Eventi, eCommerce, tecnologia: cosa è cambiato e quali sono i trend da tenere d’occhio

Sembra ormai essere chiaro a tutti che aspettare semplicemente che la crisi passi non è possibile. La normalità come la conoscevamo tarderà a ripresentarsi e sempre più spesso sentiamo parlare di New Normal.

Ma come tutte le crisi, anche questo periodo può nascondere grandi opportunità, guardando da prospettive differenti i problemi e comprendendo da vicino quali sono le reali esigenze delle persone.

Questo è ciò che ha fatto Justbit, la Digital Factory che ha sviluppato una nuova app per mettere in connessione le persone in tempo reale, insieme a Tramp, agenzia di eventi e relazioni pubbliche. E l’app ha trovato subito applicazione in un progetto per Nastro Azzurro.

Oggi più che mai riunire le persone, promuovere le community e creare connessioni è essenziale. Anche se è necessario farlo in modo diverso.

Per scoprire come la tecnologia ci aiuta ad affrontare anche questo cambiamento nel modo in cui le persone stanno insieme, abbiamo rivolto alcune domande a Marco Rabacchi (Co-Founder & Art director Tramp), a Carmine Vittorio Esposito (Partner & Business Developer – Justbit), a Mattia Minozzi (Trade Marketing Manager – Birra Peroni) e a Giulio Carucci (Jr Brand Manager Nastro Azzurro presso Birra Peroni).

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Come si sta reinventando il settore degli eventi

Com’è cambiato il mondo degli eventi a seguito della pandemia, e come è nata l’applicazione? 

«Si tratta di uno tra i settori più colpiti, il primo a doversi reinventare per fare tempestivamente di necessità virtù. L’intero sistema eventi ed intrattenimento F&B è diventato improvvisamente non solo obsoleto, ma il veicolo più rischioso, il pericolo numero uno in termini di diffusione del virus. Sicché, come in ogni cambiamento drastico, vale la spietata regola della natura “adattarsi o crepare”.

Partendo da questa ottica – ci spiega Marco Rabacchi – ed imprenditorialmente costretti a navigare a vista, i margini di lavoro futuribile si assottigliano radicalmente.
Una delle strategie attuate per evitare il rischio di estinzione aziendale è stata puntare sulla crescita della fidelizzazione digitale del network, attraverso lo sviluppo di contenuti e servizi innovativi, da affiancare ed in parziale sostituzione del palinsesto delle attivazioni standard».

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Il ruolo della tecnologia

Com’è nata l’app sviluppata da Justbit e quali sono i possibili ambiti di utilizzo? 

«Durante la pandemia abbiamo ricevuto molte richieste da istituzioni e aziende di diversi settori per la progettazione e lo sviluppo di soluzioni digitali – ci racconta Carmine Vittorio Esposito -. In particolare ci siamo occupati di un progetto in ambito sanitario per consentire ai medici il monitoraggio da remoto dei parametri dei pazienti affetti da covid, attraverso un’applicazione dedicata.

Il settore degli eventi è stato un altro ambito nel quale siamo stati chiamati in causa e dove abbiamo avuto la possibilità di reagire prontamente grazie all’esperienza maturata negli ultimi anni, essendo presenti sul mercato con una piattaforma proprietaria, utilizzata da alcune delle principali aziende del paese per la digitalizzazione del flusso organizzativo dei loro eventi.

Durante il lockdown abbiamo sviluppato insieme all’agenzia di eventi Tramp e con la sponsorship di Birra Peroni (con il brand Nastro Azzurro) una piattaforma capace di offrire sia un nuovo format phygital alla propria community, sia uno strumento di fidelizzazione, profilazione e comunicazione con il proprio network. Ogni invitato genera la sua digital card (Qrcode presente in una sezione dell’app), grazie alla quale il personale di accoglienza, potrà gestire la presenza e conoscere le specifiche del cliente per migliorare il servizio.

L’app diventa soprattutto un strumento di socializzazione, consentendo, attraverso chat di gruppo e conversazioni private abilitate da logiche di matching, interazioni digitali in sicurezza durante l’evento fisico . Questa soluzione fornisce un’alternativa alla difficoltà di circolare liberamente all’interno delle location durante gli eventi limitando il networking a causa delle misura di contenimento adottate per contrastare la diffusione del virus».

A quali aspetti avete deciso di dare priorità quando avete immaginato le funzioni dell’applicazione?

«Dovendo nominare due aspetti su tutti – sottolinea Marco Rabacchi-, direi che l’applicazione da una parte valorizza il network, offrendo una gamma di nuovi servizi e contenuti, pensati sul binario della nuova normalità, prima durante e dopo l’evento. In questo senso la “chat dell’evento”, live, è emblematica: nella nuova normalità gli eventi sono fruibili solo “da seduti”, con prenotazione personale; è interdetta la possibilità di accedere per consumare al bar, o alzarsi per ballare in pista; è quindi fortemente ridotta la possibilità di interazione tra ospiti di gruppi diversi.

La chat generale durante l’evento è uno degli strumenti che sopperisce a questo vuoto: riservata alle figure di spicco dello staff come dj, hostess, e direttori, insieme agli affiliati al network Tramp per la durata dell’evento, che si conoscano o meno e senza lasciare il numero di telefono.

Dall’altra l’applicazione diventa uno strumento indispensabile per la sicurezza e la certificazione degli ospiti, giacché nella nuova normalità tutto deve essere impostato a monte, con un’organizzazione “militare” degli ingressi e delle prenotazioni. Ed anche la selezione degli inviti diventa fondamentale, poiché ogni venue ha capienza ridotta, ed ogni ingresso deve avere il suo perché».

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buyer personas

Come cambiano le abitudini delle persone

Le abitudini dei consumatori si sono completamente modificate oggi, ma quali sono i trend per il futuro? Questi cambiamenti possiamo supporre che siano qui per restare? 

«A seguito della pandemia, alcuni comportamenti d’acquisto dei consumatori sono cambiati. Abbiamo registrato un grande aumento dei consumi nella distribuzione organizzata a discapito di quelli nel canale Horeca».

A fare il punto è Mattia Minozzi di Birra Peroni, che ricorda anche che in questo periodo «abbiamo assistito alla grande esplosione del canale eCommerce, già in forte crescita nel periodo pre-covid.

Concentrandoci in particolare sull’eCommerce, ci dobbiamo dunque aspettare una “new normality” per il canale con una penetrazione in grande aumento su tutto il territorio italiano ed un maggior focus da parte delle aziende».

Giulio Carucci infine aggiunge: «Anche lato marketing, abbiamo potuto assistere, d’altronde, ad una necessità sempre maggiore da parte di tutti quei brand che vivono di occasioni di consumo “offline”, di doversi reinventare per adattarsi al cambiamento repentino nelle abitudini dei consumatori, dettato dalla situazione di questi ultimi mesi.

Nastro Azzurro è un esempio lampante di questa esigenza: fin dall’inizio della crisi ha infatti convertito tempestivamente la propria strategia comunicativa, realizzando numerose iniziative volte, da un lato, a supportare la comunità in cui opera, come nel caso della campagna “#UNABIRRAPERDOMANI” con la quale sono stati raccolti 500.000€ a supporto della ristorazione italiana e, da un altro, a far vivere esperienze rilevanti per il consumer, anche da casa propria.

Proprio per questo motivo, abbiamo deciso di lavorare insieme in questa partnership per sperimentare nuove forme di interazione tra utenti».

lavoro da remoto

Come Google o come Dropbox? Il lavoro da remoto non funziona per tutti

  • Lavorare da remoto, il dilemma di questo 2020 che divide aziende e lavoratori
  • Opinioni a confronto, cosa possiamo dedurre dalle esperienze di chi ha provato il lavoro da remoto
  • I pro e i contro e cosa ci aspetta nei prossimi mesi

 

Lavorare da remoto o non lavorare da remoto? Questo è il dilemma. Una domanda per nulla scontata in questo 2020, tante sono le testimonianze e le opinioni contrastanti di chi ha vissuto questo diverso approccio al lavoro.

Tutti noi abbiamo dovuto modificare le nostre abitudini per salvaguardare noi stessi, partendo dalle cose più semplici e ovviamente anche il mondo del lavoro ha subito un’evoluzione, che se non fosse stato per il COVID-19, avrebbe impiegato decenni. Questa primavera, a causa della pandemia, in molti sono passati al lavoro da remoto, e ora rischiamo di dover replicare rapidamente questa esperienza.

Vale la pena quindi chiedersi: abbiamo davvero capito cos’è? 

Lavoro da remoto e smart working: facciamo chiarezza una volta per tutte

Il lavoro da remoto è diverso dallo smart working, anche se per mesi li abbiamo confusi, soprattutto in Italia. Per smart working si intende il lavoro agile, che non riguarda solamente il lavorare da casa, ma si riferisce soprattutto alla flessibilità e all’autonomia nella scelta di spazi, orari e gli strumenti da utilizzare per svolgere le proprie mansioni, secondo una precisa normativa.

Lavorare da remoto, invece, significa lavorare in un posto diverso dall’ufficio, rispettando i tempi imposti dell’azienda. Lavorare da remoto può essere molto vantaggioso sotto molti aspetti, ma sicuramente non è flessibile come lo smart working.

Testimonianze diverse, opinioni diverse

Il fatto che tutti, o quasi, abbiano sperimentato e continuano a lavorare da remoto, non significa che abbiano tutti la stessa opinione o che abbiano avuto la stessa esperienza.

Per capire come sta andando e come le persone vi si sono approcciate, possiamo comparare diverse fonti e alcune grandi aziende che hanno preso pubblicamente posizione. Ciò che noteremo è che le esperienze sono molte soggettive, ma c’è un comun denominatore che preoccupa aziende e dipendenti: come creare una valida comunicazione aziendale.

Vogliamo esaminare tre diversi punti di vista per capire lo sviluppo, i pro e i contro di questo tipo di lavoro:

  • una ricerca interna di Google sulla produttività dei suoi ingegneri
  • una ricerca dell’Economist commissionata da Dropbox
  • un’intervista a Raj Choudhury, professore della Harvard Business School che spiega come alcune aziende stanno creando forza lavoro tutta o per lo più remota

Guardando da vicino i tre casi, i dati e le testimonianze, si evidenziano risultati molto diversi tra loro. Vediamoli nel dettaglio.

La produttività degli ingegneri di Google è calata

Una ricerca interna di Google ha evidenziato diversi problemi tra gli ingegneri che hanno avuto un calo nella produttività durante gli arresti del COVID-19, in particolare per quelli neoassunti.

Questo sondaggio visionato da The Information ha rilevato che fino a giugno, solo il 31% degli ingegneri intervistati ha ritenuto di essere stato altamente produttivo, un dato in calo di 8 punti percentuali rispetto al record registrato nel trimestre di marzo.

Quel calo e i dati più recenti sull’output di codifica degli ingegneri del terzo trimestre, hanno indotto il responsabile della produttività ingegneristica, Michael Bachman, a inviare un’email a dirigenti e ai dirigenti senior di Google, richiamando l’attenzione sui questi numeri.

