Non tutti i target sono APPS FRIENDLY! Ce lo insegna la campagna For Colored Girls [CASE STUDY]

Lo spunto parte da una campagna di affissioni che ha tappezzato di recente panchine e fermate dell’autobus di Los Angeles: la promozione del film For Colored Girls, prodotto di Lionsgate ispirato ad un celebre spettacolo teatrale che vede tra le protagoniste Janet Jackson, Kimberly Elise e Whoopi Goldberg.

La campagna, messa in piedi dall’agenzia Augme di New York, prevede poster con inserito un 2D bar code: una volta fotografato permette agli utilizzatori di smartphones di accedere al sito, scaricare materiale promozionale ed interagire con il plot del film. Ma la parte che fa riflettere è questa: nei poster appare anche l’invito a mandare un sms all numero (definito shortcode) 30333 inviando la keyword COLORS, per ricevere gli stessi contenuti ed il link al sito.

Che siginifica tutto ciò? Che gli uomini marketing di Lionsgate hanno deciso di fare presa sul target “high-end”, di sicuro; ma hanno anche realisticamente pensato che un film, prodotto che coinvolge tutte le fascie demografiche, necessita di essere promosso con tecnologia alla portata di tutti. E non essendo gli smartphones usati da tutti, ben vengano i “preistorici” sms.

Non siete daccordo? Anche a me la cosa ha lasciato un po’ sorpreso, ma a confermare la tesi arrivano due esempi illustri. Il primo viene sempre dal mondo di Hollywood: è la recente campagna per il film The Virginity Hit (del quale abbiamo già parlato qui), che prevedeva telefonate tradizionali ad una hotline tradizionale. Il secondo esempio, più concreto, è un report che analizza i consumi degli americani in ambito tecnologia mobile.

Il documento, derivante da un sondaggio del centro iModerate Research Technologies, frena gli entusiasmi relativi al mondo delle apps: nonostante il 52% degli americani sia intenzionato a comprare smartphones, un sorprendente 41% non si dimostra interessato ad utilizzare internet col telefono, ed un clamoroso 46% non ha intenzione di acquistare mobile apps (rispetto al 28% che sicuramente lo farà).

Questo non vuole certo dire che si devono rivedere le prospettive future sulla crescita del mondo delle apps. Però alcuni dati ed alcuni fatti parlano chiaro: le funzioni standard (voice & text) del telefono cellulare sono ancora l’utilizzo principale per una grossa fetta di consumatori. Nonostante sia giusto e stimolante guardare al nuovo, infatti, questa campagna ci insegna a rimanere con i piedi per terra: il marketing deve sempre e comunque parlare con il linguaggio e con i mezzi più appropriati, ossia quelli che la gente usa tutti i giorni.

Giovani (non più) disposti a tutto, il mistero è stato svelato: la CGIL dietro la campagna!

Il mistero di “Giovani (NON+) disposti a tutto” è stato svelato! La campagna di cui vi abbiamo parlato in questo post qualche giorno fa, come avevamo “pronosticato” sposando le tesi di Viralmente e Kawakumi, è stata realizzata dal più grande sindacato italiano: la CGIL!

A svelare il mistero durante la conferenza stampa organizzata questa mattina davanti a Palazzo Frizzoni è stata il nuovo segretario della Cgil, Susanna Camusso: “Oggi abbiamo deciso di svelarvi chi stava dietro alla campagna“, ha detto la Camusso presentandosi alla conferenza con uno sticker “NON+”.

La campagna, dal 30 ottobre ad oggi, ha registrato oltre 70 mila visite sul sito internet dell’iniziativa e quasi 6.000 fan su Facebook. [Fonte Repubblica.it]

Il reveal è adesso visibile anche sia nella home page del sito che nella fan page di Facebook dell’iniziativa:

Giovani non+ disposti a tutto è una campagna lanciata dai giovani della CGIL addosso a molti altri giovani e a tutti quelli che l’ hanno letta, notata.
E’ nata con una provocazione anonima. Bene, adesso non è più anonima. Ma rimane una provocazione, questo sì. Una denuncia per dare un nome alle cose. E la realtà dei giovani che cercano lavoro ha nomi molto precisi: umiliazione, sfruttamento, frustrazione, rabbia. Rabbia, ecco il punto. La campagna è stata pensata per appoggiarsi sulla rabbia che già esiste e costruire qualcosa. Insieme, perché ciascuno da solo non si salva. Per trasformare la rabbia in cose molto concrete. Cose migliori di quelle che vediamo e che viviamo.
Adesso la campagna deve farsi rete, deve diventare proposta e poi trasformarsi in azione. Si articolerà in nodi locali, aperti a tutti. Sarà uno spazio per riprendere la parola e farla sentire anche a chi non vorrebbe, per lanciare grandi richieste e grandi battaglie.
Stiamo già sostenendo alcune prime proposte. Facciamole diventare il punto di partenza di un progetto di azione e cambiamento. Il progetto di trasformazione della rabbia di tanti in tanti futuri migliori.

