Dimmi come compri e ti dirò chi sei: identikit del consumatore digitale italiano

Customer journey, omnichannel, eCommerce, sono solo alcune delle parole chiave per iniziare a interpretare i comportamenti di acquisto del consumatore di oggi, che a tutti gli effetti possiamo definire digitale. Dallo smartphone al tablet, dal computer alla fidelity card utilizzata in negozio, dalla ricerca di informazioni su Google all’acquisto online, il suo percorso è sempre più variegato e anche i punti di contatto con i brand possono essere molteplici.

Come comprenderli al meglio per aumentare le vendite? Partendo innanzitutto da una ricerca che ci rivela quali sono gli otto principali profili del consumatore digitale italiano.

Condotta da Netcomm in collaborazione con Diennea MagNews, “Il consumatore digitale allo specchio” ha preso in considerazione un campione rappresentativo di 29,8 milioni di internauti (uomini e donne di almeno 18 anni, che risiedono su tutto il territorio nazionale), composto da circa 2.000 individui che hanno acquistato online o offline nei sei mesi precedenti al periodo di somministrazione della ricerca almeno una delle cinque categorie di prodotto oggetto dell’analisi: abbigliamento, scarpe e accessori; elettronica di consumo; bellezza e cosmesi; salute e benessere; arredamento e home living.

In un percorso di acquisto sempre più individuale e personalizzato, nel quale diventa difficile ricostruire modelli su larga scala, è comunque possibile individuare alcune caratteristiche comuni di cluster di consumatori sulla base di tre principali dimensioni:

  1. touchpoint utilizzati e considerati rilevanti nella decisione;
  2. “trigger” in grado di convincere il consumatore ad acquistare per la prima volta o a riacquistare quel prodotto in quel momento;
  3. canale in cui si finalizza l’acquisto (online o offline).

Scopriamo insieme l’identikit degli otto profili individuati.

1. Il Tradizionalista e-Informato

consumatori digitali italiani

Credits: MagNews

Questa tipologia di consumatore costituisce il 9,9% del campione analizzato. Cluster popolato da un target principalmente di età superiore ai 65 anni e abitante delle grandi città, si approccia al mondo digitale e mobile con qualche difficoltà. Compra in genere offline e pur essendo incuriosito dalle tecnologie avanzate di pagamento, ha una dotazione di strumenti di pagamento poco varia: qualche app di shopping e qualche carta fedeltà.

Acquista preferibilmente arredamento, accessori per la casa e strumenti per il giardinaggio. Spesso compra prodotti simili ad alcuni già provati ed è il cluster con la spesa media più elevata (+130% rispetto alla media).

Nel procedere all’acquisto, questo consumatore digitale italiano utilizza internet (siti web comparatori, eCommerce, forum / blog o il sito e la pagina del brand) solo per reperire informazioni che gli serviranno per la sua spesa offline in negozio. Quando effettua il suo acquisto anche l’opinione dell’addetto alle vendite diventa importante.

Un dato importante? Il Tradizionalista e-Informato è aperto alle comunicazioni, soprattutto di tipo direct: il 36% ha dichiarato di essere stato convinto a compiere l’acquisto da una notifica, una mail o un SMS.

2. Il Conservatore Irremovibile

consumatori digitali italiani

Credits: MagNews

Questo secondo profilo riguarda il 12,7% del totale analizzato: prevalentemente donna over 55, risiede in piccoli centri urbani ed è il cluster che ha meno confidenza con il digitale, i
social e il mobile, per questo compra offline.

Non utilizza molti strumenti di pagamento, app di shopping o carte fedeltà, ma è un cliente altamente fidelizzato, che in genere riacquista prodotti che già conosce soprattutto nei settori Bellezza e cosmesi, Salute e benessere.

I touchpoint rilevati nel caso del Conservatore Irremovibile sono in media 0,3 (contro i 2,5 touchpoint medi) e l’unico considerato davvero rilevante è il parere dei commessi in negozio.
Non viene attivato da particolari trigger, come le comunicazioni dirette, ai quali in generale non risulta reattivo.

3. L’Influenzabile

consumatori digitali italiani

Credits: MagNews

2 milioni di consumatori fanno parte di questa categoria di consumatori (il 7,2% del totale). Si tratta per lo più di donne, sotto i 25 anni o sopra i 65, residente in centri abitati molto piccoli o molto grandi, con poca confidenza con il digitale, seppure con grande familiarità con il mobile.

Smartphone alla mano, compra offline e non è particolarmente fidelizzato rispetto a un brand o a un prodotto, preferendo cambiare e variando soprattutto tra le categorie Abbigliamento, scarpe e accessori, Bellezza e cosmesi, Arredamento & Home Living con una spesa media bassa (-47% rispetto alla media).

I suoi touchpoint sono principalmente offline (cataloghi, riviste e negozi), ma si tratta di un consumatore digitale molto recettivo rispetto alle pagine degli influencer sui social.
I trigger sono molto più efficaci su questo cluster che sugli altri: comunicazioni dirette di promozione e sconti, pubblicità, visite del negozio, danno il via nella maggior parte dei casi al processo
di acquisto.

4. L’Informivoro

consumatori digitali italiani

Credits: MagNews

Il 5,7% del totale degli intervistati, corrispondente a circa 1,5 milioni di consumatori digitali italiani, rientra nel cluster degli Informivori: composto da uomini e donne, ma con una prevalenza maschile, soprattutto under 30, ha una elevata confidenza con le tecnologie digitali.

Questi consumatori comprano in particolare online e da app, utilizzando diversi strumenti di pagamento, dai più comuni (come carta di credito/debito e il bancomat) a quelli tecnologicamente più avanzati (ad esempio Satispay e app di pagamento); inoltre, possiedono un alto numero di carte fedeltà.

Si tratta di un cluster scarsamente fidelizzato rispetto a un brand o a una marca e molto sensibile alle offerte, con una spesa media elevata (+85% rispetto alla media)

Come fa dedurre il nome di questa categoria, l’Informivoro ricerca una notevole quantità di notizie prima di comprare: il suo percorso di acquisto è piuttosto lungo e dall’orientamento alla scelta vengono attivati e utilizzati tutti i touchpoint possibili sia online che offline (circa 4,4 contro i 2,5 medi del campione). Se da un lato dà molto peso ai feedback e alle opinioni offline, dall’altro non è influenzato dai pareri e dai consigli di amici e parenti. Ciò che spinge all’acquisto questo cluster sono i trigger, estremamente funzionali a sollecitare l’utente, dalla notifica di una promozione a una ricerca comparativa.

5. Il Fast Shopper

consumatori digitali italiani

Credits: MagNews

Circa 8,6 milioni di consumatori italiani (31,8 % del totale) rientra in questa categoria, che si configura così come il cluster più popolato.

