Twitter vola in borsa: 45 dollari per azione all'apertura del titolo

Le stime iniziali del prezzo per azione di Twitter, dopo la presentazione dell’IPO alla Securities and Exchange Commission con Goldman Sachs, Morgan Stanley 
e J.P. Morgan come i principali underwriters, si collocavano in una forbice  tra i 17 e i 20 dollari per azione.

La cifra era già stata innalzata in un range compreso tra i 23 e i 25 dollari, per poi arrivare fino  a 27 dollari in ultima istanza, con l’emissione sul mercato 70 milioni di titoli e prevedendo una opzione per i sottoscrittori di acquistarne altri 10,5 milioni.

Il 70% in più delle stime iniziali

Una valutazione decisamente superiore alla proiezione iniziale, ma gli analisti già stimavano che nel giorno del debutto il prezzo potesse schizzare ben oltre il valore stabilito  dell’offerta . Infatti, all’apertura del 7 novembre con la sigla di Twtr, il titolo è balzato subito a 45,1 dollari, quasi il 70% in più delle previsioni iniziali.

Sulla base della non poco problematica esperienza dell’ingresso in borsa di Facebook, il social con l’uccellino ha deciso di quotarsi sul listino azionario del New York Stock Exchange, una borsa basata sul sistema “order-driven” meno settoriale rispetto al Nasdaq,specializzato nella quotazione di titoli tecnologici e informatici, nel quale invece le contrattazioni avvengono in un sistema “quote-driven“.

 

A seguito dell’ingresso nel mondo azionario, a maggio dello scorso anno, Facebook  aveva visto il valore del titolo perdere sempre più punti nei giorni e nei mesi successivi alla presentazione della offerta pubblica iniziale, probabilmente a causa di una sovrastima iniziale delle azioni rispetto alla risposta dei mercati, una sproporzione considerevole che ha fatto precipitare il prezzo per azione, rischiando così addirittura un rimborso agli investitori.

Nell’ultimo anno, però,  Facebook ha ripagato il rischio degli azionisti, con una crescita del +140% che ha portato il titolo a valori ben superiori a quelli fissati nella quotazione iniziale dell’Ipo.

Twitter punta sulla pubblicità mobile

Ad incoraggiare l’aumento del valore dell’azione in vista della presentazione dell’offerta pubblica iniziale è stata una precisa strategia di Twitter: i guadagni derivano ad oggi principalmente dalla pubblicità, anche se  buona parte degli introiti proviene dalle concessioni all’utilizzo dei propri dati per analisi sulle attività degli utenti attraverso i tweet. Circa il 75% degli utenti accede alla piattaforma di Twitter via mobile, quindi l’acquisizione di MoPub poco prima dell’entrata in borsa evidenzia la precisa intenzione di Twitter di puntare al mercato delle pubblicità sul mobile, che genera la maggior parte dei ricavi nel settore.

Con Instagram Twitter fa decollare l’interesse degli investitori

Senza dimenticare che, nell’ottica del lancio dell’offerta, il rilascio dei recenti aggiornamenti da parte del gruppo che prevedono un’unione dei servizi Instagram e Twitter, risulta come un invito deciso agli inserzionisti i quali, incoraggiati dal maggiore spazio concesso alle campagne promozionali attraverso l’utilizzo delle immagini, fanno decollare l’interesse degli investitori ad assicurarsi quote azionarie della società.

Quale può essere la conseguenza dell’ingresso di Twitter nel mondo della finanza? Un aumento smisurato degli spazi pubblicitari, a tutto vantaggio degli inserzionisti e degli azionisti, e a discapito degli utenti e della fruibilità del servizio.

Top 10 fumetti e illustrazioni: i migliori creativi della settimana

Top 10 fumetti e illustrazioni: i migliori della settimana

Torna anche questa settimana la Top 10 fumetti e illustrazioni, uno sguardo sui migliori creativi in circolazione per fornirvi tutta l’ispirazione di cui avete bisogno! Dall’Italia e dal mondo, tante bellissime immagini e opere con cui rinfrescarvi le idee! Pronti?

