Quali sono le migliori scuole di business d’Europa?

 

La scelta di una buona scuola di business è una tappa molto importante per tutti coloro che decidono di intraprendere un eccelso percorso professionale manageriale.

È fondamentale quindi informarsi nella maniera più esaustiva possibile su quali siano le scuole da scegliere e i criteri per poterle riconoscere. Andiamo per questo a vedere le migliori scuole di stampo economico presenti in Europa con un accenno anche a quelle nel mondo.

Premessa: le fonti della classifica

 

Esistono più classifiche dedicate alle migliori scuole di business sia del mondo che d’Europa, ma noi ci rifaremo essenzialmente alle graduatorie pubblicate dal Financial Times; rispettivamente:

1) Il Global MBA Ranking 2013 (dedicato ai Master in Business Administration).

2) L’Executive Education 2013.

Quest’ultima è una classifica molto singolare, in quanto prende in considerazione sia la qualità dei corsi a catalogo, detti “open programs” e sia quelli “su commessa”, cioè progettati dalle scuole per soddisfare le specifiche esigenze formative, richieste ai manager, delle imprese clienti (custom programs).

Queste indagini vengono effettuate e stilate ogni anno tenendo conto di molteplici fattori, quali, in particolare, l’internazionalizzazione della scuola, le connessioni con le aziende e le prospettive che vengono offerte dal mondo lavorativo.

Per verificare la qualità di una buona scuola di business è importante conoscerne le certificazioni attribuite da enti nazionali, europei e internazionali.

Le scuole di business migliori in Europa

 

Ecco una panoramica delle più prestigiose scuole di business presenti in Europa.

Francia: INSEAD, acronimo del francese “Institut Européen d’Administration des affaires”, fondato nel 1957.

È una scuola di direzione aziendale e un istituto di ricerca di carattere internazionale; considerata una delle migliori accademie del mondo, l’INSEAD ha come caratteristica fondamentale l’attenzione alla diversità culturale e alla prospettiva globale dei suoi corsi, non a caso è presente con un Campus anche a Singapore.

Altre ottime scuole francesi sono poi la HEC di Parigi e la EM Lyonn Business School.

In Italia troviamo la milanese SDA Bocconi. Questa prestigiosa scuola di direzione aziendale e cultura manageriale nata nel 1971, è caratterizzata da una forte internazionalizzazione e interconnessione tra ricerca, didattica, collaborazione col mondo delle imprese e delle istituzioni pubbliche.

La mission dell’istituto è la crescita professionale degli individui, l’innovazione dell’impresa e l’evoluzione dei patrimoni di conoscenza.

In Spagna spicca la IE, Instituto de Empresa. Secondo il Financial Times, nel 2012, l’IE è stata considerata la migliore scuola di business in Europa.

Vi sono poi la IESE, scuola di specializzazione in Amministrazione d’Impresa dell’Università di Navarra con sede a Barcellona e a Madrid e la ESADE (Escuela Superior de Administración y Dirección de Empresas). Quest’ultima segue una metodologia didattica applicata, che si basa cioè sullo sviluppo di competenze professionali e di gestione. La scuola ha una sede anche a Buenos Aires.

In Svizzera degno di nota è l’ IMD (International Institute for Management Development), fondato nel 1990 con sede a Losanna; in più vi è anche l’Università San Gallo (1898), specializzata nel campo della gestione aziendale, economia, diritto e affari internazionali.

In Inghilterra troviamo la rinomata London Business School (1964); autorevole scuola universitaria di specializzazione in economia aziendale e finanza, insieme alle università di Oxford, Cambridge e Manchester.

Un’altra scuola di rilievo è l’ESCP Europe, fondata a Parigi nel 1819. Questa è la più antica e più prestigiosa Business School a livello globale, grazie in particolare al suo Master in Management, classificato dal Financial Times come uno dei migliori al mondo.

Composta attualmente da 5 campus in 5 diverse città d’Europa (Parigi, Londra, Berlino, Madrid e Torino), la Grande École ESCP Europe è estremamente selettiva e si prefigge di preparare alle massime funzioni dirigenziali studenti ad alto potenziale, post-graduate ed executive.

Le classifiche

Prendendo in esame le due classifiche ufficiali del Financial Times, il Global MBA Ranking e l’Executive Education degli ultimi anni, possiamo constatare che la maggior parte delle università europee nelle prime classifiche sono inglesi e francesi.

A livello mondiale, invece, il primato va agli USA: la classifica è dominata principalmente dagli istituti statunitensi. Al primo posto c’è l’Harvard Business School, al secondo la Stanford School of Business e al terzo posto si classifica la University of Pennsylvania.

Tra i migliori percorsi d’eccellenza del Belpaese già citati (Bocconi ed ESCP di Torino), troviamo all’interno dell’Executive Education 2013, un’altra grande importante realtà italiana: il Politecnico di Milano, ben piazzato nella classifica dei cosiddetti “corsi su misura”.

Per quanto riguarda le altre università del Vecchio Continente, la London Business School tiene ben stretto (su scala addirittura mondiale), il quarto posto dall’anno scorso e tra gli altri nomi spuntano l’INSEAD francese, la HEC di Parigi, la Iese, l’IE e l’Esade spagnola e l’IMD svizzero.

 

E voi quale Business School scegliereste?

 

Immagini riprese da Thinkstockphotos e commons.wikimedia.org

5 aspetti fondamentali per il mobile marketing del 2014

Lo smartphone sta diventando sempre più il principale punto di collegamento tra consumatori e brand. Per questo le aziende non devono dimenticarsi di includere nelle loro strategie di marketing il mondo mobile.

Vediamo quali sono i cinque aspetti fondamentali per sfruttare i dispositivi mobile in una strategia di marketing: per funzionare al meglio, questi 5 punti devono essere coordinati in una strategia integrata in cui un punto non può fare a meno degli altri in un’ottica che guarda già alle tendenze della comunicazione e della tecnologia per il 2014.

1. Avere una mobile app

Chiaramente il primo passo da fare è quello di avere una brand app per mobile. L’applicazione dovrebbe combinare il branding aziendale con le funzionalità native del dispositivo, in modo da rendere l’applicazione sufficientemente convincente per garantirne il suo uso regolare una volta scaricata.

