A tu per tu con l’uomo più influente dell’advertising, ma anche con il più provocatore: Chris Clarke [INTERVISTA]

A tu per tu con l'uomo più influente dell'advertising, ma anche con il più provocatore [INTERVISTA]

Il 6 novembre, in occasione dell’IF! Italians Festival, il festival dedicato al mondo della creatività, è stato a Milano Chris Clarke, Chief Creative Officer International di DigitasLBi e noi non potevamo perdere l’occasione di intervistarlo.

In virtù della tua opinione Internet ha trasformato tutto in merda. Tu cosa stai facendo, dato che lavori per una agenzia digitale?

Quella che facevo in realtà era una domanda: “Internet ha trasformato tutto in merda?”. Stavo usando la diffusissima tecnica del “link bait” con un titolo provocatorio, ma sinceramente credo che il digital sia così pervasivo che non abbiamo più bisogno di “vendere Internet”.

Nella cultura digitale ci sono molti lati oscuri, accanto a quelli, ovviamente, positivi. Per essere un buon consulente digitale devi capire tutti gli aspetti e gli impatti della tecnologia. Ci sono ottimi motivi per sostenere che quest’ultima venga ampiamente usata nelle economie mature per sostituire le persone nell’industria, ma non abbiamo ancora visto creare dei posti di lavoro che rimpiazzino quelli perduti.

La tecnologia in Occidente può essere considerata un elemento che ha accentuato le diseguaglianze, mentre a livello globale ha certamente contribuito a far uscire un gran numero di persone da uno stato di povertà. Si tratta di una questione complessa, in un mondo a cui piace fare finta che sia tutto bianco o nero!

Come può la creatività sopravvivere ed evolversi attraverso la tecnologia?

Questa è una grande domanda. Negli ultimi anni abbiamo visto una forte tendenza all’eliminazione dei “guardiani della cultura”. Nel mondo degli e-book e dei Kindle, chiunque può pubblicare un libro, anche se non ha alcun valore culturale. Gli editor sono scomparsi. Le cose salgono in superficie se sono popolari.

Il mondo online, com’è strutturato ora, è una gara di popolarità; ciò significa che a emergere sono contenuti semplici, non problematici. Non è una buona notizia per il progresso culturale, perché è necessario un underground per nutrire il mainstream. Detto questo, la creatività è dappertutto: le persone sono più creative di quanto non fosse mai accaduto prima, anche grazie a nuovi strumenti utili a raccontare storie.

Siamo solo all’inizio di una rivoluzione cognitiva resa possibile dalla tecnologia digitale, emergeranno nuovi modelli e cambierà inevitabilmente la nostra idea di cosa voglia dire essere creativi e di come i creativi possano essere retribuiti per il proprio lavoro.

Con il programmatic buying, matematici ed esperti di marketing automation stanno dirompendo la scena, come possiamo evitare di diventare schiavi di un algoritmo?

Il programatic non fa altro che impadronirsi di quel genere di direct response advertising noioso e basato sui messaggi su cui nessuno vuole più lavorare in ogni caso. Mi sembra un’ottima notizia. Risparmiate le energie per fare qualcosa di più trasformativo.

All’ If! Italians Festival, hai proposto uno speech intitolato”Burn Down Adland”. Come sarebbe un mondo senza pubblicità?

Parecchio costoso! La pubblicità è indispensabile per finanziare molte delle cose che ci piacciono di più. Dico solo che il modello attuale è evidentemente inadatto al proprio scopo. L’Italia è stata più lenta di altri mercati ad accettare questo fatto, da cui il titolo.

A tu per tu con l'uomo più influente dell'advertising, ma anche con il più provocatore: Chris Clarke [INTERVISTA]

Tu hai ispirato molte persone: chi o cosa ispira te?

I pensatori lucidi che non hanno paura di rifiutare lo status quo: Jaron Lanier, Evgeny Morozov, Mark Earls nell’ambito della tecnologia e del marketing. Credo però sia anche importante esplorare il più possibile il mondo al di fuori del nostro settore.

Al momento mi affascina molto il libro di Tom Holland “Dynasty”, che parla di quello spettacolo dell’orrore che è stata l’epoca giulio-claudiana nell’antica Roma. Leggo quasi tutti i giorni le poesie di Tomas Tranströmer. E poi mia moglie: è una delle persone più brillanti e intelligenti che abbia mai incontrato. Con lei se non stai ridendo, di solito, è perché ti sei perso qualcosa.

Edoardo Scognamiglio: "Progetta una video content strategy efficace" [GUEST POST]

Edoardo Scognamiglio
Questo articolo è stato scritto da Edoardo Scognamiglio, Founder Combocut e docente del Corso On Demand in “Video Marketing” della Collana Digital Business.

Appena arrivo da un cliente ci tengo sempre a sottolinearlo: non si inizia un video girandolo. Mai. Sembra un manifesto del video marketing e in effetti per me lo è.
È fondamentale riuscire a trasmettere da subito l’importanza di una marketing strategy dietro una campagna video fatta bene. Tutto quello che facciamo nasce da mosse ben precise, tutte pianificate prima di pensare all’idea.

È stato proprio così con il nostro cliente Wanderio, il portale che semplifica l’organizzazione del viaggio, consentendo di pianificare ogni tratta e prenotare l’intero itinerario in un solo click.
L’obiettivo di Wanderio era incrementare brand awareness e lead generation creando interesse verso il proprio servizio e traffico verso il proprio sito per convertire più coupon.
La nostra proposta? Un video, certo, e una strategia di lead generation collegata.

Ecco le fasi:

E il video:

 wanderio

Avete appena guardato il video e intrapreso la via del “potenziale cliente”, gli step successivi sarebbero:
2. atterrare sul mini-sito;
3. giocare;
4. loggarvi con Facebook;
5. ottenere il voucher.

Quello che ci tengo a farvi notare è che tutto il percorso è stato ipotizzato per andare oltre la visione del filmato e il numero delle visualizzazioni: il video introdotto nel marketing mix del brand aveva la funzione di avvicinare l’utente agli obiettivi di business che Wanderio si era prefissato.

Come ogni buona strategia, ha dato i suoi risultati: il video esce sulla Fan Page di Wanderio e, nell’arco di una sola settimana, totalizza oltre 1,2 milioni di views e oltre 8.200 di condivisioni. Ma è un meccanismo destinato a triplicare i numeri perché i commenti più frequenti sono di persone che hanno visto il video, sono andate a fare il test sul minisito e sono tornate su Facebook per taggare la loro dolce metà e avvertirla del proprio rischio alce più o meno elevato.

Il primo quotidiano a parlare della clip realizzata è Corriere.it, seguito da altre testate online.
Questo processo ci fa registrare un numero di accessi al sito importante (> 20.000), ma, soprattutto, vi faccio notare che i log effettuati per scaricare voucher > 2.000.
Pensateci, è questa l’azione che risulta preziosissima: il brand ha fatto fare un’esperienza completa e molto engaging all’utente (guarda il video, va sul sito, gioca, si logga, ottiene il voucher).


Come leggere il dato dei loggati? Il brand ha ottenuto l’email di 2.000 persone e ora può attivare verso di loro le proprie attività di remarketing: DEM e display adv per trasformarli in clienti.

Che vantaggi hanno il remarketing e l’utilizzo delle DEM?
Si otterranno delle performance più alte perché nello specifico ci si rivolge a persone che:
A. conoscono il brand;
B. hanno riso con il brand;
C. sono andati sul sito;
D. si sono loggati, dimostrando interesse per il servizio.

