Come creare applicazioni iPad: il caso Timbuktu [INTERVISTA]

Scopriamo come nasce un'app intervistando l'autrice

Lo scorso 5 aprile è approdato sull’app-store Timbuktu, il primo magazine kid-oriented per iPad, nato da un’idea di una giornalista italiana col pallino per l’editoria per bambini e sviluppato insieme al suo giovane team.
Dal giorno stesso del suo lancio nello store di Apple, Timbuktu ha dato il via ad un tam-tam mediatico sorprendente: ne hanno parlato blog, siti e riviste tematiche come Mashable e Wired, e la notizia del suo debutto online ha fatto letteralmente il giro del mondo, destando la curiosità di piccoli e grandi, da Roma a New York.
Abbiamo intervistato per voi la “mente” o, se preferite, la “mamma” di Tibuktu, Elena Favilli, che ci ha raccontato la sua creatura e il suo rapporto col mondo delle app e dei dispositivi mobili.

1.    Ciao Elena, ci vuoi raccontare tu stessa di cosa si ti sei occupata in passato, di cosa di stai occupando adesso e di cosa pensi ti occuperai in futuro?
Ho lavorato sempre nell’editoria, in Italia e negli USA, attualmente sono una giornalista a tempo pieno e lavoro dall’anno scorso  per Il Post, il giornale online diretto da Luca Sofri. Mi piace il mio lavoro e credo continuerò a farlo, occupandomi contemporaneamente dello sviluppo delle prossime edizioni di Timbuktu.

2.    Quali sono state le tue connessioni con il mondo del mobile phone e delle app?
Le mie connessioni con le app nascono direttamente da Timbuktu, non avevo mai lavorato in precedenza a nessun progetto o  preso parte a qualche altra attività che avesse a che fare con le app e i dispositivi mobili.

3.    L’idea di questa app com’è nata? Ci racconteresti qualcosa del suo processo di creazione?
Da tempo avevo in mente un progetto di magazine, da sempre sono appassionata di editoria per bambini. Quindi ho unito questa mia passione  con l’arrivo dell’ iPad che mi è sembrato uno strumento ideale per combinarle.  Il progetto Timbuktu  è nato l’anno scorso ed cresciuto col tempo, così come il numero di persone che vi collaborano: quando ho presentato il progetto al  Working Capital  2010 l’ho fatto come singolo e ho vinto il finanziamento messo in palio dalla Telecom; nei mesi successivi ho costruito un team che attualmente lavora con me al progetto.

4.    Quali sono gli sviluppi previsti per il vostro progetto?
Il primo numero è andato ben oltre le previsioni in termini di rassegna stampa e visibilità, siamo stati recensiti su Mashable, su Wired, su tutti i blog e i siti di grafica e di design più visitati e più conosciuti, e questo ha trascinato anche i download molto più di quanto pensavamo all’inizio. Alla luce di questo e di quanto già preventivato, ci sarà un prossimo numero subito dopo l’estate a cui continuo a lavorare insieme al mio team col quale abbiamo intenzione di far diventare Timbuktu un’edizione periodica, trimestrale.

5.    Credi che il successo mediatico e la curiosità che ha destato Timbuktu siano dovute al modo in cui è stata organizzata la strategia di promozione e comunicazione del progetto?
In realtà no, ed è una cosa a cui teniamo molto: noi non avevamo un budget da destinare alla comunicazione e alla promozione. Timbuktu si è auto-promosso, abbiamo fatto un video di presentazione molto semplice, girato da un nostro amico, poi è venuto tutto da sé, è successo in modo molto spontaneo. Penso sia piaciuto per il potenziale che ci si intravede. Per quanto riguarda la promozione dei prossimi numeri ci lavoreremo e, visto il successo del primo, cercheremo di promuoverli e spingerli un po’ di più, mettendoci del nostro.