“Giovani (NON+) disposti a tutto” sarà lo slogan della manifestazione nazionale indetta per il 27 novembre a Roma!

Stay Tuned! 😉

Facebook racconta la storia della vostra amicizia

I più attenti di voi se ne saranno già accorti. Da qualche giorno Facebook ha introdotto una nuova funzione sotto la foto del profilo, che in italiano si chiama “vedi i dettagli amicizia tra”, grazie alla quale è possibile ricostruire la storia della vostra amicizia con un vostro amico o tra due vostri amici.

La nuova funzione è un’evoluzione del vecchio “botta e risposta”, attraverso il quale era possibile vedere i post di due bacheche amiche.
Con “vedi i dettagli amicizia tra” è possibile non solo vedere i post, ma anche gli amici in comune, le foto in cui i due amici sono stati taggati insieme, le pagine di cui sono entrambi fan, gli eventi a cui hanno partecipato o parteciperanno insieme. Il tutto in un’unica panoramica, nella quale è possibile poi cliccare su “mostra tutto” per vedere interamente i dettagli che ci interessano di più.

La Friendship Page, come l’ha chiamata il suo creatore Wayne Kao, è stata definita proprio da lui un “labor of love”. L’idea gli è venuta pensando ai feed che preferisce e cioè quelli in cui due dei suoi amici si fidanzano o si sposano. Riteneva che sarebbe stato bello se si potesse vedere l’intera evoluzione della loro storia in un’unica schermata, magari a partire dalle foto della festa, in cui si sono conosciuti.

A me questa funzione piace. Mi piace perché non ha a che fare con le aziende né con la violazione della privacy. È stata creata esclusivamente per l’utente, strizzando l’occhio al piccolo voyeur che c’è in noi che con questo strumento avrà la vita più facile, ma anche e soprattutto come un modo per sfogliare una versione assolutamente completa dell’album della nostra amicizia con qualcuno, riscoprendo lo spirito con cui nasceva Facebook: restare in contatto con i nostri amici.
Giochi, sconti e promozioni, test, organizzazione di eventi e quello che vi pare ma in fondo la verità è che se non ci fossero i nostri amici, nessuno di noi ci starebbe su Facebook.

Per quanto riguarda la privacy, potete dormire sogni tranquilli perché questa funzione rispetta le impostazioni che l’utente ha selezionato. A proposito, le avete selezionate?

Brand reputation: una vita per costruirla, 15 secondi per distruggerla [SOCIAL MEDIA]

I social media sono entrati prepotentemente nella quotidianità fino ad arrivare ad integrarsi totalmente con le attività lavorative e personali costituendo, in pratica, un’estensione virtuale della propria vita. Le implicazioni di questo fenomeno, oltre quelle più scontate, hanno ovviamente aspetti positivi e negativi, ma una delle conseguenze più importanti è stata sicuramente la possibilità di permettere una comunicazione bi-direzionale, in real time ed interattiva tra brand e consumer.

Si sono aperte così, in maniera esponenziale, numerose possibilità per le aziende di comunicare e promuovere i prodotti e per i consumatori di condividere le proprie esperienze ed opinioni su prodotti e servizi, raggiungendo un elevato livello di trasparenza.  Per i brand, però, il rovescio della medaglia esiste ed è anche piuttosto importante come evidenzia Warren Buffett, il terzo uomo più ricco del mondo secondo Forbes: “It takes a lifetime to build a reputation and only 15 minutes to destroy it”.

Alcuni casi esemplari…

E allora, come fronteggiare con successo una brand crisis e trasformare un problema in opportunità ?
Ecco 2 esempi per comprendere meglio l’argomento e non trovarsi impreparati.

Continua a leggere

Una Camaro del '69 per Gran Turismo 6 [VIDEO GAMES]

Da circa otto anni, Polyphony Digital porta allo Specialty Equipment Market Association (SEMA – fiera del settore automotivo) il suo Gran Turismo Awards.

Cinque vincitori per cinque categorie – Best Hot Rod, Best Asian Import, Best European Import, Best Domestic Automobile, and Best Truck/SUV – portano i loro veicoli al cospetto di Kazunori Yamauchi. Al creatore del famoso simulatore di guida per Sony Playstation spetta il compito di scegliere il mezzo che meglio esprime i valori del brand  per farne una versione digitale da aggiungere alla già ricca selezione del franchise. Non male essere il proprietario di una macchina che verrà guidata da milioni di provetti piloti.

