Biocarburanti: il nuovo latifondo tra un piatto di pasta ed un pieno di benzina

Un pieno di un SUV a benzina con bioetanolo richiede tanto mais da sfamare un essere umano per un intero anno

British Petroleum e Royal Dutch Shell, due tra i più importanti produttori mondiali di combustibili, hanno annunciato la sospensione di importanti investimenti per la ricerca e sviluppo di biocarburanti da materiali cellulosici e da rifiuti. Il motivo? Costano troppo e non saranno economicamente sostenibili prima di 10-15 anni.

Come reagite alla notizia? Stupore? Delusione? Soddisfazione?


Cosa sono

I biocarburanti sono carburanti liquidi ricavati da materie prime organiche, tipicamente miscelati in basse percentuali al carburante tradizionale.

Si ottengono da una moltitudine di piante e colture, con molte applicazioni ancora a livello di laboratorio, e prevalentemente da mais, colza, palma da olio e canna da zucchero.

Si ritengono in grado di abbattere le emissioni di Co2 dei trasporti anche del 30% rispetto all’utilizzo di carburanti fossili e sono considerati “rinnovabili”, dal momento che la materia prima da cui vengono ricavati può essere riprodotta nel tempo senza limitazioni.

Tutto bene finora?

La spinta ai biocarburanti

L’Unione Europea ha stabilito l’obiettivo di sostituire circa il 6% dei carburanti fossili da trasporto con i biocarburanti.

Alle rese agricole attuali, considerando le quantità di risorse vegetali necessarie alla produzione, l’Europa dovrebbe destinare circa il 20-25% dei propri terreni agricoli a piantagioni dedicate a biocarburanti.

Se si dovesse scegliere di coprire più del 30% del fabbisogno europeo di combustibili con biocarburanti, si dovrebbe allora aprire a massicce importazioni da paesi remoti con ampi terreni, ad esempio il Brasile (e provate ad indovinare quali terreni verranno utilizzati per piantare canne e palme da olio a quelle latitudini…).

I sussidi alla produzione giocano un ruolo fondamentale. Non sono solo alti, ma sono anche più alti di quelli per la produzione delle equivalenti colture per uso alimentare.

Se per produrre mais per alimenti prendo 1 unità di incentivo, per lo stesso mais a scopo combustibile ne prendo 1,5. Questo schema appare immotivato dal momento che anche senza sussidi sarebbe comunque più economico coltivare mais per biocarburante e non per uso alimentare.

Ambiente ed inquinamento

Ma è vero che con i biocarburanti si inquina di meno? Al momento dell’utilizzo dell’automobile la risposta è affermativa. Resta però da analizzare l’impatto del processo industriale sottostante (ad esempio per raccogliere il prodotto agricolo, per trasformarlo chimicamente e per distribuirlo).

Inoltre non è necessario un dottorato in ecologia per capire che, se per coltivare la rachitica palma da olio vengono distrutti ettari di densa e rigogliosa foresta pluviale (come avviene nel Borneo ed in Brasile), ci saranno meno foreste in grado di assorbire Co2. E’ quindi possibile che l’impatto netto sia comunque sfavorevole.

I nuovi latifondi

La produzione di biocarburanti è caratterizzata e limitata dall’enorme estensione di terreno richiesta per la produzione delle colture,  terreno che verrà quindi sottratto ad usi alimentari.

In molte parti del mondo, migliaia di ettari di terreno hanno cambiato volto. Quelli che una volta erano paesaggi naturali variegati, con foreste e quant’altro, oggi sono distese sconfinate di palme nane allineate oltre la linea dell’orizzonte.

Si ritiene che questo processo, poco regolamentato nei paesi emergenti, sia una delle principali cause della riduzione della biodiversità mondiale. La palma da olio da sola è ritenuta responsabile della distruzione di circa 3 milioni di ettari di foresta pluviale nel Borneo.
Questi nuovi latifondi, oltre ad alterare la naturalità dei luoghi, stanno anche creando una forte distorsione al mercato delle derrate prime alimentari. Dall’aumento del prezzo dei biocombustibili (per eccesso di domanda) deriva un rincaro di quello dei cereali a scopo alimentare (per un calo dell’offerta – sempre meno terreni e piante sono destinati al consumo alimentare a vantaggio della produzione di combustibili).

I biocarburanti stanno insomma creando un’insana competizione tra cibo e combustibili. Un pieno di un SUV a benzina con bioetanolo richiede tanto mais da sfamare un essere umano per un intero anno.

Uno sguardo al futuro

Sono allo studio alcune tecniche di produzione di biocarburanti volte ad evitare il conflitto “territoriale” e preservare la destinazione alimentare dei terreni agricoli. Stiamo parlando dei cosiddetti “biocarburanti di seconda generazione”, ottenuti da materiale lignocellulosico oppure dalle alghe.

Queste ultime sono infatti una fonte ecologica di biocarburanti molto più sostenibile perché coltivate in mare. Fino ad oggi l’ostacolo era rappresentato dalla fermentazione particolarmente complessa, problema apparentemente superato dalla scoperta di una compagnia californiana che ha creato in laboratorio un batterio geneticamente modificato in grado produrre un chilo di etanolo ogni tre chili di alghe essiccate.

I biocarburanti rappresentano certamente una grande opportunità, ma devono essere regolamentati e non spinti verso una competizione suicida con la produzione alimentare. Sarebbe assolutamente folle causare inaccettabili danni alla biodiversità e all’ambiente ed affamare il mondo allo scopo di combattere il cambiamento climatico.

Ma per voi, un sabato sera, è più importante mangiare un piatto di pasta oppure uscire con l’auto?

Scritto da

Nicola Purrello

Siciliano, consulente di strategia aziendale focalizzato su economia verde, gestione dei rifiuti e finanza aziendale. Laureato in Economia e Finanza presso la Bocconi, ha ... continua

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