Per concludere, la strategia è una sorta di visione d’insieme e richiede lungimiranza. E se non sapete dove state andando, come fate ad arrivarci?

Data Storytelling: come si raccontano i dati?

Data Storytelling: come si raccontano i dati?

Esiste un’espressione molto buffa, utilizzata da Avinash Kaushik, che definisce tutti quelli che si occupano di report e presentazioni di dati, e che con ammirevole perseveranza realizzano presentazioni e lavori caotici, chiassosi, poco chiari e molto poco efficaci: il termine è reporting squirrel, e probabilmente, se stai leggendo questo articolo, è perché sai che il rischio di presentare male i dati agli interlocutori che dovranno ascoltarti è sempre dietro l’angolo, e perché conosci la sensazione di sentirsi un raccoglitore vorace di informazioni incapace di comunicare un messaggio preciso.

La buona notizia è che esiste l’alter ego dello scoiattolo inconcludente, e guarda un po’, è l’Analysis Ninja, che poi altro non è che colui che riesce in poche mosse, in un documento, ad arrivare al punto senza annoiare (quasi) nessuno. La differenza tra i due è molto semplice: il primo si occupa di fornire i dati, il secondo si occupa di comprenderli ed estrapolare le informazioni chiave: in una parola, il Ninja è bravissimo a lavorare con gli insight.

Raccogliere i dati è soltanto l’inizio del lavoro

Data storytelling: come si raccontano i dati?
La vignetta di Tom Fishburne racconta un fenomeno molto frequente, quando si tratta di assistere a una presentazione in contesto aziendale: chi ci segue non farà mai realmente attenzione al dato in sé che gli stiamo presentando, perché, in realtà, sta ascoltando noi attraverso le slide, non viceversa.
Chi illustra un report, una serie di grafici, una ricerca riassunta in tabelle o in colorate e divertenti infografiche, sta parlando attraverso le slide: sono le slide che supportano noi, non noi che supportiamo le slide.

Il nostro pubblico non capirà quasi mai l’enorme, mastodontico lavoro che c’è dietro una presentazione, a meno che non siamo noi per primi a impostare la presentazione in modo corretto. Come? Come un Analysis Ninja!

E prima di illustrare la rapida guida a come diventare un vero Ninja dei report, specifichiamo che il problema non è quasi mai lo strumento che utilizziamo, ma il modo in cui stiamo ragionando: Powerpoint non è un nemico, il nemico è il modo sbagliato di usare gli strumenti.

1. Non essere didascalico

Molte presentazioni sono piene di slide letteralmente ricolme di informazioni: un grafico con didascalie infinite, un’immagine con sette/otto riquadri di testo esplicativi, frasi infinite per descrivere il ragionamento alla base del lavoro: è tutta fatica inutile. Presentare un lavoro non significa proiettare su un muro una lunga serie di ragionamenti, questo significa, semplicemente, annoiare l’interlocutore (che avrebbe preferito di gran lunga ricevere tutto in formato .pdf per leggerlo comodamente in treno dal tablet…)

2. Taglia tutto ciò che non è essenziale

Ammettiamolo: non è semplice presentare un report annuale in poche slide – e se fosse facile, chi ci riesce non sarebbe un Ninja! – ma un report non è il racconto dettagliato di tutto quello che è accaduto, poteva accadere e probabilmente accadrà: un report è la forma che diamo a una serie di risultati conseguiti, per cui concentrati sui dati essenziali ai fini della storia.

3. Rinuncia alle presentazioni complicate

Va bene, realizzare presentazioni in Powerpoint può raggiungere livelli di ripetitività stellari, e quindi la soluzione che ci viene spesso in mente è quella di abbellire con palloncini, intersezioni di forme, foto in trasparenza e infografiche realizzate con SmartArt. Sbagliato! Molte, moltissime volte, da una slide molto bella si capisce molto poco. Certo, probabilmente il collega grafico ci strizzerà l’occhio con fare compiaciuto perché abbiamo seguito i suoi consigli, ma più probabilmente l’interlocutore – che spesso è un cliente – resterà interdetto da tanti elementi grafici e non capirà nulla di quello che gli stiamo raccontando.

4. L’arte di confrontare i risultati

Il classico grafico a barre è onnipresente in tutti i report periodici, e in generale nelle presentazioni aziendali: bene, se il messaggio risulta chiaro a primo impatto.
Eppure molto spesso non è affatto così. Se proviamo a fare un piccolo sforzo e rinunciamo ai grafici a barre – nessuno sospetterà che non siamo in grado di realizzare un grafico, garantito! – quando non necessari, soprattutto quando richiederebbero più di una slide per esporre una serie di dati, semplificheremo la vita a chi ci ascolta, a noi stessi, e spesso anche ai rispettivi oculisti.

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Non strafare: Less is More!

Data Storytelling: come si raccontano i dati

5. Converti le parole in immagini

Torniamo a quanto detto prima: perché scrivere, se stiamo già parlando? Un’immagine è già di per sé più potente di un testo; se poi la usiamo durante una presentazione in cui la nostra voce accompagnerà i nostri interlocutori, perché scrivere frasi intere per esprimere i concetti?

6. Resisti alla tentazione di inserire icone ovunque

Le icone sono utilissime, chiariamoci: la foto rimpicciolita di un laptop piazzata in bella mostra in una slide può essere un pugno in un occhio, un’icona flat è decisamente più carina. Ma questo non significa che si possa abusarne, perché spesso accade che l’interlocutore si soffermi involontariamente sugli elementi grafici di accompagnamento, come sono appunto le icone, e non sulle informazioni principali.

7. Non usare immagini di photostock

Nessuno naviga sul proprio laptot in un completo perfettamente stirato, e non esistono bellissime coppie ventenni che vivono in attici luminosi. Gli stock di photo sono archivi di fotografie che non aiutano a raccontano storie, aiutano a urlare slogan un po’ posticci. Se puoi, evitali.

8. Esponi i dati nella giusta proporzione

Questo punto è importantissimo: trovati i dati essenziali da presentare, e trovato il giusto stile grafico, resta il problema di unire le due cose. Alcune slide vanno quasi disegnate per spiegare in modo chiaro e immediato l’importanza dei dati presentati. Altrimenti, non esiste alcun risultato miracoloso che tenga, la presentazione non avrà il giusto impatto.

LEGGI ANCHE: Le cinque regole fondamentali per uno storytelling efficace

Va’ dritto al punto!

Data storytelling: come si raccontano i dati?

9. Get to the point!

Get to the point: arriva al punto. Semplificare significa semplicemente mettersi nei panni di chi ci ascolta e dargli ciò che gli interessa. Una rappresentazione grafica, anche se di pochi dati, può nascondere in ogni momento l’insidia dell’ambiguità. Evitare l’ambiguità è molto più semplice da realizzare di quanto si immagini: basta esprimere semplicemente uno o due dati che ci interessano più di altri.

10. Troppi dati? Basta dare le giuste priorità

Capire in prima persona quello che si sta spiegando è, chiaramente, la prima cosa che dovremmo fare prima di cominciare il lavoro. Se proprio non possiamo rinunciare a riempire di numeri e grafici la presentazione, usiamo l’astuzia e diamo priorità e rilievo alle informazioni più importanti. Basta molto poco!

E tu, come te la cavi con il data storytelling? E cosa aspetti a diventare un vero Analysis Ninja?