A volte un ottimo sito mobile può non essere sufficiente per il vostro mobile marketing, in quanto deve essere il cliente a doversi ricordare di visitare il sito. Un’app mobile può invece costruire giorno dopo giorno il rapporto con il cliente.

 

2. Sconti personalizzati

Tutti i clienti amano le offerte, soprattutto se sono personalizzate. Una delle caratteristiche più importanti di una strategia di mobile marketing è la capacità di segmentare il proprio target per offrire loro l’offerta più adatta, rigorosamente tramite mobile. Questo perché il telefono diventerà il nostro coupon da presentare direttamente in negozio per ottenere lo sconto.

 

3. Notifiche per gli eventi

Gli eventi rappresentano un pilastro fondamentale per molte aziende. Inaugurazioni, riaperture, dimostrazioni di prodotti fino ai compleanni. Lo smartphone diventa quindi il sostituto del classico cartellone pubblicitario e non solo:  pensate a quelle app che dopo aver inviato una notifica su un evento, permettono all’utente anche di confermare la propria presenza, generando persino un promemoria su calendario. Aggiornare i consumer è fondamentale per fidelizzarli.

4. Fidelizzare

Avere un programma di fidelizzazione dei clienti diventa fondamentale per costruire una solida base di consumatori abituali. Visto che la maggior parte delle persone passa l’intera giornata con il telefono in tasca, quest’ultimo diventa il miglior mezzo per realizzare un’ottimo programma di fidelizzazione.

Quante volte è capitato di dimenticare la famosa “carta fedeltà“? E quante volte siete riusciti a farvi fare lo sconto ugualmente? Scommetto molto poche. Ecco che il nostro smartphone diventa il miglior mezzo per fidelizzare il vostro cliente, trasformandosi in una fidelity card!

 

5. Informazioni sul consumatore

Uno degli scopi principali del marketing è quello di attrarre nuovi clienti per un business. Ma come facciamo ad intercettarle nuovi possibili consumatori? Dobbiamo conoscere molto bene quelli che già abbiamo, e quale modo migliore se non quello di sfruttare un dispositivo personale!

Quante informazioni si possono ricavare se si sanno sfruttare le potenzialità di una piattaforma mobile; conoscere i nostri clienti significa sapere come pianificare i prossimi investimenti promozionali, saper scegliere i canali adatti e fidelizzare i clienti abituali.

Il mobile è parte integrante della vostra strategia aziendale o avete ancora qualche dubbio? Chiaritevi le idee con il Master Online in Digital Strategy & Social Media Communication di Ninja Academy 😉

Twitter introduce la Custom Timeline

Twitter introduce le timeline personalizzate: lo annuncia il team di sviluppo dal blog ufficiale con un cinguettio più lungo del solito:

 “Introduciamo le custom timeline per darvi più controllo su come i Tweet sono organizzati e distribuiti sulla piattaforma Twitter.

Le timeline personalizzate sono un nuovo tipo di linea temporale – quella che si crea. E’ scegliere il nome, è scegliere i tweet che si desidera aggiungervi sia in maniera manuale che automatica utilizzando le API. Ciò significa che quando la conversazione intorno ad un evento decolla su Twitter, si ha la possibilità di creare una timeline che faccia emergere i tweet più rilevanti.

Ogni timeline è pubblica e ha una sua pagina su twitter.com rendendo facile la condivisione in modo tale che anche gli altri possano seguire in tempo reale mentre vengono aggiunti altri tweet. Inoltre, poiché le timeline personalizzate sono una parte del nostro Website Toolkit è possibile incorporare la timeline sul vostro sito.”

Da oggi, quindi su Twitter sarà possibile personalizzare una timeline per mettere insieme Tweet su un argomento specifico, per seguire un evento in tempo reale o per raccogliere a posteriori le opinioni degli utenti, monitorare determinate parole-chiave o per tenere sotto controllo una situazione online.

Inoltre, è possibile rendere disponibile anche agli altri la timeline condividendola con altri utenti e incorporarlo nel proprio blog o website. Per averne un esempio basta dare un’occhiata ad un paio di quelle già realizzate, come quelle di Carson Daly per il programma televisivo The Voice o la timeline di Twitter Music dedicata alle superstar della musica.

Come creare una timeline personalizzata? Semplice, basta utilizzare TwitterDeck!

In pochi giorni tutti gli utenti potranno implementare le loro timeline personalizzate.

Sarà utile la nuova feauture di Twitter, voi cosa ne dite? Fatecelo sapere nei commenti! 🙂

 

È già Natale su YouTube, e i brand cercano l'emozione [VIDEO]

È già Natale su YouTube, e i brand cercano l'emozione [VIDEO]

Ci aveva già abituato la televisione a questa tradizione: passato Ognissanti (o Halloween, come preferite!), uno spot su tre pubblicizzava panettoni, pandori, cioccolatini, giocattoli. Oggi, i brand non aspettano altro che i primi giorni di Novembre per pubblicare online il loro “Christmas advert”, e fanno un po’ a gara a chi crea il più bello, ricco, brillante, emozionante video promozionale di Natale.

Sono già diversi, dunque, i video a tema che circolano su YouTube. Dall’ormai attesissimo spot di John Lewis a Cadbury, che invece si è cimentato nell’impresa per la prima volta online, la lista è già piuttosto popolata.

Oggi vi proponiamo sette video, di sette differenti aziende. Tra questi possiamo rintracciare alcune similarità, o al contrario elementi assolutamente originali, situazioni un po’ scontate o ribaltamenti interessanti.

Prima di iniziare la breve carrellata, e decidere qual è il nostro spot preferito (per ora) per questo Natale in arrivo, fermiamoci solo qualche attimo e pensiamo a cosa ci aspettiamo da un video natalizio. Opulenza? Felicità? Sorrisi? Tantissimi colori?

Penso saremo tutti più o meno d’accordo nel dire che la chiave narrativa più forte per la comunicazione di questo periodo sia quella che si rifà ai concetti di magia e ai suoi subordinati. Perché a Natale siamo tutti più buoni, perché è quel periodo dell’anno in cui le famiglie si riuniscono, in cui siamo più altruisti.