Top 10 fumetti e illustrazioni: i migliori creativi della settimana Leo Ortolani Ratolik

Mettete insieme due miti del fumetto italiano: Diabolik e Rat-man e spunta un nuovo bizzarro criminale in calzamaglia: “Ratolik, il re dell’errore“. Dalla penna feconda di Leo Ortolani, un nuovo volume speciale da collezione tutto da ridere, edito da Panini Comics.

Top 10 fumetti e illustrazioni: i migliori creativi della settimana Paul Pope Battling boy

Paul Pope è una delle stelle più luminose del firmamento dei comics americani. È appena arrivato in Italia il suo “Battling Boy” (vol. 1) edito da Bao Publishing, un’avventura per tutti.

Top 10 fumetti e illustrazioni: i migliori creativi della settimana Richard Sala

L’americana Fantagraphics Books ha appena annunciato l’uscita negli States del nuovo fumetto (digitale) di Richard Sala: “Violenzia”.

Top 10 fumetti e illustrazioni: i migliori creativi della settimana Jake Wyatt

Tra i giovani autori da tenere d’occhio c’è l’americano Jake Wyatt che sta pubblicando – per ora a ritmo non regolare – una storia d’ambientazione fantastica dal titolo “Necropolis” (si legge in lingua inglese).

Top 10 fumetti e illustrazioni: i migliori creativi della settimana Amanda Vähämäki, Cani selvaggi

Amanda Vähämäki è un’autrice finlandese. In uscita per Canicola c’è il suo “Cani selvaggi”, fumetto su tavole di grande formato, racconta la storia di bislacchi superstiti di una società in rovina.

Top 10 fumetti e illustrazioni: i migliori creativi della settimana Canemarcio

Canemarcio è un collettivo di autoproduzioni. “La Gaia Fantascienza” è il loro nuovo volume di 44 pagine con i fumetti dentro, per tutti i gusti, zeppe di cose misteriose.

Top 10 fumetti e illustrazioni: i migliori creativi della settimana

Inio Asano è uno dei mangaka più apprezzati in Italia. È in uscita in tutte le fumetterie il suo artbook “CTRL + T” con illustrazioni, storie brevi, storyboard e interviste. Anche in edizione speciale deluxe, Planet Manga, Panini Comics.

Top 10 fumetti e illustrazioni: i migliori creativi della settimana TINALS New Monkey

Si chiama This is not a love song ( o TINALS) ed è una produzione diNew Monkey che unisce musica, fumetti e illustrazioni col sapore vintage della musicassetta di una volta: gli ingredienti sono le più belle canzoni d’amore e i migliori fumettisti del momento. Ci sono 21 brani tutti da vedere, questo è quello disegnato da Nicolò Pellizzon, andate a scoprire gli altri!

Top 10 fumetti e illustrazioni: i migliori creativi della settimana

Tra il 1989 e il 1991 l’horror magazine italiano “Splatter” vedeva sulle sue pagine le storie di autori come Brindisi, De Angelis, Ferrandino, Mari, Soldi…Esce oggi per Rizzoli Lizard – con la prefazione di Dario Argento – il volume che ne raccoglie il meglio in 352 pagine.

Top 10 fumetti e illustrazioni: i migliori creativi della settimana Nidasio Milani

Una riedizione aggiornata quella del “Dottor Oss” di Jules Verne. La serie di Mino Milani e Grazia Nidasio che apparve sulle pagine del Corriere di Piccoli nel periodo tra il 1964 al 1969 che torna oggi restaurata e rivista in un volume unico, edito da ComicOut.

Vi ricordo che se siete degli artisti e volete segnalarci i vostri lavori, siete sempre i benvenuti. Commentate questo post con il link al vostro blog, Tumblr, sito o portfolio. Abbiamo collezionato già una serie di proposte ma ne vogliamo ancora! E potete suggerire i vostri artisti preferiti anche se siete solo dei fan!

Grazie mille a tutti!!!
Alla prossima!
Odri

"Got milk?": la storia di un successo che dura da 20 anni

got milk

Vent’anni fa un manipolo di coraggiosi creativi si trovò a dover comunicare uno dei prodotti più ordinari della produzione alimentare, il latte. In quanti modi diversi si può dire “latte”? Lo conosciamo tutti, fa parte della routine alimentare di molti, non ci sono da tempo grandi cambiamenti che lo riguardino, anche perché non è che si può migliorarlo più di quanto non sia già buono. Insomma, puoi metterla come vuoi, il latte sempre bianco è. Eppure, dal lavoro di quei creativi nacque la storica campagna “Got milk?”, una delle più riuscite nella storia del marketing alimentare.