Legge e social media: cosa devi sapere per essere un buon cittadino digitale [INTERVISTA – PARTE 2]

Legge e social cosa devi sapere per essere un buon cittadino digitale

La scorsa settimana, nella prima parte dell’articolo sul rapporto fra legge e social network, abbiamo pubblicato le risposte di Ernesto Belisario e Valentina Frediani.

LEGGI ANCHE: Legge e social media: cosa devi sapere per essere un buon cittadino digitale [INTERVISTA – PARTE 1]

In questa seconda parte, ecco pubblicate le risposte di altri due professionisti della giurisprudenza italiana: gli avvocati Roberta Rapicavoli e Andrea Lisi.

L’argomento? Le nostre responsabilità, diritti e doveri come cittadini digitali, per capire se I social media e, più in generale, il web e internet siano, come alcuni utenti ritengono, terra di nessuno, un territorio fuori dalla giurisdizione di qualsiasi legge.

Andrea Lisi

Avvocato, si occupa di diritto dell’informatica da più di 15 anni. È coordinatore del Digital&Law Department dello Studio Legale Lisi (www.studiolegalelisi.it), Presidente della Associazione Nazionale per Operatori e Responsabili della Conservazione digitale dei documenti (ANORC), Segretario Generale di AIFAG (Associazione Italiana Firma elettronica Avanzata e Grafometrica), Fondatore e Coordinatore degli Stati Generali della Memoria Digitale.

Andrea Lisi

Ai social media si possono applicare le leggi e codici (penale e civile) esistenti, come sembrano far pensare alcune recenti sentenze?
Assolutamente sì. Internet, pur essendo una risorsa dai meccanismi incredibili che si estrinseca in uno spazio “transnazionale”, rimane uno strumento di comunicazione, non una nuova dimensione! O almeno non lo è e non lo potrà mai essere dal punto di vista giuridico. Quindi i tentativi di regolamentarla con normative ad hoc, slegate dal diritto vigente, sono destinati inesorabilmente a scontrarsi con questa premessa e quindi a fallire. Anche la recente “Dichiarazione dei diritti IN Internet”, pomposamente sviluppata e approvata in Parlamento, è e rimane un goffo tentativo di definire l’Internet in ambiti che non le sono propri e si presenta come un’accozzaglia illeggibile che mai potrà davvero avere un’applicazione sovranazionale, come questo strumento di comunicazione invece pretenderebbe. Aspetti più lineari presenta invece la mozione di Davide Caparini approvata nella stessa data.
Bisogna applicare all’Internet i principi generali del diritto, la nostra Costituzione, le norme e i principi del commercio internazionale, ovviamente riadattati e reinterpretati in una nuova chiave e guardati con le lenti di giuristi attenti ai nuovi fenomeni digitali (che sono senz’altro prima di tutto culturali e sociali). Quindi più che di nuove leggi c’è bisogno di nuove teste pensanti che siano preparate a rileggere il diritto (già esistente) per riadattarlo a una realtà che si trasforma ogni giorno grazie a nuovi, innovativi strumenti di comunicazione.

L’unione cronisti italiani (UNCI) e l’associazione nazionale giuristi informatici forensi (ANGIF) propongono delle leggi ad hoc: servono davvero?
No, servono semmai delle specificazioni tecniche (e la verifica attenta di standard internazionali) per definire gli strumenti di digital forensics, i modelli di formazione delle prove digitali e di corretta archiviazione e conservazione delle stesse, i formati documentali adatti e così via. Ma diciamo davvero basta a nuove leggi. Di leggi ne abbiamo già troppe e sono anche aggrovigliate tra loro. Il legislatore già soffre di schizofrenia normativa quando regolamenta queste materie, proviamo ad arginarlo piuttosto che chiedergli ancora di definire altri principi generali (che già ci sono), altrimenti rischiamo di minare irrimediabilmente la sistematicità e la coerenza del nostro ordinamento.

Quali sono i comportamenti che possono essere sicuramente perseguibili, e per quali altri invece non vi è accordo tra giuristi?
È impossibile rispondere a questa domanda. Il diritto dell’informatica investe ormai ogni ambito (penalistico, civilistico, amministrativo, industriale e così via). È normale che nei vari ambiti ci siano differenze di vedute. Di certo alcuni giuristi si dimenticano qual è il loro ruolo: essere interpreti attenti di una realtà che si trasforma. Quindi sbagliano sia coloro che sonnecchiano, ignorando queste nuove tematiche (è incredibile, ma ci sono ancora giuristi che sanno poco e niente di queste materie), ma anche coloro che ormai si sono trasformati in informatici travestiti da giuristi, ribaltando le regole del diritto e inseguendo la chimera della regolamentazione dettagliata di ogni processo tecnologico. Il giurista deve analizzare con curiosità e conoscere con attenzione la realtà che ha davanti per poter poi, su un piano più astratto, congiungerla con la normativa. Un avvocato esperto di telecomunicazioni non deve saper smontare e rimontare uno smartphone, così come un avvocato esperto di diritto previdenziale non si deve trasformare in un medico per comprendere la patologia rispondente a un determinato tipo di disabilità. Il giurista deve possedere soprattutto delle chiavi di lettura e ricordarsi di essere anche un visionario. Aldo Moro ci diceva: “Siate indipendenti. Non guardate al domani, ma al dopodomani”. Ecco qual è il delicato compito che spetta a noi giuristi (se vogliamo rimanere giuristi).

Nei social a farla da padrone sono i contenuti generati dagli utenti, gli UGC. Con quali rischi e responsabilità, per chi li pubblica e diffonde?
Partiamo dal presupposto che il diritto non muta online: se un soggetto pone in essere una condotta criminosa nella “vita reale” come la diffamazione, tale reato è configurabile anche nella “vita virtuale” quando, ad esempio, la diffamazione avviene attraverso un social network. Gli Internet Service Providers (ISP) possono essere definiti responsabili solo se partecipano all’illecito. Spesso, però, si tende a capovolgere il diritto anche su questi principi fondamentali, coinvolgendo e responsabilizzando soggetti del tutto estranei, magari gli ISP o i motori di ricerca quanto meno quando (ed è la maggioranza dei casi) sono soltanto degli intermediati passivi, di mero transito delle informazioni altrui. È fondamentale, invece, individuare correttamente l’identità digitale di chi commette un reato online, ma, altresì, è necessario preservare, soprattutto in alcuni contesti, il diritto all’anonimato informatico. Inoltre, se si vuole rendere la Rete anche un luogo sociale di interazione con effetti giuridici, come nei vari mercati di e-gov ed e-com, allora, l’identificazione corretta dell’utente appare essenziale, anche per responsabilizzarlo, come preteso dalla stessa Unione Europea.

Da cosa dipende la competenza ad agire di un giudice italiano?
Stabilire la competenza di un giudice in un luogo “non luogo” come internet può risultare decisamente complesso ed è certamente ancora per molti aspetti una materia controversa.
Fortunatamente ci sono le regole del diritto commerciale internazionale, che ormai da tempo cercano di garantire un po’ di certezza e, quantomeno per quanto riguarda il “consumatore”, regole nazionali e sovranazionali chiariscono che la competenza spetta al giudice del luogo di residenza o domicilio del consumatore. Diversamente, invece, non esistono regole precise a livello sopranazionale per quanto riguarda le controversie civili che possono sorgere tra imprese o professionisti o in caso di illeciti penali compiuti attraverso l’uso della rete. Probabilmente sarebbe meglio dire che ci sono troppe norme, nazionali e internazionali, che non riescono sempre a trovare un giusto compromesso tra loro. Per questo motivo, i “non consumatori” ovvero i professionisti che utilizzano per scopi lavorativi e commerciali la rete, devono prestare moltissima attenzione alla corretta redazione dei contratti che regoleranno i loro rapporti. In tale sede, infatti, è possibile stabilire con certezza la futura competenza di un giudice, nazionale o straniero, o, come spesso conviene in questi casi, di uno o più arbitri esperti in ICT.