Funziona in particolar modo quella comunicazione che risponde al nostro bisogno innato di magia, di emozione. Ancor più efficace, è la comunicazione che riesce a fare tutto questo, stupendoci, scegliendo magari un tono ironico, originale.

Vediamo adesso i video.

John Lewis – The Bear and The Hare

Dopo il successo degli spot passati (quello del 2011 sulle note degli Smiths e “The Journey” del 2012) John Lewis ha creato un altro video altamente coinvolgente.

Animali, atmosfera fiabesca, una storia di amicizia e un brano molto polare in sottofondo. Il copy si sviluppa attorna all’idea del regalo perfetto, quello che ci impegniamo tanto a trovare per il nostro amico più caro, e solo il fatto di raccontarlo tramite un dolce orso e una tenera lepre rende lo spot emozionante.

Il prodotto diventa, proprio come lo spot stesso, un oggetto che mette in comunicazione le persone.

Marks & Spencer

La brand equity di Marks & Spencer non può che richiedere uno spot dove lusso e sfarzo ricoprono un ruolo principale. E così è, in questa rivisitazione di Alice nel Paese delle Meraviglie/Cappuccetto Rosso/Narnia/Il Mago di OZ, che vede come protagonisti Rosie Huntington-Whiteley, David Gandy e Helena Bonham Carter.

Come nello spot precedente, torna il tema della fiaba (qui ce ne sono addirittura quattro, giusto per non esagerare). Lo scintillio c’è, la headline dello spot non a caso è “Believe in Magic & Sparkle“. Tutto consonante col brand, senza dubbio. Viene voglia di condividerlo? Così così.

Cadbury – Unwrap Joy

Lo spot per i primi secondi ci disorienta: atmosfera cupa, case completamente avvolte nella carta, sottofondo un po’ angoscinate. Ma subito arriva la svolta, quando un bambino apre la finestra della sua cameretta e inizia così a scartare casa sua, metaforicamente il suo regalo poiché contenitore di gioia, amore. L’intero quartiere si trasforma in una grande famiglia che scarta insieme i regali, fino ad arrivare all’albero, ovviamente pieno di cioccolata Cadbury.

Il concept utilizza momenti topici della narrazione del Natale, come il momento del risveglio e l’apertura dei regali, ma li riposiziona. È uno spot originale? Sì. Ci diverte, ci mette di buon umore come farebbe un morso di cioccolata? Sì.

Boots

Anche il video di Boots contiene una svolta narrativa come quello di Cadbury. Protagonista è un ragazzo che nei primi secondi esce di casa in fretta, rispondendo un po’ in malo modo al padre che gli domanda dove stia andando. Ci mettiamo poco però a capire che il giovane, vestito di rosso, è un piccolo Babbo Natale che sta lasciando dei doni alle persone speciali della sua vita, per ringraziarle e renderle felici.

L’insight è molto simile a quello di John Lewis, con il quale ha in comune anche l’utilizzo di una canzone molto conosciuta per dare ulteriore enfasi alla narrazione. Non ci sono boschi incantati, solo rapporti umani raccontati nel momento del dono, fatto da un soggetto (giovane adolescente) che raramente viene rappresentato in queste vesti. Ci piace, e fa sentire speciali anche noi spettatori.

Lego – Let’s Built

Di questo video ci ha già parlato la nostra Manuela Ferrara aka Makan-hueka, nel suo post “Christmas is coming e Lego punta sul rapporto padre-figlio“.

Punto forte di questo video è l’idea di famiglia, raccontata però secondo il punto di vista di un bimbo che costruisce tante cose (fatte di Lego, ovviamente) assieme al papà, mentre costruiscono assieme il loro rapporto.

Un rapporto umano e archetipico, quello tra padre e figlio, che non può che emozionarci.

Morrisons – Go On…it’s Christmas!

Se pensiamo al Natale, pensiamo alla cena della vigilia. Morrisons, catena di supermercati inglese, non può che parlare di questo, e nel farlo ci catapulta in un universo un pò Disneyano, dove un pupazzetto di marzapane (l’omino biscottino, insomma) canta e balla al centro di una tavola imbandita come facevano gli eroi dei film di animazione. Con tanto di animaletti che fanno da coro e balletto.

Bando alla scontatezza però: alla fine i due commensali (perché sono solo due?), ovvero il duo comico inglese Ant & Dec, se lo vogliono mangiare, l’omino biscottino. In effetti, lo spot fa venire molta fame!

Tesco

Rimaniamo nel settore alimentare con Tesco, il quale però non sceglie di parlare di cibo. Il video è girato come fossero registrazioni originali di una famiglia, il racconto audiovisivo dei tanti Natali passati assieme e documentati tramite la videocamera di papà. Però l’effetto artificiale rimane un po’ troppo evidente (tutti molto disinvolti davanti alla telecamera, in questa famiglia :-)).

Ma la colonna sonora e la sceneggiatura riescono comunque a creare un effetto nostalgico efficace, in cui la narrazione di marca si inserisce con disinvoltura.

Allora, quale video preferite? Quale vi emoziona di più, o ritenete più efficace? Ne avete visti altri in rete?

Commenti su Youtube? Adesso c’è Google+

Immagine tratta da jvlimited.com.hk

Inte(g+)razioni e critiche

Come annunciato in settembre, Google ha di recente rinnovato la sezione dei commenti di YouTube con un sistema richiedente un account Google+ o un canale YouTube.

Nel sito di diffusione video più grande al mondo, la qualità dei commenti è sempre stata notoriamente bassa; sarà forse agganciandolo a un separato social network che ne miglioreremo l’esperienza d’uso, o ciò non farà altro che accrescere semplicemente la frustrazione degli utenti?

Significative a tal proposito due risposte date dal web. La prima proviene nientemeno che da un commento sul canale di uno dei co-fondatori di YouTubeJawed Karim: tuttavia non si sa se sia vero o di un hacker, in quanto Karim non postava un commento da otto anni.

youtubeLa seconda è invece un video che riassume lo scontento regnante tra gli YouTubers, quivi rappresentati dalla musicista Emma Blackery, la quale ha pensato bene di cantare senza peli sulla lingua quanto pensa della nuova integrazione.

