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Viaggio nei social a quattro zampe (spoiler: un post può valere da 200 a 10 mila euro)

Aprite i vostri smartphone e contate quante foto e immagini del vostro Fido (o come lo avete simpaticamente chiamato) avete memorizzato nella vostra gallery. No, non è uno scherzo. Se più del 20% delle foto ritrae il vostro inseparabile amico a quattro zampe allora questo post è per voi o al massimo per almeno uno dei vostri amici o familiari.

Si avete capito bene, oggi vogliamo proprio fare il punto su un fenomeno in continua e costante ascesa: la presenza, sempre più cospicua, di animali domestici, o meglio compagni di avventura di molti di noi, sui social network.

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Le nuove star dei social

Da Facebook a Instagram alzi la mano chi non ha mai pubblicato una foto in compagnia del proprio cane, gatto o qualsiasi altro animale da compagnia. Secondo quanto riportato dal World Animal Protection, Organizzazione no profit che si occupa della tutela degli animali, dal 2014 ad oggi, su social media come ad esempio Instagram, l’aumento dei selfie con animali è stato del 292%.

Cifre da capogiro che però non ci stupiscono. I cani, infatti, appaiono nelle nostre bacheche e timeline di Facebook e Instagram almeno una volta al giorno e quindi all’incirca sei volte alla settimana.

Da social network dedicati a community fidelizzate, da profili Instagram a pagine Facebook. Cani, gatti, conigli e chi più ne ha più ne metta, i nostri amici a due e quattro zampe sono diventate delle vere e proprie star rubando la scena alle più navigate influencer e fashion blogger.

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I cagnolini influencer

Chi non conosce Matilda Ferragni? No, non è la quarta sorella della top fashion influencer che tutto il mondo ci invidia ma è il simpaticissimo e super cool bulldog francese di casa Ferragni-Fedez. Le foto che lo ritraggono da solo o in compagnia dei suoi adorati padroncini riescono a raccimolare fino a 500 mila cuoricini!

Ma non è il solo. A battersi a suon di like ci sono anche Leone e Lilly i super attivi barboncini di Michelle Hunzicher. Protagonisti indiretti il gatto di J-AX e il pincher di Elisabetta Canalis ai quali i padroni hanno dedicato un dolce e sentito addio.

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I numeri degli animali sui social

Ma c’è anche chi l’influencer in versione pet lo fa davvero. Pose plastiche o foto super professionali. A metterci lo zampino sono sempre gli amici umani ma lo stile e la simpatia no, quella è tutta loro. Di chi parliamo? Degli animali più seguiti sui social, Instagram in particolare.

Secondo quanto riportato da MarketWatch, un cane con una media di 20 mila follower riesce a guadagnare circa 200 euro per post, mentre tra i 150 mila e i 200 mila seguaci poco meno di 3 mila euro. Un amico a quattro zampe con un bacino di quasi un milione di followers può portare a casa addirittura 10 mila euro per una singola foto pubblicata e sponsorizzata da un brand specifico.

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Le piattaforme pet-first

Ma perché accontentarsi di un profilo Instagram quando si può avere un intero social network dedicato? E qui si apre un ulteriore interessante capitolo: Le piattaforme social dedicate al mondo pet a 360 gradi. Negli anni ne sono nate tante e di diversa tipologia.

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Dall’italianissimo BePuppy a Petz.it, da Dogalize al russo DruzhOK. Ce ne sono davvero per tutti i gusti e specie. La caratteristiche che li accomuna? Dare voce a chi non ne ha e creare una rete che faciliti la condivisione e lo scambio tra gli amici umani.

Facebook vuole usare l’intelligenza artificiale per salvare vite umane

Che sia un gruppo di dipendenti di Palo Alto o un sofisticato software, il dato certo è che l’attività degli oltre 2 miliardi di utenti di Facebook è costantemente sotto controllo. È per questo che il team di Mark Zuckerberg ha pensato di sfruttare questo monitoraggio per un fine sociale importante. Anzi per due. Grazie all’intelligenza artificiale il social network più famoso del mondo sarà in grado di individuare i post che contengono pensieri suicidi e di inviare supporto e aiuto a questi utenti. E se il fine sociale di questa iniziativa è ben evidente, la piattaforma può svolgere un ruolo importante con lo stesso meccanismo anche per contrastare il terrorismo. O almeno la condivisione di contenuti legati alla propaganda di Isis e al-Qaeda.

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Dove gli “amici” possono arrivare troppo tardi

I social network e soprattutto Facebook, che da sempre non mette limiti di spazio all’espressione delle opinioni, diventano spesso un luogo in cui le persone sfogano le loro frustrazioni e i loro problemi. La conseguenza è che chi si trova in difficoltà spesso manifesta pubblicamente ai suoi contatti il suo disagio.

Se, però, nessuno dei cosiddetti “amici” interviene per aiutare, l’intelligenza artificiale è in grado di segnalare a dei moderatori umani la presenza di problemi del genere. La risposta consiste nell’invio di materiale che fornisca informazioni sulla salute umana. Nei casi più estremi si può anche provvedere ad avviare la ricerca dell’utente potenzialmente in pericolo.

Il test di questo strumento di controllo è stato fatto negli Stati Uniti e presto potrebbe allargarsi anche ad altri paesi. Esiste comunque un problema di privacy che ne limiterà l’utilizzo in alcuni stati europei. A parlare del meccanismo è stato lo stesso Zuckerberg che ha scritto un post sull’argomento: «È bene ricordare a noi stessi che l’intelligenza artificiale oggi può aiutare a salvare delle vite», ha scritto sul suo social network.

La guerra al terrorismo e il potere di un post

Con un articolo nella newsroom Facebook si è tornato a parlare anche dell’altra iniziativa del social network che sfrutta l’intelligenza artificiale. Nel tentativo di rispondere alle accuse di non fare abbastanza per fermare gli utenti che usano la piattaforma come strumento di propaganda terroristica, da Menlo Park è arrivato un aggiornamento sull’attività di controllo di questi contenuti pericolosi, parte essenziale della lotta al terrorismo online.

Monika Bickert, della gestione della policy globale e Brian Fishman, della sezione contro il terrorismo di Facebook, dal blog aziendale hanno scelto di fare il punto su quello che è stato fatto finora e su quello che ancora si può fare in questo senso.