Jobs act e controllo a distanza: chi ne può essere oggetto e fino a che punto?
Recentemente è stato oggetto di revisione l’art. 4 dello Statuto dei lavoratori per adeguare la disciplina sui controlli a distanza all’evoluzione tecnologica, sempre nel rispetto delle disposizioni in materia di privacy. Praticamente, se i mezzi di controllo fanno parte degli strumenti che il lavoratore utilizza per il regolare svolgimento della sua attività lavorativa (compresi gli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze), viene meno l’obbligo di raggiungere l’accordo o ottenere l’autorizzazione della Direzione Territoriale del Lavoro. Inoltre, se lo strumento affidato al lavoratore viene considerato quale mezzo che serve allo stesso per effettuare la sua prestazione professionale, il datore di lavoro potrà utilizzare i dati raccolti tramite questi controlli indiretti, non solo per le finalità connesse al rapporto di lavoro, ma anche a fini disciplinari nei confronti del lavoratore “infedele”. Ciò ovviamente a patto che venga diffusa un’adeguata informazione su questi processi all’interno dell’organizzazione aziendale e vengano rispettate le norme sulla “privacy” a presidio della riservatezza. Ovviamente, nel momento in cui tale strumento dovesse essere modificato – ad esempio, con l’aggiunta di appositi software per controllare il lavoratore – si uscirebbe dall’ambito della disposizione dell’art. 4 (da strumento che serve al lavoratore per rendere la prestazione, il device utilizzato diverrebbe strumento che serve al datore di lavoro per controllare la prestazione del dipendente e questa attività resta vietata).

Chi, come e con quali limiti, può raccogliere elementi per provare un reato monitorando un account social?
Il controllo posto in essere dal datore di lavoro sull’account social di un dipendente, finalizzato alla raccolta di prove di reato, se prescinde dalla sorveglianza sull’esecuzione della prestazione lavorativa degli addetti ed è, invece, diretto ad accertare eventuali comportamenti illeciti, può risultare sicuramente legittimo (soprattutto se ha lo scopo di verificare un comportamento che pone in pericolo l’immagine dell’azienda). Si tratterebbe in questo caso di un controllo difensivo occulto che viene ammesso anche dalla recente giurisprudenza: il datore di lavoro pone in essere, in questi casi, un’attività di controllo che non ha ad oggetto l’attività lavorativa propriamente detta, ma l’eventuale perpetrazione di comportamenti illeciti da parte del dipendente, magari poi effettivamente riscontrati. Dall’altro lato, però, il datore di lavoro deve trattare i dati nella misura meno invasiva possibile e le attività di monitoraggio devono essere svolte solo da soggetti preposti (possibilmente devono essere mirate, in prima battuta, sull’area di rischio), tenendo conto della normativa sulla protezione dei dati. Pertanto, alla luce dei principi privacy di necessità, pertinenza, indispensabilità, proporzionalità e garantendo adeguata informazione al lavoratore, deve essere chiaro che in queste situazioni è sempre opportuno effettuare un bilanciamento di interessi fra la protezione dei dati personali del lavoratore e le finalità di controllo del datore di lavoro (che ha tutti i diritti di verificare che la prestazione lavorativa dei propri dipendenti non arrechi danni – anche nell’immagine – alla sua attività).

Usando i social concediamo l’uso dei nostri contenuti, dati, metadati e licenze perenni per il loro utilizzo: esiste un modo per limitare o revocare queste concessioni previste da alcuni TOS?
Ormai è noto, contenuti e dati vengono ceduti in modo automatizzato e spesso anche inconsapevole. Quando “l’utente medio” decide di iscriversi a un social network, stipulando un contratto con il social stesso, non presta molta attenzione al contenuto dei termini di servizio o della privacy policy del social network, accettando tutte le condizioni, talvolta anche senza leggerle. È chiaro, però, che il diritto all’autodeterminazione informatica di ogni utente deve essere sempre preservato. Fondamentale è anche garantire una protezione adeguata dei dati personali; allo stesso modo, consumatori e/o destinatari dei servizi devono essere sempre idoneamente informati delle conseguenze derivanti dall’uso del social network e delle implicazioni privacy. È importante, perciò, che l’utente legga attentamente i termini di servizio del social e tutte le condizioni presenti nel contratto, prima di iscriversi alla piattaforma e concedere, così, l’uso dei propri dati e contenuti. Ma la prima difesa è l’uso consapevole di ogni strumento social.

Testamento digitale: quali gli strumenti, oltre a quelli previsti dagli stessi gestori?
Quando si utilizza il termine di “testamento digitale”, ci si può riferire sia ad un testamento espresso in modalità digitali, lasciando così le proprie ultime volontà “sigillate” in un documento informatico (con o senza firma elettronica) oppure (addirittura) in una e-mail e/o pec, sia (e più propriamente) alle problematiche – piuttosto attuali – relative alle disposizioni testamentarie in merito alle nostre attività on line, espresse e portate avanti dalle nostre “identità digitali” (account email, profili social, informazioni e documenti presenti su strumenti IT e protetti da processi di autenticazione informatica etc.). Per quanto riguarda queste tematiche, c’è da premettere che ancora non c’è stato adeguato approfondimento dal punto di vista sia dottrinale e sia normativo (e questo sia in Italia e sia a livello internazionale).
In ogni caso, per quanto riguarda la forma testamentaria, in Italia almeno ad oggi difficilmente potrebbe essere ritenuto ammissibile un testamento espresso in modalità digitali (pur utilizzando firma digitale e marca temporale per la redazione del documento informatico che conterrebbe il testamento), questo almeno alla luce del rigido formalismo espresso nel nostro codice civile. Certo, si può senz’altro affermare che la ratio delle riforme normative in materia sul documento informatico potrebbe portare la giurisprudenza ad ammettere la validità di un testamento digitale se effettive ragioni di urgenza ne abbiano reso indispensabile la redazione con quella forma. Di certo, oggi dovrebbe ritenersi ammissibile invece un testamento espresso in forma di atto pubblico digitale.
Per quanto riguarda invece i dubbi su come disporre del proprio patrimonio digitale post mortem e sulla possibilità di gestire così account e dati non solo attraverso gli strumenti di autoregolamentazione messi a disposizione dei provider, ma anche attraverso disposizioni testamentarie, posso dire che senz’altro oggi c’è una maggiore consapevolezza del problema e senz’altro in un testamento (espresso in forma olografa, in atto pubblico o eventualmente in forma digitale) si può anche decidere chi e in che modo potrà accedere ai nostri account e utilizzare le nostre identità digitali.