Come nacque l’idea

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In occasione del ventesimo anniversario della campagna, il suo creatore Jeff Goodby ha ricostruito su Adweek.com il percorso creativo che portò a quell’improvviso colpo di genio.

Tutto iniziò quando il California Milk Processor Board, il comitato no-profit nato in California nel 1993 per contrastare il calo nazionale delle vendite di latte causato dal crescente successo di succhi di frutta e soft drink, commissionò all’agenzia creativa Goodby, Silverstein & Partners di San Francisco una campagna che provasse a smuovere qualcosa.

Non è che fu proprio una festa in agenzia: la maggior parte dei creativi, tra cui lo stesso Jeff Goodby, era convinta che il prodotto fosse intrinsecamente noioso. Accadde però che durante un focus group una donna si lasciasse andare ad un apprezzabile slancio di sincerità: “L’unica volta che penso al latte è quando non ne ho più”. Tanto bastò a Goodby per scarabocchiare un frettoloso “Got milk?” su un cartoncino e decidere che sarebbe stata una buona tagline.

L’amico Silverstein lo convertì in quel carattere allungato che pare comunicare subito lo spaesamento di chi apre il frigo per la colazione e trova il cartone di latte vuoto. E fu così che il calo dei consumo di latte in California si arrestò.

Il successo internazionale

got-milk salma hayek

Chiaramente le cose non furono così semplici: ci furono false partenze e opinioni contrastanti. Qualcuno, per esempio, notò che di solito le persone bevono il latte sempre con qualcos’altro e propose di chiamare la campagna “Milk and…”. Alla fine però la spuntò l’idea che aveva richiesto meno sforzi e fu un successo.

Oggi “got milk?” è diventata una delle tagline più ricordate nella storia del marketing alimentare, superando pure quelle di birre e soft drink che hanno speso molti più soldi per le loro campagne. “È così presente nella memoria delle persone che non la considerano neanche più una tagline – ha scritto Goodby su Adweek.com – Ormai è un pezzo di cultura che sta semplicemente lì”.

Secondo Goodby non è neanche un caso che la campagna sia nata proprio in California, avanguardia culturale di tutte le nuove tendenze in fatto di salutismo che si diffondono poi nel resto del monto. La stessa campagna “Got milk?” ha superato i confini degli Stati Uniti per essere abilmente declinata in vari contesti nazionali con esiti sorprendenti come in America Latina, dove la si è arricchita di un tasso di humor e artisticità apprezzabili.

Alla fine dell’articolo Goodby, con grande onestà intellettuale, ammette che una campagna come quella di “Got milk?” che dura così a lungo ricorda a tutti quanto ci sia di casuale e imponderabile in quello che ci ostiniamo a considerare brillantemente orchestrato.

Certamente un’ammissione che solo dopo un grande successo ci si può permettere.

Andes Barley Wine e la gallina dalla "birra d'oro" [VIDEO]

Andes Barley Wine e la gallina dalla "birra d'oro" [VIDEO]

E se una mattina un contadino si svegliasse e al posto delle uova nel pollaio trovasse una gallina che ha deposto una bottiglia di birra? Molti rimarrebbero sbigottiti o spaventati, ma non il protagonista del nuovo spot della Andes Cerveza che alla visione del fenomeno esulta come se avesse vinto al Superenalotto!

Nel video dal titolo Nueva Andes Barley Wine, è proprio una gallina dalle uova d’oro quella che invece delle solite uova depone bottiglie di Andes Barley Wine, la nuova tipologia di birra che l’azienda ha da poco messo in commercio. L’entusiasmo del contadino è travolgente: l’uomo condivide con amici e conoscenti il miracolo viaggiando per la pampa argentina. Ogni covata è una festa che accoglie le nuove bottiglie di birra con entusiasmo, finché un giorno però la gallina torna a fare le uova e la magia termina bruscamente.