Mark Zuckerberg

Mark Zuckerberg

Come funziona l’AI antiterrorismo di Facebook

I manager di Facebook sono partiti da un dato: il 99% dei contenuti pericolosi che veicolano ideologie estremiste e che vengono poi eliminati dalla piattaforma è individuato dall’intelligenza artificiale prima che gli utenti del social network effettuino una segnalazione. A permettere questo risultato è un sistema automatico di analisi di testi, video e foto.

Una volta decisa la cancellazione, l’83% delle copie di quei contenuti viene eliminata entro un’ora. È una battaglia che Facebook ha iniziato già da diversi mesi, ma che con il tempo riesce ad ottenere maggiori risultati grazie al perfezionamento della tecnologia. Facebook si dice in grado di bloccare anche i profili di chi è in connessione con persone già segnalate per terrorismo o che presenta caratteristiche simili a profili già disabilitati.

I social non hanno ucciso il traffico organico (ma dobbiamo fare contenuti migliori)

Si può concordare con il fatto ormai assodato che le strategie dei social network, con Facebook in prima linea, stiano tutte convergendo nello spingere gli utenti e i professionisti del settore a pagare le loro campagne per raggiungere un numero più consistente di internauti che potrebbero, in ultima analisi, trasformarsi in potenziali consumatori del prodotto/servizio che si cerca di sponsorizzare.

Infatti, già nel 2012, cioè da quando Facebook limitò la portata organica dei post al 16%, si era compresa la strada che si voleva percorrere al quartier generale di Menlo Park, che ha continuato a ridurre gradualmente la portata dei contenuti organici, per buona pace dei brand e dei loro SMM.

In tal modo, si cerca di spingere i marchi a pagare per una maggiore copertura dei loro contenuti. Come è visibile da questo grafico, tra ottobre 2013 e febbraio 2014, la portata organica dei contenuti pubblicati dai marchi si è quasi dimezzata. E secondo Social@Ogilvy, questa potrebbe un giorno arrivare a zero, il che significa che non sarà più possibile raggiungere i propri fan su Facebook, e in generale sui social media, a costo zero.

È l’apocalisse dei contenuti organici? Anche no!

Stai sereno social media manager che ci stai leggendo, e anche tu, piccolo medio imprenditore che hai appena creato la tua pagina aziendale su Facebook (destinandogli un budget pari a zero), poiché c’è anche chi in realtà crede che il traffico organico non sia finito.

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È il caso di Douglas Karr (ma è solo uno dei tanti), imprenditore, autore ed esperto di marketing technology, che su Forbes.com afferma invece che i contenuti organici dei social media sono vivi e vegeti.

Fonte foto: https://www.facebook.com/douglaskarr/photos

Fonte foto: https://www.facebook.com/douglaskarr/photos

Il problema reale dei contenuti organici secondo Karr è che la maggior parte di essi siano insignificanti.

E in un social media marketing in costante sviluppo, che fa segnare un aumento esponenziale della creazione di pagine di attività locali (16 milioni nel maggio 2013, un aumento del 100% rispetto agli 8 milioni di giugno 2012), aumenta anche la concorrenza facendo alzare l’asticella della soglia di qualità per cui un contenuto organico possa diventare appetibile, e di interesse, o meno.

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È altrettanto vero che molti marketer fanno affidamento su un grande volume di lettori per supportare le entrate pubblicitarie. Ma è probabile che la tua azienda non abbia bisogno di quei numeri, con dei contenuti di qualità che vengono condivisi con regolarità.

In questo contesto, la maggior parte delle aziende continuano a spendere tempo prezioso e risorse per produrre post che non vengono neanche letti. Perché continuare a investire in più contenuti che nessuno condivide? Non sarebbe meglio impegnarsi nella produzione di contenuti eccellenti che generino un numero notevole di impressioni e che tutti vorrebbero, o avrebbero il piacere di condividere?!

Karr e il case study sui contenuti organici

Douglas Karr a sostegno della sua tesi porta un case study molto interessante. Dopo aver scritto con i suoi collaboratori 14 articoli su argomenti relativi al disaster recovery per uno dei loro clienti, afferma come questi, essendo “solidi ma non fantastici”, ottennero come diretta conseguenza una consistente diminuzione di visite nel gennaio 2017.

A febbraio, dopo aver condotto delle ricerche sull’argomento, Karr e il suo team scrissero un articolo completo, con un migliore posizionamento sui motori di ricerca, più condiviso e rilevante sul sito del cliente, reindirizzando i 14 articoli, precedentemente redatti, ad esso.

Il mese successivo, come risultato, ottennero che le condivisioni social raddoppiarono. A partire dal primo novembre, hanno registrato un aumento di visitatori, con 1.271 visite attraverso il traffico organico dei social media alla pagina, con una media di oltre 170 visualizzazioni all’articolo ogni mese. Per di più, il tempo medio dell’utente trascorso sulla pagina è aumentato del 61%, arrivando a 3,3 minuti.

E tutto questo senza spendere nemmeno un dollaro per promuovere il pezzo.

Considerazioni (non apocalittiche) sui contenuti organici

Se a questi ragionamenti si aggiungono quelli sui dati che riguardano le informazioni sul livello percepito del ROI generato da canali di marketing selezionati, è possibile constatare che solo un 17% dei professionisti internazionali del settore ritiene che le sponsorizzazioni a pagamento sui social generino il ROI più elevato, rispetto al 20% di coloro che hanno affermato che questo tenda ad arrivare ancora da contenuti organici.

Tale dato, che va indubbiamente e continuamente monitorato e indagato nel lungo termine, conferma che in realtà le potenzialità di un contenuto organico eccezionale non è per nulla variato, anzi.

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Come scrive Salvatore Niffoi ne Il venditore di metafore, in un momento in cui tutto è narrazione continua e pervasiva (e in fin dei conti non lo è più niente), è probabile che l’utente tenda a percepire tutta questa produzione di contenuti forzata, finta e artificiale.

Perciò l’internauta, spinto dal “bisogno” di un sano contenuto autentico e unico, va alla ricerca dell’eccezionalità. Il che ci porta alla considerazione per ora finale di questo dibattito (che ormai va avanti da anni); ovvero che il contenuto organico di qualità nei social media non è morto, ma semplicemente si trova in un ambiente saturo di produzioni e prodotti sterili e insignificanti.

