Dal web al mondo reale, Wikileaks è virale! Tra social activism e partecipazione [Wikileaks]

Silvia Carbone
Silvia Carbone

Marketing Manager @ Ninja Academy

La libertà non è uno spazio libero, la libertà è partecipazione (Giorgio Gaber)

Il caso Wikileaks è stato caratterizzato da un forte attivismo partecipativo: da I am wikileaks a Justice for Assange, sono state tantissime le iniziative a cui le persone hanno aderito a difesa di Wikileaks e del suo fondatore.

Ma facciamo un passo indietro.

In queste settimane tutti i media hanno detto loro: ci hanno descritto Wikileaks come un’organizzazione segreta di pirati, hackers e tante altre persone poco raccomandabili il cui unico scopo è quello di attaccare gli equilibri e le stabilità internazionali.

Ma cos’è realmente Wikileaks?

Wikileaks (dall’inglese “leak”, “perdita”, “fuga [di notizie]”) è un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro che riceve in modo anonimo, grazie a un contenitore (drop box) protetto da un potente sistema di cifratura, documenti coperti da segreto (segreto di stato, segreto militare, segreto industriale, segreto bancario) e poi li carica sul proprio sito web. [Fonte Wikipedia]

Wikileaks, come scrive Luca Alagna su Stilografico.com:

non è un’organizzazione segreta o anonima, molti suoi membri sono noti e spesso di riconosciuto valore, si tratta di giornalisti d’inchiesta, attivisti, hacker e migliaia di volontari di nazionalità molto differenti. Il coordinamento e le comunicazioni avvengono via Internet ma di volta in volta esistono anche delle “redazioni” dove si lavora dal vivo (ci sono state in Islanda, Svezia, Londra…). Julian Assange è ufficialmente il portavoce, anche se il suo carisma lo fa assomigliare a un coordinatore delle attività. Non esiste una lista ufficiale dei membri ma sulla pagina dedicata su Wikipedia si possono trovare alcuni nomi e la lista dei riconoscimenti internazionali assegnati a Wikileaks.

Il cablegate 2010, l’embargo a Wikileaks e il Viral DNA di #imwikileaks

Tutto è cominciato il 28 novembre con la diffusione dei 251.287 documenti, parzialmente pubblicati da cinque quotidiani: El País, Le Monde, Der Spiegel, The Guardian e The New York Times.

Durante la giornata, il sito wikileaks.org ha subito ripetuti attacchi informatici di tipo DDoS (distributed denial-of-service), di cui abbiamo parlato qui.

Il 2 dicembre 2010 EveryDNS.net, il provider statunitente che forniva il dominio wikileaks.org ne ha interrotto la fornitura per violazione di una clausola contrattuale secondo cui “il membro non deve interferire con l’utilizzo o la fruizione del servizio da parte di un altro membro o con l’utilizzo e la fruizione di servizi simili da parte di un altro soggetto”. Su twitter Wikileaks ha accusato esplicitamente gli Stati Uniti dell’accaduto: “Il dominio Wikileaks.org è stato ucciso dagli Usa”.

Successivamente il sito viene sfrattato anche dai server di Amazon.com, decisione che non è affatto piaciuta a Wikileaks che su Twitter ha consigliato ad Amazon di “smettere di vendere libri se si sente così a disagio con il primo emendamento”.

Numerose sono le vicende che si sono susseguite tra il 3 e 4 dicembre: Wikileaks infatti viene trasferito sui server mantenuti dal provider svedese Bahnhof, mentre il dominio viene trasferito in svizzera ed il sito Wikileaks.ch, risulta essere registrato a nome del “PiratenPartei” (il Partito Pirata svizzero).

Il 4 dicembre anche Paypal decide di far parte dell’embargo imposto a Wikileaks, infatti il famoso sistema di pagamento online, sospende i trasferimenti monetari da parte dei sostenitori di Wikileaks, per violazione della policy aziendale, che vieta i pagamenti “per quelle attività che incoraggiano, promuovono, agevolano o incitano altri a compiere reati“.

Contemporaneamente WikiLeaks lancia un’operazione di mass mirroring (cui si può aderire seguendo le istruzioni sul sito): un fenomeno virale che nasce con l’obiettivo di impedire ulteriori oscuramenti.