Consigli per un uso responsabile e consapevole dei social?
L’Autorità Garante per la protezione dei dati personali ha emanato diverse guide per informare l’utente su come tutelarsi nell’era dei social network. Alcune delle regole più rilevanti sono: pensare bene a cosa inserire in un profilo social prima di pubblicare i dati personali, non essere troppo sicuri dello strumento utilizzato e prendere opportune precauzioni per tutelare la propria riservatezza, rispettare gli altri utenti e astenersi dal pubblicare foto o video in assenza di un loro consenso, aggiornare gli antivirus degli smartphone e utilizzare password sicure, fare attenzione alle false identità, informarsi su chi gestisce il social network e quali garanzie offre rispetto al trattamento dei dati personali, pubblicare notizie utilizzando forme di anonimizzazione dei dati di terzi, disattivare le funzioni di geolocalizzazione presenti sulle “app” dei social network, impostare idonei livelli di privacy sul profilo social.

Roberta Rapicavoli

Avvocato, esercita l’attività professionale nel settore della privacy e del diritto di internet e delle nuove tecnologie. Partecipa quale docente e relatrice a corsi ed eventi organizzati in tutto il territorio nazionale su tematiche attinenti alla privacy e sulle questioni di maggior interesse riguardanti il rapporto tra diritto e ICT.

Roberta Rapicavoli

Ai social media si possono applicare le leggi e codici (penale e civile) esistenti, come sembrano far pensare alcune recenti sentenze?
La normativa vigente trova applicazione anche nel mondo del web.
Così la responsabilità per la commissione di un reato sussiste sia nel caso in cui la condotta perseguibile penalmente avvenga off line sia nell’ipotesi in cui sia svolta on line (si pensi ad esempio – solo per citare alcune delle fattispecie di reato più diffuse e note rispetto ai social media – al caso di diffamazione, al trattamento illecito di dati personali, alla pubblicazione non autorizzata di opera d’ingegno tutelata dal diritto d’autore…).
Ugualmente, gli obblighi e le responsabilità derivanti da un contratto non variano nel caso di sua conclusione attraverso le modalità tradizionali piuttosto che tramite tecniche di comunicazione a distanza, né mutano gli obblighi prescritti da singole normative di settore rispetto ad attività svolta nel mondo reale o virtuale (come nel caso degli obblighi imposti dal D. Lgs. 196/2003 nel caso di trattamento di dati personali o degli adempimenti prescritti dl DPR 430/2001 in materia di manifestazioni a premio).

L’unione cronisti italiani (UNCI) e l’associazione nazionale giuristi informatici forensi (ANGIF) propongono delle leggi ad hoc: servono davvero?
La normativa tradizionale, pensata per il mondo off line, trova in effetti talvolta alcune difficoltà nel disciplinare anche il mondo del web 2.0 e quindi, in alcuni casi, sarebbe necessario intervenire con leggi ad hoc.
Penso ad esempio alla materia dei concorsi a premio, regolamentata dal DPR 430/2001, normativa ancorata a canoni tradizionali del diritto, quale quello della territorialità, che, richiedendo di svolgere il concorso a premio – a prescindere se off line oppure on line – solo nei confronti di chi risiede in Italia e di utilizzare server allocati nel territorio italiano, crea oggettivamente alcuni problemi in ordine all’organizzazione di social media contest.
Penso anche alla normativa in materia di diritto d’autore che, nonostante gli interventi, anche recenti, tesi ad aggiornare una legge del 1941, continua a non trovare le giuste risposte alle sfide poste dall’era digitale, che probabilmente richiederebbero un ripensamento dell’intero sistema.

Quali sono i comportamenti che possono essere sicuramente perseguibili, e per quali altri invece non vi è accordo tra giuristi?
Esistono alcuni comportamenti che possono essere commessi dall’utente iscritto ad un social e sono certamente perseguibili penalmente.
Così, solo per fare un esempio, nel caso di pubblicazione di un post su Facebook di contenuto diffamatorio, il suo autore è certamente perseguibile per diffamazione (peraltro aggravata).
Si discute invece sull’eventuale concorso nel reato di diffamazione per l’utente che si sia limitato ad esprimere il proprio “like” ad un messaggio di tale natura.

Nei social a farla da padrone sono i contenuti generati dagli utenti, gli UGC. Con quali rischi e responsabilità, per chi li pubblica e diffonde?
La circostanza di poter reperire informazioni e dati di vario genere in rete (quali immagini, numeri di telefono, indirizzi mail …) non giustifica il loro libero impiego.
In generale, infatti, a differenza del comune convincimento, il dato rinvenuto sul web non può, per ciò solo, essere ritenuto “pubblico” e liberamente utilizzabile. Questo anche nell’ambito dei social.
Si tratta di un argomento spesso trascurato, ma che può generare conseguenze di rilievo se si pensa che la diffusione non autorizzata di dati personali, unitamente agli altri elementi costitutivi della fattispecie, configura il reato di trattamento illecito dei dati previsto dall’art. 167 del codice privacy e che è altresì sanzionata penalmente, ai sensi dell’art. 171 della legge sul diritto d’autore, la diffusione di un’opera altrui.

Jobs act e controllo a distanza: chi ne può essere oggetto e fino a che punto?
L’art. 4 dello Statuto dei lavoratori, recentemente modificato dal D. Lgs. 151/2015, pubblicato in Gazzetta il 23 settembre, disciplina la materia dei controlli a distanza dei lavoratori, termine con cui si deve intendere non solo il “dipendente” ma anche il soggetto legato al datore da un rapporto contrattuale di lavoro (non invece il freelance o il consulente o il professionista esterno).
In seguito alla riforma del citato articolo 4 è prevista la possibilità di utilizzare le informazioni e i dati raccolti tramite gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori (il cui impiego deve essere previamente autorizzato da sindacati o DTL) o gli strumenti che servono al lavoratore per rendere la prestazione, quali pc o cellulari (per il cui impiego non occorre invece alcuna autorizzazione) per “tutti i fini connessi al rapporto di lavoro”, quindi anche per fini disciplinari.
Un’apertura non da poco se si pensa che, ad oggi, i dati acquisiti tramite gli strumenti idonei ad effettuare un controllo a distanza potevano essere utilizzati solo per l’accertamento di eventuali fatti illeciti.
L’utilizzo di tali informazioni incontra però dei limiti, essendo infatti richiesto che il datore di lavoro fornisca ai lavoratori adeguata e preventiva informazione sull’uso degli strumenti e sulle modalità di effettuazione dei controlli e che comunque l’attività avvenga nel rispetto delle norme sul trattamento dei dati personali.
Proprio l’applicazione del Codice Privacy e, in primis, dei principi di liceità, finalità, proporzionalità e necessità costituisce certamente un limite fondamentale anche in ordine alla prassi di esaminare i profili social personali di candidati o dipendenti. Prassi che peraltro incontra un altro limite – spesso trascurato – costituito dall’art. 8 dello Statuto dei lavoratori, che vieta al datore di lavoro, sia ai fini dell’assunzione che nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore – facilmente presenti all’interno di un profilo social – nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore.