La casistica potrebbe influenzare non poco l’opinione del CEO Sundar Pichai per quanto riguarda la possibilità d’intensificare il lavoro da remoto e il dibattito sull’aumento della produttività.

Con l’arrivo della pandemia oltre 200.000 dipendenti dell’azienda hanno lavorato da casa, e Pichai ha affermato che alcuni aspetti del lavoro a distanza sono stati piuttosto positivi, anche se il dubbio maggiore verte sulla produttività dei team quando si tratta di lavorare su nuovi progetti.

Dopo un calo iniziale, i sondaggi a livello aziendale di Google hanno riscontrato che la produttività è migliorata ed è ora più alta nel suo staff generale rispetto ai livelli pre-coronavirus.

Katie Hutchison, una portavoce di Google, ha anche fatto riferimento a un sondaggio dello scorso settembre che ha rilevato una produttività, tra gli ingegneri, superiore rispetto a quella dello stesso periodo dell’anno precedente, ma non ha messo a disposizione per The Information i risultati completi di queste indagini generali.

I dati evidenziano un calo importante

Michael Bachman ha dichiarato in una mail che solo il 53% degli ingegneri si è sentito soddisfatto della propria capacità di gestire i carichi di lavoro. Il problema era particolarmente visibile tra i dipendenti neo assunti.

Coloro che non si sentivano in grado di gestire i propri carichi di lavoro hanno speso il 30% in meno di codifica rispetto al periodo precedente.

Gli ingegneri di Google preoccupati o insoddisfatti che hanno dedicato meno tempo alla codifica, hanno anche presentato il 45% in meno di “elenchi di modifiche”, ha scritto Bachman nelle mail.

In confronto, gli ingegneri soddisfatti e quelli che non hanno avvertito alcun tipo di disagio, hanno inviato il 20% in meno di elenchi di modifiche. Queste metriche servono all’azienda per monitorare la produttività dei suoi dipendenti.

La raccomandazione del responsabile della produttività ai responsabili tecnici è stata quella di fare più check-in con dipendenti nuovi e assegnare loro dei tutor, adattando i loro carichi di lavoro in modo appropriato e in base alle circostanze individuali.

Un problema di comunicazione nel lavoro da remoto

I problemi del calo del rendimento e della difficoltà di codifica da parte degli ingegneri Google risiede in una gestione della comunicazione non ottimale. I neoassunti hanno mostrato un calo maggiore della produttività, nel secondo trimestre, rispetto alle loro controparti più esperte.

Questo sondaggio interno ha suscitato discussioni sul motivo per cui i nuovi ingegneri, ora liberi dalle distrazioni delle chiacchiere d’ufficio, trovano più difficile programmare. Alcuni dipendenti si sono chiesti se in questo nuovo assetto organizzativo, gli ingegneri senior stiano dedicando meno tempo a fare da mentore ai loro colleghi junior.

Il problema principale risiede nella comunicazione tra le parti. Molti dipendenti lamentano il fatto che non esiste un documento completo con delle linee guida esaustive che vadano a illustrare correttamente come svolgere una grande mole di lavoro. Ciò è penalizzante soprattutto per chi ha iniziato a lavorare da poco ed è magari ancora inesperto su alcuni fronti.

Hutchison, la portavoce di Google, ha dichiarato che continueranno a esaminare i dipendenti e a tener presente i propri stati d’animo per poterli supportare al meglio durante questo periodo.

Che strada prenderà Google?

Pichai è stato più titubante di altri rivali tecnologici a impegnarsi in una politica di lavoro a distanza più permanente. In un sondaggio di luglio pubblicato dall’azienda, il 62% dei dipendenti ha dichiarato che preferirebbe lavorare in ufficio solo alcuni giorni.

Solo il 10% voleva lavorare da casa in modo permanente dopo che la pandemia si è placata.

Il CEO dell’azienda ha affermato che Google probabilmente adotterà un approccio ibrido dopo che, ovviamente, il ritorno in ufficio sarà del tutto sicuro. Tutto ciò potrebbe significare maggiore flessibilità riguardo alla possibilità di lavorare da casa.

Aziende e lavoro da remoto: alcuni esempi

Il caso JPMorgan Chase

Altre grandi aziende hanno riferito che i nuovi dipendenti stanno avendo più problemi con il loro lavoro durante la pandemia. Il CEO di JPMorgan Chase, Jamie Dimon, ha detto apertamente di voler riportare il suo personale in ufficio, perché ha notato alienazione tra i suoi dipendenti più giovani mentre lavoravano da casa. Ha anche affermato di aver assistito a un calo della produttività in generale.

Ci sono aziende che invece hanno mostrato segni positivi sulla produttività, affermando che i dipendenti stanno lavorando bene e addirittura meglio da remoto.

Il caso Facebook

Il CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, nel mese di maggio annunciò un nuovo piano per una politica più liberale del lavoro da casa, poiché oltre il 50% dei lavoratori di Facebook intervistati ha dichiarato di essere stato più produttivo mentre lavorava da casa.

Anche se alcuni dipendenti di Facebook, tuttavia, sono preoccupati che i team lavoreranno in modo meno produttivo con un capo remoto.

Il caso Microsoft

L’idea di Microsoft è invece diversa. Il colosso sta prendendo in considerazione l’idea di lavorare da casa per sempre per chi lo vorrà, oppure optare per il lavoro ibrido prevedendo lo smart working per meno del 50% delle ore settimanali.

La ricerca dell’Economist 

L’attenzione focalizzata è una delle componenti chiave di un’economia basata sulla conoscenza. È essenziale per la creatività, la risoluzione dei problemi e la produttività.

Ma la concentrazione delle persone è sempre più disturbata da continue distrazioni:

  • le comunicazioni digitali, come il controllo di mail
  • le interruzioni da parte dei colleghi
  • il chiacchiericcio d’ufficio

A causa dello sconvolgimento che la società ha vissuto e continua a vivere per colpa del COVID-19, il ruolo di focus nel mondo del lavoro ha assunto una rinnovata importanza. Sebbene ogni individuo abbia la propria soglia di concentrazione, gli studi indicano come periodo di concentrazione ottimale un lasso di tempo che va dai 60 ai 90 minuti. Successivamente comincia a calare, manifestandosi la fatica.

L’Economist ha intrapreso un programma di ricerca, commissionato da Dropbox, analizzando il costo macroeconomico della perdita di concentrazione nel lavoro di conoscenza.

Il problema delle distrazioni in ufficio

Le distrazioni sono una vera e propria piaga all’interno di un contesto lavorativo frenetico e collaborativo come quello di oggi. Si calcola che ogni anno, il 28% del tempo di un dipendente viene perso per colpa delle distrazioni, riducendo il tempo ottimale per un lavoro efficiente al 72%.

Ciò ammonta a 391 miliardi di dollari persi per le aziende statunitensi e si traduce in 34.448 dollari a persona in perdita di produttività.

Di conseguenza, la diminuzione delle distrazioni e la maggiore concentrazione potrebbero comportare un potenziale guadagno. Stiamo parlando di 1,2 trilioni di dollari attualmente perso ogni anno dalla produzione non sfruttata dei dipendenti, per colpa delle distrazioni.

lavoro da remoto

Fonte: The Economist

L’industria più colpita in termini finanziari è quella dei servizi professionali, scientifici e tecnici che perde 178 miliardi di dollari all’anno in costi salariali.

Le fonti di distrazione

Abbiamo assodato, e noi stessi possiamo confermarlo in base alle nostre esperienze, che lunghi periodi di profonda concentrazione sono difficili da perpetrare, e le distrazioni sono un problema sia per i lavoratori remoti che per quelli in ufficio. 

Agli intervistati è stato chiesto a quanto ammonti il tempo medio trascorso per svolgere un determinato lavoro senza interruzioni o distrazioni nel corso di una tipica giornata lavorativa.

Interruzioni dovute alla comunicazione

Solo il 53% degli intervistati riesce a restare concentrato su un’attività per più di un’ora durante una tipica giornata di lavoro. Le persone che utilizzano app per chattare o hanno comunicazioni dal vivo, hanno maggiori probabilità di concentrarsi più a lungo rispetto agli altri.

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Fonte: The Economist

In un contesto di ufficio, le interruzioni dei colleghi sono la fonte più comune di distrazione.

Ogni volta che una persona cambia attività, effettua un cambiamento cognitivo che esaurisce le sue risorse mentali, afferma Gloria Mark, professoressa del Dipartimento di Informatica dell’Università della California.

Le mail per comunicare

Nel complesso però gli intervistati hanno ammesso di non aver trascorso la maggior parte della giornata a gestire la posta elettronica ora che lavorano da remoto.

Il 71% ha trascorso più di un’ora al giorno a monitorare il flusso della posta elettronica, ma solo il 18% vi ha trascorso più di tre ore.

Gli studi hanno dimostrato che, quando le persone non devono controllare la posta elettronica per periodi prolungati, i lavoratori mostrano una maggiore concentrazione e minore stress.

Il controllo ossessivo delle mail

La frequenza è il vero problema: il 70% controlla la posta almeno una volta all’ora, interrompendo regolarmente periodi di concentrazione profondi. Da non sottovalutare che oltre il 56% degli intervistati afferma che la posta elettronica è il principale metodo di comunicazione utilizzato nella propria azienda per scambiarsi informazioni.

Perché così frequente?

Le persone inizialmente consideravano la posta elettronica un modo più efficiente per lavorare. Invece questo metodo ha causato uno spostamento molto più ampio del previsto e il lavoro di conoscenza è ora, quasi uniformemente, tutto via mail. Di conseguenza chiunque può essere raggiunto in qualsiasi momento per qualsiasi cosa, interrompendo ciò che sta facendo.

 

Le maggiori fonti di distrazione (The Economist)

Le riunioni e l’uso dei social media

Il 46% degli intervistati dichiara di non dedicare più di un’ora al giorno a riunioni di lavoro e il 21% le considera la principale fonte di distrazione.

Gli intervistati del settore tecnologico però, non amano molto le riunioni e riferiscono di esserne maggiormente distratti. Questo dipende dal proprio settore che prevede lunghi periodi di scrittura e revisione del codice.

In generale, i media, inclusi musica e l’uso dei social media, sono una fonte di distrazione dominante per l’11% degli intervistati di tutti i settori.

Lavoro da remoto: pro e contro

Il 36% si sente più concentrato a lavorare da casa rispetto al proprio ufficio, il 28% si sente, invece, meno concentrato.

Ma anche in questo caso ci sono molte distrazioni, solo che sono diverse. Quasi il 30% degli intervistati dichiara che il voler prendersi una pausa per rilassarsi un po’ è la distrazione dominante. Anche il sentirsi disconnesso dai colleghi è considerato un ostacolo all’impegno in attività produttive.

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Lavoro da remoto: le maggiori fonti di distrazioni

I vantaggi dell’ufficio difficili da replicare

Con il lockdown e la maggior parte dei lavoratori operanti da remoto, le aziende hanno dovuto affrontare molte difficoltà riguardo la comunicazione coi dipendenti. Ovviamente non essendo tutti insieme in ufficio, è più difficile comunicare, incluso il mantenimento dell’innovazione e della coesione del team.