Il finale ironico lascia un po’ di amarezza, per spiegare che la Andes Barley Wine è una tipologia di birra a edizione limitata e per questo, come la magia della gallina, non può durare per sempre.

Il video Nueva Andes Barley Wine ha un ritmo incalzante e si segue piacevolmente fino alla fine; le espressioni del contadino e dei personaggi rendono il tutto ancora più simpatico. I toni non stupiscono perché l’ironia utilizzata non è nuova agli spot della Andes Cerveza.

E voi come reagireste se al posto delle uova domani nel vostro frigorifero trovaste delle birre? Probabilmente con la stessa espressione di gioia del contadino vero? 😉

Paura di volare? Ballaci su con Virgin America Airlines [VIDEO]

Viaggiare in aereo è noioso. Mi si tappano le orecchie, non posso andare su Facebook e le istruzioni delle hostess mettono ansia e sono tediose. Se anche voi la pensate come me… beh preparatevi a cambiare idea grazie a Virgin America Airlines!

La società di voli americana punta sul viral con una campagna transmediale che parte da Youtube e arriva su Instagram. Con #VXsafetydance, Virgin America vuole rileggere in chiave divertente le noiose e monotone norme di sicurezza che le hostess sono costrette a ripetere all’inizio di ogni viaggio… e cosa c’è di più divertente di un video fatto di coreografie, karaoke e suore scatenate?

Un gruppo di viaggiatori in partenza, un aereo immaginario e un gruppo di hostess e steward pronto a ballare e cantare. Il tutto condito da utili lezioni sulla sicurezza in volo e coreografie che spaziano dalla robot-dance all’hip-hop. E non dimentichiamoci della suora entusiasta (che sembra arrivare direttamente da Sister Act) e della ragazza snodata che ti guarda con malizia.

Un video divertente che esorcizza una grande paura umana, quella del volo. Attraverso un motivetto ritmato, hostess e steward della linea Virgin America ci descrivono tutte le procedure di sicurezza da seguire in aereo il tutto accompagnato da una coreografia e dai sottotitoli animati in stile karaoke 2.0. Come se non bastasse, durante il video, si esplorano diversi generi musicali e stili di ballo.

E non finisce qui! Oltre al video la Virgin America ha anche instituito un concorso su Instagram dal nome inequivocabile: Safety Dance Battle. Per partecipare basta postare su Instagram un video con il vostro Safety Dance, aggiungere l’hashtag #VXsafetydance e incrociare le dita. Cosa si vince? Bella domanda, oltre alla gloria anche un posto da ballerino nel nuovo video firmato Virgin America. Insomma, una cosa seria con tanto di giudici famosi nel settore.

Il video, inutile dirlo, è diventato in poco tempo un virale superando le 5 milioni di visualizzazioni. Il segreto del suo successo? L’anima stessa del video. Virgin ha saputo trasformare la paura in divertimento, il volo in piacere e le hostess in ballerine tutto pepe trasformando il viaggio in una esperienza cool e al passo con i tempi.

Non solo, con #VXsafetydance Virgin manda anche un messaggio positivo, ovvero seguite sempre le norme di sicurezza quando viaggiate. Icaro non le aveva seguite. E non gli era andata proprio bene…

IBM progetta il computer con “sangue elettronico”

IBM progetta il computer con “sangue elettronico”

IBM progetta il computer con “sangue elettronico”

Il Dottor Patrick Ruch alle prese con il test del "sangue elettronico"

IBM ha realizzato un prototipo di pc alimentato da electronic blood, ovvero “sangue elettronico”. Come riporta Psfk.com, il colosso statunitense ha creato un prototipo che usa un liquido per portare energia e raffreddare le parti che compongono il computer, prendendo quindi spunto dalla natura e dal sistema sanguigno umano.

Il nuovo impianto denominato “redox flow” (flusso ossidoriduttivo) pomperebbe il liquido multitasking assolvendo alle funzioni vitali del computer. Il prototipo di questo nuovo computer è stato presentato la scorsa settimana presso il laboratorio di Zurigo della IBM dai ricercatori Patrick Ruch e Bruno Michel.