Vi rientrano soprattutto donne, con un’età media compresa tra 35-54 anni; confidenza con le tecnologie digitali non avanzata, approssimativamente in linea con il comportamento della popolazione online. Utilizzano diversi strumenti di pagamento, per lo più comuni (carta di credito/debito, bancomat e PayPal) e possiedono un elevato numero di carte fedeltà.

Non hanno una categoria di prodotti preferita, al contrario variano spesso i prodotti acquistati, con una spesa media bassa (-44% rispetto alla media).

Il percorso di acquisto del Fast Shopper è caratterizzato da una quasi totale assenza di ripetitività: se da un lato non vengono preferite delle specifiche categorie di prodotto, dall’altro non vengono neanche utilizzati con regolarità i touchpoint per formulare le scelte. Il percorso di orientamento è praticamente nullo e prevede l’attivazione di solo 0,7 touchpoint, rispetto alla media generale di 2,5. Questa assenza di ricerca, che si può tradurre anche come sicurezza rispetto ai prodotti da comprare, si riflette nella scarsità di efficacia che i trigger hanno sulla decisione di acquisto: le comunicazioni targettizzate via email, SMS o notifica di promozioni e sconti hanno maggiore effetto, ma solo il 16% degli appartenenti a questo cluster afferma di esserne positivamente influenzato.

6. Lo “Sherlock” Digitale

consumatori digitali italiani

Credits: MagNews

L’11,7% del totale degli intervistati, corrispondente a 3,2 milioni di consumatori digitali italiani, rientra tra gli “Sherlock” Digitali. Si tratta soprattutto di uomini under 30, con una notevole confidenza con le tecnologie digitali e i social, che comprano in particolare online e da app.

Proprio come il cluster precedente, questo consumatore utilizza diversi strumenti di pagamento, dai più comuni (come carta di credito/debito ed il bancomat) a quelli tecnologicamente più avanzati (Satispay e app di pagamento); inoltre possiede un numero elevato di carte fedeltà.

La categoria di acquisto preferita è quella dell’Elettronica di consumo, con un volume di spesa elevato (+25% rispetto alla media), e difficilmente riacquista lo stesso prodotto

Il suo percorso di acquisto è molto articolato, attiva tutti i touchpoint relativi al mondo online, web e social, mentre non prende in particolare considerazione l’offline. Per questo motivo, i trigger più efficaci su questo cluster sono quelli di tipo diretto, specialmente quando la comunicazione è promozionale.

7. Il Look Maniac

consumatori digitali italiani

Credits: MagNews

Sono 2,5 milioni di internauti a rientrare nel cluster dei Look Maniac (9,4% del totale): per lo più donne under 24, hanno una buona confidenza con il digitale e sono molto attive sui social (soprattutto Snapchat, YouTube e Pinterest).

Utilizzano più strumenti di pagamento e possiedono diverse carte fedeltà, ma diversamente da ciò che si potrebbe pensare, non utilizzano molto le app di shopping. Sono abbastanza fedeli rispetto a prodotti e brand e le loro categorie di acquisto preferite sono Abbigliamento, scarpe e accessori e Arredamento e home living. La loro spesa è leggermente inferiore alla media (-20%), costituiscono il cluster ideale per i loyalty program!

I touchpoint attivati nel loro percorso di acquisto vanno dall’online (pagine web, forum, ma soprattutto pagine social e influencer) all’offline (dal consiglio di amici e conoscenti alle vetrine dei negozi). Il denominatore comune tra tutti i punti di contatto è la capacità di dare ispirazioni. Per questo motivo i trigger di attivazione all’acquisto sono molto efficaci: è infatti il secondo cluster più sensibile e il meccanismo più incisivo è la visita in negozio, seguita dalle comunicazioni dirette (mail, SMS e notifiche).

8. Il Friend Follower

consumatori digitali italiani

Credits: MagNews

3,1 milioni di consumatori digitali italiani (11,6% del totale) rientrano, sulla base del survey, tra i Friend Follower, ossia quei consumatori che pur informandosi online, scelgono soprattutto sulla base di opinioni di amici e passaparola.

Per lo più uomini tra i 55 e i 64 anni, utilizzano il web in linea con una predilezione maggiore per i social e in particolare per LinkedIn. Possiedono una buona dimestichezza con tutti gli
strumenti di pagamento, ma non con i più evoluti ideati per lo smartphone e utilizzano qualche app di shopping. Non acquistano in una categoria prediletta, anche se Elettronica di consumo
e Salute e benessere sono tra le preferite, e non hanno un brand preferito.

Il loro volume di spesa è leggermente superiore alla media (+33%) e nel percorso di orientamento all’acquisto, soprattutto nella fase iniziale utilizzano i touchpoint digitali classici (motori di ricerca, comparatori, eCommerce e sito web del brand). Al momento dell’acquisto, invece, i touchpoint più attivati e rilevanti sono i consigli di amici e conoscenti e, nel caso di visita in negozio, degli addetti alle vendite.

I trigger di attivazione sono molto efficaci per questa categoria, soprattutto quelli relativi al consiglio di un amico, seguiti dalle comunicazioni direct (il 24% dichiara di essere stato convinto a compiere l’acquisto da una comunicazione quale mail, SMS o notifica).

Esperienze di acquisto uniche per consumatori unici

Credits: MagNews

Credits: MagNews

Gli identikit di questi consumatori digitali italiani ci portano a considerare che oggi ogni consumatore è unico. Per questo motivo anche i percorsi di acquisto sono molto differenti tra loro e legati ad abitudini, bisogni e livelli di confidenza con i diversi strumenti a disposizione delle aziende, sia online che offline.

Individuare un’unica tipologia di consumatore digitale è impossibile, così come categorizzarli all’interno degli schemi degli “acquirenti” tradizionali: gli internauti hanno profili fortemente differenziati tra loro, ma tutti accomunati dalla voglia di vivere esperienze di acquisto personalizzate e uniche.

Come dovrebbero rispondere le aziende? Come suggerito anche nella ricerca di Netcomm e MagNews, i brand devono utilizzare oggi tutti i dati e le tecnologie a loro disposizione per comprendere in modo tempestivo i comportamenti di acquisto di clienti e potenziali clienti, trasformandoli nei messaggi della comunicazione diretta (email, SMS o notifiche push) più efficaci per condurre alla finalizzazione dell’acquisto, all’interno di un approccio multicanale indispensabile per creare relazioni davvero uniche e in grado di portare ad un tasso sempre maggiore di fidelizzazione.

Puoi scaricare la ricerca completa qui.

