Facebook introduce i video profilo [BREAKING NEWS]

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Facebook ha annunciato che presto saranno introdotti i profile video: come si può intuire, delle vere e proprie clip da sette secondi, in grado di animare l’immagine profilo degli utenti del social network più importante del mondo.
Il risultato atteso lo mostra in una GIF animata GIPHY:

via GIPHY

A riportare la notizia, Mashable in un post uscito qualche ora fa.
Le clip saranno visibili solo dal profilo personale, mentre sul newsfeed generale verrà proposto come pic un frame del video.

Una notizia che si affianca alla sperimentazione della foto profilo a tempo, di cui Facebook aveva parlato qualche giorno fa.
Un modo per personalizzare ancora di più l’esperienza su Facebook, andando a caratterizzare uno dei primi tratti distintivi della presenza digitale di ognuno: la pic profilo, appunto.

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Cambiare immagine profilo a seconda dell’umore, del momento che si sta vivendo, delle attività svolte, diventerà un gesto organico al modo di porsi nei confronti della propria rete sociale.

Cosa ne pensate, amici lettori? Vi piacciono le ultime novità di Facebook?

Svolta Android per BlackBerry: ecco il nuovo smartphone Priv

 

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La rinascita di BlackBerry potrebbe passare dall’epocale apertura del proprio ecosistema al robottino verde di Google. Sì, perché la compagnia canadese ha ufficializzato, con un post sul proprio sito ufficiale, la prossima uscita di BlackBerry Priv, il primo smartphone BB basato su Android.

Da Golia a Davide

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È risaputo che BlackBerry non sia ormai il colosso di un tempo. Da quando Apple e i marchi adottanti Android hanno monopolizzato il mercato mondiale degli smartphone, l’azienda di Waterloo ha via via perso spessore, con un forte calo dei profitti.

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La scelta di BlackBerry di adottare un sistema operativo proprietario non ha portato i frutti sperati, riducendo sempre più la sua ramificazione nel mercato dell’elettronica di largo consumo.

I motivi della scelta

Il passaggio, o meglio l’affiancamento di Android al proprio sistema operativo, viene chiarito da un post del CEO John Chen sul sito web ufficiale di BlackBerry:

«Perché è importante la nostra apertura ad Android? Il lancio di un dispositivo Android è una straordinaria nuova opportunità di mercato, mentre continuiamo a focalizzarci sulla costruzione di una strategia cross-platform. Si tratta di una proposta formidabile per gli utenti affezionati ad Android che cercano maggiore produttività e potenti funzionalità a livello di privacy. Facciamo progredire la nostra piattaforma, ridefinendo le aspettative di mobilità nell’epoca del rischio e della criminalità informatica, in modo da poter servire i clienti in maniera ancora migliore.»

Ecco quindi il motivo del nome del nuovo dispositivo: Priv, da privacy, considerato da Chen un priv-ilegio, un diritto dell’utenza.

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Un’immagine del BlackBerry Priv in anteprima al MWC 2015 (fonte: Twitter @BlackBerry).

Come sarà BlackBerry Priv?

Le prime indiscrezioni sulle caratteristiche tecniche del nuovo device made in Canada parlano di un dispositivo con un ampio display dual-edge AMOLED da 5,5 pollici con risoluzione QHD 2560×1440, per una densità di 538 ppi, che “nasconde”, nel vero senso della parola, il marchio di fabbrica di BlackBerry: la tastiera fisica QWERTY, utilizzabile in maniera touch o classica. La scelta di una tastiera a scomparsa è frutto del compromesso tra la soddisfazione degli aficionados del brand e la volontà di produrre un device compatto e dalle linee pulite.

Look minimale ed elegante, con uno speaker audio nella parte frontale, connettore USB e ingresso cuffie da 3,5 mm nella parte inferiore, BlackBerry Priv si doterà sicuramente di un core Qualcomm, molto probabilmente dello Snapdragon 808, al quale saranno affiancati 3 GB di RAM; per quanto riguarda il comparto fotografico, la fotocamera principale, corredata di tecnologia OIS per la stabilizzazione ottica dell’immagine, avrà una risoluzione di 18 MPx, mentre quella frontale si limiterà a soli 5 MPx.

Sotto la scocca… Android!

Come già detto, la vera innovazione per il brand dell’Ontario sarà il sistema operativo: su BlackBerry Priv girerà una versione di Android L personalizzata da BlackBerry, che non intende abbandonare il principio di customizzazione che la contraddistingue. Benché sarà possibile usufruire del Play Store ufficiale per scaricare qualsivoglia app per Android, non mancheranno i tipici applicativi preinstallati da BlackBerry: dal launcher al gestore delle note, fino al notissimo BB Messenger, in passato in odore di acquisizione da parte di Samsung.