È anche questione (molto) di volontà

Un dato importante è dovuto all’importanza che le persone danno alla propria forza di volontà. Il 76% è d’accordo che ognuno di noi è responsabile della propria attenzione. Una gran parte ammette che il vagabondare con la mente è la principale fonte distrazione, rispetto a qualsiasi fattore esterno.

Le cinque migliori tattiche per gestire la concentrazione

Il 54% fa pause regolari per migliorare la concentrazione, ma le tattiche più usate sono:

  • indossare le cuffie
  • disabilitare le notifiche di chat per telefono, e-mail o desktop
  • riordinare il proprio piano da lavoro
  • riservare momenti di tempo per terminare attività specifiche
  • passare da uno spazio di lavoro caotico a uno più tranquillo

La necessità di riorganizzare gli spazi

Nonostante l’attenzione dei lavoratori sulla responsabilità personale, l’indagine rivela che diverse cause di distrazione sono implicitamente organizzative. La maggior parte degli intervistati si siede su una scrivania fissa, in un ufficio open space o in un ufficio condiviso. Tutto ciò può essere fonte di distrazione per alcuni lavoratori: l’interruzione faccia a faccia è, infatti, la principale fonte di disattenzione citata nel sondaggio.

Il 40% degli intervistati ha un ufficio privato. Il restante 60% si trova in ambienti di uffici open space. Tali uffici possono anche, paradossalmente, aumentare l’uso della posta elettronica per ridurre al minimo la perdita di concentrazione dovuta alle interazioni personali.

Quasi il 60% degli intervistati ha affermato che le aziende dovrebbero consentire più opzioni per lavorare da remoto dopo la pandemia.

Assodato che i livelli di concentrazione sono più elevati durante il lavoro da remoto e dato che gli ambienti domestici della maggior parte delle persone non sono configurati per essere adibiti a spazi di lavoro, tutto ciò getta una luce negativa sugli uffici aziendali che dovrebbero supportare la produttività in base alla progettazione.

Sono poche le organizzazioni che stanno attivamente cercando di proteggere e promuovere la concentrazione dei lavoratori. Le aziende non stanno facendo abbastanza per costruire in modo proattivo una cultura della focalizzazione, incoraggiando comportamenti semplici, e gratuiti, come, per esempio, la disabilitazione delle notifiche mobile e delle mail.

Come ridurre le distrazioni?

Agli intervistati è stato chiesto se utilizzano, per proprio conto, dei metodi per ridurre le distrazioni.

Solo il 20% dispone di strumenti tecnologici, come la pianificazione automatizzata, per ridurre il tempo speso in attività amministrative che potrebbero essere fonte di distrazione.

Il 10% sostiene il “focus time” per scoraggiare o impedire il controllo delle comunicazioni digitali, e il 15% afferma che la propria azienda tiene corsi, seminari o invia messaggi che promuovono la concentrazione o scoraggiano il multitasking.

Le differenze gerarchiche, purtroppo, contano

Anche le disuguaglianze gerarchiche richiedono attenzione, poiché alcuni lavoratori lottano maggiormente per mancanza di concentrazione a causa delle strutture e delle aspettative radicate nella loro organizzazione aziendale. 

La capacità di proteggere e migliorare la focalizzazione è proporzionale all’autonomia e alla capacità di una persona di gestire il proprio tempo, i metodi di comunicazione e il luogo di lavoro.

Focus e status lavorativo

C-suite

È più probabile che i membri della C-suite, i responsabili dell’azienda, sono molto più concentrati, ma sono anche quelli che hanno maggiori probabilità di avere un ufficio privato. 

Manager

Gli intervistati a livello di gestione e strategia hanno maggiori probabilità di gestire e migliorare la concentrazione.

Le organizzazioni dovrebbero tener presente la posizione di chi è impiegato in ruoli intermedi, che possono essere svantaggiati rispetto agli altri, perché assaliti da pressioni derivanti dall’alto e dal basso.

Staff generale

Il personale generale ha meno possibilità di avere libero arbitrio su compiti e tempo individuali.

Personale operativo

È probabile che il personale operativo dedichi meno tempo a lunghi periodi di concentrazione.

L’attenzione e la concentrazione sono sempre più essenziali per la produttività

Non esiste un unico modo con cui gli individui raggiungono una concentrazione ottimale, ma questi sono i punti chiave su cui le aziende dovrebbero concentrarsi.

La comunicazione è essenziale

In un’epoca caratterizzata da collaborazione e agilità, il lavoro deve essere strutturato e organizzato per consentire un focus efficace. Le due distrazioni dominanti, ossia le mail e le interruzioni di persona, sottolineano il ruolo cruciale della comunicazione nel lavoro di oggi. 

Le aziende devono incoraggiare:

  • la comunicazione asincrona in cui i messaggi vengono inviati senza l’aspettativa di una risposta rapida
  • le comunicazioni in batch
  • l’utilizzo di chat app tramite posta elettronica

Inoltre, non possono semplicemente dire ai lavoratori di dedicare meno tempo al controllo della posta elettronica, ma potrebbero aver bisogno di ripensare ai flussi di lavoro in modo più approfondito.

Potrebbero anche fare di più per supportare il personale attraverso lezioni e seminari su concentrazione e multitasking e incoraggiare pause, riposo e tecniche per riattivare la concentrazione. 

Strategia di lavoro nell’era post COVID-19

Mentre le aziende pianificano l’era post COVID-19, dovrebbero allontanarsi dal vecchio status quo che, abbiamo visto, è molto anti-focus.

Ripensare al layout del posto di lavoro o adottare disposizioni più ibride per ridurre il numero di lavoratori affollati negli uffici. Una riorganizzazione potrebbe portare a un risultato migliore di entrambi i mondi, mantenendo l’attenzione, pur consentendo la collaborazione e la coesione dell’ufficio.

Le conclusioni del sondaggio

Il sondaggio ha rilevato che la maggior parte degli intervistati ritiene che i vantaggi del lavoro a distanza superino gli svantaggi, con solo il 17% in totale disaccordo. Due su cinque affermano di potersi concentrare di più quando lavorano da casa rispetto a meno di un terzo che ha notato una minore concentrazione. I livelli di coinvolgimento sono rimasti stabili nonostante l’isolamento.

Considerando le sfide apparenti, dalla mancanza di attrezzature e spazio, all’offuscamento dei confini tra lavoro e vita personale, questi risultati testimoniano la resilienza e la flessibilità dimostrate da individui e aziende.

L’eliminazione delle distrazioni in ufficio è la seconda ragione più importante per un miglior approccio con il lavoro, dopo il sollievo di poter evitare il pendolarismo.

Come possiamo evincere, alcune aziende ritengono che il lavoro a distanza abbia reso i loro lavoratori più produttivi. Altri lamentano la perdita di opportunità di collaborazione.

Ma… 

Chi lavora da remoto guadagna in produttività, ma spesso perde vantaggi più difficili da misurare, come la creatività e il pensiero innovativo. Le persone che lavorano insieme nella stessa stanza tendono a risolvere i problemi più rapidamente rispetto ai collaboratori remoti e che la coesione del team soffre nei lavori a distanza.

I lavoratori a distanza tendono anche a fare pause più brevi e a concedersi meno giorni di malattia rispetto a quelli che operano in ufficio e, negli studi, molti riferiscono di avere difficoltà a separare il proprio lavoro dalla vita domestica.

Lo studio di Raj Choudhury, professore della Harvard Business School

In ultima analisi, un’intervista a Raj Choudhury, professore della Harvard Business School, ci spiega come alcune aziende stanno creando la propria forza lavoro tutta, o quasi, remota.

Afferma che sempre più organizzazioni stanno adottando il lavoro da remoto come strategia aziendale, una soluzione che non solo riduce i costi immobiliari, ma aumenta anche il coinvolgimento e la produttività dei dipendenti.

Il lavoro da remoto, sintetizza il professor Raj Choudhury, consente la flessibilità geografica, permettendo al lavoratore di avere più tempo. Meno pendolare, meno stress. Può lavorare la mattina, lavorare la sera, qualunque cosa gli sia più consono, anche lavorare in pigiama, se lo gradisce.

La cosa più importante, però, è la flessibilità in termini di scelta del posto in cui vivere. Potrebbe essere una città che il lavoratore preferisce, o in alcuni casi avrebbe la possibilità di cambiare Paese e vivere in un luogo dove l’azienda potrebbe non avere uffici.

In Italia stiamo assistendo a una cosa simile grazie al South Working, un cambio di rotta che ha visto, soprattutto i Millennials fuori sede, tornare al Sud, nei luoghi d’origine, risparmiando sul carovita imposto nelle regioni più a Nord.

I vantaggi del lavoro da remoto 

Ma quali sono i vantaggi per le aziende che adottano questa politica? 

Senza dubbio, il modello offre notevoli vantaggi alle aziende e ai loro dipendenti. Le organizzazioni possono ridurre o eliminare i costi immobiliari, assumere talenti a livello globale e, secondo la ricerca, trarre vantaggio dai guadagni di produttività. 

I lavoratori ottengono flessibilità geografica, eliminano i pendolari e percepiscono un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata. 

Quantificare la produttività nel lavoro da remoto

Come si misura la produttività in un lavoro totalmente da remoto?

L’approccio orwelliano è davvero controproducente, ossia l’invadente ed eccessivo uso di software per monitorare la produttività dei lavoratori e prevenire le sottrazioni, perché può essere efficace solo a breve termine. Se si continua a farlo, anche i migliori dipendenti se ne andranno alla prima opportunità disponibile, perché la pressione aumenta e si sentirebbero costantemente spiati.

La soluzione è quella di ripensare, ancora una volta, a come misurare la produttività. Dovrebbe essere fatto in base al numero di ore passate davanti allo schermo? O la produttività dovrebbe essere misurata in base al lavoro davvero fatto? Magari in base al feedback dei clienti?

Le aziende che operano da remoto valutano i lavoratori in base alla qualità del loro output di lavoro, alla qualità delle interazioni virtuali e al feedback di clienti e colleghi.

La comunicazione resta il problema

Tuttavia, persistono preoccupazioni per quanto riguarda il modo in cui il lavoro da remoto influisce sulla comunicazione. Gli aspetti riguardano:

  • il brainstorming e la risoluzione dei problemi 
  • condivisione delle informazioni
  • la socializzazione
  • il tutoraggio
  • la valutazione e compensazione delle prestazioni
  • la sicurezza e la regolamentazione dei dati

Le possibili soluzioni

Come riuscire allora a convincere i membri del team a riunirsi per concentrare il loro tempo e la loro attenzione sui progetti?

Riunioni regolari

Stabilire un ordine del giorno in anticipo e dare il compito a un membro del team per facilitare la riunione e mantenere il gruppo in pista, guidando il processo decisionale. Inoltre, è invitabile la presenza di qualcuno che prenda appunti e li indirizza alle parti interessate, in modo da non dover sprecare tempo prezioso tenendo un altro incontro sullo stesso argomento, in futuro.

Condividere i documenti

Ci sono diversi strumenti, come Google Docs, Teams, Slack o qualsiasi altro servizio di condivisione di file.