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6.    Quali erano le tue aspettative in merito all’utilizzo di quest’app da parte degli utenti? Hanno trovato conferma nei fatti?
Scegliendo di usare un linguaggio che non è il solito della comunicazione per bambini, in cui tutto deve essere per forza semplificato o in qualche modo appiattito per essere comprensibile (rischiando così di perdere di vista il fatto che i bambini non siano dei pupazzetti ma delle persone) Timbuktu  può essere piacevolmente letta anche dagli adulti: volevamo superare la distinzione solita anche da parte di Apple che separa nello store le app per bambini da quelle per gli adulti.
Abbiamo scelto i bambini come target di riferimento, ma ci siamo impegnati per stuzzicare la curiosità e l’interesse dei genitori e degli adulti più in generale. Posso dire che ci siamo riusciti: infatti i commenti e le e mail che ci arrivano ogni giorno, soprattutto dagli USA, ci raccontano di genitori che l’hanno vista insieme ai propri figli e  che si sono divertiti molto, riscontro che abbiamo avuto anche leggendo le recensioni direttamente postate sull’app-store.

7.    Ti sei ispirato a qualche app in particolare, che magari utilizzi anche tu, per lo sviluppo della tua?
Si, alle riviste principali e più belle che ci sembrava avessero sviluppato un modello di interazione e di composizione delle pagine a nostro avviso apprezzabile esteticamente, ma anche più naturale, senza tanti fronzoli. Principalmente Time Magazine e Pop Science.

8.    Hai in programma di creare altre app?
No al momento l’obiettivo è lavorare su Timbuktu, rafforzarlo sia in termini di contenuti che di potenzialità di interazione, fermo restando il fatto che non vogliamo farne un videogioco,
Abbiamo scelto il taglio editoriale ma non volevamo qualcosa come Wired: pesante nel download,  pieno contenuti multimediali, tridimensionali, video di ogni tipo, molto impegnativo nella fruizione. Vogliamo anche in futuro mantenere un’interazione e un grado di interattività e multimedialità che sia presente ma in modo leggero e che guidi la lettura in modo naturale senza calcarla troppo, i contenuti devono essere più importanti rispetto all’effetto.

9.    Cosa vi differenzia dalle altre app per bambini?
Credo che gran parte di ciò che viene rivolto ai bambini nel mondo digitale e nel mondo delle app privilegi l’effetto rispetto ai contenuti, come è successo nel caso di Alice for the iPad, che aveva avuto tantissimo successo all’inizio grazie anche ad un lancio riuscitissimo, ma che alla fine sembra quasi nata unicamente per apprezzare le qualità e la novità dell’iPad, quindi il contenuto rimane del tutto estraneo e indifferente a chi la utilizza.
Noi invece volevamo fare proprio l’opposto: non usare l’iPad perché “è fico”, ma usarlo come mezzo che ci permetta di valorizzare i contenuti meglio di qualunque altro.

10.    Quali sono le app prodotte da altri che reputi ben fatte e che tu stessa utilizzi tutti i giorni?
Quelle che uso di più per via del mio lavoro sono le app legate al mondo delle news, e le migliori in questo senso sono sicuramente quella del Guardian, e What’s up. E poi Buro Destruct Designer,un’ app ispirata allo stile del Bauhaus, che forse non ha nessuna utilità, ma è bella!

11.    Vuoi dare un consiglio a chi si avvicina al mondo dello sviluppo delle app per mobile?
Il consiglio principale è sviluppare in html5 quindi lavorare con dei codici open source perché penso che il futuro vada in quella direzione e perché lascia molte più possibilità di adattamento del proprio prodotto alle varie piattaforme. E sicuramente di non spendere troppi soldi per gli effetti , ma concentrarsi su un’interazione il più possibile semplice, perché i numeri che girano attorno al mondo delle app, non giustificano investimenti spropositati.
Quindi di fare bene i conti e bilanciare bene le voci di spesa, senza investire tutto su degli effetti per poi magari trovarsi scoperti su altri livelli.

12.    Un’idea da regalare? Di cos’ha bisogno secondo te il mondo delle app?
Non so se il mondo delle app ne abbia bisogno e forse è un po’ troppo soggettiva per consigliare di investirci dei soldi, ma non mi dispiacerebbe avere un’app che mi tenga aggiornata sulle ultime copertine dei libri usciti sul mercato.

Scaricate l’app prodotta da Elena Favilli

e le altre apps citate 😉

Scritto da

Federica Pinto

Kiccuz è un cucciolo di Ninja curioso e attento ai cambiamenti del mondo della comunicazione, con la passione per i social media e un amore viscerale per le parole.Laureata in ... continua

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