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Addio al sistema operativo proprietario? Forse no.

Ma attenzione a non pensare che, con l’apertura al sistema operativo di Google, BlackBerry sia ormai destinata a diventare semplicemente una casa produttrice di smartphone tra le tante, abbandonando lo sviluppo di sofware. In tal senso, i dati finanziari relativi al primo trimestre che inizia l’anno fiscale 2016 indicano come la società di Chen, benché in calo in quanto a vendita di dispositivi, mostri una netta crescita (e la maggior parte dei profitti) proprio nel comparto dello sviluppo software.
BlackBerry non ha intenzione di lasciare da parte il proprio sistema operativo, ma semplicemente di rilanciarsi nel mercato degli smartphone «sfruttando» Android mentre, nel contempo, lavora allo sviluppo di nuove funzionalità software.

Visual storytelling: come le immagini raccontano i brand? [INTERVISTA]

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Che un’immagine vale più di mille parole è un detto sentito e risentito, in molti potranno confermarlo e altri potrebbero smentirlo, ma quello che più interessa è capire quale ruolo, quale spazio e quale incombenza ha un’immagine, o più di una, in una strategia di corporate storytelling.

Per chiarirsi le idee sull’aspetto visual della narrazione d’impresa abbiamo rivolto qualche domanda a Daniele Orzati, storytelling designer e docente Ninja Academy del Corso Online in Corporate Storytelling + Storytelling LAB.

Uno storytelling che funziona dovrebbe conquistare testa e cuore della sua audience. Su quali leve bisogna puntare per stimolare due aree così distanti?

Partiamo dal cuore. Per farlo battere, il racconto deve assecondarne le fasi: fase di sistole, contrazione, e fase di diastole, rilassamento. Che in termini narrativi vuol dire questo: ad ogni protagonista servono avversità (contrazioni) per superarsi e conquistare tesori (rilassamenti). Saliscendi indispensabili per tenerci legati al racconto. “A wonderful summer on a solitary beach” (cit. Battiato): benissimo dopo un anno di sfide, ma poi, se il ciclo non ricomincia, si finisce morti annoiati.

Passiamo alla testa. Il sangue lo prende dal cuore, come tutti sappiamo. Se ne prende la giusta dose funziona meglio, altrimenti sono guai. La narrazione, nella giusta dose, può essere un ottimo cardioregolatore, ed è infatti un noto viatico per l’apprendimento e la memorizzazione. Ma la narrazione ha anche il potere di lasciarci inermi, così come di farci scoppiare la testa. In questi casi, tra gli effetti, può esserci il consumo, che a dire il vero è uno degli effetti più innocui. Sugli effetti tragici… be’, lascio a voi ogni riflessione.

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Fuor da metafora, e andando dritti al dunque, la grandi leve su cui molti puntano sono le paure universali, e nello specifico: abbandono e morte. Non sono io a dirlo, sono i grandi casi della narrazione di brand, se analizzati a fondo, a insegnarcelo. L’etica non c’entra e non c’entra il politicamente corretto. C’entra invece l’uomo. Chi condanna la narrazione condanna l’uomo: non possiamo fare a meno di storie, perché esse sono lo specchio strutturale del nostro pensiero cosciente. Non proseguo perché non vorrei, appunto, spaventare.

Una buona narrazione d’impresa che effetti ha sul consumatore e sulle sue pratiche di consumo?

La narrazione ha effetti sull’individuo in sé, sulla costruzione della propria identità; e siccome oggi una delle modalità di espressione della propria identità passa attraverso il consumo, possiamo dire che sì, la narrazione ha effetti sulle pratiche di consumo, soprattutto di tipo identitario. Di solito sintetizziamo così: la narrazione efficace ci rimane addosso, ci trasforma e ci spinge ad agire.

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Come scegliere le immagini perfette per raccontare un brand?

Partendo dall’immaginario. E l’immaginario perfetto nasce col design stesso della narrazione. Come ho detto altrove, quello del visual storytelling è un problema innanzitutto di storytelling: prima dell’applicazione bisogna pensare alla sistematizzazione della narrazione. Dall’immaginario alle immagini è (quasi) solo questione di mettere nero su bianco delle linee guida per orientare chi le immagini le produrrà o le selezionerà per i diversi media.

