La carta è dura a morire, il giornalismo tradizionale sfida il digitale [INTERVISTA]

Gli esempi di The Guardian e La Stampa fanno luce su un mercato sottovalutato: cambiano nuovamente gli scenari del giornalismo, si rinnova il business dell'editoria e si fa avanti l'AR

Jeff Jarvis, critico dei mezzi di informazione, sostiene che “non ci sono giornalisti, c’è solo il giornalismo”. Giornalismo che, nella sua definizione, non è un contenuto né un nome, né un’industria o una corporazione ma che, in quanto servizio esercitato ormai ben oltre le mura di redazioni e di generi narrativi, ha lo scopo di informare i cittadini e aiutare le società a strutturare la loro conoscenza in modo che, scegliendo autonomamente chi sia davvero una loro fonte giornalistica, possano organizzarsi meglio.

Nel nuovo giornalismo convivono però anche alcuni paradossi. Il bello è che, per una volta, il paradosso non è un fatto limitante in termini di opportunità da cogliere: sappiamo per esempio che The Guardian, nonostante venda solo duecentomila copie in cartaceo, è il terzo sito tra i quotidiani di tutto il mondo con 40 milioni di visitatori unici al mese, di cui un terzo solo negli Stati Uniti, luogo dove l’edizione cartacea del quotidiano inglese è quasi introvabile perché la sua strategia di espansione globale non è basata sui ricavi in edicola, ma sulla pubblicità online. Nonostante questo, l’eccellenza del suo lavoro dimostra che per raggiungere tanti lettori non è necessario scendere a compromessi con la qualità giornalistica.

“Quei bordelli del pensiero che si chiamano giornali”

È su questi elementi che sto cercando di fare il punto della situazione sul business dell’informazione online in Italia attraverso una mia indagine sulle preferenze dei lettori tra giornali e blog, e l’utilizzo di applicazioni mobile e social media per cercare e condividere informazioni.

Quel che è già emerso fino ad ora è che esiste un mercato sottovalutato, che invece è in crescita, capace di rinnovare il business dell’editoria. Ne ho parlato con Andrea Carignano, a capo di un nuovo progetto de La Stampa… no, non in edizione web. “Con La Stampa abbiamo iniziato una sperimentazione nello scorso dicembre che ancora oggi prosegue, con 2, 3 edizioni interattive alla settimana. L’idea è di rendere cross-mediale il giornale, ovvero dare approfondimenti digitali al lettore del quotidiano” spiega Andrea, CEO di Seac02.it.

Pensavate che la carta fosse definitivamente morta?

“Quello che abbiamo imparato è che i lettori oggi si aspettano l’interattività e apprezzano di più alcune tipologie di contenuti, come i commenti del direttore o dei vice direttori alle notizie principali e gli approfondimenti sui redazionali o sulle notizie di cultura o politica, i quali spesso aggiungono un rimando al loro sito per avere un ulteriore livello di approfondimento”.

Con il nostro progetto, così, serviamo da un lato il lettore, che scaricando AR-Code può su alcuni articoli accedere a contenuti interattivi, dall’altro lato (ed è una novità) la redazione de La Stampa a cui abbiamo fornito un Backend (Editor visuale, drag & drop) per gestire autonomamente i contenti prima della stampa del giornale.
Questo backend è pensato per andare incontro alle esigenze della redazione, velocità di inserimento delle immagini/pagine da rendere interattive, semplicità di utilizzo, pubblicazione online immediata, considerando che tipicamente le notizie vengono caricate dei giornalisti tra le 20 e 2 di notte dopo i comitati di redazione della sera.

Probabilmente La Stampa ad oggi è il primo quotidiano che sta utilizzando uno strumento di questo tipo con continuità (8 mesi) non solo per eventi sportivi, e sta abituando il lettore al suo utilizzo“.

Quindi è questo che fate con Seac02 per “rendere il mondo migliore”?

“Cerchiamo di migliorare il livello di conoscenza delle cose che ci circondano rendendo immediatamente disponibili per l’utente informazioni utili o di intrattenimento in maniera semplice e veloce.
AR-Code, la nostra piattafomra di realtà aumentata di cui sopra, è nata con questa Vision”.

Scherzi a parte -ma neanche poi tanto- in che modo i progetti di realtà aumentata di Seac02 sono, oltre che innovativi, anche sostenibili nel lungo periodo per un’azienda cliente?

“Il nostro punto di vista è che la realtà aumentata debba essere vista come strumento per “estrarre” i layer digitali che appartengono ad ogni oggetto della nostra vita quotidiana.

Un palazzo ad esempio contiene informazioni digitali che riguardano la sua storia, gli eventi socio politici che vi sono stati vissuti, gli eventi personali (sentiment) delle persone che lo hanno visto o visitato. La RA, grazie a una gestualità ormai consolidata (cioè inquadro con lo smartphone) permette a chiunque di accedere a queste informazioni quando è di fronte all’oggetto di interesse.