Robin Good ci racconta la sua Formula di Sharewood, per fare business online senza dipendere dalla pubblicità

Visibilità, credibilità e modelli di business online per gli indipendenti e per le piccole aziende sono stati i temi al centro dell’incontro con Robin Good al Create Dojo di Salerno, sede di Ninja Marketing e Digital South, per presentare il suo ultimo libro “Da Brand a Friend”, edito da ROI Edizioni.

A moderare questo momento di scambio e di ispirazione, Mirko Pallera – founder & CEO di Ninja Marketing, che ha chiesto a Robin di illustrare i principi contenuti in questo libro che supera il concetto di marketing tradizionale per proporre un nuovo modo di fare business online.

Robin Good, nipote immaginario di Robin Hood, che rubava ai ricchi per dare ai poveri, a differenza del famoso paladino della giustizia, non proviene dalla foresta di Sherwood, ma da Sharewood, la foresta della condivisione. E fulcro del pensiero di Good e del suo libro, è appunto la Formula di Sharewood, «una strategia per creare business online attraverso la condivisione di vero valore e la coltivazione di un seguito di fan appassionati».

Per comprendere meglio i passi fondamentali che un business online dovrebbe seguire per essere utile e apprezzato e di conseguenza profittevole e duraturo, abbiamo fatto quattro chiacchiere con Robin durante la presentazione del libro e la prima cosa che abbiamo capito è che oggi un’azienda che produce contenuti media può pensare a un business che non sia strettamente dipendente dalla pubblicità. Anche se «in alcune situazioni è quasi inevitabile dover pagare un “pedaggio” come avviene su Facebook, dove la presenza promozionale ha poco senso se non allochi un budget», un’azienda oggi può trascendere il marketing budget della pubblicità, in particolare grazie alla possibilità di ottenere servizi e prodotti di qualità migliori rispetto agli altri e utilizzando il passaparola e la gratificazione dei clienti come pubblicità. L’esempio più classico? Amazon.

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Business online senza pubblicità: si può fare, con contenuti di valore

«La pubblicità, per dirla tutta, non vive di qualità ma di popolarità, quindi per andarle incontro ci abbassiamo a fare cose di livello mediocre misurandone i risultati – come le views – e non la qualità. Trovo che ci spendiamo male: per chi come me è appassionato di ciò di cui scrive, non è un fattore positivo».

Nei 5 passi della sua Formula di Sharewood, Robin Good individua innanzitutto la necessità per i brand di individuare la propria nicchia di mercato, un’opportunità di business rappresentata da un problema, un interesse o un’esigenza specifica per la quale ci sia domanda misurabile su Internet, ma per la quale ci sia solo un ristretto numero di fornitori in grado di soddisfarla. Tutto questo significa saper far convergere i propri interessi e le proprie capacità con l’effettiva domanda da parte di un gruppo di persone.

Quindi sarà necessario produrre contenuti di valore per quella nicchia. Facile a dirsi, ma spesso poco chiaro per molte aziende che faticano a comprendere la definizione di valore, che Robin ci spiega così:

«I contenuti di valore sono semplici da individuare: basta guardare a contenuti che non siano recensioni uguali a mille altre, ma invece siano articoli giornalistici o divulgativi sui quali si è speso tempo, e qualcuno ha investito il proprio lavoro. Il valore si crea solo dove c’è un dispendio di energie al di sopra della media, dunque in termini concreti il prodotto realizzato va oltre il dovuto, in maniera significativa, raccogliendo e sintetizzando informazioni, dandomi una visione d’insieme ma mostrandomi voci diverse, organizzando risorse utili sull’argomento. Qualcosa di molto diverso, insomma, dalla recensione di un tool o da un post che esprima opinioni personali».

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Qualità anziché quantità, vuol dire anche cambiare l’idea di Influencer

La ricerca del valore non ha nulla a che fare con i tempi velocissimi del web, dettati invece da questo meccanismo tradizionale che dipende dalle views e di riflesso dalla pubblicità: oggi si ragiona ancora troppo spesso nei termini del dover fare mille cose di spessore uno, invece di sole due cose, ma di spessore novanta.

La scelta ovviamente è demandata ad ogni azienda, ma in questo senso anche il termine di Influencer dovrebbe cambiare accezione:

«Qualcuno mi affibbia questo termine – racconta Robin – e ti faccio un esempio tangibile: mi hanno scritto chiedendomi l’indirizzo per inviarmi una bottiglia di Champagne, perché avevo scritto una recensione riguardo un tool che poi era stato utilizzato in tutte le università italiane. Io non sapevo nemmeno di essere stato così bravo: in genere faccio delle cose che tornano utili a parecchie persone e le persone lo dicono l’une alle altre; di conseguenza agli occhi di quelli che ne beneficiano sono un Influencer, ma io non mi vendo come tale, non sono mai nei tag di qualche brand. Sono Influencer nei fatti ma non nella politica di vendita».

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A chi credono oggi i consumer?

Costruire la propria credibilità condividendo contenuti di valore, naturalmente non esenta dall’errore. «Per quanto possa costare, ogni errore va colto come una opportunità. Affrontare l’errore vuol dire riconoscerlo, con la massima trasparenza: indicare cosa si intende fare perché la cosa non succeda di nuovo. Oltre alle inevitabili scuse, ovviamente».

Se oggi i consumatori hanno perso fiducia in ciò che è “ufficiale”, negli sponsor, nelle celebrità e nei grandi marchi, è perché questi non hanno saputo costruire un rapporto umano con le persone.

«Non si è solo facciata, si è anche umani realmente e ci si prende delle responsabilità: è un segno etico di correttezza. Non siamo più alla politica del noi abbiamo un prezzo migliore», sottolinea Robin.

Parlando ancora di contenuti, valore e spessore, Robin Good aggiunge che il marketing è un settore in cui è facile passare inosservati, perché gli argomenti sono molti e affascinanti, ma il rischio di trattarli tutti è quello di non essere caratterizzati da niente.

«Luigi Centenaro fa marketing ma è l’uomo del personal branding, ha scritto il primo libro sul personal branding, ha creato il personal branding canvas, insomma ha sviluppato idee in quella direzione. Chi come Montemagno è più, secondo me, generico, a tutto tondo sul digitale, ha grande popolarità ma non ha uno spessore specifico in una direzione, è un ottimo oratore, un ottimo videomaker, un ottimo divulgatore di idee, più in ambito generalista. Questo per me può essere un limite generale nella strategia dei contenuti: essere troppo larghi».