Quando si utilizza questo metodo, assicurarsi di impostare una scadenza per la revisione, attivare le modifiche alla traccia e chiarire esattamente ciò di cui si ha bisogno dai revisori nel documento.

Lavorare fianco a fianco

Lavorare fianco a fianco, anche in modo virtuale, è possibile. Durante una videochiamata con un collega, svolgere in diretta un compito su un particolare progetto condiviso per facilitarne la riuscita. Poiché la persona è già lì, in un certo senso, la collaborazione può andare avanti più agevolmente. 

Questa strategia è efficace anche quando dobbiamo svolgere un lavoro complesso che, quando siamo soli, tendiamo a rimandare. La pressione positiva della presenza di un collega ci porta a svolgere quell’attività, e potrebbe essere un ottimo incentivo per sbloccarci.

Non farsi monopolizzare dalle chat

Sebbene gli strumenti di chat collaborativa siano efficaci per lavorare in team, assicuriamoci di non esserne sopraffatti. Decidiamo quanto spesso e per quanto tempo interagire con quei i canali. 

Se non riusciamo a svolgere un compito tramite chat, telefoniamo direttamente. In questo modo, avremo un maggiore controllo sul nostro tempo, senza frustrazioni e distrazioni.

Lavorare in team da remoto tramite i giusti strumenti non significa che dobbiamo essere continuamente reperibili, ma ci serve per essere allineati con la nostra squadra. Collaborare efficacemente da lontano, rispettando i ritmi degli altri, e raggiungendo gli obiettivi prefissati nel modo più efficace possibile, è auspicabile.

Lavoro da remoto: sì o no?

Le aziende stanno subendo un processo di trasformazione organizzativa enorme e tutto sto avvenendo ora, sotto i nostri occhi. La maggior parte vuole adottare un approccio ibrido remoto, in cui potremmo essere in grado di lavorare da remoto tre giorni alla settimana.

Il rischio è che le persone che lavorano da remoto vengano tagliate fuori dalle informazioni e dai sistemi di comunicazione di cui godono le persone in ufficio. I lavoratori a distanza in un’organizzazione remota ibrida potrebbero sentirsi isolati professionalmente e socialmente. La soluzione è quella di optare per un modello, a maggioranza, remoto.

La comunicazione resta il perno fondamentale, non solo della nostra società, ma soprattutto, ora più che mai, del mondo lavoro e della sua trasformazione.

Dal badge all’ufficio infinito di Facebook: ecco come sarà la nostra prossima vita professionale

  • Call, video call, ritardi, riunioni, email, la vita lavorativa on site ha una routine demanding, contorniata da ritardi e magari traffico.
  • Lo smart working sarà il futuro della vita professionale. I trend in crescita segnalano che non sarà più un’eccezione o una componente residuale della vita lavorativa.
  • More smart and less phisical: l’ufficio si smaterializza e diventa completamente virtuale con FB Infinite Office.

 

CTRL+C, CTRL+V, ho una call, sposto il meeting e il business travel.

E ancora: sveglia alle 7.30, prendi il bus, corri perché sei in ritardo, accompagna bimbi a scuola, entra in ufficio per iniziare la giornata.

Riunioni fiume, email su email, call e video call.

Quante volte l’abbiamo fatto? E quante volte siamo arrivati in ritardo? Abbiamo perso bus, tram, metro? E, ancora, abbiamo annullato call e posticipato cene in famiglia?

Insomma, alzi la mano chi è uscito indenne da tutto ciò durante la propria professional life.

Probabilmente non ci sarà nessuna standing ovation, in effetti è capitato un po’ a tutti.

Sì, certo, lo smart working, soprattutto in questi ultimi mesi, ha cambiato tantissimo le nostre abitudini lavorative, ma si può fare ancora di più: siamo solo all’inizio di una vera e propria rivoluzione.

Less physical, more smart

Gli scettici dello smart working sono ancora tanti. C’è chi ancora concepisce il lavoro come un qualcosa dalla presenza necessaria, seduti alla scrivania dalle 9.00 alle 18.00.

E non importa se obiettivi e task non sono stati fissati, l’importante è che tu ci sia.

Visione obsoleta, scandita dal cosiddetto timbro del cartellino.

Il futuro dovrebbe essere il management by objective, ovvero gestire le risorse per obiettivi e non in base alla presenza in ufficio.

smart working infinite office

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Si, soprattutto oggi con i DPCM che lo “raccomandano fortemente”, lo smart working e le relative policy sono un tema caldo.

E se provassimo ad andare uno step forward? Se l’ufficio non avesse più confini, se non ci fossero più il desk, il PC e il telefono? Se non fosse più richiesta la nostra presenza e se lo smart working non fosse più un qualcosa di straordinario?

In poche parole, se l’ufficio si dematerializzasse e fosse virtuale?

Infinite Office

Sì, se l’ufficio fosse infinito?

Durante il lockdown abbiamo appurato che il digitale ha ridotto ogni distanza. Abbiamo potuto lavorare, senza essere necessariamente in ufficio.

Abbiamo fatto meeting virtuali, partecipato a sessioni formative da remoto. Dunque, in parte, abbiamo già sperimentato il lavoro agile, con tanto di interview svolte metà in camicia e metà in pigiama (ormai sono un clichè).

E allora qual è lo step forward?

In occasione dell’evento Oculus Connect, Facebook, ora proprietaria di Oculus, ha presentato il nuovo modello Quest2. Si tratta di un sistema di realtà virtuale all- in -one, più piccolo e leggero rispetto alla versione precedente. La novità è che, nonostante i visori VR siano stati ideati ed utilizzati soprattutto per l’intrattenimento con lo sviluppo di appositi videogiochi, questi dispositivi possono essere d’aiuto anche per la produttività.

smart working infinite office

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Proprio per quest’ambito, Facebook ha annunciato Oculus Infinite Office, che ricrea un ambiente virtuale con il quale interagire tramite gesture, consentendo così di lavorare ai propri progetti ovunque e un qualunque momento.

Cioè, per dirla in maniera semplificata: indossi il device e sei in ufficio. Tramite gesture puoi inviare email, partecipare a meeting, fare call, portare avanti progetti.

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Super interessante anche la possibilità offerta dal visore di vedere ugualmente quello che ci circonda e regolare la trasparenza degli oggetti a schermo.

Una tastiera Logitech, abbinata ad Oculus, permette di digitare nella vita reale e di vedere poi il risultato negli schermi virtuali.

Cosi, il badge sarà presto un ricordo.

Trend

In Europa il 17% dei lavoratori è oggi in smart working. I danesi in testa con il 37% del totale, Italia ultima con il 7% (siamo ancora fan del badge).

Fuori dal Vecchio Continente, USA e Giappone sono intorno al 40% e il trend è in crescita, a prescindere dalla pandemia.

Visti i trend in crescita, si presume che lo smart working nei prossimi anni non rappresenterà più un’eccezione né sarà una componente residuale del lavoro d’ufficio. E le persone che lavorano da casa potrebbero non disporre di uno spazio di lavoro ampio per disporre i diversi monitor (pratica utilizzata spesso per migliorare la produttività).

Infinite Office consente di posizionare i monitor in uno spazio virtuale, in modo da rendere più efficace la giornata lavorativa.

Una rivoluzione non solo tech, ma anche umana se si considera quanto possa cambiare (e magari essere più equilibrato) il cosiddetto work life balance.

Sicuramente c’è ancora tanta strada da fare: FB ha affermato che Infinite Office verrà rilasciato come funzionalità sperimentale per Quest 2 durante quest’inverno. Nessuna parola per l’uscita definitiva.

smart working infinite office

E noi? Saremo capaci di gestire il cambiamento o continueremo ad essere legati al ragionier Ugo (Fantozzi alias Paolo Villaggio), personaggio in cui si si è riconosciuta non solo una classe di lavoratori (gli impiegati), ma una generazione intera, che vedeva nel posto fisso l’unica situazione lavorativa ed esistenziale possibile?

Allora, siete ancora fan del badge?

Rebranding di ottobre: Gmail, Catawiki e Bing

  • Una breve analisi sulle nuove icone di G Suite.
  • Anche LinkedIn lancia una riprogettazione importante e rende le storie disponibili a tutti.
  • Continua la fase di rebranding di Bing che diventa Microsoft Bing
  • I word checker, Thesarus.com e Dictionary.com, aggiornano i loro portali insieme ai loghi.
  • Il rebranding di Catawiki e la nuova piattaforma digitale,

 

Quando un’azienda attiva un processo di rebranding non vuole solo migliorare il proprio appeal. Molto spesso intende cambiare obiettivi, messaggi, tono di voce, stile e qualsiasi altra cosa contribuisca all’immagine. Se fatto bene, questo passaggio consente a un’azienda di adattarsi al cambiamento e di migliorare la visibilità e la differenziazione del prodotto. Ecco le principali riprogettazioni del mese appena trascorso.

Le nuove icone di Google Workspace

Google si è davvero divertito con i nuovi loghi di G Suite. Il colosso di Mountain View ha recentemente rivelato la nuova icona di Gmail insieme alle altre di Google Workspace: Calendar, Drive, Docs e Meet.

rebranding

Ma andiamo con ordine e proviamo a ripercorrere questo progetto di design attraverso tre aspetti fondamentali: la forma, il colore e il valore del marchio.

È sicuramente apprezzato l’intento di unificare il linguaggio visivo delle varie app della suite, ma il risultato non si può proprio considerare un successo.

L’aggiornamento è arrivato a metà ottobre. Molti utenti hanno subito espresso le loro frustrazioni sul nuovo design, sostenendo fosse troppo simile alle altre icone di Google Workspace.

  • L’iconico design della busta rossa di Gmail (che risale a più di dieci anni fa) lascia il posto a un’icona più minimalista, la quale presenta gli ormai colori distintivi di Google: rosso, verde, giallo e blu. Un allontanamento eccessivo dal logo classico a “M” e quindi dalla forma a busta, indicatore chiave per identificare quale fosse la scheda della posta elettronica aperta su Chrome. Il tentativo di migliorare l’usabilità è sicuramente fallito, in quanto lo sforzo cognitivo per riconoscere e distinguere le icone è maggiore del precedente.
  • I servizi sembrano perdere i colori caratterizzanti, come il rosso di Gmail o il blu di Calendar. I colori sovrapposti creano inoltre confusione: aggiungono una complessità difficile da percepire su piccola scala. Per esempio, il logo originale di Drive aveva tre colori e un po’ di ombreggiatura, una soluzione sicuramente più safe rispetto a quella attuale che lo fa apparire come un simbolo di biorischio.
  • Il problema fondamentale è che ora Gmail, che opera come un marchio autonomo da più di un decennio, viene messo al pari di altri servizi che non hanno la stessa portata, soprattutto in termini di utilizzo. Così Gmail diventa solo un’altra forma arcobaleno in un mare di forme arcobaleno, molto simili tra loro.

Nonostante il ronzio negativo attorno a questo restyling, è improbabile che la società decida di tornare ai loghi precedenti o di prendere in considerazione un’altra riprogettazione tra qualche mese.

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Il redesign di Linkedin

LinkedIn lancia una riprogettazione importante e rende le storie disponibili a tutti. Si tratta del più grosso rinnovamento della piattaforma degli ultimi cinque anni.