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Come l’HyperContent Marketing può migliorare l’esperienza di marca

Viviamo in una società dove il valore dell’esperienza sta aumentando esponenzialmente, in tutti i campi. Nella quotidianità tutti i ruoli che assolviamo (padre/madre, fidanzato/a o marito/moglie, impiegato/imprenditore, compagno/a di squadra etc) vengono accompagnati dalla necessità di essere vissuti in un contesto speciale, altamente custom e – se possibile – secondo un carattere di “condivisiblità”: tutto ciò che faccio deve poter diventare oggetto di uno share, premiando la nostra “vita parallela” sui social.

Esagerato? Pensateci. Tutte le piattaforme hanno tentato di fornire agli utenti strumenti che potessero immortale ogni attimo (le “Stories” in ogni formato e salsa ne sono un esempio) facendo sì che l’esperienza potesse elevare il proprio valore, forti di un apprezzamento portato da piogge di like, commenti ed emoticons. Il passaggio fra esperienza reale e digitale diventa così booster della propria percezione: l’approvazione portata dagli altri ci gratifica, ergo impreziosisce il nostro vissuto.

Visual content marketing

Non a caso il 14esimo rapporto Censis sulla comunicazione ha fotografato nel nostro Paese una situazione mutata sostanzialmente rispetto anche solo a dieci anni fa: sono i social media, ora, alla base dell’immaginario collettivo.

L’innesco di un meccanismo di condivisione da parte degli utenti dipende quindi dal tipo di esperienza che vivono. Laddove il percepito è di valore, ecco che si attiva il processo di sharing verso la propria rete, nella speranza che l’effetto raccolto sia essenzialmente positivo: ed è qui che le marche combattono la propria quotidiana battaglia per guadagnarsi un posto al sole. Maggiore è infatti il numero di ambassador che si raccolgono grazie a questo meccanismo, migliore sarà il posizionamento su quei canali che nel gergo del content marketing definiamo Earned Media, i media guadagnati.

Calare il jolly dell’esperienza di marca: unire il contesto del consumatore allo storyworld di marca

Nel testo “Customer Experience Design. Progettare esperienze di marca memorabili sui media digitali” viene spiegato con chiarezza ed efficacia l’aspetto di un’esperienza di marca che sia altamente memorabile. Addirittura, si propone un framework efficace per la sua progettazione che ci sentiamo di consigliare a tutti.

LEGGI ANCHE: Customer Experience Design: il libro per progettare esperienze di marca memorabili sui media digitali

Al centro di tutto rimane comunque l’aspetto del valore percepito dall’utente, che deve evidentemente essere messo in una condizione agevolata per interagire con il brand e soddisfare i suoi bisogni.

È a questo livello che emerge la necessità di superare il confine fra ordinario e straordinario, andando a costituire un’esperienza che possa diventare veramente memorabile: ed essendo l’esperienza la base per la nascita e lo sviluppo di qualsiasi narrazione, ecco che capiamo quanto sia basilare per ogni marca costituire un flusso fatto di touchpoint e di meccaniche che possano costituire non un semplice passaggio di stato basato sulla soddisfazione di un bisogno (la leva su cui si basano essenzialmente tutti gli acquisti che facciamo) ma un’evoluzione a 360°, che coincida con quella che possiamo definire narrazione di marca.

Entro nella dimensione di un brand per elevarmi, cambiare, trasformarmi: attraverso l’uso dei suoi prodotti e un viaggio nel suo storyworld, vivo una storia che diventa la mia.

L’impiego degli HyperContent può in questo senso diventare una leva decisiva: perché?

Content marketing: ruoli e dinamiche

I  contenuti  che trovano senso anche nella relazione che si instaura con lo spazio e il tempo circostante,  cioè  con  il  contesto  in  cui  l’utente  è  calato, possono diventare l’occasione per rendere tangibile i pillar su cui l’immaginario di marca viene costituito.

Il match fra contesto spazio-temporale dell’utente e input del brand possono infatti costituire un’esperienza che oltre a risultare altamente personale, potrebbe costituire un importante ponte per condurre nello storyworld di marca, proponendo così call to action altamente personalizzate che portino l’utente/consumatore a diventare ambassador di marca.

Come spiegato nel post Fra social media e retail: nuovi equilibri fra online e offline, tutto questo è già possibile oggi, grazie a nuove feature sulle piattaforme digitali attualmente in uso. Il legame fra rete online e retail ad esempio è più vivo che mai, con l’anno prossimo che potrebbe rivelarsi l’anno uno della nuova era dell’augmented reality “di massa”, grazie a device mobile sempre più performanti e wearable device che si diffonderanno in maniera più capillare.

Ogni azienda quindi dovrebbe incominciare a interrogarsi, nel momento in cui si stilano i budget e si studiano le strategie (di contenuto, e non solo), su come la propria customer experience è progettata, e in particolare come questa incrocia l’opportunità di costruire hypercontent, cioè come si può sfruttare il contesto dell’utente a proprio a vantaggio.

Quali sono i plus di questa presa di coscienza è presto detto:
– l’opportunità di guadagnare advocate altamente qualificati, perché sospinti da un alto valore percepito;
– la memorabilità dell’esperienza, che porterebbe il brand a guadagnarsi un vantaggio non indifferente;
last but not the least, la capacità di ogni hypercontent di diventare collettore di dati, in grado di produrre molte info per ogni utente coinvolto e profilarlo così con altissima precisione.

Cosa serve per entrare nel mondo dell’HyperContent Marketing?

Lo sveliamo nella prossima puntata 😉

Come funziona l’attenzione dei consumatori su Internet, ovvero: 3 miti da sfatare

Questo articolo è comparso su Think With Google. È un guest post di Helen Lin, President of Digital Investment Publicis Media tradotto e adattato da Federico Oggioni.

Se pensate che la capacità di attenzione dei vostri clienti e potenziali tali sia in forte diminuzione vi sbagliate di grosso. In questo articolo, Helen Lin, President of Digital Invest di Publicis Media, uno dei più grandi Communications Group del Mondo, sfaterà questo e altri miti sui consumatori di oggi.

Viviamo in una società dove la maggior parte di noi, dal momento in cui spegne la prima sveglia del mattino a quello in cui imposta quella per il giorno dopo, è costantemente connesso al proprio smartphone e PC: email, Whatsapp, Facebook, Google Drive, Video su YouTube e così via. Non esiste un momento della giornata in cui non siamo connessi.

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I più nostalgici potrebbero pensare che viviamo in un mondo inquietante fatto di asocialità e indifferenza, c’è chi invece sostiene che sia semplicemente la realtà in cui viviamo e come tale non sia né giusta, né sbagliata. Noi propendiamo per questa visione: la realtà è questa e dobbiamo, da marketer, saperne trarre più vantaggio possibile per la nostra azienda. Le agenzie devono liberarsi dai cliché e delle vecchie credenze sapersi adattare al contesto che le circonda.