Mark Stielow è il fortunato proprietario della Chevrolet Camaro custom del 1969 che per l’edizione del 2010 ha conquistato Yamauchi-san e un posto tra l’affollato parco auto di Gran Turismo 6. Proprio così! Gran Turismo 6.

Con il quinto capitolo prossimo a raggiungere i negozi (ultima data confermata: 24 novembre 2010), il buon Mark dovrà fare buon visto a cattivo gioco e aspettare qualche anno per poter mostrare a tutti la potenza della sua fuoriserie, con a conforto l’aver appreso che ancor prima di aver messo le mani sull’ultima fatica di Polyphony, un nuovo episodio è dietro l’angolo.

Operazione di branding o semplice constatazione del fatto che il confine tra mondi virtuali e reali è sempre più labile?

Se in Gran Theft Auto IV la Piß Wasser (lascio a voi la traduzione) era un fake product placement trasformatosi poi in gadget promozionale, qui un’automobile si digitalizza per ricordarvi che l’esperienza di gioco è sempre meno quella fruita davanti allo schermo (cosa a cui l’attuale ambiente mediale ci ha abituato).

Ehi Mark! Ma quella non è la tua macchina?
{noadsense}

Verso un'economia di rete. Il valore della condivisione

Abbiamo parlato più volte di come le aziende, non solo le grandi, ma soprattutto le PMI, dovrebbero avere un approccio più proattivo verso il web 2.0 e il mondo dei social network. I nuovi mezzi di comunicazione cambiano continuamente il modo in cui le aziende agiscono sul mercato, e per non restare indietro bisogna adottare tutti gli strumenti disponibili. In questo contesto, le community online offrono continuamente nuovi spunti per il marketing aziendale. Le decisioni d’acquisto, infatti, spesso sono influenzate dallo scambio di consigli e opinioni sui prodotti o servizi che si produce all’interno di questi gruppi. I social media quindi, capaci di influenzare la decisione d’acquisto.

Questo passaggio ha portato alla morte vecchio marketing di massa e il passaggio ad un marketing relazionale, one-to-one, dove il prodotto/servizio viene sviluppato su misura per il singolo cliente. Ed è attraverso l’utilizzo del web, dei social network e delle applicazioni che ne scaturiscono, che si riesce a carpire i gusti di ogni singola persona o gruppo di persone.
Pampers, ad esempio, utilizzando la piattaforma di e-commerce sviluppata da Amazon ha realizzato il suo negozio on line su Facebook, dove è possibile condividere tutti prodotti e recensirli.


La soluzione di Adobe

L’ultima novità in ordine di tempo, di strumenti che aiutano le imprese a fidelizzare il cliente attraverso la rete, è quello della Day Software, azienda recentemente acquisita da Adobe che sviluppa diverse soluzioni software di content management system.

Durante l’evento Ignite 2010 è stata mostrata un’anteprima della prossima release del prodotto di punta della società, CQ 5.4. Il tool è basato su tre applicazioni distinte: una per il web content management, una di digital asset management e una di social collaboration. Sfruttando un approccio di tipo WYSIWYG (What You See Is What You Get), è possibile creare un sito web in pochi passi e modificarlo rapidamente e con facilità. Il modulo social, invece, comprende wiki, blog, forum e altri utili strumenti di collaborazione.

Ciò che è emerso dalla conferenza è che il futuro del business online è social e mobile, ed è per questo che le aziende devono abbandonare lo scetticismo che le pervade ed antrare senza indugi nel mondo dei social network, non come soggetto passivo, ma partecipando attivamente alle conversazioni, in modo da far parte di quell’enorme flusso di informazioni che continuamente attraversa la rete.

Quanto vale la condivisione?

Se le parole non sono bastate per convincervi, diamo i numeri.
Un recente studio è stato in grado di quantificare il valore per ogni singola condivisione sui vari social networks e via e-mail. Una condivisione su Facebook vale $2.52, una su Twitter vale $0.43, una su LinkedIn vale $0.90 e l’invio di una mail ad un amico vale $2.34. In media, ogni condivisione vale $1.78 ed il dato è in continuo aumento. La conferma arriva a conclusione dello IAB Forum 2010, dove secondo l’Osservatorio Iab Italia-Accenture, il business del marketing online quest’anno si è aggirato attorno al miliardo di euro e si triplicherà nei prossimi anni.

Si va sempre più spediti verso un’economia di rete.

Gelato alla marijuana o al sangue? Il pazzo guerrilla marketing di Roberto Gelato [PMI]

Oggi vorremmo parlarvi di Roberto Coletti e della sua attività. Roberto è un “ninja accademico” che ha partecipato al corso in Non-Conventional & Viral Marketing di Ninja Academy. Durante la due giorni Roberto ci ha parlato della sua azienda “Roberto Gelato”, un’azienda olandese che da anni produce “gelato non convenzionale”.

