Social media

Non solo un cancelletto: l’evoluzione sociopolitica degli hashtag

Uno strumento di organizzazione che diventa protagonista di rivoluzioni e call to action solidali: l'hashtag è diventato indispensabile nello scenario sociopolitico globale

Chiara Morini

Contributor

    Chi l’avrebbe mai detto nei primi 2000 che di lì a pochi anni le rivoluzioni e i grandi avvenimenti sociopolitici sarebbero passati per Twitter? E in quanti avevano scommesso che i fenomeni legati ai social media come l’avvento dell’hashtag sarebbero rimasti appannaggio del puro intrattenimento? Non sappiamo darvi i numeri esatti ma sappiamo da che parte abbia virato il timone della storia e quanto ad oggi un hashtag sappia fare la differenza.

    Una curiosità: sapevate che quest’anno l’hashtag compie 10 anni di vita? Ebbene sì, è passato già un decennio da quando il cancelletto non è più soltanto un obsoleto segno sulla tastiera del telefono, precisamente da quando Chris Messina scrisse questo post proponendo “#” come segno prima di una parola per incanalare e organizzare le conversazioni in base al topic.


    Dal 2007 ne è stata battuta di strada e per fortuna sempre in meglio verso un utilizzo responsabile e spesso istituzionale. Sì perché a dover ringraziare Messina sono proprio le istituzioni, i movimenti e i partiti politici e i governi che con l’hashtag hanno imparato a raggiungere e a smuovere un intero bacino di utenti virtuale.

    Gli esempi hashtag che meriterebbero menzione sono innumerevoli, ma abbiamo scelto i più importanti, quelli che hanno segnato la storia e quelli che, a modo loro, hanno provato a cambiarla.

    Dalla Primavera Araba a #Occupy: le rivoluzioni si fanno a colpi di hashtag

    Sono trascorsi quasi 7 anni dalla Primavera Araba o Rivoluzione dei Gelsomini iniziata il 18 Dicembre 2010 in seguito al suicidio di Mohamed Bouazizi, un fruttivendolo tunisino che per protestare contro i diversi abusi subiti da parte dalle forze dell’ordine si diede fuoco innescando un terremoto di rivolte in tutti i Paesi del mondo arabo e del Nord Africa.

    La rivoluzione inizia su Twitter e dal basso: centinaia di migliaia di tweet indignati iniziano a circolare ma i media mainstream si accorgono della gravità dell’evento solo quando la protesta scende nelle piazze. Circa i 70% degli account più attivi appartenevano a individui comuni piuttosto che a organizzazioni ufficiali. I media mainstream occupavano appena il 7% del flusso totale di informazione a dimostrazione dell’enorme mole di tweet e hashtag prodotta da tutti gli attori scesi in campo.

    Arriva il 2011, le contestazioni continuano, i governi traballano ma il clima di protesta diventa globale e assume altre forme plasmate su altre motivazioni e con altri hashtag: tra i più celebri del mondo occidentale ricorderete sicuramente #OccupyWallStreet, l’hashtag nato dalle contestazioni pacifiche di Zuccotti Park a New York contro gli abusi del capitalismo finanziario ai danni del 99% della popolazione.

    Sarà stato forse perché gli americani sembravano già educati all’uso di Twitter, o forse per il clima apparentemente più pacifico e dimostrativo, o anche perché la Primavera Araba aveva già svegliato i media dormienti, ma l’hashtag #OccupyWallStreet ebbe decisamente da subito un’eco ben più forte di quello dal Nord Africa. Le proteste non hanno rovesciato governi né sistemi finanziari ma hanno sicuramente risvegliato un silente senso civico della popolazione statunitense.

    #BringBackOurGirls

    Con #BringBackOurGirls la politica entra ufficialmente in scena a suon di hashtag. Non si tratta di una protesta né di una rivoluzione dal basso ma dei fatti legati alla vicenda delle 276 giovani rapite dall’organizzazione jihadista Boko Haram nel nord della Nigeria nell’Aprile del 2014.

    L’hashtag nasce da un tweet dell’avvocato e attivista nigeriana Oby Ezekwesili che diventa virale tra le ONG internazionali fino a bussare alla porta dei maggiori politici.

    Le istituzioni si uniscono alla richiesta mettendoci la faccia, ma in fin dei conti quanto è stato utile? Secondo molti #BringBackOurGirls è stato il primo grande Fail della politica nel mondo delle campagne solidali social: un’enorme partecipazione anche di personaggi illustri come David Cameron o Michelle Obama ma senza risultati concreti.

    A due anni dalla campagna, nel 2016, il Mail Online provò a tirare le somme facendo notare come i numerosi retweet e hashtag difficilmente si siano tradotti in fatti tangibili: 219 ragazze sono ancora prigioniere e alcune tra loro sono state forzate a immolarsi in attacchi terroristici.

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    Una call to action comununque valida che non ha di fatto svolto il suo dovere istituzionale (ammesso che un hashtag possa averne uno) ma che sicuramente ha portato a termine quello divulgativo, il più importante. Esempi anche più recenti come #JeSuisCharlie, #IceBucketChallange o l’attualissimo #PrayForManchester hanno dimostrato come l’impegno civico e solidale riescano sempre almeno ad arrivare a destinazione a prescindere dai risultati.

    Che si tratti di un appoggio a una causa, di creare consapevolezza intorno a una notizia o semplicemente di iniziare una conversazione, gli hashtags si sono dimostrati uno strumento efficace per la comunicazione nel contesto sociopolitico odierno anche dove non sono riusciti a raggiungere il 100% dell’ambizioso obiettivo prefissato.

    Scritto da

    Chiara Morini

    Contributor

    Mangiatrice compulsiva di serie tv e graphic novel, (soprav)vive a Roma ma intraprende frequenti voli pindarici intorno al mondo. Ha iniziato come soffiatrice di cartucce del ... continua

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