Vediamo come Helen Lin, sfata 3 dei miti più comuni.

Mito #1: le persone hanno la capacità di attenzione di un pesce rosso

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Non è vero che la capacità di attenzione dei consumer è in calo, anzi, non è mai stata così alta la capacità di concentrazione delle persone. Un recente studio sui comportamenti dei consumatori, infatti, rivela che l’81% dei video cattura l’attenzione degli spettatori.
Quello che è cambiato non è l’attenzione, ma la scelta dei contenuti e la poca propensione a perdere il proprio tempo. Una volta, con canali unidirezionali come la televisione, lo spettatore era passivo di fronte allo schermo e abituato a sorbirsi pubblicità e contenuti poco interessanti, mentre ora se un contenuto non è di suo gradimento passa ad un altro con una facilità e velocità disarmante. Se invece il contenuto è interessante, i consumer sono più propensi a investire tempo e denaro, pensiamo semplicemente al successo di Netflix e alla pratica dilagante del binge watching.

In conclusione, l’attenzione non manca da parte dei consumatori, ma l’asticella si è alzata. Se si vuole veramente attirare i propri clienti e spettatori, allora bisogna conquistarli con contenuti di qualità.

Mito #2: le persone prestano lo stesso tipo di attenzione indipendentemente dal tipo di supporto che utilizzano

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Niente di più falso: la fruizione dei contenuti varia a seconda del tipo di schermo o supporto che le persone utilizzano per guardarli.

Ad esempio, quando siamo davanti alla tv, quanto facilmente siamo predisposti a deconcentrarci e controllare quello che viene definito il second screen o più semplicemente alzarci, mangiare , stirare, ecc? E quanto siamo concentrati invece quando guardiamo un video su smartphone o tablet?
Le ultime ricerche ci mostrano che le persone quando sono in modalità lean-forward, cioè più motivate alla visione e meno propense al multitasking, sono circa 1.5 volte più portate ad essere attente ai contenuti. La stessa ricerca mette in luce come i video online siano 1.8 volte seguiti con più attenzione rispetto ai programmi TV.

In conclusione, i momenti lean-forward sono quelli a cui devono tendere i marketer perché l’attenzione dei consumatori sarà quasi completamente focalizzata sul contenuto.

Mito #3: le persone prestano attenzione ai contenuti, ma non alle pubblicità

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Ci sono alcune pubblicità che sono davvero memorabili e che ci incollano allo schermo più di alcuni programmi. Questo perché quando c’è qualcosa che ci appassiona, non possiamo far altro che guardarlo anche consci del fatto che sia fatto solo “venderci qualcosa”. Secondo Ipsos, l’attenzione degli spettatori verso Ads rilevanti è addirittura 3 volte superiore alla media.

Come creare pubblicità memorabili? Innanzitutto non focalizzandosi sulla vendita, ma sull’esperienza che i consumatori possono vivere grazie al brand che si vuole promuovere. In secondo luogo, bisogna conoscere profondamente le abitudini del proprio target.
Perché i consumatori utilizzano diverse piattaforme social? Per lo stesso motivo per cui ognuno di noi lo fa: soddisfare i differenti bisogni emozionali, informativi, sociali nel luogo più adatto a farlo.
Spesso i marketer si dimenticano dell’aspetto emozionale e trattano la pubblicità sui Social senza pensare ai bisogni del proprio target. Con un po’ di attenzione in più a questo aspetto i primi risultati saranno assicurati.

LEGGI ANCHE: YouTube Advertising: le potenzialità della pubblicità mobile

Ma quello che dobbiamo e possiamo fare è un ulteriore passo in avanti: gli attuali strumenti di web marketing ci permettono di creare contenuti personalizzati per i nostri differenti target sulle diverse piattaforme in cui vogliamo intercettarli, sfruttiamoli!

Un esempio su tutti: Kellogg’s ha fatto realizzare dall’agenzia Leo Burnett 110 versioni differenti del proprio spot su YouTube per il lancio di un nuovo prodotto lavorando su 175 keywords differenti.
Se avessi cercato “come cucinare un tacchino” sarebbe apparso questo ad:

Se invece avessi guardato video per bambini questa sarebbe stata la pubblicità prima del tuo contenuto: 

La campagna di Kellogg’s che ha avuto un successo enorme proprio perché è riuscita, grazie agli attuali strumenti messi a disposizione dal web, a catturare l’attenzione creando una forte connessione tra il brand e gli interessi del consumatore.

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Fare Marketing nella nuova Attention Economy

Sfatare questi tre miti, è anche sfatare un quarto mito: “troppe possibilità e sempre meno tempo a disposizione”. Suscitando emozioni si può ancora fare breccia nei cuori – e nei portafogli – dei consumatori!

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Detto questo, dimentica i falsi miti e ricorda:

  1. Le persone prestano attenzione solo ai contenuti di qualità
  2. Attira l’attenzione dei tuoi consumatori con video online
  3. Coccola i tuoi contatti, rendi il tuo brand importante per loro con contenuti personalizzati e customizzati per ogni tipo di piattaforma.

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Scusate il down, ripareremo il motore senza far fermare la macchina

A poco servono le scuse, quando vai per oltre ventiquattro ore offline, ma è l’unica cosa che possiamo fare. E non possiamo escludere che non andremo giù di nuovo, almeno fino a quando non sarà ripristinata la piena efficienza del nostro Cms, WordPress, anche a costo di rinunciare ad alcuni plugin e funzionalità (i tecnici le chiamano “customizzazioni”) che in questi anni  erano state integrate una dopo l’altra e che probabilmente ora dovremo rivedere complessivamente.

Vi abbiamo detto che con Ninja andremo incontro a molti cambiamenti, importanti, in termini editoriali e non solo. Certamente, oltre ai contenuti, diventa prioritaria anche una riorganizzazione dell’architettura del sito.

Più tardi mi confronterò coi tecnici che stanno lavorando alla risoluzione delle vulnerabilità, e non mancheremo di aggiornarvi. Intanto vi chiediamo solo un po’ di pazienza per i disagi che incontrerete durante la navigazione, ma avevamo due scelte: o andare completamente offline fino a data da destinarsi, oppure cercare di risolvere il problema al motore senza far fermare la macchina. Abbiamo preferito questa seconda soluzione, e ovviamente speriamo di sanare i bug – quanto meno quelli più critici – nel minor tempo possibile.

Grazie per la comprensione, intanto, e buona lettura!

Epic win & fail: quando un ragazzino del Tennessee vince sulla Trump Family

Avete presente uno di quelle fredde mattine in cui il tram è in ritardo, il traffico non scorre, il cielo non dà appigli? Ecco, buongiorno. Noi ninja però abbiamo i nostri rimedi: oltre al caffè caldo, una bella dose di epic win e fail, per affrontare al meglio il resto della settimana.

