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Se i protagonisti delle serie TV lavorassero in un’agenzia di comunicazione

Quale ruolo avrebbero Saul Goodman e Walter White?

Che bello quando l’agenzia pubblicitaria assomigliava a quella di Mad Men: quando il Direttore Creativo vestiva il completo grigio all’odore di Lucky Strike, di Don Draper, le segretarie diventavano copywriter e gli account chiudevano contratti davanti a bicchieri di Old Fashion. Oggi, la comunicazione è sempre più digital-centrica, tuttavia i protagonisti delle agenzie rispondono sempre a stereotipi ben precisi. Ma se fossero i protagonisti delle serie TV a lavorare in agenzia, quali ruoli avrebbero?

>>>L’articolo può contenere spoiler all’interno delle descrizioni dei personaggi delle Serie TV.

Jimmy McGill alias Saul Goodman, Better Call Saul

Chi è?

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James McGill è un personaggio imperfetto, un genio del fallimento, che cerca ogni tipo di escamotage – non sempre politically correct – per affermarsi come avvocato penalista. Un astuto, sfortunato gigione che, nelle prime stagioni di Better Call Saul, è ancora ben lontano dal diventare l’eccentrico, milionario, avvocato cialtrone di riferimento per i criminali del New Mexico. Così, la serie spin-off di Breaking Bad ci racconta di un certo Jimmy di Albuquerque, l’impacciato e goffo fratello di Chuck McGll, associato del più importante studio legale della città, Hamlin, Hamlin & McGill.

Nonostante Jimmy abbia un’idea di giustizia molto diversa da quella di suo fratello, ha delle indubbie capacità oratorie ed è mosso da un’irriducibile determinazione, così consegue la laurea online all’Università delle Isole Samoa e diventa avvocato. L’impianto narrativo della serie TV ci inghiottisce in uno spasmodico percorso a montagna russa  a tinte pop, per cui assistiamo alle continue ascese e discese di quell’adorabile e logorroico imbroglione di talento.

Finché, un giorno arriva l’intuizione: durante uno dei grotteschi spot pubblicitari, con i quali prova a vendere i suoi servigi al pubblico, James introduce il suo alter ego, Saul Goodman. Un nome rassicurante, oltre che un ottimo esercizio di marketing, poichè pare dire: “It’s all good, man” – va tutto alla grande! La metamorfosi è compiuta: il Jimmy che buttava sempre il cuore oltre l’ostacolo, dovendo fare poi puntualmente i conti con un mondo pieno di squali, lascia il posto all’arrivista e moralmente discutibile, Saul – l’Account.

“Puoi fidarti di Saul”: l’Account.

Crede fortemente nel potere della fee e nell’arte del problem solving.
To-do della settimana: trattare sul prezzo dell’abbonamento in palestra.
Screensaver motivante del computer: “Un giorno senza fare new business è un giorno perso”.

Saul è un self-made-man, un uomo che ha fiuto per gli affari – sporchi – e, come ogni account che si rispetti sa vendere, anche sé stesso. Per questo, il suo biglietto da visita è un’ammiccante scatola di fiammiferi, con su scritto “Puoi fidarti di Saul”. Affidabile? Certo, nonostante i cellulari prepagati, l’ansia di venir riconosciuto da qualcuno e un parterre di assistiti con una taglia sulla testa. Del resto, un account sa essere molto discreto: ogni cliente (a prescindere dal cartello da cui proviene) è prezioso, e non importa quali alleati o nemici, ostacoli o agevolazioni dovrà incontrare sulla sua strada, quel che conta è acquisirlo. In fondo, sono i clienti stessi la valuta con cui riempie il proprio portafoglio: ci sono pezzi da 20 e pezzi da 100 – e l’account naturalmente preferisce il verde al blu.

Figura di riferimento per i suoi assistiti criminali, in quanto loro difesa, e per la legge, in quanto avvocato, Saul si muove costantemente su un territorio pericoloso, sul confine tra legalità e illegalità, e sa bene che la piena soddisfazione dei propri clienti sarà sempre inversamente proporzionale al rispetto della Costituzione, ma del resto ambasciator non porta pena, ma ne attira parecchie. Ecco perché Saul sarebbe un ottimo account: la voce del cliente nell’agenzia e, viceversa, rappresentanza della propria agenzia dal cliente… Un continuo gioco di ruoli che si risolve in uno schizofrenico dualismo. Diplomatico per necessità, l’account non è un geometra ma si occupa di far quadrare i conti, non è un calciatore ma è un campione dello smarco, non è un predatore ma va a caccia di affari. Ama gli inglesismi, o semplicemente ormai non sa più come liberarsene: stila sulla propria Moleskine le mission del weekend, fissa call infrasettimanali con l’amica che si è trasferita all’estero, usa Google Calendar per fissare l’happy hour del venerdì e brieffa il fidanzato prima di andare a fare la spesa. Quindi: che abbiate bisogno di Saul Goodman o di un account, come canterebbe Bennato, di noi ti puoi fidare.

