi che avrebbero indossato.

Famoso divenne l’episodio del premier giapponese, noto cliente della sartoria, a cui capitò di indossare una camicia, che non ebbe successo di critica, e che fu riferita erroneamente al marchio di Angelo Inglese, che nel dimostrare invece poi quali fossero le camicie prodotte dalla propria azienda, ottenne un momento di grande visibilità mediatica, esattamente come poi è accaduto nel caso del principe William d’Inghilterra. Proprio la curiosità che ha destato l’interesse del principe, infatti, rimasto affascinato da una tradizione tramandata di generazione in generazione con tanto amore per il proprio lavoro, ha determinato la sua volontà di farsi confezionare la camicia per il Royal Wedding proprio da Angelo Inglese.

Progetto molto interessante è l’apertura di una scuola di formazione, il cui intento è tramandare l’arte artigiana alle nuove generazioni.

Digitalizzazione, internazionalizzazione, una comunicazione autentica mista alla pura curiosità verso tutti gli strumenti di networking sono stati i punti determinanti del successo di Inglese Abbigliamento: alla luce di questa bellissima escalation, ho avuto il piacere di scambiare qualche opinione con Angelo e queste sono state le risposte ad alcune mie domande.

Cosa significa, oggi, recuperare gli antichi mestieri?

Angelo Inglese e sua madre in sartoria

Parlare di antichi mestieri oggi non significa solo cercare di rinnovare una tradizione artigianale che rischia di andare perduta per sempre, ma anche realizzare una sintesi concreta e contemporanea dell’esperienza secolare dell’ingegno e del lavoro degli uomini, che hanno reso i manufatti e lo stile di vita italiano, celebri in tutto il mondo.

Artigianato e made in Italy: come vivi questo rapporto considerata la panoramica di crisi economica che mette in ginocchio sempre più imprese tipiche italiane?

L’artigiano sarà l’ingegnere del futuro: dovrà acquisire un ruolo sempre più importante e difficilmente sostituibile nello scenario competitivo, sicuramente cercando di aggregarsi ad una filiera, raccontando quello che realizza, affascinando il consumatore.

Personalmente, sto puntando su un percorso di turismo sartoriale: un luogo, un’idea per poter esprimere al meglio il lavoro, la filosofia, i progetti e l’ospitalità. Abbiamo inziato eseguendo un restauro conservativo della nostra futura sede, nel pieno rispetto dei canoni storico-architettonici, risaltando e non alterando gli aspetti naturalistici e paesaggistici del centro storico del nostro paese, inoltre stiamo cercando connessioni con territori simili per caratteristiche a quelli della Puglia, come per esempio la Basilicata.

Cosa significa, dal tuo punto di vista, far eccellere in digitale un’impresa artigiana?

Noi italiani siamo conosciuti nel mondo in maniera generica per la creatività, i tanti prodotti artigianali, lo stile di vita e la cultura dei luoghi.
Attraverso il web, tante piccole e medie aziende, ma anche le piccole botteghe, potrebbero far conoscere il proprio sistema di lavorazione, le proprie peculiarità, il territorio da cui provengono questi manufatti.

Se potessi proporre politiche attive, in che modo aiuteresti l’internazionalizzazione del marchio made in Italy?

Proporrei la promozione dei valori e delle risorse del territorio, mettendo insieme giovani web-marketing e maker, artigiani e piccole imprese. Lanciando continui massaggi e storie imprenditoriali attraverso il web, mettendo a disposizione un pacchetto di servizi e informazioni per presentare i propri prodotti ai mercati internazionali.

Qual è il rapporto della promozione del tuo lavoro e i social network?

Il profilo Instagram di Angelo Inglese

I social hanno un’importanza fondamentale, ci offrono quotidianamente la possibilità di instaurare un dialogo diretto con il mondo, raccontare quello che accade in tempo reale nella nostra sartoria, pubblicare foto di modelli appena realizzati, interagire o ricevere immediatamente apprezzamenti o critiche: un’invenzione fantastica.

Qual è il messaggio che ci tenevi restasse in eredità al TEDxMatera?

Si tratta di un’idea che ebbi circa quindici anni fa, quando presi le redini della sartoria di famiglia e decisi di aprirmi al modo esterno, internazionalizzando questa attività puramente artigianale e tradizionale, usando anche i pochissimi mezzi digitali a disposizione, con l’unico intento: mai trasformare il metodo di lavorazione.