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L’immaginario crea chi siamo, anche nel Web

Nell'articolo di Paolo Schianchi, proviamo a verificare come funziona un immaginario nel web. Lo scopo? Capire come si crea la narrazione di chi siamo

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    Questo articolo è stato scritto da Paolo Schianchidocente delle cattedre di Visual communication e interaction design e Creativity and problem solving presso l’Università IUSVE. Dirige i contenuti editoriali del portale internazionale Floornature.com. Si occupa di saggistica sulla cultura visiva contemporanea.

    L’immaginario è la prima forma di un racconto. Lo costruiamo nel nostro pensiero e poi, a seconda delle epoche, lo restituiamo con il medium che abbiamo a disposizione. Lo si è fatto con i graffiti, con gli affreschi, con le parole, con la fotografia ecc.

    Visto da questa angolazione, quindi, non dipende dal mezzo che utilizziamo, ma da come percepiamo il mondo nel nostro pensiero. Ma è altrettanto vero che il mondo lo conosciamo attraverso i media, quindi lo stesso immaginario si scatenerà diversamente se suggerito da un libro, un telefilm o un quadro.

    Calando questa breve introduzione nella nostra contemporaneità, diventa facile constatare che la rivoluzione comunicativa degli ultimi decenni, il web, ha portato alla ribalta un nuovo modo di percepire il mondo.

    Proviamo a verificare come funziona un immaginario in rete. Lo scopo? Capire come si crea la narrazione di chi siamo.

    L’immaginario post-web

    Partiamo da un esempio relativo a un personaggio poco noto ai più, in modo che sia più facile comprendere i meccanismi che costruiscono un immaginario quando arriva dal web.

    Chi conosce Kiki de Montparnasse? Non tutti credo. E nemmeno sono tenuti a farlo. Però se vi facessi vedere uno degli scatti più famosi di Man Ray, probabilmente la riconoscereste. Avete presente la famosa fotografia di questo artista che ritrae una donna di schiena con un turbante in testa, a cui ha sovrapposto due intagli neri a forma di effe, intitolandolo Le Violon d’Ingres? Ecco la donna ritratta è proprio lei: Kiki.

    Però per i più esperti questa donna non è solo una modella e l’amante di Man Ray, ma la testimone degli anni venti parigini. E non solo, scrisse un libro intitolato Memorie di una modella con la prefazione di Ernest Hamingway.

    Ecco, ora proviamo a vedere quanto di lei in rete sia reale e quanto immaginazione, quanto si perda nelle fotografie in cui l’ha ritratta Man Ray e quanto appartenga alle sue parole. Provate a fare una ricerca su Google, digitando il suo nome Kiki de Montparnasse, vi usciranno le immagini che la raffigurano e i testi che raccontano di lei.

    In fondo il gioco che sto proponendo vuole mostrare come percepiamo Kiki attraverso il web, allo scopo di arrivare a comprendere quanto questo si interponga fra noi e l’immaginario per creare una possibile realtà. Un processo che stimola la nostra capacità di creare nuove narrazioni, anche a un’esistenza come quella di una donna che non tutti conoscono.

    Proviamo a suddividere in due quanto è apparso sullo schermo: le immagini e i testi.

    Allora se guardiamo questa modella attraverso le immagini di Man Ray o dei pittori ci apparirà austera, sensuale, dadaista o surrealista. Insomma una figura, un corpo, che a ha cambiato il nostro modo di pensare all’arte. In particolare nello scatto prima citato gli intagli neri a forma di effe, che la fanno diventare un violino, aprono a mille interpretazioni sulla sua femminilità, sulla sua sfrontatezza e sulla sua relazione con l’artista che la ritrasse; come con noi che la osserviamo da uno schermo. Insomma incarna la sensualità artistica del Novecento.

    Mentre se la leggiamo attraverso le sue parole, mediate da Ernest Hamingway, ne esce una donna spregiudicata e moderna che ha attraversato la prima metà del ventesimo secolo, subendolo e combattendolo al tempo stesso. Come scrive di lei nella prefazione al suo romanzo lo scrittore americano: “… eccovi un libro scritto da una donna che non fu mai una signora…”. Fra le sue pagine esce quindi tanto la sua umanità, quanto i suoi rapporti di amicizia e confidenza con i maestri della pittura e della letteratura di quel periodo.