Non è un caso che l’hashtag su twitter per seguire l’evolversi della situazione dei siti specchio sia #imwikileaks – io sono wikileaks appunto. L’hashtag ci riporta a “I’m Spartacus” – “Sono io Spartaco”, la celebre frase del film di Stanley Kubrik con cui gli schiavi ribelli sfidano l’impero e si auto-denunciano per proteggere lo Spartaco.

Grazie a questa operazione di “info war“, è sufficiente che WikiLeaks riesca a stare online anche solo qualche ora al giorno che i mirror si attivano per duplicarne i contenuti e renderli disponibili: Ad oggi sono oltre 1600 i siti specchio di Wikileaks.

Qui sotto un video realizzato da multigesture.net che oltre e mostrare dov’è localizzato il server principale di Wikileaks (che attualmente sembra essere in Svezia), mostra il risultato dell’incredibile operazione di mass mirroring:

Il 7 dicembre si è conclusa la caccia all’uomo su cui pendeva un mandato di cattura internazionale per reati sessuali (due rapporti sessuali consenzienti): il fondatore di Wikileaks, Julian Assange si è consegnato alla polizia britannica.

Anche se Julien Assange è stato arrestato, Wikileaks non si fermerà, così come confermato anche da Kristinn Hrafnsson, portavoce di Wikileaks: “è un attacco alla libertà dei media ma non fermerà il gruppo nella sua missione. “WikiLeaks è operativa. Continuiamo come prima sugli stessi binari. Ogni sviluppo SU Assange non cambia i piani per la pubblicazione dei documenti oggi e nei prossimi giorni”.

Nel frattempo su Twitter, i twitteri di tutto il mondo si chiedono perchè Wikileaks non sia diventato trend topic, considerato l’altissimo livello d’attenzione sul caso, come dimostrato anche nel grafico qui sotto, realizzato con Trendistic:

Gli utenti cominciano a convincersi che anche Twitter stia censurando Wikileaks e in serata, dopo giorni di agitazioni, viene pubblicato un post sul blog ufficiale (tradotto poi anche nel blog italiano), che spiega finalmente come funziona il trend topic di Twitter (ovvero i Temi di Tendenza):

I Temi di Tendenza di Twitter sono generati automaticamente da un algoritmo che cerca di identificare temi di cui si sta parlando in questo momento più che mai in passato.”

I dietrofront, gli Anonymous e l’operazione Payback

Ad oggi, molti dei soggetti che nei giorni scorsi avevano cercato di “isolare” wikileaks, hanno deciso di cambiare rotta: questo è il caso di Paypal che nella serata del 9 dicembre ha riattivato il conto di WikiLeaks, permettendo all’organizzazione di accedere ai suoi fondi, pur non accettando ulteriori versamenti da parte dei sostenitori, oppure della Columbia University, che dopo aver consigliato agli studenti della School of International and Public Affairs di non commentare su Facebook o Twitter le notizie rilasciate da WikiLeaks, ha cambiato idea, “chi non lo conosce non merita di laurearsi”.

Altre delle organizzazioni che hanno bloccato i servizi a Wikileaks, come ad esempio Visa, Mastercard, PayPal e Amazon, hanno invece subito una serie di attacchi DDoS.

A rivendicare questa operazione, soprannominata “Operation Payback“, sono stati gli Anonymous, un gruppo famoso per i suoi attacchi alle associazioni americane di discografici e produttori cinematografici (RIAA e MPAA), all’organizzazione Scientology e per il Youtube Porn Day del 2010.

Il gruppo, che fa parte del forum 4chan, ha fatto sapere il perché della sua difesa di Wikileaks: “Combattiamo per la stessa cosa: vogliamo trasparenza (nel nostro caso in tema di copyright) e ci opponiamo alla censura”.

Justice for Assange

Julien Assange resterà sotto custodia fino a domani, 14 dicembre.

Intanto online è nato il sito www.justiceforassange.com che sta coordinando diverse iniziative a difesa di Wikileaks e del suo fondatore:
nella sezione Action, ad esempio, è possibile scaricare il PDF della maschera di Julian Assange da “indossare” nelle diverse proteste che sono state organizzate in tutto il mondo.
La sezione Support Julien fornisce invece le informazioni per inviare donazioni, mentre la sezione Petition rimanda a Stop the Crackdown, petizione che ha già raccolto più di 500.000 firme.