Roberto ci ha raccontato che la guerrilla nel suo settore è l’unica strada da intraprendere per emergere a livello comunicativo in un mondo di banalità. Attirati dalla sua storia gli abbiamo chiesto di concederci un’intervista da condividere con voi.

1. Ciao Roberto! Per iniziare puoi spiegare brevemente ai nostri lettori di cosa ti occupi?

Buongiorno, quando mi presento e presento la mia attività dico sempre: “Io faccio felice la gente, ma non sono un prete.” Se riflettiamo, dopo l’ inevitabile sorriso, c’è del vero in quello che dico.

Creare gelato fa felice chi lo assimila: secondo una recente statistica, l’ 82% delle persone che lecca/mangia un gelato sorride. Quindi produrre gelato e lavorare in una gelateria vuol dire essere sempre a contatto con gente felice, condividere momenti belli della vita, lavorare assieme alla natura! Diciamocelo, appena varchiamo la soglia di una gelateria, ci viene il sorriso, veniamo spinti indietro nel tempo a quando eravamo bambini, a quando spensierati andavamo a comprarci un gelato. Quindi io non vendo solo un prodotto buono da gustare, ma un piccolo viaggio a ritroso, attraverso emozioni e ricordi, insomma non solo buono da gustare ma che fa pensare.

Perché creo gelato? Perché ne sono profondamente innamorato! Il colpo di fulmine è avvenuto circa 20 anni ed è stato subito AMORE. Ogni mattina, la prima cosa che penso è: “Non vedo l’ ora di scendere in laboratorio e iniziare a produrre..”

2. Come è nata l’idea di “Roberto Gelato”?

Ho lavorato in molte gelaterie all’ estero. La mia attività è nata a Utrecht in Olanda. Nelle gelaterie dove ho lavorato, spesso le mie idee venivano censurate. Spesso mi davano del pazzo, quando proponevo dei gusti “particolari”.

Ricorderò sempre la faccia del mio titolare (Gelateria Italia- Utrecht), quando fiero di aver creato un nuovo gusto ( fior di latte, variegato caramello), gli ho detto: “questo lo chiamiamo Gelato alla mummia!” Lui mi guarda ed incredulo mi ha risposto: “Sei pazzo?” Io non capivo, dove stesse dove stava la pazzia? Ma capii una cosa fondamentale, forse ero troppo avanti per lavorare ancora come dipendente. E quindi dovevo andare per la mia strada.

Da questa riflessione è nato Roberto Gelato. Finalmente ero riuscito a liberare il gelato dalla schiavitù dei gusti classici.

Certo la nostra filosofia, mette al primo posto la natura, la salute e la tradizione italiana nella produzione del gelato. Usiamo solo materie prime selezionate da me personalmente. In inverno viaggio per controllare e scoprire nuovi prodotti. Collaboriamo solo con aziende che condividono la stessa nostra filosofia: dal piccolo produttore di nocciole nelle Langhe (diventato un grande amico), fino alla coltivazione di mango (Alphonso) in India.

3. In cosa il tuo gelato può essere definito Non-Convenzionale?

La mia visione del gelato è a 360 gradi. Se pensiamo che negli anni ‘80 in Olanda il gelato alla cannella era visto come una cosa impossibile da mangiare…adesso ci facciamo scrupoli se io faccio un sorbetto con l’ acqua presa dal mare?

Il gelato è un’esperienza, un’emozione. Se son vere queste parole che emozione sia!

Ho iniziato molti anni fa a fare il gelato al gusto di sigaro cubano. Erano tutti scioccati, quando lo facevo assaggiare, poi ho fatto il gelato con del Pesce crudo (aringa), la gente non capiva più niente. Stavo rompendo gli schemi, sentivo elettricità nell’ aria, quindi stavo facendo la cosa giusta. Da allora è stato un crescendo, da gusti “normali” tipo Cioccolata bianca e Cardamomo, fino a Cipolla di Tropea, Zucca, Funghi Porcini, Risotto alla Milanese ecc…

Però la vita si evolve e quindi quest’anno abbiamo pensato che un gelato possa anche sballare.

Certo, basta usare la giusta quantità. Allora sempre guardando la tradizione, abbiamo cercato in un Coffee Shop un tipo di Marijuana biologica, doveva però essere più naturale possibile, e quindi doveva anche essere cresciuta all’ aperto. Il gestore del Coffee Shop, mi guardava un po’ strano, non so cosa pensasse..o forse si visti tutti i matti che girano!

Quando invece ho chiesto al mio medico durante una visita di controllo, di togliermi 500 cc di sangue perché dovevo fare il gelato, mi ha quasi buttato fuori dallo studio. Ma io ero serio! Perché la gente non mi prende mai sul serio?