Conte Olaf, Una serie di sfortunati eventi

Chi è?
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Il Conte Olaf è tante cose: il subdolo e malvagio zio arrivista degli orfani Baudelaire, il capo di una sgangherata compagnia teatrale, composta da 6 singolari personaggi in cerca di autore, ma soprattutto un eccentrico trasformista.
La storia che, fin dalla sigla, gli autori ci raccomandano di non guardare è il racconto tragicomico dei giovani Violet, Klaus e Sunny, che, ritrovatisi orfani ed eredi di un ingente patrimonio di famiglia, vengono affidati alle cure del loro parente più prossimo: lo zio Olaf, Conte Olaf. La narrazione è affidata a Lemony Snicket che, attraverso spiegazioni nonsense e giochi di parole, sfrutta la tecnica del quarto schermo per chiamarci in causa in prima persona e raccontarci, con una solennità grottesca, le fantasiose congetture a cui ricorre il Conte Olaf per accaparrarsi l’eredità dei Baudelaire. Così, si destreggia in istrionici travestimenti: Stephano, il Capitano Julio Sham e, infine, la Sig.na Shirley, receptionist di un’oculista, con la voce stridula e un po’ troppo rossetto. Un uomo (e non solo) dai mille volti, seppur sempre riconoscibile grazie a un unico dettaglio: un tatuaggio sulla caviglia che ritrae un occhio – come segno di onnipresenza e stalkering, più che di lungimiranza. Il Conte Olaf, re-inventandosi con una velocità che farebbe invidia all’araba fenice, sa inventare e rendere simil-credibile ogni suo sketch. E chi s’intende di sketch più dell’art director?

Una serie di sfortunati rework: l’Art Director

Crede fortemente nel potere del cmd + z.
To-do della settimana: inserire un messaggio subliminale nel logo del cliente.
Screensaver motivante del computer: “La vita è troppo breve per sprecarla a scontornare i capelli ricci”.

In quanto art director, il Conte Olaf è in grado di vedere il mondo con altri occhi, anzi solo con uno, quello che ha tatuato sulla caviglia. Genio caratterista, i suoi travestimenti sembrano essere il risultato di una giornata su Photoshop senza tavoletta grafica: per Stephano è bastato qualche click con il timbro per cancellare il monociglio, per il Capitano Sham è stato sufficiente scaricare il vettoriale di una benda da pirata e di una gamba di legno, mentre per la receptionist Shirley hanno dovuto ingaggiare un freelance.

travestimenti

Maestro della comunicazione visiva, nel credere che i propri travestimenti siano credibili il Conte Olaf si affida totalmente alla sospensione dell’incredulità di chi lo osserva. Chi si occupa di comunicare per immagini sa che le figure non corrispondono mai solo a ciò che superficialmente appaiono, ma portano con sé una serie di etichette culturali, riferimenti consci e inconsci che le caricano di accezioni positive o negative, a seconda del contesto. L’Art, che non è un mago ma sa come usare la bacchetta magica, sa come trasmettere i giusti sentimenti attraverso il colore, ad esempio. Sa che il rosso stimola l’appetito, il verde rilassa e il blu rassicura – e sa anche che quel rosa che una donna percepirà in tutte le sue sfumature, dal magenta, al Barbie, al fragola, per l’uomo rimarrà semplicemente… rosa.

Il teatro è il contesto a cui il Conte Olaf sente di appartenere – ancor di più che alla vita vera stessa: è qui, che si muove liberamente, crea scenari di vita e li traspone nel mondo reale. Sul palcoscenico di un teatro può accadere di tutto: uno zio può sposare la propria nipote minorenne senza che nessuno del pubblico batta ciglio. Così, come da noi, un koala può rubare la scena masticando chewing-gum e una capra può diventare il compagno di avventure badass di un biker a Possibilandia.

Una cosa è certa, se il Conte Olaf dovesse produrre il proprio logo, sceglierebbe un color nero tenebra, RGB 000, e un font sgraziato.

Sunny, Una serie di sfortunati eventi

Straordinariamente attuale: dalle inconfutabili capacità logiche e intuitive, il ruolo della piccola Sunny nell’agenzia pubblicitaria sarebbe senza dubbio quello di Bot. Non tutti la capiscono, alla maggior parte delle persone potrebbe sembrare che i suoi discorsi siano reiteranti e insensati, ma solo perché non dispongono della giusta chiave di lettura – o dei sottotitoli di Netflix.