    Ma a ben vedere nella nostra ricerca su Google non è apparso solo questo di lei, ma anche che è stata un’icona di stile, una donna in grado di superare il suo tempo, una prostituta e il suo volto con il taglio alla garconne che ha dettato moda per tutti gli anni venti. Inoltre scavando nel web arriva anche il tassello che ancora mancava, il suo vero nome: Alice Prin. Con tale dettaglio assume quindi un’identità precisa, forse altra rispetto al personaggio, un’esistenza e, perché no, una tomba in cui è sepolta, facendola avvicinare a ognuno di noi.

    A ben vedere però il web l’ha resa sicuramente più umana, ma al tempo stesso ha aumentato il suo mito, riproducendola infinite volte e in altrettante sfumature visive. In molti casi anche dimenticandosi chi essa sia stata. Vi ricordate all’inizio di questo paragrafo, molti di voi probabilmente si sono chiesti chi era questa Kiki de Montparnasse a cui accennavo.

    Ed è così che l’immaginario relativo a questo personaggio diventa interessante, in quanto ispira ancora molte narrazioni e altrettante ricostruzioni storiche, ma anche giochi di rimbalzi temporali che le fanno giungere a noi sotto una nuova forma: quella di icona a cui in molte donne si sono ispirate. Magari senza sapere chi fosse.

    L’immaginario dice chi sono

    A questo punto siete sicuri che quanto ho descritto di Kiki de Montparnasse sia vero? O si tratta dell’immaginario che mi sono costruito di lei, miscelando con gli occhi le sue immagini alle sue parole apparse in rete?

    Per rispondere torniamo all’inizio di questo articolo, dove si è detto che ogni medium cambia la nostra percezione del mondo.

    Allora come abbiamo intuito l’identità e l’esistenza di Kiki attraverso Google?

    Queste sono cambiate in funzione del fatto che ci sia soffermati sulle parole o le immagini, sulla profondità dei testi o la leggerezza delle interpretazioni alla moda. Insomma la regina delle notti parigine ha assunto infinite sfaccettature fra le pieghe del motore di ricerca.

    Pensateci bene, per tutti le suggestioni suscitate dalle sue immagini o dai commenti alla sua vita sono derivate da una combinazione di ciò che ha visto con ciò che ha letto, in contemporanea, sullo stesso schermo, magari aprendo diverse finestre di Chrome.

    Leggi anche: Visual marketing e creatività post-web: le immagini parassita

    L’aspetto interessante di questo processo è che l’immaginario a cui si è dato corpo racconta chi è Kiki de Montparnasse a ogni osservatore, anche se ognuno l’ha incontrata attraverso differenti percorsi web, perché la rete non si ripete mai, non è mai statica come un libro, una fotografia o un affresco. E questa è anche la forza del mito di Kiki, del suo essere riuscita a far passare, anche attraverso le immagini e i testi che di lei popolano il web, la sua consapevolezza e la sua capacità di essere stata coerente con se stessa, malgrado in internet ogni informazione o immagine sia confusa e legata a chissà quale algoritmo.

    A questo punto possiamo quindi affermare che per creare un immaginario nel web, e fare in modo che non venga perso, questo deve partire dalla consapevolezza di chi siamo, poiché solo coloro che sanno guardare dentro di sé sanno anche come restituire quanto alberga nel loro immaginario. Persone che compiono un atto creativo capace di diffondere la loro presenza in rete, cavalcando proprio quell’onda, confusa e legata a chissà quale algoritmo, che lo farà riaffiorare su di uno schermo e dimostrare chi è. In fondo non è altro che quanto abbiamo visto nell’esempio dedicato a Kiki. Infatti la regina delle notti parigine, grazie alla sua identità espressa dai ritratti degli artisti e le parole da lei scritte o a lei dedicate, ancora si amalgama senza sosta con la superficie del web e riaffiora per creare nuove narrazioni a lei legate.

    Provate ora a traslare tutto questo in termini di azienda o di personal branding.

    In quanti sono in grado di fare tutto ciò? Ovvero di creare un immaginario web di loro stessi?

    Tutti, basta mettere in gioco l’autenticità della prima forma del racconto: noi, la nostra immaginazione e la nostra capacità di far sognare gli altri attraverso un immaginario, anche dietro a uno schermo. In poche parole siate coerenti, portate un messaggio forte e chiaro di voi stessi, così la rete vi restituirà, anche se in versioni differenti, sempre in modo autentico.