Cosa pensi abbia pensato il falegname quando sono entrato ed ho chiesto: “Ho bisogno di un buon pezzo di legno perché devo fare gelato…Allora sono andato da un macellaio, ma anche li nessuno mi ha dato retta!

Alla fine ho trovato finalmente il sangue: mucca allevata in forma biologica. E ho coronato un sogno, ho fatto il gelato al sangue.

La gente mi chiede: “Di cosa sa?” Io rispondo: “E’ come quando ti scende il sangue dal naso…ma il sangue non è tuo!” ahah Vedo le facce che esprimono ribrezzo…ma scusate le cervella, lo stomaco, la lingua, non vengono mangiate normalmente?

Questo tipo di filosofia, dev’essere supportata da una volontà di rompere gli schemi, ma a livello mediatico paga. La visibilità è notevole. Noi viviamo grazie al passaparola. La tecnica che io uso e la più rapida, ed efficace.

Ovviamente abbiamo un supporto Social Network, siamo presenti ovunque da Twitter, a Facebook, da Hyves, a LinkedIn, ecc…

Il gelato al sangue è passato dopo 15 minuti su più di 6.000 tweets (post su twitter). Grazie a questa tecnica di comunicazione abbiamo oltre 30.000 visitatori unici sul nostro sito, abbiamo 2-3 passaggi sulle televisioni nazionali e di media 4 articoli anche sulla stampa nazionale olandese all’ anno. Nel periodo di apertura rispondiamo all’email aziendale entro due ore (in media), il nostro cellulare e’ sul nostro sito, siamo sempre disponibili, questa è una parte della nostra forza di penetrazione!

{noadsense}

EICMA 2010, il tempio dei brand a due ruote

Se volete rendervi conto del potenziale di attenzione ed entusiasmo di un qualsiasi soggetto di sesso maschile; non c’è miglior modo che invitarlo( e nemmeno con troppa insistenza) all’esposizione internazionale del ciclo e motociclo, noto ai più come EICMA.

Una guerra fredda combattuta a suon di stand che hanno rappresentato il meglio dell’ambito esperienziale “moto”, in uno spazio di ben 250.000 mq con 1.098 marchi che non hanno fatto pensare ad altro che alle due ruote. Non è questo il portale giusto se l’intenzione è quella di documentarsi sui dati tecnici o sulle evoluzioni dell’universo ingegneristico: la meccanica è serva delle emozioni per chi vive la moto come prolungamento della propria anima e il cuore della questione è analizzare come e quanto brand tanto materiali siano quanto più di sensazionale esista. Tutta l’industria motociclistica del mondo, per quattro giorni, si è trasferita a Milano, mostrando agli appassionati tantissime novità sia sul fronte della sicurezza sia riguardo le evoluzioni tecniche.

Dainese e Ducati, sicurezza e trasgressione


Niente male infatti la grande proposta al mercato di Dainese®, sempre attenta ai bisogni dei motociclisti più appassionati con accessori che rendono la guida sempre più sicura. Questa volta il prodotto protagonista è stato il D-air®, il giubbotto air bag che salva le parti del corpo più esposte al pericolo in caso di incidente stradale e che purtroppo neanche il casco riesce a tutelare. Il sistema D-air capta le perdite di aderenza della moto sull’asfalto e in 30 millisecondi attiva il sistema airbag. Dainese conferma ancora la sua coerenza nell’assecondare la passione per la corsa alla sicurezza.

C’è stato però uno stand che più di altri ha attirato folle di spettatori.. e chi se non l’azienda Italiana di moto più conosciuta nel mondo, nonché Regina del bicilindrico? Ducati®, ovvio.

Lontana dall’idea di stile che ha sempre dato di se, Ducati quest’anno ha presentato la trasgressiva Diavel®, un concentrato di innovazione e forza che farà scuola a tutte le altre aziende, reinventando il concetto di moto bruciasemafori. A differenza della maggior parte degli altri stand, Ducati non ha fornito gadget, perché Lei non si regala a nessuno, si concede unicamente a chi sente davvero le sue creazioni; tutto questo le ha permesso di mantenere una folla costante dall’apertura in poi. Un’emozione da 20.000€ niente male battezzata dall’espressione bolognese “ ‘Gnurant comm’ al Diavel”: direi che rende abbastanza l’idea del mostro temibile e cattivo no?

Che ci crediate o meno l’espressione dialettale le è rimasta attaccata addosso ed è così che è stata battezzata (se siete diffidenti, ricordatevi che lo storytelling è il modo migliore per rendere mito un prodotto). Quello che è accaduto all’EICMA vale nella stessa identica maniera anche nel mercato, l’innovazione e lo stile premiano sempre e non c’è gadget che tenga testa a un’impresa che rende un prodotto uno stile di vita. A rendere ancora più diva la moto è stata la prima prenotazione del modello da parte del mitico Valentino Rossi, fisicamente non presente all’evento ma spiritualmente vivo all’ EICMA, soprattutto negli stand AGV e Yamaha dove tutto parlava di lui.