La scelta dei contenuti, in pratica, dovrebbe diventare una contaminazione tra l’editore e il proprio pubblico: è evidente che essere dipendenti dalla pubblicità può porre davanti al pericolo di diventare sempre meno di spessore e non incontrare più il proprio pubblico. «Seguo Jeff Jarvis, che è un paladino del giornalismo innovativo e alternativo e non un marketer e produce sempre idee nuove, modelli di business, di nuovi modi di organizzare i giornali in futuro», ci consiglia Robin.

Rinunciare alla pubblicità e sostenersi con i “fan”, il modello verso cui ci conduce questo dialogo su Da Brand a Friend. Ci chiediamo allora, come? E anche Robin Good non ha una risposta preconfezionata: questo è ancora un mondo da esplorare. Se è il pubblico a finanziare, comunque, dovrebbe anche decidere quali progetti seguire e magari quali storie raccontare. In un modello simile avremmo da un lato l’editore come coordinatore e dall’altro il pubblico che decide chi e cosa far crescere, anche all’interno della redazione.

Chi e perché dovrebbe leggere Da Brand a Friend

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Da Brand a Friend è un libro che va letto per capire che ci sono nuovi modi per approcciarsi al marketing, modi che mettano al centro le persone e il loro gradimento rispetto a quello che le aziende producono, perché, vista dal lato opposto, è nelle persone il vero valore per le aziende.

«Come autore sei sempre preparato al fatto che qualcuno smonti la tua opera, ti faccia da critico per farti migliorare, perché mentre lo scrivi ci stai dentro, perdi un po’ la prospettiva – ci spiega Robin Good -. Chi ha letto il libro (parliamo di cinture bianche o gialle, imprenditori anche alle prime armi affascinati dal desiderio di muoversi online e diverse piccole aziende, come farmacie, scuole di formazione), ci ha trovato un manuale di riferimento che non usa un gergo tecnico e propone un percorso chiaro e comprensibile di come muoversi in questa direzione: una strada generale collegata a esempi concreti. Ed è poi basata sui 5 passi fondamentali: posizionarsi bene, sviluppare credibilità, coltivare una community di fan, ascoltare la community e creare prodotti e servizi su misura per loro. Vale sia per chi fa il blogger che voglia costruire una guida, ma vale anche per il farmacista che può offrire prodotti personalizzati ai clienti che ha ascoltato adeguatamente, creando nuove soluzioni in grado di rispondere in modo efficiente alla concorrenza di Amazon e del commercio online».

Un libro per chi si avvicina al business e al marketing ma vuole farlo con lo sguardo nuovo di chi ha il privilegio di partire dall’online e dal digitale, in un mondo dove sono le persone stesse a dirti quale direzione prendere in questa foresta e la condivisione è diventata la vera chiave per il successo.

I gruppi di acquisto non sono fuori moda e c’è chi ne ha fatto una startup

Chi dice che i gruppi d’acquisto sono fuori moda si sbaglia di grosso e ce lo dimostra questa startup torinese, Tobevy, nata dall’idea di condividere l’acquisto di bevande e acqua con i vicini di casa per ottenere scontistiche e consegna a domicilio gratuita, oltre che dallo sgravio di portare i pesanti acquisti fino alla porta di casa.

I piani sono quelli di espandersi fuori i confini torinesi ed implementare una piattaforma e-grocery, ma di Tobevy e della sua storia ci racconta Paolo Gorgoglione, Co-Founder & CEO.

Qualcuno potrebbe pensare: “un’altra startup del cibo a domicilio”. Invece in cosa è differente Tobevy e come è iniziato il vostro percorso di impresa?

Tobevy TheFounders

Il nostro servizio è differente da una startup di cibo a domicilio perché siamo più simili ad un supermercato online di nuova generazione, in cui è possibile condividere la spesa con i vicini di casa per ottenere un vantaggio economico ed ottimizzare la consegna per ridurre l’impatto ambientale.

Quando ero nel collegio universitario a Torino, raccoglievo ordini di acqua e bevande dei miei amici per effettuare un unico grande ordine dal distributore ed ottenere uno sconto. Ricordo ancora quando chiamavo in negozio: “avrei bisogno di 240 casse d’acqua, che prezzo fate?”. Così, circa tre anni fa, ho iniziato a lavorare a questo progetto insieme ad Antonio D’Amore, amico ed ingegnere informatico, per espandere il concetto su scala più estesa.

Abbiamo lanciato Tobevy a Torino a luglio 2017, riscontrando da subito un enorme successo, soprattutto tra i Millennials.

Possiamo paragonare Tobevy ad un gruppo d’acquisto e perché proprio le bevande?

Tobevy si basa proprio sul concetto di gruppo d’acquisto. Gli utenti all’interno della stessa area geografica possono unire la propria spesa scegliendo un’unica data e fascia oraria di consegna: più ordini ci sono di uno stesso prodotto, più il prezzo diminuisce. Abbiamo deciso di iniziare con acqua e bevande perché sono i prodotti più faticosi da acquistare al supermercato: pesano e sono ingombranti.

Processo d’acquisto e garanzie per gli utenti, come funziona il vostro sistema?

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Acquistare su Tobevy è molto semplice e sicuro.

Una volta inserito l’indirizzo della propria abitazione sul sito www.tobevy.it , è possibile vedere se altri utenti di zona hanno già ordinato: selezionando la stessa data e fascia oraria di consegna, la spesa viene aggregata e si crea un gruppo d’acquisto.

Il prezzo dei prodotti è collegato al numero di ordini all’interno di uno stesso gruppo: maggiori le quantità ordinate, maggiore è lo sconto. Chiaramente la diminuzione dei prezzi viene applicata a tutti i partecipanti, dal primo all’ultimo. Più facile a farsi che a dirsi!

Ad oggi, il 93% degli ordini sono aggregati, con una media di gruppo d’acquisto pari a 5 utenti: grazie a questo sistema garantiamo consegna gratuita a casa del cliente e viene ridotto notevolmente l’impatto ambientale della logistica.

Credo che avere dei prodotti di qualità in vetrina sia essenziale: come scegliete i fornitori da inserire sulla piattaforma?

Tobevy è un marketplace, quindi i prodotti vengono venduti e consegnati da nostri Partner. Per offrire un servizio efficiente e di elevata qualità, selezioniamo i venditori in base alla serietà e alla puntualità delle consegne. Nel prossimo futuro collaboreremo con le migliori insegne della GDO per garantire un servizio di spesa online omnicanale a 360°, e su questo aspetto lascio ai consumatori un effetto sorpresa.