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=LTq8TrA3hb4&feature=youtu.be’]

Conversazioni e Moderazioni

Il motivo tuttavia di questa manovra è lampante: accrescere l’attenzione sui messaggi scritti dalle persone che conosciamo, incanalando sempre più il portale di video sharing in versione 2.0. Ecco quanto dichiarato pochi giorni fa sul blog italiano ufficiale di YouTube:

I commenti più importanti per te compaiono in cima: i commenti che compariranno per primi all’inizio della lista dei commenti saranno quelli dei creatori del video, di personaggi popolari, conversazioni già avviate a proposito del video e commenti dei tuoi contatti nelle cerchie di Google+. Potrai comunque continuare a visualizzare i commenti ordinati in ordine cronologico cambiando il modo di visualizzazione dei commenti da “Commenti più popolari” a “Dal più recente”.

Unisciti alle conversazioni in maniera pubblica o privata: puoi decidere se vuoi iniziare una conversazione che sia vista da tutti su YouTube, solo dalle tue cerchie su Google+ o da alcuni amici in particolare. Come per Gmail, le risposte si uniscono in un’unica conversazione che puoi seguire facilmente.

Più facile moderare i commenti: se carichi video nel tuo canale, con il nuovo sistema di commenti puoi controllare i commenti prima che vengano pubblicati, bloccare alcune parole in particolare o risparmiare tempo approvando in automatico i commenti di alcuni fan.

Tutti i dettagli sono comunque pubblicati nella Guida di YouTube, che ha anche postato il seguente video:

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=bVGp8Z8Yb28#t=0′]

In altre parole, d’ora in poi le conversazioni di G+ saranno integrate nelle discussioni relative ai canali ed ai filmati. Eccone un esempio:
youtube

Gestione account Google e Youtube

D’ora in poi, se si vorrà commentare su YouTube si dovrà utilizzare necessariamente il proprio account Google (che avremo probabilmente collegato a YouTube di recente) o creare un canale su YouTube ex-novo con un nuovo nome.

Tale scelta può confondere assai: le nostre possibilità si restringono dunque ad utilizzare un account con un nome reale, oppure aprire un canale da zero? Che cosa succede se si vuole soltanto lasciare un commento o votare un video come “ladiesman217”? Forse potrebbe essere d’aiuto il pensare al “canale” come ad un altro nome per un particolare account YouTube. Dopo tutto, il proprio vecchio account YouTube (prima di Google+) ha agito anche come un canale, solo che non è sempre stato chiamato così.

youtube

Non è molto intuitivo, ma creando un canale e commentando con questo si poteva effettivamente mantenere un certo grado di anonimato quando si commentava su YouTube. Adesso però basta fare clic sulla casella per commentare e subito ci viene chiesto di utilizzare il nostro account Google o di generare un canale, che a sua volta implicherà la creazione un nuovo account Google, legato in tutto e per tutto ai sistemi di Google.

Dopo averlo fatto, assicuriamoci però di andare alla pagina delle impostazioni e di disattivare le impostazioni come gli annunci e le newsletter, che altrimenti ci arriverebbero automaticamente. Poi visitiamo la nuova pagina di Google+ (ci dovrebbe essere un link nella barra in alto a destra) e facciamo la stessa cosa. Si noti che, stranamente, se ci si disconnette da questo nuovo canale ci disconnetteremo anche da Gmail e da Google Drive.

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Vecchi e nuovi commenti

Vi sentite confusi? L’annuncio video del cambiamento di sistema non è di grande aiuto, tuttavia il nuovo sistema di commenti è in vigore, e si può controllare in qualsiasi video di YouTube. I vecchi commenti sono ancora visibili, ma sono “intrappolati”: non è possibile rispondervi o votarli. Un rappresentante di YouTube ha scritto ad NBC News via email che il team sta “studiando” su come aggiungere risposte o voti ai vecchi commenti, ma non c’è ancora alcuna novità.

Comunque sia, adesso le risposte sono suddivise in discussioni, si può rimuovere o segnalare qualche commento per spam ed usare uno speciale set di strumenti per la moderazione, inclusa la possibilità di bloccare l’accesso di un canale ad altro un utente:  speriamo insomma che ne valga la pena e che la qualità dei commenti di YouTube subisca davvero un balzo in avanti.

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SmartWatch: i 5 modelli preferiti dalla sezione Digital!

SmartWatch: i 5 modelli preferiti dalla sezione Digital!

SmartWatch: i 5 modelli preferiti dalla sezione Digital!

L’ultima novità tecnologica che tenta prepotentemente di entrare nel linguaggio comune riguarda sicuramente gli SmartWatch, oggetti dal design non sempre riuscito e dall’utilità ai più sconosciuta.

Gli SmartWatch (mi piace scriverlo con la S e la W maiuscole al contrario di altri) sono ormai sul mercato da mesi, se non da un paio di anni (nel caso di Sony) e sembrerebbero ormai pronti a sostituire i nostri “vecchi” Swatch, nonostante le vendite dell’ultimo periodo siano molto deludenti (soprattutto nel caso del Samsung Galaxy Gear). Abbiamo stilato una lista di quelli che, a nostro avviso, sono i 5 migliori in circolazione uscendo dal mucchio grazie a funzionalità, design (a volte) e prezzo.

I 5 SmartWatch di cui parleremo sono: Pebble, i’m Watch (l’unico italiano), Samsung Galaxy Gear, Sony SmartWatch 2 (il primo ormai è nel dimenticatoio) e Cookoo. Scopriamoli insieme!!!

Pebble

Pebble è forse lo SmartWatch più conosciuto in assoluto al Mondo, sarà per la sua forma vagamente retrò (la cassa ricorda la tipica forma tonneau dei classici orologi) oppure per la grafica semplice ed immediata, ma rimane comunque uno dei migliori SmartWatch in circolazione, soprattutto dopo l’aggiornamento per la compatibilità con iOS7.
SmartWatch: i 5 modelli preferiti dalla sezione Digital!