L’atmosfera

Bibita ufficiale dell’intera fiera è stata Coca-Cola Zero® che per giorni ha consegnato migliaia di lattine ai visitatori. La più grande icona del consumismo contemporaneo non si limita solo ad esserci ma fa anche molto, assecondando il desiderio di migliaia di uomini con una gara di basket: due canestri di fila hanno regalato decine di saune gratuite con modelle di colore, su un pullman-palcoscenico di circa 20 metri. Dal freestyle in motocross agli stand strutturati ad arte, l’EICMA è stato uno spettacolo continuo, senza tregua.

Il pubblico presente (l’80% uomini, contro il 20% di donne di cui il 15% poco vestite e fotografabili) può dirsi soddisfatto spettatore di uno show che ha avuto protagonisti rombanti e ammiccanti, che ha sfamato anche quest’anno migliaia di appassionate aquile dall’acceleratore sempre spalancato.

Tutti i numeri di Twitter

Abbiamo parlato tanto di Twitter e questi numeri fanno presagire che ne parleremo sempre di più.

Mentre l’ex CEO di Twitter, Evan Williams afferma in un’intervista a New York Times che gli utenti del microblog più famoso del mondo superano attualmente i 175 milioni versus i 145 milioni di settembre, il che significherebbe che ogni giorno mezzo milione di persone crea un account Twitter, nelle seguenti slide troverete dati circa la frequenza d’uso dei cinguettii, che vi lasceranno a bocca aperta.

Slide trovate qui.

Italiacamp parte seconda: 10 idee per salvare l’Italia?

“Siate voi il cambiamento che volete vedere nel Mondo” (Gandhi)

Dopo i fasti istituzionali del primo appuntamento romano, prosegue il viaggio di quella che continuo a considerare una bella avventura ed una grande opportunità per le giovani menti creative italiane. Sabato 20 novembre si terrà a Lecce la seconda tappa dell’Italiacamp, tappa dedicata al SUD nella scoperta delle dieci idee di Social Innovation per salvare questo Paese (e na parola…!!). L’evento è organizzato da un volenteroso gruppo di ex studenti Luiss che è riuscito a catalizzare intorno al loro entusiasmo un bel giro di persone, personaggi ed istituzioni importanti, compresa  la presidenza del Consiglio dei Ministri che si è impegnata a garantire tutto il necessario affinchè i progetti vincitori si possano realizzare.

Non abbiamo preso ne prederemo parte alle critiche di cortile che, come era prevedibile, negli ambienti dell’innovazione ha suscitato il primo appuntamento. La nostra opinione in merito conta poco, forse per riuscire a realizzare progetti impattanti è fondamentale l’apporto delle istituzioni, anche se rappresentate dal peggio che la specie umana abbia saputo produrre… o forse no come dimostrano migliaia di soluzioni indipendenti che dal basso stanno cercando di porre rimedio al fallimento del presente. Ma non è di questo, ripeto, che interessa parlare: solo chi non fa non sbaglia. Ed i ragazzi dell’Associazione Italiacamp stanno facendo tanto, forse delle volte disperdendo e non dosando bene le energie, per realizzare un evento che mira ad essere un riferimento ed un sostengo per  tutti coloro che agiscono per garantire l’innovazione sociale: politici che possono aiutare a creare le condizioni giuste per lo sviluppo, fondazioni e filantropi che possono raccogliere fondi e supportare la causa, organizzazioni sociali che effettivamente cercano di rispondere ai bisogni della società, ed infine le imprese sociali e gli stessi innovatori.

I ragazzi, dei quali ci onoriamo di essere partner ed amici con Ninjamarketing, hanno il merito di aver creato un luogo dove chiunque sia dotato di una buona idea può presentarla alle istituzioni chiave per renderla attuabile: dipartimenti scientifici, fondi, agenzie, brokers, incubatori ed intermediari.  Ma qualcosa ancora non va… Ed il problema mi sa che non è tanto dell’Italiacamp in se quanto del fatto che in Italia, rispetto ad altre parti del Mondo, non è ancor permeata nella società  una precisa idea di che cosa sia la Social Innovation.