Usando i social concediamo l’uso dei nostri contenuti, dati, metadati e licenze perenni per il loro utilizzo: esiste un modo per limitare o revocare queste concessioni previste da alcuni TOS?
L’utente che aderisce alla maggior parte dei social network mantiene la proprietà sui contenuti inseriti ma concede al gestore della piattaforma social una licenza non esclusiva, trasferibile, che può essere rilasciata come sublicenza, libera da royalty e valida in tutto il mondo, per l’utilizzo di qualsiasi contenuto pubblicato.
Ciò concretamente comporta una perdita di controllo sul materiale inserito all’interno della piattaforma, che potrebbe anche essere trasmesso a terzi e da questi essere utilizzato.
Il consiglio per cercare di limitare la diffusione del materiale ai terzi è di prestare attenzione al livello di visibilità dei contenuti pubblicati. Infatti, come ad esempio previsto nei Tos di Facebook, l’utente che inserisce all’interno della piattaforma dati o informazioni usando l’impostazione “Pubblica”, concede a tutti, anche alle persone che non sono iscritte al Social, di accedere e usare tali informazioni e di associarle al suo profilo (ovvero al suo nome ed alla sua immagine).
La licenza concessa in fase di iscrizione – come si legge nei TOS dei social più diffusi – termina quando l’utente elimina il suo account o i contenuti pubblicati.
Se tuttavia, nonostante l’eliminazione dell’account o del contenuto, il Social continuasse ad esercitare diritti sui contenuti dell’utente, quest’ultimo potrebbe agire per richiedere espressamente la cessazione di comportamenti che non sarebbero più autorizzati, valutando le opportune vie legali da percorrere a seconda della condotta posta in essere e delle conseguenze negative subite.

Testamento digitale: quali gli strumenti, oltre a quelli previsti dagli stessi gestori?
L’argomento legato alla gestione dei contenuti e delle informazioni digitali alla morte del titolare dell’account social (piuttosto che dell’indirizzo mail o di servizi cloud di archiviazione) è certamente di notevole interesse.
Oggi esistono alcuni strumenti, messi a disposizione dai Social, che consentono agli utenti di gestire l’“eredità” del profilo sul social network dopo la propria morte, scegliendo se mantenere l’account attivo oppure se cancellarlo.
Non si tratta però dei soli strumenti che consentono di decidere della propria eredità digitale.
Più in generale, infatti, è possibile definire gli aspetti legati alla propria vita ed eredità digitale attraverso gli strumenti successori previsti nel nostro ordinamento.
Così sarà possibile definire le proprie volontà in un testamento, evitando in tal modo le difficoltà che potrebbero incontrare altrimenti gli eredi, dopo l’apertura della successione, nella gestione di rapporti ed averi digitali a loro magari sconosciuti o cui potrebbe essere vietato l’accesso.

Consigli per un uso responsabile e consapevole dei social?
I social rappresentano straordinari strumenti di condivisione e comunicazione ma nascondono, allo stesso tempo, insidie e rischi che possono essere evitati solo attraverso un loro uso consapevole e responsabile.
Alcuni consigli: evitare di condividere informazioni riservate e dati personali che potrebbero costituire un rischio o danneggiare la propria immagine (giusto per fare qualche esempio: l’indirizzo completo della propria abitazione sul social potrebbe essere acquisito da malintenzionati e utilizzato per un furto; foto con cui si è ritratti in scene imbarazzanti potrebbero circolare all’interno del social e poi in rete ed incidere in termini di web reputation).
Evitare di pubblicare dati e contenuti altrui in assenza di autorizzazione o altra ipotesi che ne giustifichi e legittimi la diffusione.
Evitare di esprimere opinioni o tenere atteggiamenti che già nel mondo reale potrebbero essere perseguiti penalmente (penso alle offese che possono configurare reati di ingiuria e diffamazione, ma anche ad atti persecutori idonei ad integrare il reato di stalking on line), ricordando sempre che il web e i social non rappresentano una zona franca per il diritto.

 

16 milioni per MoneyFarm: è record per il FinTech italiano [BREAKING NEWS]

moneyfarm

Buone notizie per il FinTech italiano: 16 milioni di euro di investimento per MoneyFarm da Cabot Square Capital e United Ventures.

L’operazione, già approvata dalla Banca D’Italia e dall’authority britannica, rappresenta un vero record per il FinTech italiano e permetterà, oltre al consolidamento della leadership sul mercato italiano per cui si prevede una crescita del 20% su base mensile, di sviluppare progetti di internazionalizzazione.

FinTech italiano: ancora troppo poco!

Se è vero che  il settore è ancora poco finanziato in Italia (ammontano a soli 7 milioni di euro i finanziamenti per startup attive nell’innovazione in questo campo nel 2014), la fiducia dell’investitore londinese esprime un fermento che, nel caso di MoneyFarm, la società di consulenza finanziaria indipendente  fondata nel 2011 da Paolo Galvani e Giovanni Daprà, punta alla conquista della leadership europea dei servizi di Digital Wealth Management.

La strategia di MoneyFarm si basa sull’utilizzo degli ETF, sulla diversificazione dei portafogli e su un approccio a medio-lungo termine.

MoneyFarm, infatti, alloca gli investimenti di ogni portafoglio su diverse Asset Class (azioni, obbligazioni, materie prime, ecc.), diverse aree geografiche (Italia, Europa, Stati Uniti, Paesi Emergenti, ecc.) e valutarie (Euro, Dollaro, ecc.) per comporre un portafoglio in linea con gli obiettivi del cliente.

“Siamo particolarmente orgogliosi di aver ottenuto un così importante finanziamento che ci sosterrà nei nostri ambiziosi piani di sviluppo futuro. Siamo pronti e motivati ad affrontare i prossimi importanti passi: ulteriore consolidamento del mercato italiano e scalata alla leadership europea, tenendo bene a mente la nostra storia e soprattutto le migliaia di clienti che ci hanno sostenuto fino ad oggi”

Paolo Galvani e Giovanni Daprà

Grazie alla sinergia tra finanza e tecnologia, si stima che questo mercato amministrerà oltre 5.000 miliardi di dollari di asset under management entro il 2025 e l’’Europa è la regione che ha registrato la crescita più consistente di investimenti nel 2014.

SMX Milan 2015: l’eccellenza del digital marketing da tutto il mondo [EVENTO]

SMX

Mancano pochi giorni al SMX, Search and Social Media Marketing Expo, l’imperdibile appuntamento dedicato al marketing digitale organizzato da Business International. Dall’11 al 13 novembre, a Milano, i massimi esperti del settore si confronteranno su Search Marketing, Social Media, Mobile, Content Marketing, Visual Storytelling, Web Analytics, Customer Experience.

Iscriviti con lo sconto Ninja!

Ai lettori di Njnja Marketing è riservato un prezzo speciale: €350 per la conferenza del 12 e 13 novembre, €110 per il Bootcamp dell’11 novembre. Per usufruire dello sconto, registrati attraverso questo link.

Il programma

Quest’anno l’evento ospita, tra gli appuntamenti da non perdere, i keynote di Jeffrey K. Rohrs, ex VP di Salesforce, Maile Ohye e Johannes Müller da Google, Andrea Lai da Facebook, Andre Alpar, CEO di AKM3 GmbH, Chris Bennett, CEO di 97thFloor, Lin Huang, Group Data Scientist Manager di Microsoft.

Tra gli interventi in programma, “Advanced Winning Strategies With Facebook Ads” è la sessione in cui verranno discusse le più avanzate strategie di Social Media Marketing, con il contributo di Gian Caprini, Global Senior Consultant Digital Marketing di Expedia

Keywords Are Dead – Long Live Concepts, Entities & Audiences!” è invece la sessione a cui parteciperà Gianluca Fiorelli, SEO e Inbound Marketing Strategist di Italiaseo.  

SMX Milan 2015: l’eccellenza del digital marketing da tutto il mondo [EVENTO]

Il bootcamp

Se cerchi un’esperienza a 360°, dai un’occhiata all’Official SMX Bootcamp, in programma l’11 novembre, un laboratorio di formazione con ben 5 sessioni parallele su SEO, Social Media, Local & Brand Visibility, Adwords e Analitycs dedicato a studenti e neoassunti per fornire anche a meno esperti e principianti le basi essenziali per intraprendere o continuare con successo un percorso lavorativo in ambito Digital.