Pebble è compatibile anche con Android e si interfaccia ai device mobili con la tecnologia Bluetooth 4.0 per circa 5-7 giorni grazie ad una buona batteria ai polimeri di Litio (la ricarica può essere eseguita con un connettore USB magnetico, Apple Style). Lo SmartWatch include anche un accelerometro 3D, e-compass e sensore di luminosità ambientale ed è dotato di un display e-paper da 144×168 pixel (1,26 pollici).

Oltre a tutto quello che può fare (notifiche, orario, data e tantissime funzioni) il Pebble è anche resistente all’acqua sino a 5 ATM. Pebble è disponibile in 5 differenti colori: orange, cherry red, jet black, arctic white e grey; lo trovate a circa 150 Dollari sul sito ufficiale oppure sullo store italiano di Amazon ad un prezzo di circa 285 Euro (!!!!).

i’m Watch

i’m Watch è l’unico SmartWatch Made in Italy (e già per questo ci piace molto) molto completo e dotato del sistema operativo i’m Droid 2 avente un’ottima interfaccia grafica, smart tethering, shake to hang up (per rifiutare una chiamata basterà scuotere il polso), proximity alert e sleep mode.
SmartWatch: i 5 modelli preferiti dalla sezione Digital!

Il device si connette ai propri smartphone Android 4.0+, iOS 4.0+Blackberry 10+ (senza la visualizzazione SMS) grazie ad una connettività Bluetooth. I’m Watch ha una memoria flash integrata da 4 GB oltre ad una memoria RAM di 128 MB ed un display LCD TFT da 1,54 pollici. La batteria risulta molto meno performante rispetto a quella di Pebble “a causa” del display touch che gli permette una autonomia in Standby senza connessione Bluetooth di 48 ore mentre con connessione Bluetooth attiva di sole 24 ore.

A livello sensori non è messo benissimo dato che è dotato solo di magnetometro ed accelerometro, ma per quanto ci riguarda sono più che sufficienti. Esteticamente lo SmartWatch è bello e realizzato con materiali di buona qualità che cambiano a seconda delle collezioni: i’m Watch Color Collection, i’m Watch Tech Collection ed i’m Watch Jewel Collection. La cassa, a seconda della “collezione” è in alluminio, titanio, argento ed oro così come c’è una buona scelta di colori per quanto riguarda il cinturino.

Samsung Galaxy Gear

Samsung Galaxy Gear è in ordine di tempo l’ultimo SmartWatch uscito sul mercato ed è sicuramente quello che ha avuto una campagna di Marketing maggiormente invasiva e capillare.

SmartWatch: i 5 modelli preferiti dalla sezione Digital!

Attualmente lo SmartWatch Samsung è compatibile solo con il Samsung Galaxy Note 3 ed il Samsung Galaxy S4 attraverso l’applicazione “Gear Manager“. Lo SmartWatch si collega agli smartphone supportati attraverso la connettività Bluetooth 4.0 Low Energy che ne consente una autonomia in standby di 150 ore ed un utilizzo tipico di sole 25 ore.

Il Galaxy Gear è sicuramente lo SmartWatch con un design più accattivante e tecnologicamente superiore (almeno a prima vista), probabilmente anche grazie al display SuperAMOLED da 1,63 pollici ed una risoluzione di 320×320 pixel. Rispetto agli altri SmartWatch il Galaxy Gear ha anche un fotocamera da 1,9 Mpx con sensore BSI ed autofocus integrata nel cinturino, degna dei migliori film di James Bond.

Tra le varie feautures troveremo il trasferimento intelligente, l’S Voice, promemoria vocali, blocco automatico, trova dispositivo personale, gestione multimediale, cronometro, conto alla rovescia e comunicazioni di emergenza. Il Galaxy Gear è in vendita a circa 269,28 Euro su Amazon ed è disponibile nei colori jet black (Pebble docet), Rose Gold, Wild Orange, Mocha Grey, Dabmeal Beige e Lime Green.

Ma se proprio volete questo SmartWatch vi consiglio di aspettare, i prezzi scenderanno drasticamente. Oppure prendetelo in abbinamento al Samsung Galaxy Note 3 con Tre e lo avrete ad un prezzo di 3 Euro aggiuntivi per 30 mesi e quindi, paradossalmente, paghereste lo SmartWatch solo 90 Euro…

Sony SmartWatch 2

Sony SmartWatch 2 (SW2 per gli amici) è l’erede del medesimo nella versione 1, notevolmente migliorato e con un design decisamente più elegante nonostante sia impermeabile e classificato come IP57.

SmartWatch: i 5 modelli preferiti dalla sezione Digital!

A mio avviso una delle più grosse pecche di questo SmartWatch è la sola compatibilità con Android 4.0 (o successive) e non con iOS; per connettere il dispositivo al proprio device Android si dovrà utilizzare l’ormai “vecchio” Bluetooth 3.0 che garantisce comunque una buona durata della batteria (7 giorni con un utilizzo basso e 3-4 giorni con un utilizzo normale, in entrambi i casi l’orologio sarà sempre attivo).

Lo SmartWatch consente la gestione delle chiamate notificando anche quelle perse, SMS/MMS, e-mail, varie App (Facebook e Twitter) e, tra le altre cose, è dotato di tecnologia NFC one-touch. La cassa dell’SW2 è disponibile in un unico stile e colore ma è possibile personalizzarlo cambiando il cinturino che è disponibile in vari colori: giallo, rosa, viola, turchese, nero in gomma, marrone chiaro e nero in pelle (questi ultimi decisamente più eleganti e di maggior pregio).

Sullo store ufficiale Sony si trova a 189 euro.

Cookoo Watch

L’ultimo SmartWatch di cui parleremo è il Cookoo Watch, a mio avviso il modello più interessante a livello estetico in quanto richiama in tutto e per tutto gli orologi classici ed è disponibile con cassa e cinturini di vari colori.

SmartWatch: i 5 modelli preferiti dalla sezione Digital!