Rebranding di Ottobre: Gmail, Catawiki, Bing e il redesign di LinkedIn

Il social network, dal 2016 controllato da Microsoft, è cresciuto fino a diventare una community impegnata di oltre 700 milioni di professionisti in tutto il mondo che condividono contenuti, inviano messaggi e seguono corsi di LinkedIn Learning per migliorare le proprie competenze.

Le modifiche rendono la piattaforma calda, inclusiva, moderna e intuitiva. Offre un’esperienza di ricerca più snella per incoraggiare una migliore esplorazione di persone, eventi, gruppi e contenuti. L’inclusione e l’accessibilità sono i principi fondamentali del design, rumors annunciano che arriverà molto presto anche una modalità dark.

LinkedIn ha semplificato l’avvio di riunioni online, si potrà avviare una videochiamata su Teams, BlueJeans o Zoom, direttamente da un thread di messaggi LinkedIn.

Le LinkedIn Stories, hanno lo stesso formato di quelle delle altre piattaforme, solo che adesso risultano inserite in un contesto più professionale.

Rebranding di Ottobre: Gmail, Catawiki, Bing e il redesign di LinkedIn

Sebbene abbia perfettamente senso, poiché aumenta in modo significativo il coinvolgimento, molti utenti hanno criticato la decisione di implementare le stories anche su questo canale.

LEGGI ANCHE: 5 modi per promuovere il tuo business attraverso le LinkedIn Stories

Durante i test, milioni di membri LinkedIn hanno utilizzato le stories “per connettersi in modo più personale e meno formale con i loro colleghi e amici, soprattutto durante il periodo COVID.

LinkedIn vuole stare al passo con i tempi e le stories sembrano essere il futuro della condivisione dei contenuti, con la maggior parte delle piattaforme social che stanno investendo pesantemente nell’implementazione di questo formato.

Continua la fase di rebranding di Bing che diventa Microsoft Bing

Microsoft ha rinominato il suo motore di ricerca Bing in Microsoft Bing, come parte di un progetto di rebranding più ampio. Microsoft non è entrata nei dettagli sul motivo per cui ha aggiunto il nome dell’azienda al marchio Bing.

Rebranding di Ottobre: Gmail, Catawiki, Bing e il redesign di LinkedIn

Di recente la società di Bill Gates ha sperimentato i loghi di Bing, alcuni di questi lavori sono apparsi temporaneamente nel motore di ricerca.

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Il gigante della ricerca ha scelto di aggiungere la firma Microsoft a molti dei suoi prodotti negli ultimi anni, basti pensare ai recenti piani Microsoft 365 di Office 365.

Rebranding

In questa fase di passaggio Bing sta utilizzando sia il logo aggiornato e sia un logo Microsoft Bing, come si vede sulla home page del motore di ricerca. Non è chiaro se alla fine ritirerà il logo Bing in favore di questo logo più Microsoft o semplicemente utilizzerà entrambi in futuro.

Brand-refresh per Thesaurus e Dictionary

I noti word checker di Internet, Thesarus.com e Dictionary.com, hanno recentemente aggiornato i loro siti Web insieme ai loro loghi. Se ti sei trovato a cercare una parola per convincere qualcuno del contrario durante una discussione, è probabile che ti sei imbattuto in uno di questi portali.

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Due marchi, parte del nostro quotidiano, che rappresentano delle risorse utili, in termini di editing e correzioni grammaticali. Con oltre 15.000 voci aggiornate su argomenti che vanno dalla razza all’orientamento sessuale, passando per clima e cultura digitale.

I due siti sono sono stati avviati nel 1995 e acquisiti nel 2008 da IAC, che possiede anche Match.com, Vimeo e il servizio di dating Tinder. La Gilbert’s Rock Holdings lo scorso mese ha dichiarato di aver acquistato i due siti dalla società di comunicazione con sede a New York IAC. I termini dell’accordo non sono stati divulgati.

In questo rebranding sparisce la simbologia simile al sole davanti alle lettere principali dei due loghi. La nuova versione vede una porta aperta, sia per Thesaurus.com che per Dictionary.com, simbolo che può significare l’inclusività ma anche l’apertura e la predisposizione ad accogliere nuovi termini che verranno.

Il rebranding di Catawiki e la nuova piattaforma digitale

Catawiki lancia una nuova visual identity tutta da scoprire. La piattaforma di aste online per l’acquisto e la vendita di oggetti speciali e da collezione cambia il proprio brandmark insieme all’immagine coordinata.

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Fondata nel 2008 come community online per collezionisti, dal 2011, Catawiki ospita aste online settimanali, in varie categorie come fumetti vintage, modellini di treni, monete, orologi, arte, gioielli e auto d’epoca.

Al progetto di rebranding ha lavorato l’agenzia internazionale dentsuACHTUNG che ha saputo cogliere i tratti distintivi della società olandese che nel giro di pochi anni è cresciuta sino a diventare un punto di riferimento per collector di ogni genere.

Il rebranding passa attraverso il rifacimento dell’intera immagine coordinata. Cambiano sia la font family che la color palette, che adesso accende di blu elettrico i diversi punti di contatto.

Anche il portale è stato ridisegnato in coerenza con la nuova identità. La call to action in Home Page “Find your next…” con la search bar servita cattura immediatamente l’attenzione degli utenti, fornendo le informazioni in maniera semplice ed efficace.

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Interessante anche l’utilizzo della C come finestra sul mondo Catawiki, anche se ampiamente utilizzata da tantissimi altri brand.

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Election Day 2020: le migliori campagne dei brand

  • Le elezioni presidenziali 2020 negli Stati Uniti sono state accompagnate da una serie di campagne dei brand per incentivare l’affluenza alle urne.
  • L’obiettivo è stato quello di rendere più consapevoli le persone e agevolarle nella procedura di registrazione al voto.
  • In un paese in cui l’affluenza è notoriamente bassa, il brand activism mira a creare partecipazione tra le fasce meno rappresentate.

 

Con la pandemia da Covid-19 ancora in corso, l’economia in recessione e le questioni legate all’ambiente e ai diritti della comunità afroamericana che restano al centro dei dibattiti, l’attesa del prossimo Election Day 2020 continua a tenere gli Stati Uniti (e non solo) con il fiato sospeso.

E se da un lato non è inedita nella storia americana la partecipazione alle campagne elettorali anche di organi normalmente estranei alla politica, d’altra parte l’impegno dei grandi marchi è un fenomeno abbastanza recente.

La tendenza sembra essere una logica conseguenza della crescita del brand activism che quest’anno ha raggiunto il culmine: le questioni sociali e la necessità di cambiamento sembrerebbero non poter essere trascurate nella comunicazione con il pubblico.

Dopo l’assassinio di George Floyd, per tutta l’estate i brand hanno soppesato sul razzismo e sugli abusi della polizia, ogni parola delle loro campagne.

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Diverse fonti evidenziano una crescita negli ultimi anni della percentuale di consumatori che dichiarano di essere attenti alle scelte di responsabilità sociale dei marchi che acquistano, in particolar modo nella fascia di età 18-34.

Un articolo pubblicato da Harward Business Review mette, però, in evidenza una grande criticità del brand activism in tema di politica.

Adottare un approccio di parte all’impegno civico può alienare dipendenti o clienti nell’ambiente iperpartitico di oggi. Il nostro studio trova un punto debole per le aziende: essere a favore della democrazia e dell’elettorato, senza essere di parte.

Ma non vi è nessuna presa di posizione nel sostenere apertamente la democrazia, se non ci si schiera a favore di nessuno dei due candidati. Oltre a stimolare la partecipazione degli elettori, le aziende affermano di aver tratto benefici dai programmi di impegno civico, come aumentare la consapevolezza del marchio tra i consumatori o rafforzare i rapporti con dipendenti e azionisti.

VOTE!

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Il focus resta quindi stimolare l’affluenza alle urne, che negli Stati Uniti è notoriamente molto bassa, rispetto agli standard internazionali.

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Innanzitutto, diversamente dall’Italia, per votare bisogna iscriversi volontariamente nelle liste elettorali, e questo scoraggia una vasta fetta dell’elettorato, generalmente più povera e meno istruita.

La percentuale di non votanti aumenta in modo significativo anche se ci si sposta nella fascia under 25.

Meno del 56% della popolazione in età di voto ha votato alle elezioni presidenziali del 2016, con un leggero aumento rispetto al 2012 ma inferiore rispetto al 2008.

Ma, come confermato dalla maggior parte degli americani, ciò che s’intende con “alta affluenza” varia molto da paese a paese e secondo quale metro di valutazione si utilizza.

When we all vote

When we all vote è l’organizzazione no-profit fondata da Michelle Obama con lo scopo di colmare i gap di età e razza tra gli elettori, cambiando la cultura del voto e stringendo partnership strategiche per raggiungere tutti gli americani.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

@Shaq is a first time voter, and you can be too. Click the link in our bio to get started.

Un post condiviso da When We All Vote (@whenweallvote) in data:

Obiettivo dell’associazione è quello di guidare le aziende e le organizzazioni partner, fornendo gli strumenti e la formazione necessaria affinché i loro clienti, dipendenti e membri comprendano come votare e partecipino in maniera più attiva e informata.

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Oltre a tutte le iniziative finalizzate al coinvolgimento e all’informazione, When we all vote ha svolto un ruolo fondamentale nella divulgazione della campagna VOTE, che ha coinvolto molti brand del fashion, tra cui Levi’s, Gap, Patagonia, Michael Kors.

Tutti i capi d’abbigliamento e gli accessori delle edizioni limitate “VOTE” sono disponibili anche sul sito dell’associazione, nella sezione Vote 4ever Merch.

La scelta non è ricaduta casualmente sullo streetwear: la campagna si rivolge principalmente alla fascia più giovane della popolazione, tradizionalmente la più sottorappresentata nella registrazione degli elettori.

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Snipes x Puma – #USEYOURVOICE

La collaborazione di Snipes con Puma per la campagna #USEYOURVOICE, nasce con lo scopo non solo di rendere più accessibile agli elettori la procedura di registrazione, ma anche di informare e sensibilizzare.

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In tutti i 95 punti vendita Snipes, sono stati allestiti degli speciali chioschi  con schermo touch screen, in cui tramite registrazione o scansione del QR code si viene rimandati al sito di registrazione al voto o ai siti d’informazione del proprio stato.

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Quattro negozi tecnologicamente più avanzati, tre a Filadelfia e il primo shop 2.0 presso il Barclays Center di Brooklyn, dispongono di chioschi Vengo interattivi che inviano collegamenti di registrazione degli elettori e dispensano mascherine riutilizzabili SNIPES USA x Puma #USEYOURVOICE. Tutti gli altri punti vendita utilizzeranno la segnaletica personalizzata in negozio con codici QR.

La campagna #USEYOURVOICE è durata fino alla scadenza per la registrazione degli elettori, il 19 ottobre.

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Time to vote

Oltre che parlare ai consumatori, le aziende sostengono anche programmi rivolti ai dipendenti.