Tutte belle ed interessanti le idee che hanno partecipato ad Italiacamp, ma quelle che ho visto io (salvo una o due eccezioni) erano idee bellissime, intelligenti, innovative ma che salvavano esclusivamente la condizione economica dei singoli imprenditori proponenti. Qualcuno potrebbe obbiettare che già il fare impresa in sé potrebbe significare fare del bene alla società. OK, ma questo è un discorso da ventur capital. Credo che quello che interessi indagare, con eventi come questo, siano le innumerevoli strategie attraverso cui le persone stanno cercando e creando nuove soluzioni (anche attraverso nuovi modelli di business) alle più grandi sfide dei nostri tempi: come ridurre le emissioni di Co2, come mantenere le persone in salute, come mettere fine alla povertà e descrivere i metodi e gli strumenti per l’innovazione impiegati nelle diverse culture e nei diversi settori – il settore pubblico come quello privato, la società civile come quella più intima del nucleo familiare – tutti ricondotti ad un unico terreno comune, ovvero quello dell’economia sociale, dell’imprenditoria e delle iniziative sociali.

E invece al di là di ottimi progetti imprenditoriali ci sarebbe da sbizzarrirsi visto che l’argomento è davvero vasto. L’innovazione sociale non ha confini fissi: essa può agire in ogni settore, il pubblico, il non-profit e il privato. Inoltre le soluzioni più interessanti sono quelle che si muovono al confine tra un settore e un altro, e in settori completamente diversi tra loro, come il commercio equo, l’apprendimento a distanza, gli ospizi, l’agricoltura urbana, lo smaltimento dei rifiuti e la giustizia retributiva.

Ricapitalondo: ok, buona la prima. I ministri li abbiamo fatti contenti, la LUISS si è trovato un bel po’ di pubblicità a buon mercato posizionandosi come una realtà innovativa, i vecchi sistemi di potere hanno fatto finta che anche loro sono aperti ai barcamp… Vabene così, se è questo il prezzo da pagare per  mettere in moto qualcosa va bene così…

Ora però il gioco si fa duro cari amici dell’associazione Italiacamp, e si fa duro proprio perché siete le belle persone oneste ed appassionate che ho conosciuto: Avete il ruolo di colmare questa lacuna e di contribuire a far permeare in Italia una cultura della social innovation che, ad oggi, appare del tutto mancante.

Ma il lavoro non lo dovete fare solo voi, lo dovremmo fare un po’ tuti noi del rotary club dell’innovazione italiana. E mi rivolgo a voi, cari guru diquestaminchia2.0, invece di stare lì solo a criticare e a esprimere opinioni (e raramente competenze) cercate di dimostrare un po’ di creatività non solo legata al business. Riusciamo a cacciare qualche idea utile a migliorare il Paese? Altrimenti a cosa ci è servita tutta questa rete, queta teconolgia, questi social network, twitter, wiki, fliki, pesci e compagnia bella?

Basta parlarsi addosso. E chi (come il sottoscritto) non pensa di essere un creativo, cerchi almeno di smuovere la sua audience a mettersi in gioco, a credere in se stessi e partecipare con idee e progetti http://www.italiacamp.it/iscrizione_concorso.php .

Il tutto, badate, cari amici ninja, vale anche e soprattutto per noi!!!! Muovete il culo e facciamo vedere che “L’Italia può muoversi, se gli italiani lo vogliono. Può muoversi, se i lacci che la frenano vengono finalmente rimossi e alle idee ed energie positive  viene concesso di trarre ispirazione e slancio le une dalle altre” (così finisce il libro http://www.billemmott.com/book_forzaitalia.html di Bill Emmott ex direttore dell’Economist – ma insomma, che vergogna,  devono venire gli inglesi a svegliarci!??!).

Da dove cominciamo direte voi lettori? Da voi stessi dico io, dalle vostre idee. Sarà pur vero che non c’è una cultura ed una consapevolezza in Italia dell’innovazione sociale, ma è anche vero che tra di voi e in giro per il paese ci sono un sacco di idee che meritano di essere supportate ed elette a sistema. Mi riferisco a quelle innovazioni che sono sociali sia nei mezzi che nei fini. Sbizzarritevi, sono ammesse le nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che vanno incontro ai bisogni sociali e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono sia buone per la società sia che accrescono le possibilità di azione per la società stessa. Per un attimo smettete di pensare a soldi, successo, carriera, potere e sicurezza economica… Solo per un attimo, ce la potete fare… fidatevi, affidatevi e vedrete che poi tutto andrà bene (anche sul profilo del successo personale)!