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Ad oggi siete attivi solo su Torino, ma sbarcherete presto anche in altre città: ci
raccontate i vostri progetti futuri?

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Abbiamo fondato Tobevy con uno scopo ben preciso: creare una piattaforma di e-grocery smart ed economica.

Oggi sempre più consumatori vogliono fare la spesa online, ma l’offerta è ancora scarsa. A dimostrarlo sono i numeri del Food & Grocery online in Italia: il mercato vale 812 milioni di euro ed è in crescita del 37%, ma copre solamente lo 0,5% del totale acquisti retail del settore, a differenza di altri Paesi come l’Inghilterra in cui la penetrazione dell’e-grocery è ben più elevata (8%).

Tobevy unisce un’esperienza d’acquisto social ad un reale vantaggio economico, non solo per i consumatori ma anche per i venditori; infatti il nostro sistema ottimizza la logistica delle consegne a domicilio, un aspetto fondamentale per rendere profittevole il servizio di home delivery.

Prevediamo di estendere il servizio con tutti i beni di largo consumo che comunemente troviamo al supermercato, grazie a partnership strategiche con player della GDO.
Prossime città? Roma, Milano e Bologna.

Oltre alla valorizzazione dei gruppi d’acquisto, un’altra caratteristica importante di Tobevy è il km 0. Valorizzerete anche questo aspetto attraverso il vostro portale?

Credo sia molto importante valorizzare i prodotti a km 0, ed in questo senso possiamo fare molto, soprattutto selezionando i Partner che hanno un occhio di riguardo su questo tema.
Viviamo in un territorio ricco di eccellenze che spesso vengono messe in secondo piano, in particolare nel settore dell’agricoltura, per questo ogni realtà aziendale ha la responsabilità di promuovere i prodotti locali e studiare soluzioni sostenibili per l’ambiente in cui viviamo.

Il Tindstagramming e altri pericoli delle app di dating, spiegati

In un mondo popolato da centinaia di siti e app per il dating, in cui si può con poco sforzo conoscere la persona più adatta a noi, in base a parametri quali il tipo di relazione che si cerca, la fascia d’età di appartenenza o la geolocalizzazione, sta emergendo un nuovo ‘trend’ tra gli utenti di queste applicazioni: il Tindstagramming, definito dal New York Magazine, come “l’atto di intrufolarsi nei messaggi diretti di Instagram, in seguito ad un tentativo fallito di contattare qualcuno su Tinder”.

Ma vediamo come nasce questo fenomeno. Nel momento in cui ci si iscrive a Tinder si viene invasi da un elevato numero di persone con le quali entrare in contatto. Agli utenti viene presentato il profilo di una persona attraverso un’immagine: se si scorre l’immagine a sinistra vuol dire che non si è interessati a quell’utente, mentre scorrendo a destra si evidenzia che c’è un apprezzamento. Se entrambe le persone dichiarano interesse, scatta quello che in gergo social viene definito match: da questo momento le due persone possono scriversi in chat e organizzare un appuntamento.

Tutto molto semplice in teoria, ma in realtà non tutti gli utenti che ricevono un rifiuto riescono ad accettarlo e, poiché Tinder dà la possibilità di collegare i propri account social al profilo, ad esempio Instagram o Facebook, questi utenti tentano di sovvertire la regola basilare dell’app, tentando di contattare su altre piattaforme social quelle persone che non hanno mostrato interesse, inviando messaggi diretti sui profili Instagram.

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La scelta di Tinder, risalente al 2015, di dare la possibilità ai propri utenti di collegare altri account social per poter aumentare la nascita di potenziali interazioni, sembrava una opportunità grandiosa per i suoi iscritti. Prima di questa novità, la politica era molto diversa, si cercava di mantenere l’anonimato degli utenti, tanto che le sole informazioni alle quali poter accedere erano il nome, l’occupazione, il tipo di istruzione e tutto ciò che gli utenti decidevano di rivelare attraverso la loro bio. Pertanto, se non si riusciva ad entrare in contatto con qualcuno era praticamente impossibile tentare di farlo fuori dall’applicazione.

Ma cosa spinge una persona a ricorrere ad altri tentativi, come messaggiare qualcuno su Instagram, nel momento in cui si viene rifiutati su Tinder? Perché quella persona dovrebbe essere interessata a rispondervi se non ha mostrato interesse a conoscervi su un app creata proprio con questa finalità? Chi è esattamente il Tindstagrammer?

Una giornalista del New York Magazine ha condotto delle interviste con degli utenti di Tinder per tentare di comprendere il fenomeno e le sue ripercussioni.

Daniel Elf, Tindstagrammer di Tel Aviv, sostiene che “il profilo di Tinder, il più delle volte, non fornisce abbastanza informazioni utili a trovare un terreno di intesa con l’altra persona. Ma quando invio un messaggio diretto su un altro social, posso mostrare me stesso — quella persona, su Internet, che ho costruito coscientemente”.

C’è chi dice no (più di una  volta)

Quanto un semplice ed ingenuo messaggio su Instagram può assumere contorni diversi, e diventare un tentativo di stolkerare qualcuno?

Madison Killiananche lei intervistata dal quotidiano americano, racconta la sua esperienza di “vittima” del Tindstagramming, documentata anche sul  suo account Twitter: “Solitamente, si tratta di un tizio che mi ha visto su Tinder e che pensa che io sia molto ‘calda’. Ovviamente non rispettano le frontiere quando ti inviano messaggi, nonostante voi abbiate deciso di non ‘matchare’ con lui. Le risposte che gli ho dato e il mio rifiuto lo hanno fatto arrabbiare a tal punto che ha inserito un annuncio falso su Craiglist postando il mio account Instagram, così quando mi sono svegliata la mattina seguente, mi sono ritrovata messaggi di 15 sconosciuti ‘eccitati’ .

“Inizialmente, sembrava inoffensivo, solo un tipo dolce che era molto interessato a me”, racconta Katie Meuser, a proposito di un utente di Tinder che si è trasformato in un Tindstagrammer. “Gli ho detto che che ero lusingata, ma che non era interessata ad incontrarlo, ma ha continuato ad inviarmi messaggi, non rispettando il fatto che io gli dicessi di no. Ha continuato a dire che era una persona romantica e che non dovevo spaventarmi, così ha continuato ad inviarmi messaggi indesiderati per oltre due anni, finché non ho deciso di bloccarlo qualche mese fa”.