L’aspetto davvero interessante di questo modello, oltre alle classiche funzioni Smart, è il doppio display analogico-digitale: in pratica il Cookoo è dotato di un display analogico per l’ora e di uno digitale (integrato perfettamente al di sotto di quello analogico) per tutto ciò che riguarda l’interfacciamento con i device mobili. Lo SmartWatch è dotato di movimento analogico Giapponese (sicuramente al Quarzo anche se non è specificato) e di connettività Bluetooth 4.0 Low Energy che gli consente di interfacciarsi a tutti i device dotati di iOS ed Android 4.2.2 o simili.

Sul sito ufficiale del produttore inoltre viene specificata la compatibilità con iPhone 5S e 5C e, per la precisione, con tutti i dispositivi Bluetooth SmartReady. Grazie alla Cookoo App è possibile ricevere notifiche in merito alle chiamate in entrata/perse, notifiche Facebook (compreso un one-button Facebook Check-in), Twitter, calendario, SMS/Google Voice SMS, notifiche e-mail, sveglia e indicazione batteria bassa per iPhone ed iPad. I colori disponibili sono: blue, pink, silver, black and White ed, in edizione limitata, Green. Il prezzo sullo store ufficiale parte da circa 130 euro.

Questi sono alcuni degli SmartWatch di ultima generazione che si possono trovare in commercio, ma il quesito principale rimane il perché non vendano quanto si aspettavano le rispettive case produttrici. Per caso il mercato è saturo di gadget? Il periodo è prematuro? Oppure inizieranno a vendere quando Apple presenterà (se mai lo farà) il proprio SmartWatch? Nell’ultimo caso pensiamo al mercato Tablet ed a cosa ha (ri)lanciato l’iPad, un settore praticamente morto… 😉

Marketing agroalimentare contro la crisi. Ma l'impresa italiana è ostacolata [INTERVISTA]

Avevo paura che affermare che il marketing agroalimentare è, o può essere, una leva contro la crisi, potesse essere molto impegnativo, se non addirittura problematico. Invece qualcuno (più coraggioso di me) lo ha fatto e, il convegno “Il marketing agroalimentare: una leva contro la crisi” che si è tenuto lo scorso 4 novembre a Salerno ha attirato la mia attenzione anche perché, parlando alle piccole e medie imprese italiane che operano nel comparto agroalimentare, aveva lo scopo di aiutarle ad aprirsi ai mercati internazionali attraverso alcune riflessioni.
Per questo ha accolto, fra le altre voci, anche quella di Alex Giordano, che è intervenuto con l’esempio di “Rural-Hub: una via italiana alla social innovation“.

Il progetto italiano Rural Hub è stato selezionato di recente per partecipare al China Italy Innovation Forum, una tra le poche esperienze dedicate al settore dell’innovazione agrifood, che si terrà a Pechino il 14 dicembre prossimo: la scelta è stata dettata dall’alto valore innovativo di questo progetto legato ad un settore di interesse strategico per la cooperazione tra Italia e Cina in vista soprattutto dell’Expo Milano 2015.

Data l’importanza dell’argomento, ho quindi chiesto direttamente ad Alex Giordano di fare qualche considerazione sulle possibilità sostanziali che abbiamo in questo momento in Italia per dar vita ad una “social innovation”, capace di generare impatto economico ed ambientale grazie ad un ripensamento dell’industria alimentare.

In che senso il marketing agroalimentare è inteso come una leva di sviluppo contro la crisi?

In realtà non è tanto il marketing alimentare in sé, ma un certo modo di rivivere il concetto di agricoltura. In questo il RuralHub cerca di diffondere (e qui si spiega la mia presenza) un modello più vicino al Societing che al Marketing, un modello dove sono favoriti tutti i processi di socializzazione tra azienda, marca, prodotti ed i suoi pubblici. Dove tutto quello che normalmente è marketing inteso come branding o sistuito da uno storytelling autentico che i prodotti hanno in sé. Anzi, usiamo la parola esatta: Storia non Storytelling. C’è un patrimonio immateriale che lega le biodiversità italiane che è fatto di storie e che non è solo mercato ma anche cultura, antropologia o turismo.

Basta davvero riformare, filantropicamente, il sistema alimentare riportandolo sempre più verso la localizzazione del processo di “produzione-trasformazione-distribuzione del cibo”, come se la globalizzazione non avesse favorito l’equilibrio dei prezzi o la competività dei mercati?

Come sempre bisognerebbe chiedersi quali mercati? E poi a scapito di chi? Ovvero dove ricadono eventuali costi sociali di un certo tipo di affrontare l’agricoltura?
I giovani di oggi, quelli che scelgono di tornare all’agricoltura, non lo fanno in maniera naif o solo per una fascinazione romantica. Lo fanno con la consapevolezza che è impossibile considerare in maniera analitica quello che è un processo sistemico e che vede intimamente legate, come ci suggerisce Mario Pianesi, Ambiente > Agricoltura > Alimentazione > Salute > Economia.

Se seguiamo solo un pezzetto di questo sistema troveremo certamente vantaggioso comprare le arance in Sud America pagandole 10 volte in meno, lasciando deserti ettari ed ettari di terreni. Ma quando poi questi terreni abbandonati a se stessi diventano facile vittima di incendi o smottamenti non contiamo questi costi (sociali ed ambientali) nel bilancio?

Se cominciamo a farlo e se cominciamo a mettere nel conto economico anche la qualità della vita di questi giovani che tornano alla terra e se ci aggiungiamo anche la possibilità di attivare attorno ad essi sia le comunità locali per i prodotti e quelle globali per la loro fruizione vediamo che un certo tipo di rivedere l’agricoltura torna ed essere economicamente vantaggioso.

Facciamo i conti con la fattibilità: da nord a sud in Italia interi territori, probabilmente i più importanti per l’agricoltura, non sono coltivabili. A causa di inquinamento pericoloso e radioattivo nei terreni, le imprese del settore sono ostacolate, di fatto, nel loro lavoro.

Che tutto il Sud è inquinato è solo dichiarazione di certa propaganda. Facciamo apature serie e valorizziamo la biodiversità che è tanta. Pensa che nel Cilento sono state trovate almeno 80 varietà di Pere autoctone. Io ne conosco almeno 2 o 3, c’è tanto da fare.

