Intervista

Blue Whale è vivere il disagio interiore sui social media?

La seconda parte della nostra inchiesta sulla Blue Whale è un'intervista a Ivan Ferrero, direttore tecnico e scientifico di Bullismo Online

Francesco Gavatorta
Francesco Gavatorta

Editor Social @Ninja Marketing

La scorsa settimana abbiamo cominciato un viaggio alla scoperta della Blue Whale, il presunto gioco online che sembrerebbe esser stato creato per indurre giovani e giovanissimi al suicidio.
Durante la settimana passata, si sono susseguite segnalazioni più o meno credibili anche nel nostro Paese, che hanno però dimostrato come sul tema ci sia ancora una forte impreparazione (ad esempio, diversi articoli hanno parlato di Blue Whale come di un’app).

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Per affrontare in maniera pertinente il problema, però, è necessario dare una lettura completa, al di là della “mania” che il word of mouth sa generare, in particolare per fenomeni oscuri come questo.
Per questa ragione, abbiamo interpellato per completare la nostra inchiesta, uno psicologo specializzato nelle nuove tecnologie: Ivan Ferrero, direttore tecnico e scientifico di www.bullismoonline.it e collaboratore dell’associazione Coscienza Digitale.

Ivan Ferrero

Quali sono secondo te i meccanismi che rendono giochi come Blue Whale così affascinanti?

Se analizziamo le situazioni in cui i ragazzi emulano o prendono esempio da questi fenomeni, troviamo che le dinamiche esulano dal concetto di piacere/dispiacere. I fattori che possono intervenire (a seconda del ragazzo) possono essere diversi.

La legittimazione: un ragazzo che sta già meditando l’estremo gesto può trovare in questi gruppi la legittimazione a portare a termine il suo piano. Chi invece sta vivendo un profondo disagio di vita interiore oppure sociale può trovare nelle prove proposte dal Blue Whale una guida per esprimere il suo disagio all’esterno. I ragazzi facenti parte di questa seconda categoria forse non termineranno mai tutte le prove: in quest’ultimo caso si tratta più di un grido di allarme che noi adulti dobbiamo essere pronti a cogliere.

Ci sono poi le tecniche di manipolazione mentale. Sono le stesse operate dalle sette religiose o altri gruppi. Si individua la persona che potrebbe essere particolarmente ricettiva, e la si contatta. Da qui si innesca un Viaggio dell’Eroe che conduce il ragazzo nella spirale negativa:

– il Comunicatore risponde alla chiamata del ragazzo (la chiamata dell’Eroe) e gli presenta una prima prova.
Spesso si tratta di un gesto molto banale, come l’invio di una propria foto, ma che costituisce un primo contatto e l’entrata, il superamento della soglia (per dirla alla Campbell).

– da questo momento in poi il ragazzo ha la percezione di essere entrato nel gioco e nel nuovo gruppo.
Nella sua mente adesso lui è un giocatore del Blue Whale, e questa percezione contribuirà a modificare anche la percezione di se stesso e la sua Identità.

– le prove (a volte semplici gesti) sono graduali, e servono a spingere il ragazzo a scendere sempre più nel suo buio.
Ogni nuova prova presenta un coinvolgimento un po’ più profondo, e un passo dopo l’altro la percezione della Realtà si distorce sempre di più.

Lentamente l’idea della Blue Whale diventa l’unica Realtà possibile per il ragazzo, i compagni di gioco Blue Whale i suoi nuovi compagni.

A queste dinamiche dobbiamo anche aggiungere la spettacolarizzazione di alcune di queste prove, che offrono al ragazzo la possibilità di mostrare all’esterno tutto il disagio che sta vivendo all’interno.

Come mai un adolescente non è in grado di percepire il reale pericolo che può provenire dai social media?

Gli adolescenti hanno una visione della Vita e del Mondo molto più semplice di noi adulti, e una visione molto estremizzata della Realtà, per cui una cosa o è bianca o è nera, e fanno fatica a distinguere le sfumature di grigio.