 

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Verrebbe naturale chiedersi, ma perché ha aspettato ben due anni prima di bloccarlo? In realtà non è semplice gestire questo fenomeno, perché entrano in gioco molte variabili. Se semplicemente s’ignora una persona che si presenta in maniera gentile, si rischia di ricevere messaggi per due anni, se invece si risponde ribadendo un no, già palesemente evidenziato su Tinder, si rischia di essere vittima degli insulti o delle vendette di chi viene rifiutato per la seconda volta.

Le esperienze di Madison Killian o di Katie Meuser non costituiscono certo un caso isolato, questo fenomeno è molto più diffuso di quanto pensiamo, e sfocia spesso in ripetuti e molesti tentativi di approcciare qualcuno. Tendiamo a sminuirlo perché non avviene nella vita reale, ma il fatto che ciò avvenga sui social media non vuol dire che vada legittimato. Un rifiuto assume lo stesso significato, sia che avvenga di persona sia che venga esplicitato attraverso un messaggio. Eppure molti non sembrano farsene un problema, dietro uno schermo ci si sente liberi di dire qualunque cosa, senza  freni o inibizioni. Non si è più in grado di accettare un rifiuto? Perché non si riesce a considerare l’idea che semplicemente una donna, o viceversa un uomo, non possa essere interessata a delle avances?

Mike, un altro Tindstagrammer intervistato dalla giornalista, racconta come ha iniziato a scrivere messaggi su Instagram alle ragazze prima di mettersi in contatto con loro su Tinder, in modo da “poter continuare a chattare con loro nell’eventualità di un match non andato a buon fine”. “La ragione per cui lo faccio – sottolinea-  è probabilmente perché è facile. Sì, può essere inefficace, funziona 2 o 3 volte su 30, ma richiede uno sforzo così basso che non costa farlo, se si è disposti a fare di tutto per incontrare delle ragazze”.

Tinder e Instagram possono arginare questo fenomeno?

Ma allora come si può affrontare questo problema? Dipende davvero tutto dalle scelte dei gestori di queste piattaforme? Se Tinder dovesse decidere di eliminare gli account collegati ad Instagram,  o Instagram dovesse rimuovere i messaggi diretti, il problema probabilmente non si risolverebbe.

Il fenomeno del Tindstagramming ha una radice più profonda, non accade semplicemente perché è facile o perché l’algoritmo dell’applicazione lo permette, accade perché molte persone ancora non si fidano della capacità di una donna di dire no e di accettarlo. Il Tindstagramming non è dunque un problema legato solo alle piattaforme social, ma è dettato dalla incapacità umana di comprendere e accettare che non si può insistere davanti a un rifiuto, che non è lo strumento né tantomeno l’insistenza a fare la differenza.

Bisognerebbe solo rendersi conto che il fatto che una donna che possieda un profilo Tinder o Instagram non vuol dire che automaticamente debba essere interessata a chiunque la contatti, che l’equazione ‘è su Tinder quindi è disposta ad incontrare degli uomini’ non ha alcun fondamento, e non si può forzare la mano.

Come nella vita reale, anche sui social media c’è un confine che non andrebbe mai valicato. Nell’epoca delle relazioni nate in chat, della ricerca costante di qualcuno/a che sia disposto a mettere fine alla solitudine personale, dell’intercambiabilità esasperata, che porta a cambiare e sostituire donne e uomini come si farebbe con un paio di scarpe, forse ci dovremmo fermare un attimo a chiederci dove stiamo andando e cosa stiamo cercando realmente. Perché è indubbio, la tecnologia, i social media e le infinite app di incontri potranno anche averci semplificato la vita, oggi possiamo permetterci di non uscire di casa per conoscere qualcuno, ma siamo sicuri che tutto questo progresso non stia contribuendo ad una regressione delle relazioni affettive, creando una sessualità virtuale e spesso irreale? Stiamo sostituendo gli incontri reali e le conversazioni  con persone che potremmo incontrare fortuitamente ogni giorno per affidarci nelle mani di un algoritmo? 

Se, nell’era delle app per gli incontri, sta cambiando la geografia dell’amore e delle relazioni (di qualunque genere esse siano), il fenomeno del Tindstagramming è uno dei sintomi di una società che non è più in grado di relazionarsi di persona e, dunque, di dare un significato e d’interpretare la comunicazione verbale, e non verbale, di chi abbiamo di fronte?

Illustrazione di Copertina di Sara Ciprandi – www.saraciprandi.com

WarrenBuffettMarkZuckerbergElonMusk

Se pensi che essere introversi danneggi la leadership chiedi a loro

Mark Zuckerberg ha fondato Facebook. Elon Musk ha rivoluzionato il concetto di viaggio sulla terra e nello spazio, fondatore di Paypal e Tesla Motors. Warren Buffett è uno dei maggiori investitori al mondo. Ma scopriamo qual è il tratto caratteristico che hanno in comune questi leader e geni del terzo millennio.

Ebbene sì, l’introversione.

Non per forza sono personaggi carismatici e senza peli sulla lingua.

WarrenBuffett leader

Warren Buffett

LEGGI ANCHE: Allontana queste 9 cattive abitudini e sarai felice (anche al lavoro)

Tre suggerimenti per essere dei leader migliori

Se ti identifichi in questo tratto della tua personalità, ecco come puoi aumentare le tue performance lavorative.

Elon Musk leader

Elon Musk

1. Fai spazio alla solitudine

Gli introversi sono pensatori e solitari. Sono consapevoli che nella loro tranquillità possono essere creativi ed avere idee geniali.

Forza! Trova tempo per te stesso.

2. Non sottovalutare le tue qualità social

Un altro segreto? Riescono ad immedesimarsi nella testa dei loro clienti.

È un semplice mito il fatto che non siano abili negli affari. Sono empatici, ascoltano, pongono domande provocatorie, insomma, sanno fare networking. Preferiscono incontri personali, cene intime o meeting privati rispetto a palchi e conferenze con grandi folle di persone.

3. Leggi molto

Sono lettori accaniti. Buffet, per esempio, passa ben l’80% delle sue giornate ad imparare cose nuove.

Mark Zuckerberg leader

Mark Zuckerberg

Non importa quale sia il tuo tipo di introversione, ognuno è diverso, ma la tua natura sensitiva ti aiuterà.