IBM progetta il computer con “sangue elettronico”

La IMB vorrebbe utilizzare il “redox flow” al fine ultimo di avere, entro il 2060, in un pc da tavolo un computer dalla potenza di 1 Petaflop, macchina che oggi invece occuperebbe circa mezzo campo da football americano. Insomma una “compressione” veramente molto importante che si ispira al sistema del cervello umano.

“Proprio come i computer ci aiutano a capire il nostro cervello, se capiamo il nostro cervello faremo computer migliori”, dice Matthias Kaiserswerth, Direttore della Ricerca IBM a Zurigo, riferendosi al fatto che l’azienda vorrebbe un pc simile al cervello umano che quindi racchiuda una potenza di calcolo fenomenale in un piccolo spazio e soprattutto utilizzi poca energia per lavorare.

La verifica concreta di questo principio era già stata realizzata proprio in casa IBM con il super computer Watson: il “cervellone” ha partecipato al gioco-quiz “Jeopardy” utilizzando nella gara circa 85.000 Watt di energia, mentre i suoi avversari umani hanno “consumato” soltanto 20 Watt.

IBM progetta il computer con “sangue elettronico”

“Vogliamo inserire un super computer in uno spazio occupato da una zolletta di zucchero. Per fare questo, abbiamo bisogno di cambiare il paradigma dell’elettronica e abbiamo bisogno di ispirarci al nostro cervello. Il cervello umano è 10.000 volte più denso ed efficiente di qualsiasi computer di oggi. Questo è possibile in quanto utilizza una sola rete di capillari e di vasi che provvedono al trasporto contemporaneamente di calore e di energia” dice Michel.

Insomma in IBM credono che la nuova generazione dei computer si baserà sull’efficienza energetica e non sulla potenza di calcolo.

“Il 99% del volume di un computer è dedicato al raffreddamento e all’alimentazione. Solo l’1% viene utilizzato per elaborare le informazioni, afferma Michel. Invece il cervello utilizza il 40% del suo volume per le prestazioni funzionali e solo il 10% per l’energia e il raffreddamento”. È questa la tecnica che Big Blue vuole applicare ai nuovi pc con in più la possibilità di integrare i sistemi con il raffreddamento a liquido e quindi avere chip inframmezzati da piccoli tubi di acqua. Proprio come positivamente sperimentato da Acquasar e SuperMUC.

IBM progetta il computer con “sangue elettronico”

Bruno Michel con un server di Aquasar

Ma le posizioni sul progetto IBM non sono tutte positive. “L’idea di utilizzare un fluido di potenza e raffreddamento mi sembra quasi un romanzo di ingegneria che si ispira al principio di “prendere due piccioni con una fava”, dice Alan Woodward, Professore del Dipartimento Informatico dell’Università di Surrey. C’è una lunga strada da percorrere in laboratorio prima di avere uno di questi pc posizionati sotto la scrivania”.

Certo professor Woodward, il nuovo sistema elettronico della Big Blue ad oggi è solo un prototipo ma le grandi invenzioni nascono proprio dalle sperimentazioni, come insegnano Bill Gates, Mark Zuckerberg e Steve Jobs. E in IBM di quanto sia importante essere folli… ne sanno qualcosa!

Si, No, Mio Dio No! Lo Stile Maschile Secondo Jessica Saia

Cosa Fare e cosa Non Fare per quel che riguarda l’abbigliamento maschile?

A rispondere a queste domande ci ha pensato Jessica Saia che, dal suo blog, The Bold Italic, ha pensato di spiegare a grandi linee agli uomini cosa sarebbe meglio evitare per quel che riguarda le scelte di stile.

Lo ha fatto creando delle immagini che elenchino cosa fare (do), cosa non fare (don’t) e cosa evitare ad ogni costo (please don’t).

1: T-Shirt. Questo capo è preferibile se a girocollo, semplice, senza ostentazioni.

Da evitare lo scollo a V, che faccia vedere il pelo, o peggio, i segni della ricrescita post ceretta.

Rientra nei please don’t lo scollo talmente profondo da mostrare anch’esso il pelo, ma del pube.

2: Il Sandalo: Da molti e da molte considerato un indumento eros-repellente il sandalo ha comunque una sua dignità e, se portato con stile, non solo è più che accettabile, ma addirittura bello da vedere.