Time to vote è un’organizzazione no-profit nata nel 2018 proprio con questo scopo: garantire ai dipendenti delle aziende partner un programma di lavoro che permettesse loro di votare alle elezioni di medio termine. Sempre nel 2018 è stata registrata la più alta affluenza alle elezioni di medio termine degli ultimi decenni, e Time To Vote ha avuto menzioni da The New York Times, The Washington Post e The Boston Globe.

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Time to vote si pone come movimento apartitico che mira a creare una comunità imprenditoriale attivamente impegnata nell’affrontare le questioni più significative del nostro tempo.

Tra le aziende partner ci sono Abercrombie & Fitch, Backcountry, Dick’s Sporting Goods, Eileen Fisher, Gap, Harbor Freight Tools, J. Crew, Levi Strauss & Co., Macy’s, Madewell, Nike, Obey Clothing, Patagonia, Steve Madden, Stitch Fix, Target, The North Face, Timberland, Walmart e Warby Parker.

Molte di queste aziende offrono ferie retribuite oppure orari flessibili per i dipendenti che si offrono volontari nei seggi elettorali.

Levi’s si è impegnata a fornire 15.000 mascherine per i lavoratori del sondaggio “per garantire che nessuno debba scegliere tra il proprio voto e la propria salute”, ha affermato il presidente e CEO Chip Bergh in una dichiarazione.

Patagonia: make a plan to vote

Patagonia ha sempre fatto della sostenibilità ambientale una pietra angolare della filosofia del brand. L’incoscienza delle azioni intraprese dall’amministrazione Trump ha dato una spinta per intraprendere ulteriori azioni e a lanciare un messaggio non più così sottile

A cominciare proprio dal messaggio cucito nell’etichetta dei suoi pantaloni “Vote the assholes out” che, come dichiarato dall’azienda, non si rivolge solo a Trump ma qualsiasi politico che neghi la realtà del cambiamento climatico.

Make a plan to vote è la call to action con cui Patagonia lancia la sua iniziativa di per i diritti di voto incentrata sul sostegno ai propri clienti e dipendenti nella registrazione degli elettori, in particolare tra le comunità di colore che incontrano maggiori difficoltà anche solo per la registrazione.

Email Marketing, influencer e merchandising

Le aziende hanno adottato approcci molto diversi tra loro per affrontare questioni politiche.

Ben&Jerry’s ha dedicato un podcast Who We Are: A Chronicle Of Racism In America, alle questioni razziste per lanciare il suo appello a smantellare la supremazia bianca.

 

La Gap Inc. ha lanciato la campagna, Stand United per creare una community “unità per l’umanità e l’uguaglianza”. Definita dalla stessa azienda una spinta di marketing a 360 gradi, lo sforzo di Gap include una pagina dedicata alla registrazione degli elettori, $ 25.000 in donazioni sia a When We All Vote che a Rock the Vote, musica, discorsi di attivisti ed esperti, e una linea di abbigliamento in edizione limitata.
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Alla Old Navy è stato predisposto un piano di incentivi per i dipendenti che lavorano alle urne il giorno delle elezioni. Levi’s, con il merchandising, ha ingaggiato influencer e celebrità nella sua campagna che incoraggia la registrazione e l’affluenza alle urne. Gli elettori possono anche registrarsi presso il flagship store di Saks Fifth Avenue a Manhattan.

American Eagle Outfitters con due release speciali ha destinato il 100% del ricavato a beneficio dell’organizzazione elettorale giovanile HeadCount, che gestisce un centro di azione per il voto 2020 per registrarsi, iscriversi alle newsletter “e conoscere ancora più modi per fare la differenza”.

quibi

Cosa è successo a Quibi, la piattaforma di streaming che non ce l’ha fatta

  • Quibi, la startup dei grandi nomi, ha chiuso i battenti: dopo sei mesi di attività ne è stato annunciato il fallimento.
  • La piattaforma di video in streaming non è riuscita a tenere il passo con la concorrenza.

 

Quibi sta per Quick Bites (bocconi veloci), è un servizio di streaming, lanciato 6 mesi fa, che permette all’utente abbonato di guardare video brevi della durata massima di 10 minuti.

Abbiamo iniziato questa cosa con l’idea di reinventare lo storytelling (…). O l’idea non era abbastanza forte per fare stare in piedi un nuovo servizio di streaming, oppure abbiamo sbagliato il momento.

Hanno dichiarato Jeffrey Katzenberg e Meg Whitman annunciando il fallimento della piattaforma.

Dopo i primi tre mesi di attività, dei 900mila utenti registrati ad aprile alla versione di prova, solo 70mila hanno rinnovato l’abbonamento.

Quibi, le ragioni del flop

L’app è stata creata, come appena ricordato, da Jeffrey Katzenberg e Meg Whitman. Il primo nome conosciuto nell’ambiente di Hollywood e il secondo noto nel panorama delle grandi compagnie. Il fondatore di Quibi, vanta nel curriculum lavori alla Disney e alla DreamWorks; mentre il suo CEO,  ha lavorato per DreamWorks, Procter & Gamble, Hasbro, Ebay.

Nella fase di startup la coppia è riuscita a reperire fondi per oltre 1miliardo e mezzo di euro coinvolgendo investitori quali Disney, Sony Pictures, Alibaba, AT&T’s WarnerMedia, Goldman Sachs e JPMorgan.

Ma ciò non è bastato a gettare le basi per un progetto veramente innovativo.

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Secondo alcune analisi, Quibi non è stata in grado di cogliere le esigenze del mercato e di rispondere in maniera innovativa alla concorrenza. L’idea di base era quella di permettere all’utente di guardare video brevi da mobile accompagnandolo nei viaggi in metropolitana piuttosto che in altre situazioni di mobilità. I video dell’app sono stati studiati per essere visualizzati sia in orizzontale che in verticale in momenti diversi della giornata e in maniera disordinata.

Complici la pandemia (i relativi lockdown) e la concorrenza delle altre app di video gratuiti, tra cui TikTok e Instagram, la piattaforma di streaming non ce l’ha fatta ad uscire dalla sua fase di startup. Eppure il management di Quibi aveva investito in collaborazione con grandi nomi tra cui Guillermo del Toro e Steven Spielberg.

Neppure il prezzo, inferiore a quello di Netflix e di Amazon Prime, ha lasciato l’app immune dal virus della concorrenza.

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Quibi, vittima della Pandemia?

Lavorare da casa è stata la campana a morte per Quibi, è il titolo che Rebecca Nicholson scriveva sul The Guardian lo scorso 24 ottobre. Katzenberg e Whitman infatti hanno fatto le loro più profonde scuse a tutti, attribuendo gran parte del fallimento aziendale alla Pandemia in corso.

Ma già in tanti avevano il sentore che questo tipo di app non ce l’avrebbe fatta ad emergere nel mare della concorrenza. Secondo alcuni analisti, il problema principale è stato la mancanza di focus e di conoscenza dell’utente, secondo altri una fase di test inesistente, secondo altri il ritardo di accordi per allargare la fruizione, come ad esempio l’accordo con Apple Tv, mentre altri ancora lamentano un’esosa campagna pubblicitaria televisiva.

Linkedin Stories

5 modi per promuovere il tuo business attraverso le LinkedIn Stories

  • Dopo esser diventate un format chiave su Instagram e Facebook, le Stories approdano su LinkedIn che punta su questa feature per massimizzare l’engagement degli utenti.
  • Le storie sono un’importantissima risorsa a disposizione delle aziende per interagire in maniera veloce e intuitiva con la loro audience.
  • Tutto il potere delle Stories a servizio del tuo business: come integrare questa nuova opzione nella tua marketing strategy.

 

In principio era Snapchat, poi Instagram e Facebook. Ora anche LinkedIn scommette sulle Stories per dare agli utenti e alle organizzazioni un modo semplice per condividere quello che accade in azienda, interagendo in tempo reale con il proprio network.

Linkedin Stories

Questo significa che puoi fare domande alla tua rete, condividere approfondimenti, notizie e scorci di vita aziendale, oppure offrire una demo dei tuoi prodotti e servizi.

Ma come integrare le LinkedIn Stories nella tua strategia di marketing?

Scopriamolo insieme.

Più di ogni altro format, le Stories ti consentono di dar vita alla tua azienda, di raccontarla attraverso le voci dei tuoi collaboratori, le sfide e le attività che stai portando avanti.

1. Aggiornamenti e insight

Sei impegnato in un progetto significativo per il tuo core business? Condividi gli aggiornamenti delle tue iniziative in tempo reale, dando spazio ai metodi e agli strumenti che aiutano il tuo team a rimanere motivato e produttivo.

Puoi anche consigliare alcuni approfondimenti: i libri che stai leggendo, i podcast che ti hanno suggerito idee interessanti, oppure delle risorse che hai scoperto online.

2. Dietro le quinte

Stai per lanciare un prodotto, un servizio o un evento? Incuriosisci e stuzzica il tuo pubblico attraverso contenuti dietro le quinte. Gli utenti adorano ricevere notizie in anteprima. Saranno coinvolti dalla dal tuo business ancor prima di conoscere in maniera approfondita quello che offri.

3. Novità e annunci dal brand

Come dimostra l’esperienza delle Stories su altre piattaforme, si tratta di una feature estremamente efficace per generare interesse intorno al lancio di un prodotto o di un evento. Questo perché chiunque può fruire facilmente di questo contenuto e condividerlo con il proprio network LinkedIn.

4. Le testimonianze dei clienti

Le persone tendono a fidarsi molto di più dei consigli forniti da altre persone che di qualsiasi pubblicità.

Ecco perché raccontare le testimonianze dei tuoi clienti attraverso le LinkedIn Stories è un’ottima strategia per far conoscere i tuoi prodotti e servizi. Incoraggia i tuoi clienti a condividere l’esperienza che hanno avuto con la tua azienda, pubblica queste esperienze nelle tue storie per attirare nuovi prospect.

5. Le voci dei collaboratori

Cos’è che dà vita al tuo business se non le persone che ci lavorano?  Mostra le persone dietro il tuo brand, le loro esperienze e competenze. Condividi i momenti salienti in cui questi sono protagonisti della tua narrazione aziendale.

Ciò contribuirà a creare una migliore connessione con il tuo pubblico, proprio perché le persone si fidano e si lasciano influenzare più facilmente da altre persone che da un’entità astratta come un’organizzazione.

Le 5 persone da includere nel tuo digital marketing dream team

Alcuni degli aggiornamenti in tempo reale che puoi creare attraverso le Stories includono clip di cerimonie di premiazione, frammenti di workshop, eventi e scorci di vita aziendale.

La narrazione del brand

Quanto detto dimostra che le Stories sono uno dei modi più efficaci per entrare in contatto con il tuo pubblico LinkedIn. Ti consentono di costruire l’identità aziendale, promuovere e posizionare la tua offerta commerciale.

Ricorda che le Stories non cambiano la natura di LinkedIn – un network di professionisti e aziende. Qualunque sia il contenuto che deciderai di integrare nella tua strategia di marketing, fai in modo che sia pertinente con il tuo business e che rifletta la mission e i valori del tuo brand.

