Agent Provocateur Soiree, "i fiori del male" tra allusioni cinematografiche e allegorie letterarie

La compagnia di lingerie di lusso, per la collezione 2011 mette in scena i propri capi all'interno di una ministoria misto horror-thriller dai toni accesi e di sicuro impatto visivo.

Alessio Sarnelli

Editor, Copywriter e Community Manager

Lo stile, il lusso e la bellezza, come si fanno a proporre tre concetti così tutti assieme ed in maniera innovativa per una casa di moda ?

Agent Provocateur, azienda impegnata nelle collezioni di lusso per signore, per la sua campagna del 2011 intitolata “i fiori del male” ha scelto una esposizione dei propri prodotti di tipo trasversale, attraverso un visual storytelling con continui richiami alla cinematografia e alla letteratura francese.

La mini-storia che abbiamo appena visto, di poco più di due minuti a cura della Epoch London firmata da Justin Anderson ha il merito di essere quantomai incisiva e di poggiare su un meltting pog di generi e stili rappresentativi di sicuro impatto sullo spettatore.

La scelta di allestire la trama in un ambiente chiuso, rinunciando ad un palcoscenico che simuli una passerella (clichè che inflaziona la quasi totalità delle campagne delle case di moda) apre a numerosi elementi propri di altre forme di comunicazione che, come vedremo, costituiscono il succo di questo video-advertising.

L’analisi che vi si può trarre da questa rappresentazione opera su una interconnessione di piani assai fluida per quanto eterogenea e nella quale i prodotti (i capi d’abbigliamento) rivestono ruoli e contenuti via via sempre diversi all’interno della narrazione, a dimostrazione di una composizione di scenari davvero mirabile.

Partiamo dal nucleo creativo alla base della campagna, una ambivalenza di significato constante da applicare su ogni singolo elemento narrativo, un quid stat pro aliquo in continua espansione.

Partiamo subito da titolo e rappresentazione stessa: i fiori del male e racconto. Riprendere il titolo di una raccolta poetica di Baudelaire e mettere in scena un vestito sono soluzioni diversa che fanno capo ad un unico intento comunicativo, collegare i prodotti a sentimenti e concetti come quelli di passione, erotismo, pathos, emozione, shock.

La declinazione di questi elementi viene via via posta allo spettatori secondo richiami di natura allegorica (la scelta del titolo), sonora (le musiche ad alto volume che si raccordano ai momenti di shock tipiche dell’heavy metal), visiva (tutto il nucleo narrativo ripercorre a suo modo il cinema horror).

Tutto questo impianto però altro non è che il concept di contesto, una chiave di volta tesa all’inserimento dello spettatore in un processo dualistico. In altre parole serve affinchè chi guarda deve perdere la cognizione univoca della realtà ed inserirsi in un ambiente in cui qualcosa non sia esattamente quello che è tutto giorni.

A cosa serve però questo processo di continua estraniazione ?

Lo scopo di una campagna pubblicitaria d’abbigliamento è l’esaltazione del prodotto, ma un capo è pur sempre un indumento, la connotazione di significato è dato dal suo possessore e quindi per fare in modo che l’intimo brilli di luce propria nel video gli si da continuamente una funzione narrativa diversa, lavorando per addizione.

Nella scena iniziale ad esempio la vestaglia della protagonista è un semplice elemento di scena, un richiamo all’eleganza della protagonista che si accinge a rispondere al telefono, il detonatore di tutta la rappresentazione.

Nel momento in cui però compaiono dal nulla gli altri personaggi, si vede come il vestito non sia più contesto ma indicazione di contenuto.

Tutte le donne che aggrediscono la protagonista vestono intimo nero, succinto, in cui il nudo è una forma di provocazione e di basicità. In questo caso il vestito rimanda al mondo animale, quasi come che il capo firmato indichi un animale della foresta, un branco di lupi per quello che possiamo intuire.

Ecco quindi che anche l’abito della protagonista assume un nuovo significato, da eleganza e stile si passa alla purezza e al candore, elementi tipici delle narrazioni del cinema horror o noir in cui l’innocenza è messa a repentaglio dal male.

La storia prosegue con la fuga della giovane all’interno della sua abitazione e con la continua comparsa di nuovi personaggi, fino a che l’assalto non si porta a compimento e qui ancora una volta il vestito assume un nuovo significato.

La protagonista viene metaforicamente sbranata dai suoi assalitori ma non sul corpo bensì su ciò che indossa, operando una vera e propria inversione tra contesto (la donna a questo punto) e testo o soggetto del racconto (la vestaglia). Difatti poco dopo la protagonista emerge in un altro completo della collezione sempre in bianco (ergo pur N.d.R.) ma in linea con le sue assalitrici. Anche trucco ed espressione della donna cambiano per sottolineare la sua trasformazione.

Ed ecco quindi che viene esaltato il ruolo dei vestiti della Agen Provocateur nella missione della campagna, ovvero la trasformazione dell’universo femminile. Una costruzione di intenti ben congegnata e messa in scena in cui ogni elemento concorre nella sua direzione verso lo scopo ultimo.