Risulta quindi un do se indossato come detto poc’anzi, diventa un don’t se accompagnato dal calzino bianco che ricorda il teutonico-in-vacanza-style.

3: Gli Occhiali da Sole. Accettabili, secondo la blogger, gli occhiali che abbiano la forma e le tinte dei classici intramontabili, indossabili con un vestito, per un aperitivo all’aperto o per una gita in moto sulle colline: questi sono do.

Decisamente don’t quegli occhiali che andrebbero bene solo per una discesa su una pista nera, troppo tecnici, troppo impossibili da abbinare se non sotto ad un casco da mountain bike o da sci. Aggiungiamo noi un don’t anche per gli occhiali a visiera o, peggio ancora, quelli con stanghette fisse, si vedano i modelli Dior e John Richmond di qualche anno fa.

E’ un please don’t per gli occhiali indossati al contrario perché, a meno che non siate nella campagna indiana, non avete bisogno di simulare gli occhi sulla nuca per scoraggiare gli agguati da dietro di tigri o giaguari.

4: Pantaloni. Sono un do i pantaloni corti, anche molto, tagliati. Piacciono.

Sono un don’t i pantaloni che non sono né lunghi e neppure corti. Questo modello staziona in un limbo per quel che riguarda la loro definizione, ma sono ben posizionati in quanto a gradevolezza alla vista. Orribili.

Please don’t sono i pantaloni tagliati al contrario, ovvero in cui la parte residua è quella che copre la tibia. Insomma, anche per Jessica Saia va bene essere hipster, ma a tutto c’è un limite.

5: L’orologio. Accessorio senza età l’orologio da polso può donare molto a chi lo indossa, ma può anche togliere altrettanto. E’ quindi un do l’orologio classico, quello che segna le ore con eleganza e sobrietà.

E’ un don’t l’orologio che necessita un microscopio gemmologico per leggerne l’ora. Poco pratico, poco apprezzabile, poco virile.

E’ un please don’t l’orologio imponente. Quello che segna l’umidità, l’altitudine, i fusi orari di 13 nazioni diverse, il battito cardiaco, la pressione sanguigna, il livello di elettricità presente nell’atmosfera, la direzione del vento, dotato di rilevatore geiger, metal detector, connessione ad internet, disco rigido da 64 terabyte, lanciarazzi e pulsante per lo sgancio della bomba atomica. Insomma gli orologi esagerati, se desiderate essere simpatici agli occhi di Jessica Saia, sarebbe meglio evitarli.

6: La camicia. Spesso nei dress-code di vari eventi e locali è espressamente richiesta la camicia. Il disguido maggiore è che questa richiesta non intente qualsiasi camicia. The Bold Italic considera do la camicia classica, normale, tinta unita, con i bottoni dall’inizio alla fine ed un colletto accettabile per dimensioni e colore.

Sono un don’t tutte quelle camicie che presentano dragoni disegnati di fronte e magari ali da angelo sulla schiena. Consideriamo don’t anche quei colletti talmente larghi e rigidi che, se esposti a venti con velocità maggiore ai 35 km/h, trasformano la camicia e chi la indossa in un aliante.

Sono please don’t, per finire, le camicie talmente corte da far vedere l’elastico dello slip griffato e un lembo di pelle. Aggiungiamo anche in questa categoria le camicie strette a risaltare il pettorale, ma i cui bottoni sono talmente tesi da risultare più instabili del plutonio.

Jessica Saia, con ironia, ha voluto dare dei consigli agli uomini in merito al dilemma di come vestirsi oggi. Dato che a giudicare i maschietti è, solitamente, il gusto femminile, sarebbe meglio prendere questi consigli sia con l’ironia con cui sono stati dati, che con la serietà che ha spinto la blogger di The Bold Italic a darli.

La casa dei social network: spazi autentici o non luoghi digitali?

Il mondo dei social network, si sa, riserva sempre un sacco di sorprese e storie interessanti: quella che vi raccontiamo oggi, in particolare, può dare il là a una serie di riflessioni interessanti. Ma andiamo con ordine.

Una decina di giorni fa ha destato scalpore il caso scoppiato intorno all’account di Twitter @NatSecWonk, una delle tante Gole Profonde che ha agito negli ultimi decenni nell’ambito alle attività della Casa Bianca.