Epic Win

Iniziamo con un lieto fine: la storia di Keaton Jones, un ragazzino del Tennessee vittima di bullismo. La madre ha filmato il suo sfogo quando il ragazzo, stanco dei soprusi, ha raccontato l’incubo della pausa pranzo.

Denunciare il bullismo è sempre un super win, ma in questo caso Keaton ha vinto anche sul piano social, dato che il suo video ha scatenato una serie di risposte di supporto da parte delle grandi star di Holliwwod. Chris Evans, Mark Ruffalo e numerosi altri super uomini dello schermo hanno dato il loro sostegno, mostrando come denunciare il bullismo sia molto più cool che rovesciare latte sulla testa di qualcuno.

Solo una specie sa ricevere più cuori dei gattini: i panda. Come non premiare la capacità del Smithsonian’s National Zoo di raccontare le dinamiche di gestione degli animali con l’arrivare delle basse temperature attraverso questo video. Ovviamaente già virale.

LEGGI ANCHE: Da Italia-Svezia a Gomorra 3: gli Epic Win & Fail della settimana

Epic Fail

Certo ricordarsi le date senza l’aiuto di Facebook è ormai un compito difficile che la maggior parte di noi non riesce a portare a termine. Eppure Melania Trump ha spostato il gioco a un piano ancora più alto (o basso) quando ha scritto su Twitter per la commemorazione di Pearl Harbor indicando il giorno sbagliato. Il tweet è stato cancellato, ma Melania dovresti sapere che la rete non dimentica. Non così in fretta.

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Ma la giornata di commemorazione di Pearl Harbor è stata un piccolo disastro social anche per il presidente Trump, che ha comunque citato in modo errato il discorso che Roosevelt fece in seguito all’attacco. C’è da dire, però, che il presidente è rimasto fedele e leale ai suoi errori: il tweet non è stato corretto.

E chiudiamo con una gaffe calcistica. L’accoppiata corezione automatica e social visibility ha trasformato gli auguri di compleanno in un fail. Blaise Matuidi ha scritto “Tanti auguri Pippa” a Gonzalo Higuain su Instagram. Date le performance non esattamente brillanti di Higuain la svista che probabilmente ha trasformato il soprannome “Pipita“ o “Pipa” in Pippa è subito diventato virale portando Matuidi tra i nostri fail.

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Alla prossima settimana! Segnalateci i vostri momenti epici preferiti!

social media monitoring

Social Media Monitoring: c’è vita oltre i report

Uno dei principali errori che commette chi si avvicina per la prima volta al social media monitoring risiede nella scarsa comprensione dell’idea di monitoring in sé. Potrebbe sembrare un banale giro di parole ma provate a chiedere a chi si occupa di social media a livello professionale cosa si intenda per “monitoring”.

Per molti si tradurrà probabilmente in un sinonimo di reporting. Altri lo ridurranno al controllo costante degli analytics delle varie piattaforme. I creativi diplomatici diranno che è un po’ il risultato di entrambe le cose messe insieme. Un bravo strategist risponderà che è la sua principale risorsa per capire se le azioni intraprese sono state efficaci e programmare le mosse successive.

In realtà hanno tutti ragione ma la verità è che è ormai tempo che il social media monitoring cresca e diventi parte integrante di una più ampia strategia di analisi del brand. Una delle carenze principali del social media monitoring di questi anni infatti è individuabile nella sua incapacità di rendere i dati intellegibili a tutti e integrabili con altre analisi di brand.

In altre parole, non basta presentare un report una tantum, non basta inviare e condividere megabyte di fogli Excel: serve rendere comprensibili i dati anche grazie alla data visualization.

Chiariamoci subito stavolta: non stiamo parlando (solo) di trasformare i dati di analisi in infografiche, ma di creare Dashboard di analisi in tempo reale, multi-accesso, con filtri specifici che consentano non solo al social media analyst ma anche allo strategist, al responsabile del marketing digital e a quelli che a lui riportano di avere sempre chiara la situazione.

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credits: Depositphotos #46086167

Ma come si costruisce una dashboard?

Semplificando potremmo dire che ci sono tre vie possibili:

  1. Usare piattaforme che hanno già output visivi, come DatalyticsTalkwalker.
  2. Creare soluzioni personalizzate costruite ad hoc ma avvalendosi di strumenti esistenti, come Google Data Studio
  3. Creare soluzioni interamente ex novo, ad esempio coinvolgendo degli sviluppatori software e costruendo le dashboard da zero disegnandone struttura dati e modalità di visualizzazione

C’è poi una soluzione ulteriore, di solito la più adottata: creare dei report ex post statici, ad esempio una presentazione.

Il tempismo tuttavia è fondamentale nel social media monitoring: un report ex post è la fotografia di una situazione passata, e depotenzia dunque il social media monitoring del suo grandissimo valore di strumento di reazione immediata.

Non basta insomma saper misurare se non si è anche in grado di rendere i dati intellegibili, in qualunque momento.

>>> Vuoi saperne di più su come costruire la tua Dashboard per il Social Media Monitoring? Scopri il Master Online in Social Media Marketing di Ninja Academy:Formula Online + Social Media Factory!

Project Alert, OM Book Shop e Burger King: i migliori annunci stampa della settimana

Anche questa settimana siamo andati in giro per il web (e per il mondo) per cercare per voi le più belle creatività dalle migliori agenzie. Tra impegno sociale, simpatia ed attenzione ai dettagli abbiamo selezionato così gli annunci stampa migliori delle ultime settimane.

Non solo prodotti, ma anche messaggi importanti da comunicare in modo forte e diretto al mondo, tra le pubblicità più significative, che senza altri indugi andiamo a scoprire insieme!

Project Alert on Violence Against Women – #STOPTHEBLAME

Come reagiresti se vedessi un atto di violenza contro una donna pubblicato in prima pagina sulla copertina di una rivista patinata? Ti gireresti dall’altro lato o la scena ti farebbe reagire? In Nigeria, quello delle vittime di violenza domestica è un problema ricorrente che la società sceglie però di ignorare. La campagna di Project Alert on Violence Against Women mette l’argomento in prima pagina – letteralmente – creando una serie di copertine di riviste con il messaggio #STOPTHEBLAME.

“Non lasciare che la paura del biasimo ti faccia soffrire”, il chiaro richiamo alle donne e a chiunque faccia finta di non vedere ciò che accade.