Il più grande mercato europeo di prodotto agroalimentari, denominato “il giardino biologico del mondo”, però corrisponde proprio alla Terra dei Fuochi campana che tu citi. Allora in cosa consiste la rural/ social innovation in Italia?

Consiste nel mettere in gioco il vero fuoco creativo, quello dei cervelli e delle intelligenze di tante persone oneste e motivate. Quindi i decisori (università, politici ed enti a vario titolo) la finissero di essere collusi così come si è visto con le attività malavitose e lavorassero a fare una mappatura seria dei terreni malati. Poi la ruralinnovation, ripeto, non significa tornare in modalità pittoresca a fingersi agricoltore 2.0 ma è tornare alla terra sapendo che non solo di braccia abbiamo oggi bisogno ma anche di cervelli e di capacità manageriali.

Capacità che non consistono solo nel saper usare il web 2.0 per vendere i pomodori biologici a New York ma anche nel capire, ad esempio, che nei territori malati si può coltivare canapa destinata a scopi edilizi (mattoni o materiale fonoassorbente) che è ugualmente redditizio, non fa male perché non va ingerito e pare che (ma non so giurartelo perché non è mia materia) aiuti anche a disintossicare i terreni.

Resoconto Utili Facebook Q3: 7 cose che ogni marketer dovrebbe sapere

Resoconto Utili Facebook Q3: 7 cose che ogni marketer dovrebbe sapere

Il 30 ottobre, Facebook ha comunicato i suoi ricavi del terzo trimestre 2013 (Q3). Questi dati possono offrire spunti molto interessanti per ogni marketer, in quanto consentono non solo di avere una visione completa dello stato di salute finanziario della piattaforma, ma offrono anche importanti indicazioni sui trend di utilizzo.

Analizzando i dati e le riflessioni dei più importanti magazine economici online ecco una lista di 7 informazioni essenzialiche ogni marketer e brand presente su Facebook dovrebbe conoscere.

1. Il mobile rappresenta il futuro di Facebook

Utenti facebook mobile attivi giornalmente - resoconto utili q3

Ormai il mobile non è più solo un “trend” ma una certezza, confermata dai dati, e Facebook ha deciso di puntarci in maniera chiara diversificando e ottimizzando la sua presenza mobile con diverse app. E queste strategie sembrano aver avuto successo: attualmente il 20% del tempo che un consumatore spende sul proprio startphone è proprio utilizzando app di Facebook (includiamo anche Instagram).

Oltre a questo è da registrare anche che il numero degli utenti mobile è quello con il tasso di crescita più elevato e che quelli attivi giornalmente sono 507 milioni (469 mil. nel trimestre precedente).

Crescita utenti Mobile Facebook - Resoconto utili q3

2. L’ADV mobile sta diventando una parte cospicua dei ricavi

L’importanza del mobile si riconferma anche dagli utili derivanti dall’advertising. Dall’introduzione di questo nuovo formato, nel 2012, ora rappresenta il 49% degli utili totali.

Crescita Utili Advertising - Resoconto Facebook Utili q3

3. I teenager su facebook sono in leggero calo

Ed ecco una notizia dolente, malgrado David Ebersman CFO di Facebook abbia subito chiarito che questa perdita ha un’importanza relativa, il mercato sembra non aver preso bene questa informazione, facendo diminuire pesantemente la crescita delle azioni al momento dell’annuncio.

Inoltre questo trend pare essere confermato da più parti, in particolare dal rapporto semestrale sulle abitudini dei teenager americani di Piper Jaffray, il quale afferma che attualmente Facebook è preferito solo dal 23% degli under 20, mentre nel 2012 superava il 40%.

Trend di preferenza Teenager sui social media

4. Il numero di utenti attivi giornalieri continua a crescere

Il tempo trascorso su Facebook continua ad aumentare, e insieme a questo indice anche il numero di utenti attivi a livello giornaliero (728 Mil. nel Q3).

Incremento utenti facebook attivi giornalmente - Resoconto utili q3

5. Gli utili continuano ad aumentare

Come conseguenza direttamente proporzionale alla crescita di utenti c’è l’incremento degli utili, che nel Q3 ha superato le stime degli analisti attestandosi sui 2,016 miliardi di dollari.

Utili di facebook q3

6. Gli obiettivi di Facebook

Resoconto Utili Facebook Q3: 7 cose che ogni marketer dovrebbe sapere

Nel corso della conferenza con gli analisti, Mark Zuckerberg ha voluto dichiarare che il primo obiettivo di Facebook nel lungo termine è quello di “collegare il mondo“.

Il secondo obiettivo dichiarato invece è quello di comprendere il mondo attraverso le conversazioni e le fotopubblicate ogni giorno dagli utenti, e di costruire un’ “economia della conoscenza”.

Ma dietro una vision così etica potrebbe nascondersi la giustificazione per estendere la raccolta di dati comportamentali degli utenti e incrementare la precisione del suo sistema di advertising.

7. Video ADS? Si, ma non subito

Video Advertising Facebook

Se pur con un po’ di ritardo, sembra che sia in rampa di lancio anche questo nuovo formato di ADV. Incalzato da alcune domande al riguardo, Zuckerberg ha evidentemente temporeggiato affermando che per non peggiorare l’esperienza nel newsfeed di Facebook deve essere ottimizzato ogni dettaglio.

Secondo alcune fonti, però, pare proprio che Zuckerberg e soci avrebbero già preso accordi con alcuni importanti brand per i primi annunci, quindi l’introduzione sembra non essere poi così lontana.

Come essere presenti su Facebook: l'esperienza del corso Ninja Academy

Come essere presenti su Facebook: l’esperienza del corso Ninja Academy

Si é concluso qualche tempo fa il corso in Facebook Marketing Avanzato targato Ninja Academy. Un’opportunità unica per tutti i partecipanti per acquisire nozioni e tecniche su come essere presenti su Facebook con i propri contenuti, per poi concentrarsi sull’utilizzo degli strumenti avanzati utili a profilare e selezionare gli utenti target delle iniziative.