All'Italians Festival trionfano Cères e Wind premiate dall'ADCI

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Sabato 7 novembre, si è chiusa la seconda edizione di IF! Italians Festival, il Festival dedicato alla Creatività ideato e promosso da ADCI (Art Directors Club Italiano) e ASSOCOM, in partnership con Google. IF! è un momento di confronto, nato con l’intento di promuovere la cultura della creatività tra professionisti del mondo della comunicazione e semplici appassionati.

Nella serata conclusiva sono stati consegnati sul palco del Teatro Franco Parenti i premi annuali dell’Art Directors Club Italiano alla migliore creatività italiana.

I vincitori

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Per questa edizione dell’Italians Festival, ad aggiudicarsi in ex aequo il riconoscimento più importante, l’Italians Festival Grand Prix le agenzie sono due BCube per Cères e Ogilvy & Mather per Wind Italia. Di seguito i lavori vincitori:

Facebook Postin Pan – Ceres

Papà – Wind Telecomunicazioni

Nel corso dello show di premiazione sono stati consegnati 19 Ori,il premio “7 Days Brief” vinto da Valeria Camin e Valentina Ceccarelli e il premio “Best Use of YouTube” vinto, in ex aequo, dalla campagna “Italy, The Extraordinary Commonplace” realizzata da Leo Burnett per ICE e dalla campagna “Papà” firmata BCube per Wind Telecomunicazioni.

Da menzionare il bronzo a Plural Agency per la campagna #ticonnettoinonni per RAI, l’unica agenzia indipendente e forse la
più piccola a vincere nella categoria Brand Content.

Nel pomeriggio, l’Art Directors Club Italiano ha anche consegnato il premio “Hall of Fame” a uno dei grandi protagonisti dell’edizione 2015 di IF! Italians Festival: il designer e architetto Paola Antonelli, senior curator del Dipartimento di Architettura e Design e direttore ricerca e sviluppo del MoMA di New York, venuta a condurre il talk “Lo strano rapporto tra design e violenza”.

LEGGI ANCHE: Digital Warriors: partecipa all’appuntamento gratuito per innovatori digitali targato Ninja Marketing [EVENTO]

Prima della consegna degli ADCI Awards 2015 il comitato organizzatore del Festival della Creatività che hanno voluto ricordare Enrico Gasperini, pioniere della cultura digitale in Italia, fondatore di Inferentia e Digital Magics, nonché presidente di Audiweb dal 2007, scomparso nella notte di giovedì scorso a soli 53 anni.

Oracle Cloud Day, scopri le opportunità di innovazione per le aziende [EVENTO]

Oracle Cloud Day, scopri le opportunità di innovazione per le aziende

Il primo passo per avere un’azienda moderna e competitiva nell’era nuova del business è sicuramente quello di abbracciare le opportunità del Cloud.

Se non le conosci o se vuoi chiariti ulteriormente le idee, giovedì 19 novembre puoi partecipare gratuitamente all’Oracle Cloud Day a Milano, un evento organizzato per illustrare le offerte innovative del sistema cloud realizzato da Oracle. Scommettiamo però che ti stai chiedendo: perché un marketing manager o un social media manager dovrebbe partecipare al Cloud Day? 

Proviamo a capirlo insieme! 🙂

Oracle Cloud Day, scopri le opportunità di innovazione per le aziende

L’importanza del Marketing Cloud

Oracle è un’azienda che si occupa di tecnologia ma anche di servizi di Marketing Cloud al fine ultimo di seguire il cliente in tutte le fasi della comunicazione e della vendita.

In primis Oracle offre la possibilità grazie alla Data Manager Platform di riunire tutti i dati di un cliente in ‘un’unica identità‘ in maniera tale da rispondere all’attuale sfida del marketing multicanale. Con il marketing moderno è fondamentale offrire alle aziende percorsi che riescano a conciliare tutti i canali di vendita sfruttando al massimo le potenzialità in ambito digital: dall’email, al sito, fino ai social e al mobile. Oracle Marketing Cloud mira a creare soluzioni per le aziende targhettizzando e segmentando il data base B2B, pensando ai consumatori e personalizzando le campagne sui canali digitali, puntando sui contenuti e arrivando a sfruttare anche i big data.

L’obiettivo principale di Oracle è creare e stimolare l’interesse nell’audience, ad esempio attraverso servizi di online advertising, utilizzando dati già acquisiti del cliente. Il tutto riunendo e gestendo con più facilità task e servizi di cui, solitamente, si occupano diverse agenzie ‘frammentate’ come ad esempio, la strategia social o la gestione del sito.

Anche i dati di navigazione anonimi diventano importanti: sono, infatti, utili al marketing manager per poter comprendere, ad esempio, quali tra i clienti di cui si occupa ha creato una determinata rete di traffico dati e info online, per ‘targhettizzare’, in base ai dati di navigazione, gli utenti anonimi e i ‘look like’ (per suggerire gli utenti simili), potendo così escludere audience non potenzialmente interessate alle campagne di marketing. Con Oracle il cliente, in questa prima fase, ‘da anonimo diventa acquisito’.

La marketing optimization

In una fase successiva avviene la marketing optimization: grazie ad un “drag and drop” dei dati acquisiti si definisce il percorso del cliente senza trascurare il listening sui social media o i dati di vendita e post vendita, come le transazioni commerciali online delle aziende che si occupano di B2B.

Oracle nell’ambito B2B incentra il focus sul digital body language del cliente, analizzando cioè tutte le informazioni e i comportamenti inerenti l’utente e fornendo soluzioni adeguate ai suoi interessi: ad esempio indicando le pagine visitate dal cliente o i suggerimenti di acquisto in base ai prodotti che ha già visualizzato e acquistato.

Considerando che il 45% delle decisioni di acquisto a livello enterprise vengono fatte dal cliente ancor prima che l’agente si presenti, il Sales Cloud di Oracle è un aiuto concreto per gli addetti alle vendite, un servizio veloce e facile, da usare ovunque, che garantisce un’agilità di business e che fornisce ai rappresentanti maggiori informazioni sull’azienda con una maggiore probabilità di centrare gli obiettivi di vendita.

I servizi cloud nel B2B sono forniti da Oracle con la consapevolezza che ci sia bisogno di infrastrutture e filiere, oramai digitali, attraverso le quali l’azienda stessa può interagire agilmente. Basti pensare alla possibilità di inviare proprio attraverso i canali cloud la proposta di vendita, potendo ricorrere, ad esempio, alla firma digitale e servizi simili.

Inoltre, grazie al Service Cloud di Oracle, è possibile estrapolare e analizzare tutta la storia delle interazioni del cliente, incluse quelle sui social media, per poter incentivare la cura della web reputation aziendale e poter creare buzz. 

L’opportunità dei servizi di Oracle sta nel poter indirizzare l’azienda verso una gestione più accurata e immediata del cliente sfruttando lo strumento di Marketing Automation che offre informazioni preziose sul Digital Body Language dei clienti per gestire campagne marketing multicanale, Content e Social Marketing grazie a una potente Data Management Platform.

Standardizzazione e disintermediazione del cliente

Quindi partecipando all’Oracle Cloud Day sarà ancora più chiaro come i servizi cloud offerti dalla multinazionale mirano alla standardizzazione e disintermediazione nella cura e gestione del cliente. Con il cloud è possibile facilitare l’innovazione e accelerare il time to market, ridurre i rischi e le complessità con soluzioni più complete e sicure nel mercato e compiere un passo nel futuro.