Prairie, The OA

Chi è?

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Prairie è l’enigmatica protagonista di una delle serie che ha fatto più discutere negli ultimi mesi, The OA. Dire chi o cosa sia Praire non è così scontato: malinconica ragazzina russa nata cieca, con delle premonizioni che le fanno sanguinare il naso, rapita e studiata come un topo di laboratorio, costretta a morire e rinascere più volte, sperimentando la dimensione mistica che consegue alle NDE – near death experience. Un impianto narrativo complesso, che si dipana su un duplice piano: quello della vita reale, in cui Prairie è una ragazza scomparsa che torna a casa dopo tanti anni e fatica a reintegrarsi nella società, e quello surreale, onirico che traspare dalle sue memorie. Memorie che ogni notte condivide con un gruppo eterogeneo di disadattati – 4 studenti del suo liceo e una professoressa – a cui racconta la sua storia, che non ha nulla di realistico, eppure suscita interesse, curiosità ma soprattutto empatia.

Se siete alla ricerca di una spiegazione logica alla storia di Prairie avete già perso in partenza, poiché il giusto territorio da presidiare per gustarsi i suoi racconti è quello delle emozioni. Difficile capire se Prairie sia davvero l’angelo originale (The Original Angel), o semplicemente una cantastorie, ma forse non è neanche necessario. Il fil rouge che lega tutti gli spunti narrativi e i dettagli improbabili dei suoi flashback è il potere dello storytelling. E la condicio sine qua non per tenere a bada i propri WTF e lasciarsi guidare nei meandri di questo universo parallelo è fare un atto di fede. Prairie mette alla prova la capacità dello spettatore di interpretare un linguaggio nuovo, non realista, tenendolo incollato allo schermo mentre si lascia andare in momenti di danza animalesca che ha il potere di salvare delle vite. Conscia di aver scelto un tone of voice che gioca sui dettami del Teatro dell’Assurdo, Prairie è la nostra copywriter.

Lorem ipsum dolor sit amet. Il copywriter

Crede fortemente nel potere di un congiuntivo coniugato correttamente.
To-do della settimana: trovare un rational per dare delle spiegazioni al messaggio da ubriaco dell’altra sera.
Screensaver motivante del computer: “L’amore è un apostrofo cancellato tra le parole qual è”.

Prairie potrebbe tranquillamente trovare lavoro come copywriter, sia per via di quel fascino malinconico che neanche quell’emoji sorridente inserita a forza nella chat riuscirà a nascondere, sia per le naturali doti affabulatorie. Enigmatica, criptica, a volte fin troppo, Prairie sa come sedurre il proprio audience, spingerlo ad emozionarsi con racconti stranianti, a far nascere desideri e necessità fino ad allora sconosciute, e a compiere delle azioni impensabili. Del resto, il copywriter è colui che sa come regalarti un sogno – almeno, a parole. Sa come farti canticchiare il ritornello di uno spot pubblicitario per mesi, farti usare un hashtag di cui non conosci il significato e farti profilare per partecipare a un concorso e vincere uno straordinario premio, all’unica condizione di acconsentire ai termini di privacy per cui i tuoi dati personali finiranno direttamente nella mailing list di una compagnia di assicurazioni. Allo stesso modo, Prairie trascina i suoi ascoltatori in viaggi inter-dimensionali e, attraverso il puro fascino della narrazione, riesce a farli sentire meno soli. La cosa straordinaria è che riesce ad arrivare a tutti: al bullo del liceo come al bravo ragazzo, al ragazzino un po’ timido come alla professoressa di mezza età, un target completamente trasversale.

Giocherellone, ma solo se si tratta di brillanti giochi di parole, il copywriter ama le citazioni e le autocitazioni, si perde in chiacchiere solo durante i brainstorming creativi ed è sempre alla ricerca di acrostici, calligrammi e anagrammi. Anche Prairie sarebbe diventato “rapire” se non avesse avuto quella “i” di troppo. Sa che deve parlare alla massa, ma si destreggia comunque in alti esercizi di scrittura e posiziona, qua e là, easter eggs percepibili solo da un pubblico di nicchia. Se parliamo di Prairie sicuramente c’è da dire che i rational non sono il suo forte: tiene in pugno lo spettatore con la sua campagna di comunicazione fino al climax finale, che soddisfa il wow rating, ma rappresenta anche l’ultima occasione sprecata di fornire qualche spiegazione. Come ogni copywriter, però, sa riconoscere quando arriva il momento di mettere un punto, e ci lascia così, con quel senso di confusione e frustrazione, per tutto quel “non detto”, o meglio “non spiegato” che ci lascia lo stesso amaro in bocca di un testo in Lorem ipsum.