Concorsi a premi online: scopriamo chi sono i partecipanti

  • Non basta fare contest online, bisogna anche misurarne i risultati.
  • Ecco come andrebbero definite le “participant personas”, seguendo le regole del MiSE.

 

Per un marketing manager che opera nel mondo online ciò che è fondamentale è misurare le performance delle strategie intraprese, anche se si tratta di contest.

Giveaway, Instant Win, Foto Contest sono solo alcune delle iniziative intraprese da aziende e brand per raggiungere degli obiettivi che sono fondamentali per un business: l’acquisizione di nuovi contatti di potenziali clienti e fidelizzare i già acquisiti.

Negli anni sono diventati degli strumenti chiave anche per i social network: Instagram Contest e Facebook Contest sono popolari tra gli utenti che si avvicinano al brand.

Le domande fondamentali che dovrebbe porsi chiunque abbia a che fare con l’organizzazione di un concorso a premi sono quelle che seguono e che analizzeremo anche con l’aiuto di una ricerca:

  • chi sono i partecipanti? 
  • quali sono i loro comportamenti online? 
  • quali sono i canali migliori per sponsorizzare l’iniziativa? 
  • come possono diventare virali?

Dietro ogni iniziativa si cela un’azienda iscritta alla Camera di Commercio, come da normativa italiana definita dal Ministero dello Sviluppo economico, che utilizzando software certificato ha realizzato un contest in modo legale. Di conseguenza la ricerca che analizzeremo non prende in analisi tutti i concorsi nati sui social ma non dichiarati al MiSE.

La ricerca ha analizzato più di 500 concorsi a premio pubblicati tra il 2019 e il 2020. Ha coinvolto aziende di moltissimi settori tra cui quelli travel, beauty, pets, retail, fashion, educational, kids, food e molti altri.

Perché è importante il benchmark

I benchmark mirano a costituire uno standard di riferimento con cui confrontare l’andamento delle campagne e conoscere anticipatamente alcuni dati per non commettere errori in fase di ideazione. Qui è analizzato l’audience dei partecipanti partendo dai dati demografici e successivamente dal loro comportamento con i device online.

La definizione della “buyer persona”

Anche se in questo caso è meglio riferirsi a “participant persona”, in quanto non è un vero e proprio cliente finale, la ricerca ha definito dei tratti comuni ai partecipanti dei concorsi a premi. Dallo studio notiamo come gli utenti più coinvolti hanno un’età compresa tra i 22 ai 44 anni, per lo più donne ed è da notare come il nord Italia sembri più partecipe.

benchmark sui concorsi a premio in italia

Anche se sono i dati a riferirlo, spieghiamo perché proprio questo target è più coinvolto nei concorsi a premio. Per quanto riguarda l’età dobbiamo tenere in considerazione che questa fascia è quella che usa quotidianamente gli smartphone non solo per sentire i propri cari o per le chiamate ma per navigare su Internet, cercare offerte e iscriversi ad app e portali.

Anche la distribuzione territoriale non è un caso, infatti spesso i programmi fedeltà e i contest sono legati a una rete di negozi e il nord Italia ha il numero più alto di store per franchising.

Non sottovalutare mai una landing mobile friendly

Lo studio prosegue con un’analisi dei device utilizzati e dei browser. In quanto attività di svago, i contest contano molte partecipazioni da smartphone. In particolare per i foto contest capiamo bene il motivo, infatti le foto spesso sono generate già attraverso il cellulare e quindi una landing page deve essere ottimizzata per far procedere il caricamento del contenuto dalla galleria del telefono al contest senza intoppi.

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La media dei lead raccolti e il CR: le North Star dei concorsi a premi

Dopo aver conosciuto la nostra audience è il momento di capire cosa possiamo aspettarci da un contest che sia un successo. Il CR, ovvero il conversion rate (il rapporto tra le visualizzazioni e i lead raccolti) , oscilla tra il 12% e il 25% in base al prodotto preso in esame. Ognuno di esso corrisponde a una meccanica di gioco ben precisa che coinvolge in modo diverso l’utente, specialmente richiede un effort da parte del partecipante totalmente diverso.

Un esempio pratico è quello di un Instant Win contro un Foto Contest, nel primo caso l’utente deve solo compilare un form e scoprire subito se ha vinto.

Nel secondo caso invece deve produrre un contenuto (foto, illustrazione, immagini) e caricarlo sulla piattaforma di gioco.

Meno azioni sono richieste e più si alza il CR ma dobbiamo fare attenzione a non farci ammaliare dall’ottenere numeri alti. Infatti ogni meccanica di gioco viene scelta soprattutto per l’obiettivo che si vuol raggiungere e se tra questi c’è l’UGC non possiamo creare un Instant Win.

Come prepararsi al Black Friday grazie al Cloud Server

Ancora oggi quando realizzano una campagna di marketing molto aggressiva o fanno una promozione importante in momenti specifici dell’anno come il Black Friday, le aziende sottovalutano l’importanza delle soluzioni web utilizzate. In queste occasioni, infatti, il portale web/eCommerce potrebbe subire in pochi minuti dei picchi di traffico, impossibili da quantificare prima dell’evento stesso.

Per molte persone la stagione delle festività natalizie è il periodo più bello dell’anno, ma per i retailer è certamente quello più intenso. Orde di desiderosi acquirenti di regali affollano negozi e siti web durante i mesi di novembre e dicembre, con una mole di vendite che può arrivare a rappresentare fino al 30% delle vendite annuali di un’azienda. E in particolare nei giorni di punta dello shopping, come il Black Friday (il prossimo 27 novembre!), i merchant online vedono un traffico tre volte superiore al solito.

Un dato destinato a crescere ulteriormente quest’anno, visto il boom dell’eCommerce legato alla pandemia.

Per trarre vantaggio da questo incremento di attività sul web (ma non solo), i rivenditori devono espandere rapidamente le loro infrastrutture e le loro operazioni per far fronte alle impennate della domanda. Non è un compito facile, ma preparandosi per tempo è possibile mettere al sicuro i propri affari, anche grazie al cloud.

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Il cloud per non perdere neanche una vendita

Si sente sempre più spesso parlare di esperienze di acquisto frictionless, per aiutare gli utenti a sentirsi a proprio agio nel completare il proprio shopping online. Immagina, quindi, la frustrazione che potrebbe provare un potenziale cliente, magari già pronto a cliccare su “Acquista ora”, nel vedere che il sito crolla e non è più raggiungibile. No, no, no. Brutto segno! E spesso questo lo porterà a desistere e a rivolgersi a un competitor.

Qual è la soluzione? I retailer più lungimiranti stanno già utilizzando il cloud server per gestire la corsa allo shopping natalizio. In realtà questi strumenti possono portare un vantaggio in qualsiasi momento dell’anno, dato che tutte le aziende che possono subire improvvisi ed estremi picchi di attività.

I vantaggi di un cloud server

Per evitare di perdere clienti e di danneggiare l’immagine del brand a causa di un blocco del sito web non pianificato, i più esperti leader tecnologici testano le le loro infrastrutture con largo anticipo. Molti si affidano alle soluzioni cloud per aggiungere dinamicamente più risorse di calcolo e di archiviazione man mano che il traffico del sito sale, per poi ridimensionarsi automaticamente quando la domanda diminuisce.

Oltre a prevenire le interruzioni, il trasferimento di traffico consente spesso di ridurre i costi di hosting dell’infrastruttura.

Un altro aspetto da non sottovalutare, inoltre, è legato al mobile. Se gli acquisti da smartphone stanno già superando quelli da desktop, tuttavia oltre il 50% dei siti viene abbandonato quando richiede più di tre secondi per essere caricato.

Per ridurre la latenza sui loro siti mobili e sulle app durante le festività, i rivenditori utilizzeranno soluzioni cloud che forniscono contenuti in tutti i punti di presenza distribuiti a livello globale.

Ma non si tratta solo delle vendite online. La tecnologia cloud, infatti, può contribuire ad abbreviare i tempi di attesa – e le lunghe code – anche per gli acquirenti in-store, ora che molti retailer hanno adottato soluzioni cloud-based che consentono agli addetti alle vendite di effettuare pagamenti con carta di credito in qualsiasi punto del negozio. Poiché le informazioni sono memorizzate nel cloud piuttosto che in locale, questi sistemi hanno l’ulteriore vantaggio di integrarsi perfettamente con altre fonti di dati, come i record del programma fedeltà e i motori di recommendation.

E questi sono solo alcuni degli aspetti da considerare e dei vantaggi da tenere in considerazione parlando di eCommerce, Retail e cloud.

Quali sono le caratteristiche del cloud server ideale

Pur avendo adeguato la potenza di calcolo del tuo cloud server o più in
generale della tua architettura per tempo, è da considerare l’importanza di un monitoraggio attento e continuo, cioè una sorta di presidio operativo.

Se la campagna che hai in mente per il Black Friday, ad esempio, dovesse riscuotere tantissimo successo, a fronte di particolari picchi di traffico, un rallentamento dei tempi di caricamento delle pagine di destinazione o addirittura una loro irraggiungibilità provocherebbe seri danni al tuo
business, con un abbandono degli utenti praticamente immediato, per non parlare della reputazione del tuo brand.

Di qui il fattore tecnico, ossia l’adeguatezza dell’infrastruttura cloud, ma anche quello umano, vale a dire l’adeguatezza del tipo di assistenza offerta dal provider. Un elemento di primaria importanza e da non sottovalutare in termini di prontezza nella risposta a qualsiasi imprevisto tecnico.

Volendole riassumere in pochi punti, le caratteristiche del cloud ideale per le campagne di marketing e la reazione ottimale ai picchi di traffico, quindi, dovrebbero essere:

  • avere una scalabilità immediata che non comporta variazioni di nessun genere: in cui basti, insomma, adeguare le risorse con upgrade verticali (dove non devo
    aggiungere altre virtual machine ma posso scalare quelle delle macchine che già compongono l’architettura web).
  • Una buona ottimizzazione /tuning dell’infrastruttura.
  • Un supporto tecnico disponibile in modo immediato (il fattore umano non va mai sottostimato, anzi!).
  • La possibilità di fruire di un servizio di presidio operativo per cui al momento della campagna, una persona dello staff del provider si occuperà di monitorare la coerenza delle prestazioni e del TTFB /tempo di caricamento delle pagine e interverrà con upgrade immediati o soluzioni laddove si noti una riduzione dei tempi di risposta dei server durante il click time.

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L’America a un bivio: tra Trump e Biden è guerra di spot

  • La campagna presidenziale degli Stati Uniti ha infranto ogni regola passata e si è aggiudicata il primato di più costosa di tutta la storia Americana!
  • I negative ADS, spot contro l’avversario, sono stati prodotti nell’80% dei casi dal presidente Trump e nel 62% dei casi da Joe Biden.

 

Nell’anno della pandemia il tema della sanità è entrato prepotentemente nell’agenda politica delle elezioni USA 2020. Il Republican National Commitee (RNC) ha aggiunto, per gli ultimi giorni di campagna, ben 9 milioni di dollari tutti su uno spot di 30 secondi, denominato “Noise”, che sta andando in onda negli stati più contesi come Arizona, Michigan, North Carolina e Wisconsin.