«In Italia non c’è una strategia politica per coltivare i nostri cervelli», dice uno dei papà della robotica

Oltre le canzoni d’amore, il mandolino e la cattiva politica c’è una cosa che ci vede tra i leader del mondo ed è uno dei temi sul quale faremo bene tutti a prestare attenzione ed a mettere in campo tutte le energie intellettuali che possiamo: la robotica.

Un scienza relativamente nuova che a dispetto di quanto certa fantascienza abbia trovato fascinoso raccontare , non riguarda solo gli umanoidi cattivi che s’impossesseranno del mondo ma bensì tutta una serie di possibilità per rendere le macchine le migliori alleate dell’uomo. Accadrà presto quello che è successo con pc e smartphone, da tecnologie esoteriche e di avanguardia i robot saranno presto una commodity. Visto come sono andate le cose sarà bene però che questa volta la storia sia diversa e che mettiamo in campo tutta la conoscenza necessaria per non subirci le tecnologie ma bensì per addomesticarle.

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A Napoli ho incontrato il Prof. Bruno Siciliano, docente di Robotica e direttore  del  PRISMA Lab, il Laboratorio di Progetti di Robotica Industriale e di Servizio, Meccatronica e Automazione del Dipartimento di Ingegneria Elettrica e Tecnologie dell’Informazione dell’Università Federico II.

Il prof Siciliano è uno dei nomi più importanti della robotica italiana ed internazionale nonché membro del comitato scientifico della Maker Faire Rome, dove curerà la prima area espositiva che vede insieme (e divulgati al grande pubblico) tutti i prototipi della produzione scientifica dei dipartimenti italiani di robotica. Un’occasione ghiotta per capire e dialogare con il futuro che saremo.

Il manuale di Robotica

Bruno Siciliano è sicuramente una delle voci più autorevoli della robotica mondiale, con Oussama Khatib, della Stanford University, ha pubblicato il monumentale Springer Handbook of Robotics (2008), edito da Springer che con le sue 1611 pagine e 1375 illustrazioni, centinaia di video embendati tra le pagine, è un’opera monumentale a cui hanno contribuito 165 studiosi di tutto il mondo (18 dei quali italiani), con l’intento di coniugare la dimensione manualistica con quella enciclopedica, considerata la bibbia della materia a livello planetario. Ci mostra con orgoglio i giovani studiosi che lavoro con lui in un “vissutissimo” laboratorio nel piano interrato della facoltà di ingegneria immerso tra droni, robot ed opere d’arte.

Prof Siciliano, per lei che ne segue da anni la ricerca scientifica in ambito internazionale, a che punto siamo oggi dell’evoluzione della robotica?

«Nella robotica sta avvenendo un processo di contaminazione dei saperi con altre discipline tecniche, scientifiche e umanistiche. L’obiettivo è quello di portare la robotica al servizio della scienza. Sarà questo il questo il momento che poi porterà i robot del futuro non solo ad essere robot di servizio, ma ad essere davvero utili per l’umanità».

In Italia

Qual è la situazione della robotica in Italia?

«La comunità italiana scientifica e industriale è tra le prime in Europa e nel Mondo. Ma purtroppo in Italia non c’è una strategia politica per coltivare i propri cervelli, per cui molti dei migliori scappano all’estero. Ma nei nostri laboratori per scelta rimangono ancora molti giovani bravissimi e fortunatamente oggi anche molte startup stanno investendo in queste tecnologie emergenti creando nuove opportunità che la carriera scientifica da sola non potrebbe sostenere.

Si parla tanto di trasferimento tecnologico: il maggiore trasferimento tecnologico che si può fare non riguarda algoritmi, software e nessun’altra tecnologia, ma è quello relativo al cervello.

Basterebbe osservare quello che fa Google per vedere che sta investendo non solo nella guida autonoma ma anche nella realizzazione del personal robot. Google ha acquisito diverse aziende, ma l’investimento maggiore che ha fatto Google è in persone, ovvero cervelli!

Il potenziale dei nostri studenti è altissimo proprio perché la complessità dell’ambiente in cui noi lavoriamo non è comparabile con un ambiente in cui funziona tutto come quello dello Silicon Valley. Le difficoltà ed il caos tipici dei nostri luoghi è come se ci allenasse fin da piccoli alla complessità».

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Com’è cambiata la robotica

Ci sintetizza in 4 hashtag le parole chiave della robotica contemporanea?

«#Conoscenza: il presupposto essenziale per poter realizzare dei robot avanzati, che siano utili per gli esseri umani è avere una grossa base di conoscenza e senso critico.  Possiamo avere il sensore tecnologicamente più avanzato, però quello che è importante è sapere che problema deve risolvere, il fatto di correlare informazioni sensoriali disparate grazie all’intelligenza, ovvero alla capacità di capire come risolvere problemi;

#Design: sulla base della conoscenza bisogna poi progettare e realizzare robot che siano in grado di emulare le capacità umane;

#Impact: in un mondo popolato da esseri umani e robot sorgono questioni che vanno al di là dell’ingegneria e della tecnologia ma che riguardano l’impatto su aspetti sociali come ad esempio aspetti etici o legali. Provate a pensare come è indietro, ad esempio, la giurisprudenza: se un robot fa un danno a chi facciamo causa? A chi ci ha consigliato l’utilizzo del robot, alla casa produttrice o a chi lo ha programmato?

#Interaction: come vado a gestire l’interazione tra i robot e gli esseri umani, cioè tra la macchina e l’uomo? Questa interazione deve essere gestita in maniera sicura, un robot non deve creare danno all’essere umano. Lo può sostituire in alcuni lavori, anzi il robot deve diventare un compagno ideale per l’essere umano. Uno strumento che può essere utilizzato dal chirurgo, dall’artigiano, da chi deve disinnescare una mina etc. Il robot ha senso solo se si pone come strumento collaborativo nell’interazione con l’essere umano».

Detta così sembra tutto rose e fiori. Cosa ci perdiamo da questa evoluzione della robotica?

«Nel breve periodo si potrebbe pensare che i robot siano la causa della perdita di molti lavori manuali. Ma in realtà saranno solo i lavori più dequalificati e manuali ad essere sostituiti dai robot che oggi sono in grado di eseguire anche operazioni raffinate come la decorazione artistica di una ceramica vietrese. Queste abilità riportate nel campo della chirurgia hanno rappresentato una rivoluzione epocale perché consentono anche a chirurgi meno esperti di condurre operazioni in maniera impeccabile».