I fatti: un funzionario del governo federale americano, Jofi Joseph, nel febbraio del 2011 apre un profilo sul sito di microblogging più famoso del mondo da dove comincia a raccontare retroscena scottanti e commenti pungenti direttamente dalla sede presidenziale americana. Via via che i mesi passano, i tweet di @NatSecWonk si fanno sempre più scottanti, toccando argomenti inerenti alla sicurezza nazionale e facendo uscire dalle mure della Casa Bianca anche informazioni coperte da segreto.

Con il passare del tempo, Jofi ha pubblicato post sempre più scottanti, tanto da attirare l’attenzione della stessa Casa Bianca, che ha scoperto l’identità dell’anonimo gestore e obbligando Joseph a dimettersi.

Particolare non di poco rilievo, come racconta anche LaStampa.it, che Jofi era uno dei più brillanti giovani politici democratici USA, impegnato nel negoziato per il controllo del programma iraniano e, secondo alcune voci ben informate, pronto per approdare al Pentagono.

Cosa ha portato un politico rampante e rispettato, nel pieno della sua carriera politica a rischiare così tanto? Voglia d’informare o faciloneria dettata dal “lasciarsi prendere” dal gioco?

I social network diventano la nostra dimensione?

Prendiamo spunto da questa storia per avviare un’analisi più approfondita, che intreccerà caratteristiche dei network digitali più in voga alla predisposizione dell’utente all’utilizzarli: questo perché il caso di @NatSecWonk non è e sicuramente non sarà l’ultimo di una lunga serie dove l’identità fittizia prende il sopravvento sulla realtà “oggettiva”, andando ad assumere un ruolo principale nella quotidianità tanto da indirizzarla e influenzarla.
Il primo assunto che ci sembra interessante è appunto il riferimento all’identità: quando si “vive” un social network, ogni utente “respira” in quell’ambiente. Ne assimila quindi le strutture e la caratteristiche, modellando il suo linguaggio e i suoi tempi sulle caratteristiche che il social network offre.

Su Twitter, per dire, l’interazione dev’essere continua, smart, veloce, per portare un utente ad acquisire audience sufficiente per diventare opinion leader. Su Facebook, è il meccanismo di condivisione contenuto a prevalere rispetto al dialogo: più propongo post ingaggianti e coinvolgenti, più il buzz premia il mio account avvalorando la mia presenza.

Cosa ha reso l’attività di Jofi Joseph da virtuosa a viziosa e dannosa? Il “voler strafare”: a forza di acquisire consenso, @NatSecWonk doveva diventare sempre più influente, originale, unico nel suo essere produttore di contenuti. Il progetto, per il contenuto e per la sua natura, probabilmente sarebbe potuto essere ugualmente efficace  su altri social network, è vero: ma la natura virale di Twitter è unica nel suo genere.

Il pericolo di subire conseguenze nell’essere @NatSecWonk non ha spaventato Jofi Joseph, che assumendosi le sue responsabilità ha manifestato alla fine della vicenda la consapevolezza di aver esagerato, ma senza che il tutto gli fosse chiaro in essere.

Twitter era diventato un luogo tutto suo: come fosse casa sua. Uno spazio senza limiti, dove agire senza particolari restrizioni perché percepito come realtà famigliare e da abitare con regole che, tutto sommato, si possono sviluppare secondo una percezione totalmente soggettiva.

E allora: è così? I social network sono non-luoghi dove l’utente arriva, si stabilisce e detta le regole piegando – o meglio, performando – le strutture precostituite al suo volere? Sono veramente casa nostra, uno spazio che scegliamo di condividere con amici e followers e che si performa al nostro volere? E ancora: che costo si è pronti a pagare per creare spazi d’aggregazione sui social network dove la libertà d’espressione indirizzi la produzione di contenuti?

Saranno questa serie di domande il punto di partenza per una riflessione che ci porterà a sviscerare il panorama di Facebook, Twitter, Pinterest, YouTube e altri, dipingendo un ritratto preciso: quella che non esiteremo a definire, appunto, la casa dei social network.