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Advertising Agency: Up In The Sky, Lagos, Nigeria
Creative Director: Omaga Idirigbe
Art Director / Illustrator / Photographer: Olisa Ogbolu
Copywriter: Jessica Iwayemi
Additional Credits: Bolanle Akintomide, Olawale Mada, Sanni Ibrahim

Monumental – 7th Anniversary 

Per celebrare il suo settimo anniversario, Radio Monumental ha realizzato una campagna grafica che rappresenta i diversi eventi accaduti dal suo esordio fino al presente: dalla dichiarazione di indipendenza della Catalogna, ai mondiali di calcio, riassume così i sette anni in cui ha “vissuto” il mondo insieme ai suoi ascoltatori. Ci piace la realizzazione, che mette in evidenza in modo immediato il trascorrere del tempo, richiamandosi alla memoria collettiva.

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Advertising Agency: Ayo Agencia de Autor, Asunción, Paraguay
Creative Director / Art Director / Copywriter: Manuel Rolón
Creative Director: Luis Duarte Ayala
Art Director: Noelia Perez
Copywriter: Matt Lee
Additional Credits: Gabriela Romero, Esteban Duarte, Enmaluel Lezcano

OM Book Shop – Get two classics at the price of one

Come comunicare la più classica delle offerte commerciali in modo creativo? Ce lo insegna OM Book Shop che per promuovere il suo due al prezzo di uno ha creato una serie di nuove copertine in grado di combinare tra loro i titoli e le copertine di diversi classici della letteratura.

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Advertising Agency: Ogilvy & Mather, Gurgaon, India
Creative Directors: Ajay Gahlaut, Divya Bhatia, Vimal Singh
Art Director / Illustrator: Rajat Agarwal
Copywriter: Avik Bose

Carex Mini-Storage – Small spaces for your big secrets

Anche grandi segreti possono avere un posto in cui essere conservati grazie ai mini-depositi dell’azienda canadese Carex.

Quali ad esempio? Le parrucche di Trump o la passione segreta di Kim Jong Un per i cimeli statunitensi!

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Advertising Agency: Rethink, Montreal, Canada
National Creative Directors: Chris Staples, Ian Grais
Creative Director: Nicolas Quintal
Art Director / Illustrator: Maxime Sauté
Copywriters: Xavier Blais, Olivier Goulet-Lafond
Account Director: Alex Lefebvre
Account Manager: Catherine Blouin-Mainville

Burger King – Night Owls

Gli uccelli notturni possono essere di tanti tipi. Qualunque sia quello che ti rappresenta di più, Burger King d’asporto è aperto fino alle due di notte nei fine settimana e lo comunica con questa serie di divertenti grafiche.

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Advertising Agency: Corida, Lamentin, Martinique
Creative Director: Bernard Royer
Art Director / Copywriter: Stéphane Daniel
Illustrator: Bertrand Mayerberger

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Così le aziende si stanno trasformando in Media Company

Content Marketing: le aziende devono creare il contenuto giusto. Cosa significa? Giusto per chi o per cosa? A quali momenti ci si riferisce?

Le aziende si sono poco a poco trasformate da “semplici” imprese (cui unico obiettivo era vendere e spiegare al pubblico il proprio prodotto) a vere e proprie media company, aziende che in un contesto di saturazione e indifferenziazione di contenuti provano a emergere con un valore in più.

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Per essere davvero impattanti non è sufficiente avere contenuti di buon livello, bisogna andare più in fondo nei cuori dei potential customers riuscendo a mettere a fuoco il senso reale dell’azienda.

Attraverso i contenuti le compagnie devono puntare a diventare punto di riferimento del proprio settore, devono indirizzare i propri contenuti rispetto a determinati topic in linea con il proprio core business. Nel momento in cui l’utente in fase di ricerca avrà bisogno di conoscere contenuti specifici su di una certa tematica si rivolgerà con ogni probabilità alle proprietà digitali del brand che sarà quindi percepito come entità leader di pensiero.

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Il cliente al centro della strategia di content marketing

Se i prodotti sono totalmente al centro dell’attenzione, mancano i presupposti e le basi per costruire relazioni durature con i propri clienti esi rischia di perdere terreno nei loro confronti e all’interno del mercato con i competitor. Spesso i brand nella comunicazione della propria mission sono fortemente orientati a valorizzare il prodotto che vendono, senza un ascolto attento e preciso della propria audience.

Se invece si esegue una disamina attraverso gli occhi dei clienti, il percorso diventa più chiaro: si inizia ad ascoltare cosa i clienti chiedono e vogliono creando così un quadro preciso intorno alle sfide del pubblico, riorganizzando di conseguenza il contenuto e capendo inoltre quali contenuti mandare in pensione, quali rimodellare e quali creare da zero. Obiettivi? Crescita dei ricavi.

Sfide di business

Prima di poter organizzare i contenuti è necessario identificare le principali sfide poste dai clienti. È quindi necessario sedersi intorno ad un tavolo con i propri analisti e capire insieme a loro di cosa le persone vogliono effettivamente parlare.

Questo tipo di ricerche serve a capire quali sono le esigenze delle persone e come possono le persone cambiare il prodotto attraverso i propri feedback: le interazioni con i clienti aiutano anche a definire con più accuratezza le target personas potenzialmente interessate ai prodotti in questione. Bisogna provare e dimostrare empatia e comprensione sui problemi dei clienti e, in sostanza, avviare conversazioni costruttive e utili cercando di risolvere i loro problemi.

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Le metriche corrette da analizzare

Quali contenuti “funzionano”? Quali lacune devono essere riempite per un maggiore ingaggio?

Le informazioni raccolte attraverso gli strumenti di misurazione sono preziosissime. Fornire il “pasto adeguato” alla propria audiences è l’unica via da seguire, senza avere la pretesa di sfamarla: la maggior parte dei contenuti è (purtroppo) ancora caratterizzata da una qualità troppo bassa.

Una tassonomia pensata con cura e ben eseguita costituisce la spina dorsale di tutto il lavoro analitico mostrando, per esempio, i contenuti relativi a uno specifico prodotto o ad un argomento, per capire cosa e dove migliorare.

Una comprensione condivisa delle principali sfide dei clienti può aiutare a segmentare e decifrare i dati delle prestazioni dei contenuti per ottenere un’immagine più completa delle esigenze di un potenziale cliente che aiuterà successivamente i vostri rappresentanti di vendita a creare una relazione unica con loro. Le strategie di content marketing possono infatti anche dipendere dal device sul quale si decide di proporre la storia, lo scenario in cui racconta ossia quale settore si vuole raggiungere, quale fascia d’eta e quali canali. Ora che si sanno quali contenuti e canali sono preferiti dai propri utenti si potranno creare articoli, presentazioni, tutorial e quant’altro correlati agli argomenti di maggior interesse.

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Perché raccontare una storia?