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Chiudiamo con un invito: perché venire alla Maker Faire?

«Sicuramente per incontrare nell’area della robotica dove i saranno i maggiori esperti italiani di che porteranno cose che i visitatori potranno toccare con mano e potranno apprezzare come la tecnologia attuale va al di là di quanto la fantasia umana possa immaginare. Noi vedremo dei robot che faranno cose che tipicamente l’essere umano non potrà fare, quindi questo è fortemente ispirazionale e può suggerirci vie per convivere con i robot. Anzi è proprio dall’incontro tra il mondo scientifico e quello dei maker l’ambiente giusto dove poter trovare insieme “soluzioni” che migliorino la qualità delle nostre vite. Per i visitatori è una occasione unica per poter vedere fuori dai laboratori e in un ambiente friendly, in una sola area, tutti i più grossi laboratori di ricerca italiana che espongono tutti i loro prototipi di punta. Vi aspettiamo alla maker faire, cominciamo venerdi 1 dicembre con the future making. La Maker Faire è il primo passo verso la realizzazione di un personal robot alla portata di tutti e sembrerà strano ma il contributo di tutti, anche fatto solo di semplice curiosità, sarà di aiuto all’evoluzione di questa scienza fantastica».

Il lavoro alle macchine, il salario a noi

Le ore passate con il Prof. Siciliano sono volate via come il vento ed è stata la conferma che sono sempre e solo gli appassionati i veri hacker della ricerca. A tutti i livelli. Le idee che mi frullano in testa sono tante e so che presto ci rivedremo e sarò curioso di farmi aiutare a comprendere i dubbi che continuano a tenermi sul bivio tra scenari apocalittici e visioni rosee di un futuro tecnologico.

Da un po’ di tempo la robotica è parte della mia “dieta quotidiana” ed ora che solo in poche ore con il Prof. Siciliano mi sembra di saperne un po’ in più. E come diceva Socrate più so e più so di di non sapere e questo mi mette perennemente a un bivio tra scenari apocalittici e technofuturi rosei. Ma come sempre accade arriva un segnale quando meno te lo aspetti. Vado in bagno e leggo una scritta sulle piastrelle dei gabinetti della facoltà di ingegneria che avevo già letto altrove in passato: il lavoro alle macchine, il salario a noi.

Torno a casa e so a cosa pensare fino alla Maker Faire, dove con Rural Hack cureremo l’area dedicata all’agrifood. Ma abbiamo bisogno di persone curiose e intelligenti: volete venire a fare i Social Reporter?

Cos’è il “workaholism” o dipendenza dal lavoro (e perché dovresti smettere)

Una cosa è l’entusiasmo, un’altra la dipendenza dal lavoro. Il cosiddetto workaholism può essere pericoloso e peggiorare il rendimento del dipendente. Oltre ad avere effetti negativi sulla vita della persona e a rendere difficile il suo rapporto con la famiglia, il workaholism non porta a una crescita della produttività. È qualcosa di più dello stacanovismo, è una compulsione malsana, una vera a propria dipendenza dal lavoro.

Il disturbo è ancora poco conosciuto ma venne teorizzato per la prima volta già nel 1971 nel libro “Confession of a workaholic” dello studioso Edward Oates e fu definito come una new addiction, una patologia. Di cadervi, almeno in un periodo della vita, capita a più persone di quante si pensi.

Workaholism

Cos’è il workaholism e chi ne soffre

In Giappone è un problema e se ne discute in relazione al karoshi, le morti per infarto dovuto al troppo lavoro. Il dibattito è vivo anche in Germania, dove un recente rapporto di cinque consiglieri economici del governo propone di abolire la giornata lavorativa di otto ore.

«Le aziende hanno bisogno della certezza che non infrangono la legge se un impiegato partecipa di sera a una conferenza telefonica e se a colazione legge le mail», si legge nel documento. Ma così a rischio è la salute del lavoratore.

Il workaholism può svilupparsi quando i dipendenti percepiscono che lavorare oltre l’orario di lavoro anche a casa, nei fine settimana o durante le vacanze, è considerata una condizione indispensabile per il successo e l’avanzamento di carriera. Ma la droga da lavoro colpisce molto anche i liberi professionisti, ossessionati dal dover aumentare il proprio giro di affari. A essere più soggetti al workaholism sarebbero i figli di genitori che chiedono alti standard e performance sempre eccellenti nelle attività scolastiche ed extrascolastiche.

Workaholism

Sei anche tu un workaholic?

Uno studio dell’Università norvegese di Bergen ha individuato sette segnali per distinguere un workaholic da una persona che lavora tanto. Se almeno a quattro di queste affermazioni rispondi “spesso” o “sempre” vuol dire che cominci a essere dipendente dal lavoro:

  • pensi sempre a come liberare più tempo per lavorare;
  • trascorri molto più tempo a lavorare di quanto avevi previsto;
  • lavori per ridurre sensi di colpa, ansia o depressione;
  • gli altri ti dicono di riposarti ma tu non li ascolti;
  • sei stressato se ti viene impedito di lavorare;
  • gli hobby o l’attività fisica non sono mai una priorità di fronte al lavoro;
  • lavori così tanto da avere conseguenze negative per la salute.

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Cosa fare in questi casi

Oby Bamidele, coach e formatrice statunitense, suggerisce cinque modi per uscire dal workaholism:

  1. Imparare ad avere cura di sé e a programmare del tempo per noi stessi. Il workaholism è spesso collegato all’essere troppo critici verso di sé. Il consiglio è di dedicarsi a lunghi bagni, ad ascoltare musica o a leggere un libro, di concedersi una giornata per una gita;
  2. Scegliere un hobby o due. Un workaholic dovrebbe cercare interessi non correlati al lavoro che lo appassionino davvero. Per esempio, cucinare, fare un corso di danza, imparare a cucire. Qualunque cosa sia, basta che ci si diverta:
  3. Essere organizzati. Pianificare i giorni e le settimane e pensare ai tempi per prendersi una pausa, per le attività rilassanti e divertenti;
  4. Condividere. Bamidele consiglia di parlare agli amici intimi e alla famiglia per avere un incoraggiamento a mantenere la nuova routine;
  5. Esercitare la gratitudine. Secondo la formatrice, sarebbe una buona pratica scrivere ogni giorno cinque cose per cui sei grato. Questo esercizio aiuterà a mettere le situazioni in prospettiva e ad apprezzare anche le piccole cose.

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