“Noise”, Trump, 2020

Joe Biden ha puntato moltissimo sul tema della sanità e ha attaccato ripetutamente il presidente Trump, accusandolo di gestione fallimentare dell’emergenza. In “Ready to lead”, andato in onda durante il picco del Coronavirus negli States, il senatore dem chiede un “Nationwide Mask Mandate”.

“Ready to lead”, Joe Biden, 2020

La polarizzazione del consenso

Glauco Maggi, inviato de La Stampa a NY, nel suo recente libro “Il guerriero solitario. Trump e la Mission Impossible” nota come il principale avversario del Tycoon sia proprio se stesso: avendo polarizzato moltissimo il consenso, gli States si sono divisi in vere tifoserie tra chi lo ama e chi lo detesta, al di là di quello che è stato fatto o non fatto in questi 4 anni e dei dati economici e occupazionali incoraggianti pre-pandemia. Un voto di stomaco, dunque, che asseconda le simpatie personali di ciascuno e meno le issue classiche che spostavano il consenso, come economia e politica estera.

La spesa degli spot a seconda dei temi in agenda, New York Times

La campagna a schieramenti si riflette nei social media, dove gli algoritmi assecondano questa polarizzazione dell’informazione: le persone vedono, interagiscono, si uniscono a community e costruiscono conversazioni esclusivamente attorno a coloro che la pensano in maniera equivalente. Il dialogo con le altre tifoserie è rarissimo così come lo scambio di contenuti tra chi la pensa in maniera opposta.

La polarizzazione delle conversazioni social non viene scalfita nemmeno dai media mainstream, la cui credibilità è minata dalla pluralità delle fonti, tra cui vive e prospera anche il link o il meme condiviso in bacheca dal vicino di casa o dalla fidanzata. I social media, nati come una piazza aperta e plurale, sono inevitabilmente vittime del loro stesso algoritmo: gli utenti vedono i contenuti a loro più affini, radicalizzando le proprie posizioni. Più le rispettive fazioni sono coese più difficilmente saranno impermeabili al dissenso, anche se argomentato. Un meccanismo illustrato perfettamente dal prof. Niall Ferguson, nel documentario “Networld”, tratto dal suo recente best seller “La piazza e la Torre”.

L’uso degli Spot

Nell’era delle certezze granitiche e degli ultras, la televisione non drena più consenso? Tutt’altro: in una società, come quella statunitense, dove la media dell’età di chi si reca alle urne è particolarmente alta, la TV detiene ancora un ruolo da protagonista e la gran parte dei budget viene stanziato per produrre e mettere in onda gli ADS, la cui tradizione risale al celebre scontro Eisenhower-Stevenson del 1952.

L’effetto degli spot nel 2020, all’interno di una corsa presidenziale così polarizzata, sarà con tutta probabilità mitigato rispetto al passato. Anche i negative ADS (gli spot contro l’avversario), che da sempre rappresentano da soli i due terzi di tutta la messa in onda, hanno più difficoltà a penetrare nei fortini dell’elettorato avversario, a meno di trovare una smocking gun finale, come sta provando a fare il presidente Trump cavalcando l’inchiesta del New York Post (censurata da Twitter) nei confronti del figlio di Joe Biden, Robert Hunter Biden, accusato di connivenza e loschi affari con un oligarca ucraino e con aziende petrolifere legate al regime di Pechino.

“Biden Lied“, Trump, 2020

L’immagine di Biden, con un’espressione confusa e smarrita, vuole assecondare le voci su una sua demenza senile, ed è ricorrente nella campagna di Trump, oltre che nei meme che circolano sui social di mezzo mondo.

Gli ADS dell’ex vice presidente cavalcano ovviamente il tema della pandemia, criticando aspramente l’operato del Presidente in carica. In “I Alone”, si ripete la frase di Trump “Solo io posso aggiustare questa situazione”, mentre i dati dei deceduti e dei contagiati scorrono inesorabili, scritti con una font oro, stile casinò di Las Vegas, quasi fossero gli slogan del Tycoon.

“I Alone”, Biden, 2020

Nella campagna elettorale 2020 i negative ADS sono stati prodotti nell’80% dei casi dal presidente Trump e nel 62% dei casi da Joe Biden. Il Republican National Committee (RNC) ha tirato fuori l’artiglieria pesante solo in queste ultime settimane: negli stati leaning (in bilico) si stanno spendendo ben 25 milioni di dollari in spot TV. I telespettatori che vedranno i nuovi ADS sono quelli in particolare di Arizona, Iowa, Michigan, North Carolina, Florida, Pennsylvania, Georgia, Nevada, Wisconsin, Iowa e Ohio.

Il comitato di Biden ha speso molto di più: ben 53 milioni, soltanto nell’ultimo mese, con ben 38 tipi diversi di spot soltanto in Pennsylvania. Tuttavia il presidente in carica, che ha speso meno del 2016, conta molto sulla visibilità dei suoi affollatissimi comizi e sulla copertura mediatica organica, quantificata da Bill Stepien, il campaign manager di Trump, in 48 milioni di dollari a settimana.

La campagna Trump sta anche spendendo direttamente anche su reti via cavo locali che hanno un alto numero di spettatori tra gli elettori più rurali, come RFD-TV, WGN-TV e Weather Channel, e sta puntando molto anche sulle stazioni radio evangeliche e conservatrici.

La spesa in ADS dei due candidati, New York Times

Le issues in agenda nel 2020

Il presidente Trump era partito con un’altissima percentuale di approvazione a gennaio 2020 (49%) per poi scendere tra il 38% e il 42% a seguito della pandemia. Secondo gli ultimi rilevamenti di Gallup, l’economia resta al primo posto nei pensieri degli americani (e resta anche il tema più presente negli spot), seguito dai temi della sicurezza nazionale e del terrorismo (presenti quasi esclusivamente negli ADS di Trump). Due punti che potrebbero far ben sperare il Presidente in carica, se non fosse per l’entrata del Coronavirus nel dibattito e per le polemiche legate alle tematiche razziali (che crescono di importanza dal 30% al 45% da dicembre 2019 a settembre 2020).

Record Smashing, Trump 2020

Made in America, Biden 2020

La risposta all’emergenza sanitaria è fondamentale non solo per il 93% dei democratici ma anche per il 61% dei repubblicani, una percentuale enorme se confrontata con gli altri temi di attualità, ad esempio il cambiamento climatico, che si ferma al 23% di attenzione nell’elettorato GOP ed è presente solo negli spot di Joe Biden.

Immagini e significati negli spot più belli della campagna

In “Vote For”, Joe Biden punta tutto sulle emozioni, facendo un appello a tutti gli americani per andare a votare, in qualunque modo possibile. “Il tempo delle divisioni finirà presto”, dice la sua voce fuori campo. I valori sono tracciati da parole e immagini mai casuali: “Empathy” (0:07), una madre (?) che incoraggia (per la partita?) la figlia un po’ corpulenta appena scesa da un truck, mentre una mazza da baseball spunta dallo zaino. Biden è poi ritratto a pregare assieme a una comunità di donne afroamericane (0:08).

“Vote For”, Biden 2020

“Respect” (0:09) è l’abbraccio con un anziano reduce. Quando compare “Honor” (0:10), sono tutti in piedi mano sul cuore a cantare l’inno (nessuno in ginocchio) ma le tribune sono mezze vuote, la disillusione di molti è tangibile. La ragazza in primo piano, tatuata, accanto all’amica dall’aspetto latino. La parola “Honor” (0:11) è anche accompagnata dalle immagini del compianto John  McCain e di sua moglie Cindy, il cui endorsement per il Dem ha fatto scalpore.  La recentemente scomparsa giudice della corte suprema Ruth Ginsburg, pioniera delle battaglie liberal si fa spazio nello spot accompagnando la parola “Equality” (0:12) come un monito a chiunque voglia intaccare l’imparzialità della corte stessa. Cosa potrebbe accompagnare “Bravery” (0:14) se non medici e infermieri? In questo caso tutti di colore e una di loro con un pugno alzato, come nelle battaglie razziali delle Black Panther.
“Love” (0:15) sono due persone che si abbracciano, in una casa di una periferia americana. Donald Trump viene citato solo al secondo 0:16 alla parola “Truth”: la sua presenza aleggia in una sala stampa deserta della Casa Bianca. Lo spot prova a fare breccia nel fortino avversario con l’immagine di un rodeo (0:24), controbilanciata subito da una catena umana (proteste BLM?) a 0:25.

America First, Trump 2020

“America First”, è invece un lungo e visualizzatissimo spot di Donald Trump, che riprende invece uno dei suoi più celebri speech. “Per troppo tempo”, dice la voce fuoricampo del Presidente, “L’establishment ha protetto se stesso”. Le immagini di Hillary, Bill Clinton, Joe Biden , Obama e Nancy Pelosi scorrono disturbate dal classico effetto “vecchia televisione”, utilizzatissimo nei negative ADS. “Le loro vittorie non sono state le vostre vittorie”. Ma quali sono questi trionfi a cui si riferisce? Joe Biden brinda col presidente cinese: il telespettatore può ben immaginarlo.
Il cambiamento del registro comunicativo e musicale dello spot parte dal secondo 0:21: Donald Trump entra in scena, scende da un elicottero come quell’eroe che tutti stavano aspettando. Interessantissimo che le parole “new vision will govern our land” siano affiancate da immagini della manifattura “made in USA” (da 0:32).

“Buy American and hire American”, invita il presidente Trump (0:40), facendo leva su temi molto sentiti nel suo elettorato.
Il terrorismo islamico compare dal minuto 1:00 e l’attenzione si sposta sugli uomini in divisa. “Law and order”, lo slogan di Trump è declinato in una carrellata di quelli che lui definisce “Great men and woman of our military and law enforcement”.

La nuova era trumpiana fa eco a Kennedy:“We sill bring back our dreams” (1:23), ritornare a sognare significa anche veder decollare il razzo di SpaceX con gli astronauti americani a bordo.
La maggiore distanza con Biden è tutta qui: “This moment is your moment. It belongs to you”, Trump ha creato un vero e proprio movimento di persone che lo adorano al di là del Partito Repubblicano; se si trattasse di una rock star parleremo di fan base.

Unpredictable

La domanda che tutti si fanno è la medesima: i sondaggisti avranno toppato anche questa volta, come 4 anni fa, e sarà Trump a prevalere oppure tutto andrà come previsto e trionferà il vecchio Biden?

La notizia più recente è che i repubblicani stanno ottenendo una quantità maggiore di nuovi elettori registrati, specialmente in alcuni swing states, come racconta questa inchiesta del Time.

Tuttavia i risultati sono totalmente imprevedibili, e l’alta affluenza all’early vote (si può votare sia al seggio che via posta) potrebbe avvantaggiare i Dem o potrebbero essere semplicemente un segnale del timore degli anziani (la base elettorale più ampia di Trump) a mettersi in fila il 3 novembre. Gli Stati Uniti, la cui leadership è minata dalla Cina e da molti altri ingombranti attori di un mondo multipolare, hanno davanti a un enorme bivio e la vittoria di uno o dell’altro candidato non potrà che portare a riflessioni importanti sulla composizione, demografica, economica e valoriale, della propria società.