Per le aziende è un modo nuovo di fare branding, erogando servizi e trasferendo conoscenza e valore al cliente finale.

Ad esempio, inquadrando la mia lavatrice potrei ricevere tutte le indicazioni utili per scegliere il programma migliore con cui lavare il capo di cui, a sua volta, ho scansionato l’etichetta e ricevuto i dettagli di lavaggio. Oppure, posso inquadrare una scatola di fusilli e ricevere la ricetta per cucinarli compreso di elenco cross branding di prodotti suggeriti, o ancora, inquadrare la locandina di un film al cinema e vederne trailer, recensione e trama nella mia lingua prima di entrare in sala. Quest’ultimo servizio si chiama Cinematografo.it ed è già disponibile su AR-Code, in Italia e in altri 13 Paesi”.

A proposito di evoluzione dell’editoria in senso digital e open, mi hai twittato qualche giorno fa che

 

…si può dire in un certo senso che allora il giornalismo tradizionale sfida il nuovo giornalismo? Quali sono, quindi, i nuovi scenari dei contenuti diffusi in cartaceo?

“Io non credo che il giornalismo sia finito, credo che la RA rappresenti l’elemento crossmediale di congiunzione tra l’oggetto fisico (il giornale) e il mondo digitale.
Nel caso dei quotidiani, la RA è una sorta di lente di ingrandimento che permette all’utente di ricevere approfondimenti sulla notizia che sta leggendo in quel momento senza dover accedere a un pc o cercare la news.
Questo incrementa anche le possibilità di interazione live, l’espressione “a caldo” delle proprie opinioni o la proposta di contenuti personalizzati legati alle preferenze o agli interessi dell’utente stesso”.

Arriviamo al business model: si parla tanto di native journalism o brand journalism, cioè di nuovi modelli pubblicitari applicabili ai prodotti editoriali digitali. Per quanto riguarda invece l’AR nell’editoria tradizionale, quali sono le revenue stream di cui possiamo tener conto?

“Le strade che stiamo sperimentando (ribadisco sperimentando perché l’app è realmente nuova e la tecnologia non è ancora stata assimilata in modo omogeneo da chi si occupa di advertising) sono diverse:

1. proponiamo servizi che consentono ai brand di fare inserzioni tramite banner o sponsorizzazioni con la possibilità di geolocalizzare e dunque “declinare” il contenuto in realtà aumentata a livello di città, regione, nazione o anche singolo quartiere

2. permettiamo ai brand di “aumentare” il prodotto oggetto di un product placement su redazionale per, ad esempio, garantirsi un link diretto al sito o al servizio di e-commerce o in alternativa contenuti aggiuntivi di intrattenimento

3. consentiamo di fare raccolta lead premiando i clienti che accedono al servizio e si registrano con contenuti premium

4. nell’ambito di operazioni di instant win e treasure hunt, siamo in grado di creare collegamenti tra gli spazi urbani (luoghi) e le affissioni ouf of door per ingaggiare l’utente e invitarlo a raggiungere il punto vendita desiderato

5. attiviamo sistemi di revenue sharing per servizi premium comprati direttamente dall’utente dello smartphone”.

Dal punto di vista marketing secondo me il mercato dei dispositivi AR (in crescita!) trova grandi opportunità, effettivamente dimostrando che non è ancora arrivato il momento, per la carta, di morire sotto la diffusione della digitalizzazione: ma a parte il compito di “vendere copie”, secondo te quali sono gli altri obiettivi che si possono raggiungere in questo senso?

“Rispondo in maniera sintetica: convergenza. Anche l’editoria televisiva chiede in questo momento di usare il second screen con le stesse finalità con cui lo richiede la carta stampata e con gli stessi modelli di business.
Il traguardo mi auguro possa essere tracciato da un filo rosso chiamato RA che consentirà di connettere carta, web, mobile, TV, spazi urbani”.

Per chiudere: la professione giornalistica cambia non solo in conseguenza ai mutamenti tecnologici, ma anche perché la società dei lettori chiede sempre più spazio alla deontologia al di là dei nomi noti o delle esigenze commerciali.

Secondo me, di questo devono tener conto gli investitori dell’impresa editoriale: per quanto riguarda il mercato di dinosauri italiani, in particolare, oggi più che mai suggerisco ai produttori di contenuti di abbandonare la pretesa di affermare una sola soluzione buona per tutte le stagioni. Perché se è vero che il web ha aperto le porte del mondo, non lo ha sostituito solo perché noi ci siamo buttati completamente dentro.
Occhio perciò alla strategia di lungo termine: la partita delle nuove professioni che funzioneranno nell’editoria è in atto.

E ora ditemi la vostra.