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Donald Trump: i social media sono un valore aggiunto

I media tradizionali hanno regalato al Tycoon 2 miliardi di spazi solo perché fa notizia. Nell'era dei social media usati come ufficio stampa, una rivoluzione.

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Dopo la netta vittoria in Florida, Donald Trump ha la strada quasi completamente spianata per la conquista dell’agognata nomination repubblicana. Lo stesso Marco Rubio, che a Miami giocava in casa, lo aveva predetto: “Chi vince qua vince tutto”. Alla nomenclatura del GOP non era bastato assistere impotente al ciclone del Super Tuesday per prendere sul serio il fenomeno-Trump, c’era ancora la speranza in un miracolo che non sarebbe avvenuto. Paul Ryan, lo speaker della Camera, evoca lo spettro di una “open convention” a luglio, una convention dove nessuno ha raggiunto i fatidici 1,237 delegati utili per ottenere la maggioranza assoluta. Uno scenario plausibile?

Essere sempre in TV senza pagare

Il #TrumpTrain fa paura a chi non lo comprende: siamo dinanzi ad una rivoluzione che parte innanzitutto dalla comunicazione e dai social media e che mette in secondo piano l’ideologia. I dati non ingannano: sui media tradizionali hanno investito tutti (anche cifre folli, come Jeb Bush) tranne lui: con “soli” 10 milioni di dollari sborsati (di tasca sua) il Tycoon è ben distante dai candidati più legati all’establishment e ad una visione tradizionale della campagna elettorale.

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Il tramonto della Living Room Campaign?

Fino ad oggi le cose erano chiare: più spot facevi più consenso avevi. Il metro del successo era il numero di ore che il candidato riusciva ad apparire in TV. Con Trump è cambiata questa logica? Non proprio. Spieghiamoci meglio: il miliardario di New York non spende milioni in ads perché non ne ha bisogno: in TV ci va lo stesso. Ci va perché fa notizia e i giornalisti vanno dove c’è la notizia. Twitter, Facebook e Instagram diventano l’ufficio stampa dell’outsider di lusso Trump. Una narrazione ricca di apparenti “boutade”, l’umore politicamente scorretto, “l’antipolitica” come bandiera, l’utilizzo magistrale dei social media da vera star del web sono gli ingredienti del successo.
La living room campaign (la campagna “da salotto”, dove il candidato entrava con i suoi spot nelle case degli elettori) è ancora “alive and well”, tuttavia qualcosa è cambiato radicalmente nella scena e le ragioni sono duplici: da una parte assistiamo ad una svolta politica e dall’altra siamo testimoni di un cambiamento nella comunicazione e nei mezzi, incoraggiata dall’avvento dei new media.

I media regalano a Trump 2 miliardi di dollari di spazi

Fino ad oggi, Facebook e co. non sono mai stati decisivi nel consenso. Adesso lo sono, ma non come avevamo tutti avevano previsto: non spostano le masse grazie ai numeri delle visualizzazioni o delle interazioni, ma grazie al buzz che creano.

Un’idea diventa un post, un post diventa un evento, un evento una notizia. E la notizia va raccontata.

La vera differenza tra Trump e gli altri è la presenza mediatica: SocialFlow stima che solo in marzo le persone abbiano speso circa 1,94 milioni di ore leggendo i contenuti generati da Trump sui principali social media. Piuttosto impressionante se si confronta questo dato con le 630mila ore scarse impiegate per leggere Hillary.

MediaQuant, ha dato invece un valore a tutta l’esposizione mediatica di Trump: se il Tycook avesse dovuto pagare tutti quegli spazi avrebbe dovuto sborsare quasi 2 miliardi di dollari!

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Donald Trump è stato uno choc per la campagna elettorale americana: mai nessuno era arrivato tanto lontano spendendo così poco.

The Donald non ha un Super Pac (i grandi eventi di finanziamento, aperti a lobby e donatori), non ha una rete territoriale di militanti ed uffici e, cosa principale, ha speso pochissimo in TV.

Testimoni di una rivoluzione

La seconda ragione di questa social-rivoluzione è politica: in un mondo in cui le informazioni vengono veicolate ad una velocità folle, in cui dell’emergenza della mattina nessuno si ricorda più il pomeriggio e dove l’incertezza globale regna sovrana, la gente si trova spaesata e con “valori” incerti.

L’errore dell’establishment e dei nostalgici della campagna elettorale che fu è di snobbare le logiche dei new media. Se si ha un messaggio notiziabile che riesce a toccare le corde profonde delle persone, se si riesce ad interpretare il mood della propria epoca, se si riesce a tradurre tutto questo nei new media, se si riesce ad individuare un nemico (in un’era di nemici indefiniti) se si riesce a fare tutto questo allora la propria campagna viaggerà quasi a costo zero, spesso guadagnando.

Trump ha compreso il messaggio che funziona e ha cambiato le carte in tavola. Che sia la rivoluzione di una stagione o un fuoco fatuo gonfiato da Facebook, una cosa è certa: indietro non si torna e d’ora in avanti, chiunque vorrà affrontare una campagna elettorale, dovrà tener conto di queste nuove dinamiche.