La parole d’ordine sono esperienza e narrazione: il narratore accoglie in sé l’esperienza e la trasforma in esperienza per il lettore, per questo la narrazione si porta dentro sempre l’impronta dell’anima di chi racconta. Parlare di se stessa raccontando qualcosa in cui le persone possono riconoscersi dovrà essere uno dei principali obiettivi di ogni media company dei nostri tempi.

Creare una Chatbot Strategy: le 10 domande prima di iniziare

I Chatbot sono un’opportunità per diverse aziende, soprattutto perché a fine 2015 e inizio 2016 le principali applicazioni di messaggistica istantanea, Messenger, WhatsApp, Telegram, Viber hanno superato in termini di utenti attivi mese quelli delle più classiche piattaforme di social network come Facebook, Twitter, Google Plus e Twitter.

Oggi esiste un nuovo luogo, più attivo dei social network, in cui le persone si relazionano tra loro, le applicazioni di messaggistica istantanea. Non è qualcosa che deve ancora succedere, sta accadendo ora.

In questo luogo abbiamo la possibilità di far relazionare una persona con una marca, tramite un programma che avrà la possibilità di rispondere a diverse domande sui nostri prodotti o servizi 24 ore su 24, in diverse lingue, in modo immediato e personalizzato. Un customer care “umano” non potrebbe garantire la stessa efficienza.

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Come in ogni attività di marketing è necessaria una strategia efficace ed efficiente. Anche quando parliamo di Chatbot quindi bisognerà avere un impianto strategico per non commettere errori e raggiungere i risultati stabili.

1. I Chatbot forse non sono ancora pronti per te

Da oggi e nei prossimi anni, i Chatbot diverranno sempre più utilizzati da diverse aziende, per questo motivo in molti si lanceranno in quest’attività senza pensare ad una strategia.

La prima domanda da porsi è: “sono pronto per un’attività di Chatbot?

Per rispondere a questa domanda basta verificare quali sono le presenze e attività di Social Media Marketing svolte fino ad oggi. Se la tua azienda ancora non comunica su Facebook perché non crede nelle potenzialità dei social media, prima di iniziare con i Chatbot mi preoccuperei di costruire una strategia di base di social media marketing.

2. Scegliere la tipologia di Chatbot

I Chatbot possono compiere diverse attività di Customer Care, da quelle più semplici a quelle più complesse ottimizzando processi aziendali integrandosi con il CRM. Prima di tutto quindi è necessario capire con esattezza cosa il Chatbot dovrà eseguire.

Questi programmi permettono di rispondere a nome della marca, in modo immediato e personalizzato alle richieste. Possono essere integrati all’interno di un eCommerce per seguire il processo d’acquisto di un cliente oppure utilizzati per rispondere a classiche domande istituzionali.

Possiamo dividere i Chatbots in tre diverse categorie: COMMERCE BOTS, chatBot che consentono ai clienti di navigare, selezionare e acquistare i prodotti senza mai lasciare la finestra di Messenger (es. Burberry).

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CUSTOMER SERVICE BOTS, chatbot reattivo e sempre attivo 24 ore su 24 pronto a rispondere alle richieste e ai reclami degli utenti con rilevanti informazioni utili in qualsiasi momento della giornata (esempio Yahoo!). CONTENT BOTS, chatbot che consentono agli utenti di ottenere notizie personalizzate da un feed, offrendo loro informazioni tempestive e avvisi su argomenti di loro scelta (esempio The Guardian).

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3. Scegliere il canale di messaggistica

Come sappiamo esistono diverse piattaforme di messaggistica istantanea, ma nella nostra strategia dobbiamo scegliere su quale potenzialmente avremo migliori performance.

Ad oggi Messenger è la piattaforma più suggerita in quanto l’ecosistema in cui si trova, ovvero Facebook, e la possibilità di integrazioni con Instagram o programmazione di annunci pubblicitari, la rende quella con più alto tasso di conversione e di coinvolgimento.

In ogni caso dobbiamo sapere che sono presenti anche altre piattaforme, e che potremmo decidere di attivare una strategia di Chatbot anche su quelle in base al nostro target e obiettivi.

4. Scegliere la piattaforma per creare un Chatbot

Ad oggi la creazione di un Chatbot richiede una piattaforma di terze parti per la configurazione delle diverse attività e la costruzione dell’intelligenza che permetterà di rispondere in modo personalizzato e pertinente.

Per scegliere la più adatta esistono due strade. La prima è quella di sperimentare con piattaforme di Bot Builder Freemium, ovvero piattaforme gratis, ma con delle limitazioni e poca libertà d’azione e di espansione. Le piattaforme che suggerisco sono ChatFuel e ManyChat con le quali senza una riga di codice potremo avventurarci nell’associazione di un Chatbot su una nostra Pagina Facebook. Potremo far rispondere la nostra pagina a determinate domande inviando link, testo, immagini, video. Tra i limiti più significativi il massimo di 200 mila chiamate al mese, per chiamate si intende un qualsiasi messaggio inviato al Chatbot. Per alcune aziende possono essere pochi o tanti, ma è giusto saperlo.

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La seconda invece si tratta di adottare piattaforme proprietarie, veri e propri software con possibilità di integrare le informazioni ricevute da un Chatbot in  un CRM, attività di programmatic o semplicemente quella di espandere la piattaforma a piacimento senza alcun limite.

5. Scegliere i contenuti del Chatbot

Un Chatbot può essere più o meno intelligente su una specifica tematica, ma può sbagliare, in quanto è programmato da noi, un umano.

Per questa ragione suggeriamo di non costruire Chatbot con l’ambizione di fare di tutto, ma poche azioni relative a 4-5 argomenti verticali. Un esempio potrebbe essere quello di rispondere alle FAQ, seguire un potenziale cliente durante una vendita su eCommerce, e infine una sezione per ricevere feedback su come gli è sembrata l’esperienza.

Aggiungere troppe mansioni al Chatbot, ad oggi, potrebbe compromettere la sua stabilità.

6. Integrazione con Chatbot

Un Chatbot può offrire la migliore esperienza utente se è integrato nel posto giusto. Se non è visibile, non è comunicato nel modo migliore, nessuno arriverà a scriverci un messaggio.

Per questo motivo, uno dei migliori modi per avere più coinvolgimento con un ChatBot è quello di integrarlo nel sito web aziendale per compiere mansioni istituzionali (ad esempio rispondere alle FAQ).

Ancora meglio se l’atterraggio digitale è un eCommerce, in quel caso potremo registrare informazioni preziose e ottimizzare la navigazione assistita durante un potenziale processo d’acquisto.

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7. Profilazione e scheduling con Chatbot

Quando una persona interagisce con il nostro Chatbot abbiamo la possibilità di andarlo a profilare, ovvero etichettare l’utente in base alle risposte date. Questa profilazione permette di avere sempre più informazioni e trasformare 1 FAN in Mario Rossi, sposato con Sara, 2 figli e che nell’ultimo mese ha acquistato il mio prodotto X.

