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Parigi alza la voce contro Airbnb e gli affitti irregolari

Nell'era della sharing economy, il comune di Parigi invita i suoi concittadini a registrare chi affitta la propria abitazione tramite Airbnb. Tentativo giusto o controllo ingiustificato?

Andrea Pitturru

Digital Marketing and Communication @Magneti Marelli

Nell’era della sharing economy, in cui la condivisione dei propri spazi e/o beni sta vivendo un periodo di grandissima espansione, permettendo di monetizzare e creando nuove forme di business partendo dal concetto di proprietà, Airbnb è al centro di una nuova polemica nella città di Parigi, città tra i più grandi mercati per la ex startup californiana dopo gli Stati Uniti.

Il comune di Parigi ha infatti comunicato che, rendendo la propria abitazione disponibile per un affitto su Airbnb, è necessario registrarsi presso una nuova sezione del proprio portale di Open Data. In questo registro vengono normalmente inserite soltanto le abitazioni ad utilizzo commerciale (le seconde case o chi affitta la propria per più di 4 mesi all’anno).

Questa nuova procedura ha avuto origine dal fatto che, in una città a corto di abitazioni destinate alla residenza, gli affitti dedicati al turismo stanno crescendo in maniera smisurata (e, spesso, incontrollata). Basti pensare che, dopo l’introduzione per Airbnb della tassa sul turismo (0.83€ a persona/notte), il gettito fiscale per il comune di Parigi è stato pari a 1.2 milioni di euro in tasse in soli tre mesi (!).

Considerando che, secondo il sito inside Airbnb, gli alloggi disponibili a Parigi sono 41.500, con un registro di alloggi registrati a breve termine di sole 107 unità, il comune di Parigi vuole vederci chiaro su questa discrepanza di dati, fonte di grande evasione per le tasse della città (considerati i moltissimi che utilizzano, illegalmente, Airbnb per affitti a lungo termine non dichiarandolo). Le abitazioni registrate e utilizzate per un indirizzo commerciale vero e proprio sono soltanto 16.900.

Nelle intenzioni del primo cittadino infatti, il porre una luce sulla situazione di disequilibrio dovrebbe favorire la registrazione autonoma delle abitazioni all’interno di questo registro elettronico. Chi non lo fa infatti, rischia una multa che può arrivare a 25.000€.

Il prevedibile problema che ne è conseguito riguarda l’indignazione popolare che il provvedimento ha scatenato: l’accusa è infatti quella di creare una vera e propria “caccia al vicino di casa“, più che incentivare l’autonomia. I dati infatti, data la natura open della piattaforma, sono pubblici e consultabili da chiunque. Aggiungendo questo al fatto che l’episodio è solo l’ultimo di varie tensioni con il gigante dell’home sharing, accusato di avere snaturato numerosi quartieri in favore di un flusso incontrollato di persone, il problema è diventato di grandissima attualità.

In un’intervista ad Europa 1, Mathias Vicherat, capo dello staff del sindaco della città, ha dichiarato che questa non è una misura per fare in modo che i vicini di casa entrino in rotta di collisione fra loro con continue denunce, ma per causare in autonomia uno “shock di coscienza“, affinché i cittadini agiscano autonomamente per mettersi in regola, non aspettando che sia qualcun altro a denunciarli (ovviamente, nel portale, l’invio della segnalazione è anonimo).

Credits by Yann Caradec on Flickr

Dal canto suo, Airbnb risponde che la dichiarazione del comune è misleading, perché riguarderebbe soltanto chi ospita persone per più di 120 giorni l’anno. Inoltre, la compagnia ha ricordato che, nel 2015, l’hosting della propria abitazione ha portato un guadagno medio di 2.000€ a proprietario per un affitto di 26 notti all’anno, contribuendo all’economia francese per 2.5 milioni di euro.

Non è la prima volta che Airbnb finisce al centro di problematiche relative alla sua attività disruptive: ultimo caso, in ordine cronologico e ancora di matrice europea, riguarda Berlino, con il divieto assoluto di affittare appartamenti ma solamente stanze emesso dalla capitale tedesca.

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Anche in Italia la situazione è sempre controversa: se da un lato gli hotel tradizionali, come avviene nel resto del mondo, lamentano una disparità di trattamento legislativo (e, soprattutto, fiscale) molto importante, dall’altro lato la condivisione delle proprie stanze genera un indotto economico sempre più in crescita: secondo uno studio appena pubblicato da Airbnb stesso, nel 2015 la sharing home economy ha apportato un beneficio economico di 3.4 miliardi (pari allo 0.22% del PIL).

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