Ai ragazzi manca l’esperienza di vita che abbiamo noi adulti, e questo si collega ad una concezione degli eventi del Mondo decisamente lineare, spesso priva della sua effettiva complessità.

Ad esempio molti di loro pensano al pedofilo come quella persona che si palesa a loro chiedendo esplicitamente prestazioni sessuali (eventualmente anche dietro compenso esplicito), e non considerano che i pedofili online possono creare fino a decine di account fake di diverse persone e di circondare il ragazzo fino a tagliarlo dai suoi reali affetti.
Spesso non sono neanche coscienti del logorio psicologico a cui un minore viene sottoposto prima che il pedofilo lo spinga a fornire la prima prestazione sessuale.

Nel caso Blue Whale, fanno molta fatica a comprendere come possa un ragazzo suicidarsi gettandosi da un palazzo solamente perchè un estraneo glielo ha chiesto. Non considerano tutti i piccoli passaggi che avvengono prima, e che attirano il ragazzo nel vortice che lo porterà al gesto estremo. Ai loro occhi quindi un gesto simile è totalmente privo di senso e di causa, e questo contribuisce ad aumentarne la paura.

Un altro elemento che spinge i nostri ragazzi a “credere ciecamente” ai social media è la plausibilità di quanto accade in questi canali. I loro beniamini non sono improbabili super-eroi, oppure protagonisti senza macchia e senza paura che affrontano situazioni di Vita ai limiti del possibile.
I loro beniamini sono invece ragazzi esattamente come loro, coetanei o con pochi anni in più che fanno le stesse loro cose: giocano ai videogame, trascorrono i pomeriggi facendo semplici scherzi tra di loro, oppure girano nelle stesse città dei nostri ragazzi compiendo azioni perfettamente replicabili anche da loro, ad esempio facendo scherzi alle persone.

Inoltre i social media sono i nuovi libri e i nuovi documentari, i nuovi Maestri di Vita. I nostri ragazzi imparano da YouTube, e attraverso questi video imparano le regole della società e della Vita: sono i loro Maestri, la loro finestra sul Mondo.

Quindi i nostri ragazzi si fidano di ciò che vedono sui social media perché è reale.

Quali sono gli strumenti che si possono adottare per “proteggersi” da situazione di minaccia, come quella di un soggetto ignoto che ti obbliga ad assumere comportamenti pericolosi?

La prevenzione viene prima di tutto. Il dilagare del fenomeno Blue Whale, anche se solamente per spirito di emulazione, ci dice molto sul sostrato in cui questo opera.

Se le vere cause sono la perdita dei valori e di punti di riferimento, oltre che di una guida che indichi ai nostri ragazzi il nuovo mondo che ci stiamo accingendo a vivere, allora è proprio qui che dobbiamo intervenire. Si parla di Educazione Emozionale, Educazione Digitale, lavori finalizzati al rinforzo della loro autostima e del loro senso di autoefficacia.

Qui gli adulti possono fare molto, nonostante ci appaia l’esatto contrario. Se è vero che il web si evolve così velocemente che noi non siamo in grado di tenergli il passo, in quanto adulti abbiamo una grande risorsa trasversale e che trascende ogni tecnologia: l’esperienza di vita. Nonostante il digitale stia operando una vera e propria rivoluzione su tutti i campi, alla base rimane sempre chi lo utilizza: l’essere umano con tutte le sue dinamiche consce e inconsce.

Anche la riscoperta dei valori del gruppo è molto importante, per mezzo dei peer educator. Nel caso la prevenzione non dovesse essere sufficiente, oppure nel caso qualche evento dovesse sfuggire al controllo, allora è necessario intervenire.