Tutte le aziende devono essere in grado di muoversi agilmente, proprio come delle start-up. È per questo che il 19 novembre non puoi mancare all’evento Oracle presso il Mi. Co di Milano. Ad accoglierti ci sarà Fabio Spoletini, Oracle Italia Country Leader & Vice President for Technology Business Unit mentre la moderazione dell’evento sarà affidata ad Andrea Cabrini, Direttore di Class CNBC. Dalle 9.00 alle 15.30 si alterneranno momenti di approfondimento sull’importanza del cloud in ambito HR, Finance, Development e Customer Experience.  A parlare dei servizi dell’azienda saranno gli stessi clienti che hanno già intrapreso con successo il percorso di trasformazione gestionale dell’IT. 

Allora, che stai aspettando a iscriverti all’Oracle Cloud Day? Un vero Guerriero non può perderselo!

Amazon prime now, dal desiderio alla consegna in un'ora

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Amazon Prime Now guarda al tricolore ed è probabilmente l’unica classifica in cui l’ Italia appare al secondo posto in Europa (per meriti). Siamo quindi nel bersaglio per testare un’ innovazione di economia digitale, mica poco.

15.000 prodotti inclusa la categoria food, che qualche mese fa veniva annunciata come novità e che oggi sembra dare senso ad un progetto più ampio, che mette Amazon sul trono del mercato digitale. Aumentare l’efficienza delle consegne, spingendo i tempi ai limiti della performance spettacolare, ovvero consegne entro i 60- 120 minuti.

Sembra impossibile ma è solo “questione di magazzino” e la prima città Italiana a testare la novità è Milano (2 ore in 34 comuni dell’hinterland milanese).

Amazon Prime Now: cos’è e come funziona

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Tutto passa dal nuovo centro di distribuzione Amazon in zona Affori: 1.500 metri quadri dove lavorano 60-70 persone. Marco Ferrara- City Manager di Prime Now;

“Dalla app l’ordine finisce nei nostri sistemi di magazzino: si prepara l’ordine, si mette nei sacchetti, e a questo punto viene affidato a uno dei corrieri con cui lavoriamo”.

Amazon consegna con motorini e furgoni e studia di ampliare il parco mezzi con biciclette o trasporto pubblico, come a New York. Il servizio è attivo dalle 8 del mattino a mezzanotte, 7 giorni alla settimana: i tempi veloci di consegna colgono l’occasione per supportare le consegne durante le festività natalizie.

“Per quello che abbiamo visto finora i clienti fanno soprattutto la spesa. Per Natale avremo una selezione di prodotti e idee regalo”.

La prova sul servizio Prime Now

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Il costo è di 6,90 euro su singolo ordine per la consegna in un’ora, il servizio è gratis nelle 2 ore ma è attivo solo per i clienti Prime. L’abbonamento costa 19,99€/ anno ed è gratis in prova per i primi 30 giorni.

LEGGI ANCHE: Amazon Prime Now: la consegna in un’ora è realtà

Per verificare la qualità del servizio, Altroconsumo ha testato il servizio, mettendo alla prova il servizio di consegna express Amazon Prime Now (quindi pagando 6,90 euro in più) effettuando tre acquisti con spedizioni a tre indirizzi diversi situati a Milano città. Si legge:

“In tutti e tre i casi la consegna è avvenuta in tempi decisamente più rapidi del previsto: in un caso abbiamo ricevuto i prodotti 17 minuti dopo aver inoltrato l’ordine, in un caso 26 minuti dopo e in uno la consegna è avvenuta in 30 minuti. Abbiamo anche variato la tipologia di prodotti acquistati: sia i piccoli oggetti (una chiavetta USB) che prodotti più fragili e voluminosi (alcune bottiglie di bibite e liquori) sono arrivati in perfette condizioni. Il processo di ordine avviene senza particolari intoppi: una volta loggati, infatti, l’app mantiene in memoria tutte le impostazioni dell’account Amazon, senza necessità di inserire nuovamente i dati e l’indirizzo.”

Economizzare il tempo e annientare le distanze; acquistare con un click non basta più, vogliamo tutto e lo vogliamo subito.

Digital Warriors: partecipa all’appuntamento gratuito per innovatori digitali targato Ninja Marketing [EVENTO]

Digital Warriors: i protagonisti dell’evento targato Ninja Marketing

Vuoi trascorrere un sabato mattina ricco di ispirazione? Prenota qui il tuo posto per l’evento “Digital Warriors. Tecniche di combattimento pacifiche per Ninja del Marketing”, un’occasione di formazione gratuita targata Ninja Marketing e Ninja Academy dedicata a fare il punto della situazione su trend, tool e professioni insieme alla digital industry italiana.

Iscriviti qui all’evento gratuito “Digital Warriors. Tecniche di combattimento pacifiche per Ninja del Marketing”

Segui l’evento anche su Facebook per avere update e contenuti extra!

Sabato 28 novembre, al Copernico Milano

Ti invitiamo ad una mattinata di formazione gratuita progettata per innovatori, manager, social media lovers ed appassionati del digitale, presso Spazio Copernico a Milano, il 28 novembre dalle 9:30 alle 13:00. Avrai l’occasione di conoscere dal vivo il clan di Ninja Marketing e i docenti della Ninja Academy, oltre ai principali esponenti della digital industry italiana che fanno parte dell’Advisory Council della Academy.

Google, TIM WCAP e Microsoft Italia sono solo alcune delle aziende che saranno presenti per dispensare la propria conoscenza ai nostri Digital Warriors!

Digital Warriors: partecipa all’appuntamento gratuito per innovatori digitali targato Ninja Marketing [EVENTO]

Digital Warriors: il programma

Cominceremo con il benvenuto di Mirko Pallera, founder e CEO Ninja Marketing e Ninja Academy, che presenterà il catalogo corsi 2016 della Ninja Academy e svelerà al pubblico delle novità che riguardano Ninja Marketing.

Due potentissimi track paralleli daranno vita a panel ritmati ed intensi. Tra gli appuntamenti da non perdere, il panel con i docenti Luca La Mesa, Simone Tornabene, Orazio Spoto, Filippo Giotto ed Edoardo Scognamiglio che si confronteranno sui Social Media Marketing Trends 2016.

Altri docenti della Ninja Academy, Matteo Flora, Claudio Gagliardini, Andrea Fontana e Francesco Gavatorta, parleranno di Digital Life: Vision & Tool.

Chiuderà la mattinata la tavola rotonda sull’evoluzione del mercato digitale con gli esperti dell’Advisory Council Francesco Gagliardi di Google, Ilaria Potito di TIM WCAP, Marco Agosti di Tiscali, Enrico Quaroni di Rocket Fuel, Antonella La Carpia di Teads e Vito Flavio Lorusso di Microsoft Italia, moderati da Mirko Pallera.

In contemporanea, Gianluca Lisi, Giosè Milli e Luigi Centenaro parleranno di co-creation, personal branding e tecniche innovative per il Professional Empowerment in auditorium.

Scopri qui il programma completo!

Come partecipare?

L’evento “Digital Warriors. Tecniche di combattimento pacifiche per Ninja del Marketing” è gratuito, per partecipare bisogna iscriversi sul sito della Ninja Academy.

I posti in aula sono limitati, quindi ti consigliamo di prenotare il tuo posto e di arrivare presto 🙂