Riprendendo la definizione sopra riportata, un non luogo apparentemente senza regole se non quelle relative alla funzionalità, che l’utente colonizza con i propri contenuti e che possono diventare la linea guida di una nuova costruzione d’identità.

Un fenomeno non nuovo, ma che può aiutare se, ad esempio, tendiamo a ipotizzare presenze di natura diversa da quella personale (e i brand sono un esempio che rientra nella categoria) e vogliamo capire quale sia il modo migliore per cominciare un nuovo processo di colonizzazione, con obiettivi precisi e legati alla dimensione del business.

La casa dei social network diventa quindi una sorta di rubrica: a ogni social network assoceremo una stanza, che diventerà metafora di un’analisi per capire in che modo ci muoviamo, letteralmente, nella dimensione web. Ogni post spiegherà perché abbiamo provato a definire un profilo preciso, così da ottenere un quadro che possa aprire una serie di interpretazioni: ciò che si può fare e in che modo ottimizzarne le peculiarità, perché per quanto simile all’altro ogni social network offre delle possibilità differenti.

Seguiteci nelle prossime settimane: ad accompagnarvi in questo viaggio ci sarà, oltre a chi vi scrive, Emanuela Goldoni aka Kora-Bakeri.

Siete pronti a entrare insieme a noi in nuova dimora digitale?

Heineken Next Gallery, il sottomarino sulla Senna diventa una mostra

Per festeggiare i 140 anni del marchio, Heineken ha realizzato un museo galleggiante temporaneo a Parigi, sulle acque della Senna: la Next Gallery.

Una tradizionale peniche francese è stata trasformata in un sottomarino galleggiante anziché subacqueo.Un’ambientazione con un gioco di luci retro-futurista allestito in puro stile Heineken e sistemi di illuminazione al neon in cui il verde è stato rigorosamente protagonista.

Una vera e propria mostra galleggiante, durata solo una settimana, con un intento a metà tra l’edutainment e la customer experience: gli avventori del locale, oltre a gustare la più famosa birra del mondo e a divertirsi con del sano clubbing, hanno potuto esplorare l’interno della barca scoprendo con la mostra le origini e i 140 anni di storia del brand.

Skype: la tecnologia punta ancora tutto sulle emozioni [VIDEO]

Skype: la tecnologia punta ancora tutto sulle emozioni [VIDEO]

Centinaia di milioni di utenti attivi mensilmente, in ufficio, a casa, in viaggio. Prima di FaceTime, di Google Hangouts, c’era Skype, che è ancora il servizio di riferimento per la maggioranza dell’utenza. Negli ultimi giorni Skype ha rilasciato l’ultimo video della serie “Family Portrait“, testimonianze di persone le cui esistenze sono state fortemente segnate da questa tecnologia.

Skype ha un forte posizionamento sul mercato dovuto in particolare all’innovazione che ha introdotto nel campo delle telecomunicazioni, anche se tecnologicamente ha alcuni limiti rispetto a servizi simili. Ma il suo business core, cioè la possibilità di connettere facilmente persone sparse per il mondo, è rimasto coerente nel tempo e ha permesso al servizio di rimanere tra i più amati. Per questo Skype punta sempre, nella sua comunicazione, sullo storytelling.

Storie di persone che entrano in contatto su Skype. Storie che, come nel caso di questo video, nascono su Skype: Sarah e Paige sono due adolescenti che condividono un handicap, che costituisce anche il motivo grazie al quale si sono conosciute online all’età di otto anne, quande le rispettive madri cercavano in rete qualcuno che avesse in comune la loro stessa situazione.

Skype: la tecnologia punta ancora tutto sulle emozioni [VIDEO]

Skype: la tecnologia punta ancora tutto sulle emozioni [VIDEO]

Da allora, le due ragazze non si sono mai lasciate. Nonostante non si siano mai incontrate, Sarah e Paige condividono tutto, grazie ad una tecnologia che riesce a colmare i chilometri che le dividono. Il video racconta quindi in prima persona la storia delle due, un racconto iper-simbolico sulla capacità di connessione resa possibile da Skype.

Voi cosa ne pensate di questa formula di comunicazione? La trovate efficace, coinvolgente, o non vi piace l’idea che storie tanto potenti vengano utilizzati a fini di marketing?