Puntate verso un nuovo tipo di economia che combini alcuni elementi  passati con altri innovativi. Mettete in mente la memoria e la creatività e vedrete che risultati! Nel resto del Mondo è ormai una moda ed è definita “economia sociale” perché presenta delle caratteristiche molto distanti da economie basate sulla produzione e sul consumo di beni. Le sue caratteristiche basilari includono:

massiccio uso di networks ramificati per sostenere e gestire le relazioni, aiutati da ogni forma possibile di comunicazione

confini labili tra produzione e consumo

forte enfasi alla collaborazione, alla cura e alla manutenzione piuttosto che ad un irresponsabile consumo usa e getta

autenticità e coerenza dei valori guida sia sui processi che negli obiettivi

Ciò che dà all’economia sociale la sua caratteristica distintiva può essere rappresentato da due motivazioni, che a volte possono anche apparire contrastanti. Una risiede nell’ambito della tecnologia: la diffusione dei networks, la creazione di infrastrutture globali per l’informazione e l’importanza sempre maggiore dei social networks (e qui ci dispiace far prendere collera ai quelli del marketing digitale che pensano che i social network servino solo a fare digital pr e reclame o a quelli che invece li usano solo per accoppiarsi). La seconda deriva da un ambito strettamente legato alla cultura e ai valori, ovvero la crescente enfasi sulla dimensione umana, sul mettere democraticamente al primo posto gli individui che va a ricadere anche su sistemi e strutture.

È una economia questa che si è in gran parte formata attorno a dei sistemi distribuiti piuttosto che a strutture centralizzate. È l’unica che ha senso in uno scenario post-crisi dove il socialnetworking diventa un’etica in cui l’economia si occupa della complessità non attraverso semplificazioni e standardizzazioni imposte dal centro, ma distribuendo la complessità verso i margini, ovvero verso i manager locali, i lavoratori, nonché verso gli stessi consumatori.

Da ciò risulta, e non è nuovo a voi lettori di Ninjamarketing, che il consumatore è passato dal subire un ruolo passivo a trasformarsi in un soggetto attivo, non solo come portatore ma anche come creatore dei suoi stessi diritti.

Quello che è stato definito come consumatore si sdoppia così nel produttore domestico – un cuoco, una madre, un assistente, un compratore, un guidatore, un infermiere, un giardiniere, un insegnate o uno studente – uno sdoppiamento che incarna proprio ciò che ci rende umani. Questa sfera prettamente domestica, che da sempre viene considerata come non appartenente alla sfera economica perché troppo complessa e ingovernabile, oggi viene essa stessa riconosciuta come necessaria per l’economia, con tutti i bisogni di supporto, di mezzi e di capacità che oggi l’essere produttore comporta. È questa sfera che dobbiamo rimettere in gioco 😉

Quindi ricordatevi di tutte quelle volte che avete pensato a come risolvere un problema mettendo insieme pezzi esistenti di umanità, magari avvalendovi dei social network. Si proprio di loro, forse il karma ce li ha mandati non solo per distrarci ma per aiutarci a sopravvivere. Se il gioco non fosse quello di andare su facebook a perdere tempo o a farci i cazzi degli altri ??? E se forse con una piccola applicazione su facebook cominciassimo ad ottimizzare i nostri spostamenti per utilizzare una sola auto invece che 4 ogni mattina? E se mettere in rete le nostre mamme potrebbe risolvere il problema di alimentazione di tanti bambini? E se gli extracomunitari del vostro paese ci aiutassero ad imparare le lingue utili ad esportare il lardo di colonnata?

La mia provocazione avrete capita è finalizzata a risvegliare ciò che è vivo!

E dilmio appello è quindi rivolto:

a tutti voi: dai, vi occupate di innovazione, social media, etc.. etc.. iscrivete qui http://www.italiacamp.it/iscrizione_concorso.php quella idea fortissima che avete da anni nel cassetto!!!

Ai guru 2.0: finitela di criticare, fatevi venire in mente qualcosa o spingete i vostri lettori a partecipare con idee all’Italiacamp.

ai giornalisti: quando vi imbattete in eventi o situazioni innovative non vi fermate a descrivere le solite cagate, i politici o i vip che vi partecipano, ed unicamente gli aspetti folk. Vedete di cogliere anche i segnali deboli della società e, soprattutto, mettete alla ribalta qualche idea dal basso pregnante, povera di mezzi ma densa di significato!

ai politici: In questi eventi innovativi non ci sguazzate solo, cercate di imparare qualcosa  (e na parola, e chi ve lo fa fare a panza piena!?!?!);

ai professori: Si ok vi capiamo, dovete dare l’assegno di ricerca alla nipote del rettore o al cugino dell’assessore alla cultura, ma se avete un po’ di dignità supportate e spingete i vostri giovani ricercatori (si, quelli appassionati senza arte ne parte che ancora non sono scappati all’estero)  a partecipare magari dando loro anche una mano…

Non lo so, scusate il delirio, ma la verità è che qui qualcosa bisogna fare. È finito il tempo di parlarci addosso d’innovazione, marketing non convenzionale, social network, 2.0 , 3.0 etc.. etc.. Noi ci siamo rotti. Si apre una nuova era: knowledge for change. Siamo chiamati a dare un telos a tutto questo… O lo facciamo o, ancora una volta, ce lo subiremo.

Meditateci e poi fate voi…