Una volta profilata la persona, ho la possibilità tramite Chatbot di inviare messaggi personalizzati e programmati solo a un determinato target di utenti. Quindi potrei inviare un messaggio al nostro Mario Rossi proponendo il prodotto correlato all’ultimo acquisto, oppure proporgli un prodotto correlato alla sua profilazione, quindi un prodotto utile per la famiglia/figli.

Anche a livello strategico quindi, dobbiamo avere l’accortezza di sapere che è possibile profilare una persona in questo modo e che ci sono diverse attività che si possono fare post-chat.

8. Promuovere un Chatbot

Ad oggi, la piattaforma più interessante è sicuramente Facebook Messenger, infatti è l’unica sulla quale è possibile a livello strategico pensare una strategia media. L’integrazione in Facebook e Instagram, permette di configurare e pianificare una campagna a pagamento con la quale promuovere l’esistenza di un nostro Chatbot.

Gli obiettivi principali che abbiamo a disposizione sono due.

Inviare messaggi promozionali: tramite formato Facebook Ads possiamo inviare dei messaggi profilati a pagamento tramite la piattaforma Facebook Messenger e da quel messaggio innescare una conversazione.

Ricevere messaggi: tramite formato Facebook Ads e Instagram possiamo promuovere la possibilità di innescare una conversazione con la nostra azienda, e una volta coinvolta la persona il nostro Chatbot entrerà in azione proponendo contenuti e attività pianificate dai punti precedenti.

9. Gestire e ottimizzare il Chatbot

Un Chatbot non è perfetto, ma va seguito e ottimizzato mese dopo mese per aumentare le sue performance e risposte. Alcune piattaforme di Bot Builder ci permettono di far imparare al Chatbot risposte a cui noi non avevamo pensato, ma sarà sempre compito nostro impostare nuove risposte e confermare quelle nuove.

Questo per dire, che in ogni attività di Chatbot sarà fondamentale un contino affiancamento “umano” per ottimizzare e migliorare le sue parti.

10. Analisi & Report

Come ogni buona attività di marketing è obbligatorio analizzare come procedono le fasi di coinvolgimenti e conversione. Molte piattaforme di Bot Builder permettono di avere un pannello di analisi con il quale abbiamo pieno accesso a dati, numeri e statistiche riferite alla nostra strategia di Chatbot.

Tutti questi numeri vanno interpretati e dato loro un significato per condividere un report dettagliato e scoprire cosa sta funzionando di più o di meno, e nel caso intervenire tempestivamente.

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I 7 spot più belli del Natale 2017 (secondo noi)

A Christmas Carol, luci luccicanti, addobbi e regali. Il Natale, periodo più magico dell’anno, è davvero arrivato!

Sia che si ami, sia che non si sopporti il Natale, il suo spirito non lascia indifferente proprio nessuno, nemmeno i brand, che anche quest’anno hanno scelto di dedicare a questa festa alcuni emozionanti video.

Ogni anno molte campagne hanno come tema una piccola storia durante il periodo natalizio, per intrattenere i  consumatori toccando anche gli animi meno sensibili.

Due i temi principali scelti quest’anno: le emozioni sono uno fil rouge della stagione, con brand famosi e non che hanno cercato di cogliere il lato più romantico e leggero di questa magica festa.

Ma Natale è anche sinonimo di allegria, di corse e di imprevisti. Perché non rivisitarlo dunque anche in chiave ironica, ponendo l’attenzione sulle nostre abitudini più comuni e divertenti?

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Abbiamo selezionato cinque brand che hanno realizzato le campagne più bello di questo 2017 e che ci hanno colpiti per la loro realizzazione e per la storia raccontata.

spot più belli natale 2017

1. Natale ad Heathrow

Vi ricordate i romantici orsacchiotti di Heathrow che l’anno scorso avevano incantato milioni di consumatori inglesi e non? Dopo il successo dello scorso anno sono tornati a farci sognare ancora, raccontando la loro dolcissima storia.

2. Il Natale salutista di Intermarché

Natale, si sa, è periodo di grandi cene e pranzi piuttosto impegnativi, che mettono a dura prova i sacrifici e l’esercizio fatto durante tutto l’anno.

La catena di GDO francese Intermarché promuove uno stile di vita sano anche a Natale portando sullo schermo la storia di un bambino molto triste: Babbo Natale sembra essere infatti molto appesantito dai numerosi biscottini mangiati, e potrebbe non riuscire a scendere dal camino.

Il piccolo, con l’aiuto della sorella, riuscirà a indicare a Babbo Natale uno stile di vita sano, vedendo realizzata la sua magia natalizia?

3. Air New Zealand: A Very Merry Mistake

Lo spot natalizio di Air New Zeland prende ironicamente in giro il proprio accento nazionale.

https://www.youtube.com/watch?v=2mDoqrhiem0

4. Audi: regali Last Minute

Alzi la mano chi non si è mai ridotto all’ultimo giorno utile per correre furiosamente alla ricerca dei regali per i propri cari. O anche chi non si è fatto interminabili file ai centri commerciali per gli ultimi dettagli di pranzi e cene.

Audi ha scelto di mettere in scena una vera e propria gara all’ultimo respiro nel parcheggio di un mall, tra due papà – piloti davvero pronti a tutto.

5. Apple Sway

Apple come ogni anno ha dedicato al Natale uno spot in grado di richiamare nella mente dei suoi client-fan le innovazioni di prodotto di maggior successo dell’anno appena trascorso. Il focus di quest’anno? Naturalmente gli AirPods,  gli auricolari senza fili che in questo adv che parla di amore a prima vista e magia del Natale, mostrano tutto il loro potenziale, collegati alla musica e alla danza.

6. Tutti insieme con M&M’s

Anche un pasticcio come quello combinato dal mitico confetto giallo ripieno di nocciolina di M&M’s può trasformarsi in un’occasione splendida per vivere insieme il Natale in questo spot, sequel del suo iconico spot del 1996.

7. John Lewis e Moz the Monster

Non poteva mancare in questa breve selezione il più classico dei classici natalizi: il nuovo commovente spot di John Lewis, che ogni anno apre le danze degli spot natalizi, in una sorta di tradizione nella tradizione.

Michel Gondry ha diretto l’ultimo capolavoro di Adam & eveDDB, in cui un ragazzino di nome Joe trema di paura per il mostro che si nasconde sotto il suo letto, mentre Natale si avvicina. Ben presto, però, il bambino fa amicizia con la creatura, Moz, e i due iniziano a suonare insieme di notte, quando Joe dovrebbe dormire. Come finirà questa tenera storia che ispira buoni sentimenti?

Guardiamolo insieme!