L’elemento principale che deve fare da sfondo a tutti i nostri movimenti è la rete tra gli elementi in cui i nostri ragazzi si muovono: la famiglia, la scuola, l’ambiente in cui vivono (i giardini in cui giocano a calcio nel pomeriggio, l’oratorio, i professionisti del settore, ecc…). Questo perché ciò che sfugge a una parte può essere recuperato dall’altra: i nostri ragazzi selezionano e filtrano cosa raccontare e a chi, per cui ognuno di noi avrà sempre e solo una visione parziale di quanto sta accadendo.
Solo rimanendo collegati in rete possiamo avere una visione a 360 gradi di quanto sta accadendo.

Se per assurdo venisse inibito l’utilizzo dei social media agli under 18 – di qualsiasi ordine e natura – credi che si favorirebbe la loro protezione, o si perderebbe un’occasione?

Ogni generazione ha costruito degli strumenti innovativi e li ha insegnati alla giovane nuova generazione. Questa nuova generazione crescendo ha perfezionato questi strumenti, e a sua volta li ha insegnati alle nuove generazioni, e così via. E’ così che siamo arrivati dove siamo adesso. Il web è lo strumento ideato dalla nostra generazione, e che deve essere trasmesso alle nuove generazioni affinché lo perfezionino ulteriormente. Quindi non ha senso impedire ai nostri ragazzi di sperimentare questo strumento, perché è solo attraverso il giocarci che acquisiscono quella dimestichezza necessaria per pensare ad una futura evoluzione dello strumento. Inoltre è nella natura di ogni ragazzo (indipendentemente dal periodo storico in cui vive) mettere alla prova i nuovi strumenti (e le regole associate al suo utilizzo) forzandoli, crackandoli, inventandone nuovi utilizzi, scovandone le vulnerabilità. Impedire ai minorenni l’utilizzo dei social media alimenterebbe questo gusto per la sfida, generando un flusso di comportamenti ancora più incontrollabili. E comunque anche adesso si iscrivono ai social media mentendo sull’età, ad esempio. La cosa migliore da fare quindi non è la censura, ma fungere da guida, insegnargli come utilizzare lo strumento web fornendo loro ciò di cui ancora difettano: la maturità.

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Quanto è forte il rischio di emulazione, a forza di parlarne?

Potremmo affermare che nel caso del Blue Whale lo spirito di emulazione è stato l’elemento principale. Siamo di fronte ad un fenomeno che all’origine era molto circoscritto, se non addirittura insignificante, in quanto i suicidi dichiarati dai primi mass media non erano stati verificati. Quindi è stato il tam tam mediatico che lo ha reso ciò che vediamo oggi: un fenomeno che è espatriato ed è nelle menti di tutti i nostri ragazzi, anche di coloro che potrebbero essere già in procinto di compiere l’estremo gesto.
Ciò che è partito come una mezza bufala è adesso un fenomeno di enorme portata concreto e che non possiamo assolutamente ignorare. Al di là di tutto questo dobbiamo comunque ricordare che non abbiamo ancora dati precisi sull’effettiva correlazione tra i suicidi e questo gioco, né ne conosciamo l’effettiva portata attuale. Quanto spiegato qui ci indica quali fattori intervengono nel caso un ragazzo aderisca al gioco, che cosa potrebbe spingere un ragazzo ad aderirvi.

Grazie Ivan per il tuo contributo.

Grazie a voi!

Quest’inchiesta, potenzialmente, potrebbe durare ancora per molte puntate: il tema però potrebbe essere non tanto la Blue Whale – che, appunto, meriterebbe approfondimenti ben diversi rispetto agli approcci approssimativi che la stampa mainstream gli ha riservato – quanto alla capacità di rendere attraverso il digital reale ciò che reale non è.

Come adulti abbiamo una responsabilità molto grande: dobbiamo imparare a discernere le informazioni, giudicare ciò che leggiamo e capire cosa sia passibile di condivisione online: il caso Blue Whale ci dimostra come il viralizzare notizie allarmistiche possa creare a propria volta reason why per un allarme: è forse questo l’insegnamento principe che possiamo trovare oggi, con le informazioni che abbiamo, su questo folle gioco.