Questo per ciò che concerne la grammatica. Poi c’è la sintassi, cioè l’ordine, la disposizione, il nesso causale tra un’immagine e l’altra. E anche in questo caso il problema è innanzitutto narrativo, e cioè: si risolve prima in termini di progettazione testuale, poi visual. Riassumendo: prima pensiamo alla progettazione, poi all’esecuzione.

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Un’azienda decide di sperimentare il visual storytelling. Quali sono i primi passi da compiere?

Andiamo un po’ più nello specifico. Proporrei innanzitutto una fase di analisi: da un lato, delle forme di narrazione visual già attivate (più o meno consapevolmente) dal brand, dall’altro di quelle dei competitori. Questo per capire cosa c’è nell’immaginario dei nostri pubblici, ma anche per capire se esiste già un’iconologia di marca e di contesto riconosciute. Poi passerei alla definizione di un immaginario, sia in termini strutturali che stilistici, e di un set di immagini di base. Infine, passerei alle declinazioni sui diversi ambienti dell’ecosistema media.

Concludo con una precisazione necessaria: un’azienda non può permettersi di omettere il visual, se non governa l’immaginario qualcun altro lo farà al posto suo. Se è vero che l’apparenza non è tutto, è altrettanto vero che non si può non apparire, quindi è fondamentale riconciliare l’apparenza con l’essenza.

Qual è il tuo progetto di visual storytelling preferito?

Devo ammettere di non avere una specifica preferenza. Uno dei casi più semplici, efficaci e fortunati rimane Humans of New York: il mosaico narrativo è composto da tessere che rispecchiano i lettori stessi. Risultato: grande riconoscimento, riusabilità e versatilità.

Altro progetto divertente e foriero di spunti è The Burning House, che con una semplice domanda, If your house were on fire, what would you take?, ha collezionato risposte fotografiche davvero interessanti in termini narrativi (ogni lista ricompone il senso di una vita).

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Mi piace poi molto la scelta visual, in termini di worldbuilding, della campagna Dumb ways to die — scelta efficace e tutt’altro che scontata. Citerei anche l’utilizzo del tool Exposure, che trovo semplicemente perfetto, da parte di charity: water. Potrei fare molti altri esempi, ma rischierei di confondere. Citerei ancora un caso interessante e “di genere” nel quale mi sono imbattuto in questi giorni: il progetto grafico Uncover the Truth del designer nicaraguense Fabio Pantoja, contronarrazione in piena regola della Coca Cola.

Infine, per chi come me è sensibile al mito delle origini, e alla fase cardiaca di contrazione, mi arrischio a suggerire un salto nel passato di 500 anni, dove si trovano i nobili progenitori del connubio tra immagini e parole: l’Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna e l’Emblematur liber di Andrea Alciato. Buona visione!

Come costruire una buona strategia su Facebook

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Oggi, abbiamo deciso di suggerirti gli step fondamentali per creare una buona strategia su Facebook, sappiamo bene che ci sono alcune cose da curare e che se trascurate possono non produrre i risultati sperati.

Il primo passo è sicuramente avere una pagina, ma spesso esserci non è sufficiente perché ogni social media ha le proprie dinamiche di interazione, di condivisione dei contenuti e di raggiungimento di obiettivi aziendali; tuttavia il social di Mark Zuckerberg è in continua evoluzione, quindi non considerarli dei punti fermi, ma solo degli spunti.

Fissa i tuoi obiettivi

Qualsiasi strategia inizia con gli obiettivi. Che cosa vuoi dalla tua pagina Facebook? Se non sai dove vuoi arrivare, non potrai mai scegliere i mezzi giusti per raggiungere la tua meta. I risultati che puoi raggiungere non sono solo le vendite, ma anche sviluppare engagement e conversazioni, aumentare la percezione del brand e portare traffico al sito web e/o blog.

Come costruire una buona strategia su Facebook

Ricerca

  • Identifica il tuo pubblico e dove trascorre il suo tempo. In altre parole individua il tuo target.
  • Ricerca la concorrenza e vedi come lavora. In questo senso, però, è assolutamente vietato copiare, sii originale e cerca di distinguerti dai competitors.
  • Osserva e comprendi le novità su Facebook. Tieni il passo con le tendenze. Se non utilizzi le potenzialità offerte da questo strumento ha poco senso utilizzarlo.

Progetta l’esperienza

Imposta il tuo piano ed il tuo calendario editoriale; avere un programma ti aiuterà ad ottimizzare la tua attività. La pianificazione è un elemento importante, poichè ti permette di essere costante e presente.