Questo post vuole essere un’occasione per ripercorre i contenuti e le case histories analizzate, a beneficio di coloro che non hanno partecipato e si chiedono quali siano effettivamente gli argomenti affrontati nei corsi social media marketing della Ninja Academy e le metodologie didattiche utilizzate per farlo.

Com’é strutturato Facebook e come sfruttarne le funzionalità per i nostri obiettivi di business

Come prima cosa il docente Lorenzo Viscanti ha offerto a tutti i partecipanti un’ampia panoramica della struttura di Facebook, dal suo Grafo Sociale alla logica della nuova versione di quello che conosciamo come Edge Rank, ovvero l’algoritmo che stabilisce quanto importante é un contenuto per ogni utente.

Particolare attenzione, evidentemente, é stata dedicata a spiegare come poter sfruttare questi fattori a proprio vantaggio per raggiungere i propri target di riferimento e quindi i propri obiettivi di business.

Come essere presenti su Facebook: l’esperienza del corso Ninja Academy

Facebook advertising: come promuovere contenuti sul social network

Lorenzo Viscanti ha illustrato dettagliatamente ai partecipanti tutte le fasi che appartengono alle strategie di promozione su FB: prima di tutto la profilazione degli utenti per sponsorizzare la propria pagina, piuttosto che un contenuto specifico; quindi l’ottimizzazione dei post e degli adv per creare engagement, con una parte dedicata alle diverse tipologie di contenuto fra cui scegliere per l’advertising su Facebook.

Case histories significative e analisi strategica

Con Laura Saldamarco i partecipanti hanno potuto visionare numerosi e rilevanti casi studio relativi a pagine che, con la loro strategia, costituiscono esempi concreti di come fare della presenza su Facebook un’arma imprescindibile del marketing mix.

Per ognuno dei casi é stato analizzato lo scenario di partenza, analizzando di volta in volta la strategia messa in campo per creare engagement, fidelizzare gli utenti e catturare l’attenzione di nuovi.

Infine, proprio con Laura gli iscritti hanno potuto acquisire utili info per l’analisi della propria strategia grazie agli Insights che Facebook mette a disposizione dei gestori delle pagine: dal migliore orario per postare, alla più efficace tipologia di contenuto.

E gli studenti, cosa ne pensano?

Come essere presenti su Facebook: l'esperienza del corso Ninja Academy

Qualche aneddoto da condividere con tutti i Ninja

C’è qualcosa che ancora non vi abbiamo raccontato del corso in Facebook Marketing Avanzato. E riguarda il gruppo degli studenti! Sì, perchè per ogni corso viene attivato un gruppo chiuso sul social network dove tutti i partecipanti possono interagire, commentare, confrontarsi, porre domande agli altri e ai docenti.

E così è stato! Da partecipante posso assicurarvi che il confronto, la collaborazione tra tutti coloro che hanno partecipato è stata strabiliante. In tantissimi hanno presentato casi professionali chiedendo consigli, ricevendo riscontri utili e professionali.

Insomma, durante il corso Ninja Academy è nata una piccola famiglia di Ninjetti disposti a collaborare e condividere esperienze rilevanti.

Grazie ancora a tutti gli studenti, a Lorenzo e Laura, e a tutto il team Academy. Alla prossima!

E voi, cosa aspettate a controllare quali sono gli altri corsi in programma?

Remee: una maschera per controllare i sogni

Remee: una maschera per controllare i sogni

Remee: una maschera per controllare i sogni

Cos’è il sogno lucido?

Per tutti quelli che – come me – adorano il film Inception, questa invenzione ha dell’incredibile. Nata con un progetto su Kickstarter, Remee è la prima mascherina a led che consente di raggiungere lo stato di “sogno lucido“: non si tratta solo di un espediente cinematografico, ma di un fenomeno possibile che si basa sul fatto di rendersi conto di stare sognando.

Controllare i sogni

Qualcosa di simile accade nelle fasi di dormiveglia o quando ci si rende conto che un sogno sta per finire. Ma come è possibile manipolare l’avventura onirica e controllarla in modo cosciente? A questa domanda ha cercato di rispondere il progetto di Bitbanger Labs con Remee, una maschera da apporre sul viso prima di andare a dormire, che contiene al suo interno una striscia di led posta all’altezza degli occhi. Funziona così: i led possono essere programmati per accendersi in base a sequenze predeterminate, così da creare dei pattern di luci. Basta programmare una sequenza e impostarne l’accensione durante la fase REM del sonno. Proprio nel bel mezzo del sogno, i led si accenderanno e – durante il sonno stesso – il dormiente riconoscerà la sequenza di luci e si renderà conto di stare sognando in modo… controllato.

Remee e la fase REM

Drew Prindle di Digital Trends ha provato su se stesso l’efficacia di Remee per testare se davvero il sogno lucido era possibile. La difficoltà principale nel raggiungere questo stadio sta nell’impostare l’avvio del pattern durante la fase REM, ovvero la parte più profonda del ciclo del sonno. Remee non è dotato di costosi sensori neurali (è attualmente in vendita a 95$), non è in grado perciò di riconoscere quando inizia la fase REM; l’unico modo per attivare la sequenza è impostare un timer. Drew Prindle ci ha messo 40 giorni per monitorare il ciclo del sonno e individuare la fase REM di ogni dormita.

Remee: una maschera per controllare i sogni

A spasso nei sogni

Grazie all’applicazione Sleep Cycle (basata sull’accelerometro interno degli smartphone), Drew ha potuto impostare Remee per attivarsi nel momento giusto, ottenendo così il premio per la sua perseveranza: si trovava nella sua cameretta d’infanzia quando – durante il sogno – ha visto e riconosciuto il flash delle luci rosse.
Era il segnale di Remee per fargli capire che quello era un sogno e che da quel momento in poi poteva iniziare a controllarlo! Secondo la sua esperienza, il sogno era dettagliato e tutto in quella camera era realistico, esattamente come se lo ricordava. Una stupefacente emozione che spalanca nuove e suggestive possibilità per l’esplorazione dei sogni. Remee richiede tempo, sforzi e costanza, ma credo che la sola possibilità di andare a spasso nei propri sogni sia di per sé un’ottima motivazione per provarci…