Walter White alias Heisenberg, Breaking Bad

Chi è?

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ll protagonista di Breaking Bad quasi non necessita di presentazioni; è un personaggio ambiguo, fascinoso e iconico, tanto da aver vinto il premio come “personaggio immaginario più influente del 2013”.
Walter White è un genio della chimica, rispettato professore e amabile padre di famiglia. Heisenberg è un genio della chimica, signore della droga e abile stratega. Prende in prestito il suo pseudonimo dal fisico Werner Karl Heisenberg, diventato celebre per quel principio di indeterminazione che, senza dilungarci in aspetti tecnici, esprime l’impossibilità di determinare contemporaneamente due grandezze di una particella elementare poiché una esclude l’altra durante l’osservazione, pertanto induce l’osservatore a fare una scelta, a privilegiare una forma rispetto all’altra. Allo stesso modo lo spettatore di Breaking Bad non sarà in grado di riconoscere nello sguardo avvilito e timoroso del professore di chimica, la stessa spietatezza e determinazione che brucia negli occhi del cuoco di metanfetamine, per cui dovrà scinderli, accettarne l’incompatibilità. Walter White è un antieroe, l’uomo qualunque vicino al quale ci sediamo in metropolitana, il nostro collega, che dentro di sé nasconde un’anima abietta e affascinante, da vero e proprio stratega. Troviamo svariati riferimenti in letteratura a questo tipo di dualismo: da Kafka, al Dottor Jackyll e Mr. Hyde, fino ad arrivare allo jin e lo jang. C’è una persona in agenzia che più di ogni altra sa che nulla si riduce a due scelte, a un sì e un no, ma che tra due concetti estremi esiste un’infinita gamma di possibilità da esplorare per arrivare alla soluzione giusta: lo strategist.

Relazioni collaterali: lo Strategist.

Crede fortemente nella lealtà dei suoi insight.
To-do della settimana: analizzare il ROI dell’installazione dell’impianto fotovoltaico.
Screensaver motivante del computer: “Un influencer è solo una buyer personas che non si è arresa”.

Lo strategist studia, analizza e agisce. Conosce il cliente e spia i suoi nemici, cerca strade già percorse, studia casi di successo e fallimento, e poi pianifica la sua strategia – come, ad esempio, scegliere di produrre droga in una roulette nel bel mezzo del deserto. Obiettivi semplici richiedono strategie elementari – come ad esempio non scegliere Los Pollos Hermanos per la pausa pranzo – altri richiedono soluzioni più elaborate. Un approccio strategico solido è ciò che rende un’idea creativa geniale, un’idea creativa geniale che funziona. Non si diventa i principali produttori di blue meth senza studiarsi prima un po’ di teoria.

“Non son in pericolo, Skyler: io sono il pericolo. Apro la porta e mi becco un proiettile, è così che mi vedi? No, sono io quello che bussa”.

Breaking Bad è la parabola dell’uomo ordinario che cede al proprio lato oscuro e, se da una parte compie azioni deplorevoli, dall’altra acquisisce tutto un altro spessore. Uno strategist non è mai davvero solo una persona ordinaria: non si ferma di fronte al fatto compiuto ma studia testi e sotto-testi, mette in fila indizi, o semplicemente, si fa degli infiniti viaggi mentali per intuirne l’origine. Per questo non legge solamente un libro, non guarda soltanto un video e non litiga solo per via di tubetti di dentifricio lasciati aperti o calzini spaiati.
Se Heisenberg lavorasse in un’agenzia di comunicazione digital, senz’altro dovrebbe ricorrere a un brand alibi e applicare tutti gli escamotage di dark marketing. Creerebbe buzz sui social attraverso criptici inviti veicolati da Influencer in target, tra cui Jesse Pinkman, e lancerebbe un hashtag criptico su Twitter, tipo #blue4math o #MeThinBlue. Ma, in particolare, poiché sempre attento agli ultimi trend digitali, sfrutterebbe appieno la volatilità delle Stories e delle secret chat su Telegram… tanto Telegram chi lo usa?

Negan, The Walking Dead

E infine c’è Negan, il cliente. Perché c’è una legge non scritta per la quale tutti in agenzia, in particolare gli account, sanno che non importa quanti sorrisi vi scambierete, quali promesse vi verranno fatte o quanti complimenti vi saranno propinati sul vostro operato, alla fine la mazzata arriva sempre. Preferibilmente dopo le 18.00, di venerdì sera.

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