Come costruire una buona strategia su Facebook

Misura i tuoi progressi

Prenditi il tempo per verificare come stai lavorando. Monitora i tuoi progressi e verifica se stai raggiungendo gli obiettivi prefissati o se c’è da modificare qualcosa. Gli Insights di Facebook forniscono molti dati, per cui periodicamente verifica il tuo operato. Se hai fatto un buon lavoro potrai, con soddisfazione, goderti gli obiettivi raggiunti.

Idee per volantini pubblicitari? Provate con i tattoo

volantini pubblicitari

Camminare tra padiglioni e stand di una fiera spesso comporta l’entrare in possesso di un numero considerevole di volantini pubblicitari: uno dopo l’altro, i flyer si accumulano, fino a non ricordarne più chi ce li ha gentilmente lasciati. Leo Burnett ha quindi trovato una soluzione super creativa per realizzare flyer impossibili da dimenticare per i visitatori del CITM Shanghai Expo, dando vita a “The Tattoo Flyer“.

Anziché affidarsi ai tradizionali volantini cartacei, l’agenzia creativa ha scelto di realizzare una serie di tatuaggi temporanei scannerizzabili proprio come dei QR Code.

LEGGI ANCHE: Tattoo advertising: quando la pubblicità è per sempre

Dopo aver scelto il soggetto preferito tra quelli disponibili e aver trasferito il tatuaggio sulla pelle, al visitatore era possibile accedere tramite il suo smartphone a una serie di video promozionali per il turismo thailandese.

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Idee per volantini pubblicitari? Provate con i tattoo

Secondo quanto dichiarato dalla stessa Leo Burnett, l’iniziativa ha portato a un innalzamento del 42% del flusso turistico proveniente dalla Cina, decretando l’adozione di questo strumento pubblicitario anche per le fiere dei prossimi anni.

Capitali del business: la top ten delle città dove si lavora di più

Capitali del business la top ten delle città dove si lavora di più

Calcolando la media di ore di lavoro in 71 tra i maggiori centri del mondo, UBS, nota società di servizi finanziari, ha pubblicato pochi giorni fa il suo report “Prezzi e salari 2015”. Uno dei dati più interessanti del rapporto è proprio quello relativo alle città del pianeta nelle quali si lavora di più.

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Come sottolinea lo studio, l’orario di lavoro ha un grande impatto sulla nostra qualità della vita. Basti pensare, ad esempio, al rapporto tra tempo impiegato lavorando, reddito e tempo libero. Una cosa risulta chiara però: chi è maniaco del lavoro, faccia i bagagli e si trasferisca ad Hong Kong!

Hong Kong, la capitale delle capitali del business

Capitali del business la top ten delle città dove si lavora di più

Proprio così, Hong Kong risulta essere prima nella top ten dei posti al mondo dove si lavora di più. Con 50 ore a settimana e solo 17 giorni di vacanza all’anno, la popolazione qui trascorre ben 2.606 ore sul posto di lavoro, contro le 1.604 dei parigini, che sono impegnati nella loro professione per appena 35 ore alla settimana e con, per giunta, 29 giorni di ferie retribuite.

Chi lavora di più non va in vacanza?

Capitali del business la top ten delle città dove si lavora di più

Secondo i dati riportati da “Pices & Earnings 2015”, i lavoratori di tutto il mondo trascorrono mediamente più di 40 ore a settimana sul posto di lavoro e ricevono oltre 4,5 settimane di ferie pagate.

In particolare, facendo una breve panoramica, i dipendenti a Shanghai sono costretti a vivere con solo sette giorni di riposo, contro i 34 di quelli di Manama.

A Bangkok ogni anno, invece, si lavora in media 2.191 ore, con soli nove giorni di vacanza pagata ai quali si aggiungono, però, altri 16 giorni di festività, raggiungendo così, in totale, cinque settimane di permessi retribuiti.

Sao Paulo ha la più alta quantità combinata di tempo libero, con una media di 50 giorni, mentre Lisbona può vantare il numero più basso di giorni festivi.

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Le ore di lavoro annuali sono state calcolate in base al numero di ore lavorate al giorno, il numero di giorni lavorativi settimanali e sottraendo tempo ferie e le cosiddette festività rosse da calendario.

Capitali del business e del lavoro, ecco la classifica completa

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Ecco la lista delle prime dieci città al mondo dove si lavora di più, quelle che alcuni definiscono come capitali del business, mentre altri considerano luoghi da cui fuggire a gambe levate, perché tra working hours per year e paid vacation days per year – questi i parametri utilizzati da UBS -, certamente qui non potrai permetterti un mese di ferie al mare.

  1. Hong Kong: la popolazione qui lavora complessivamente 2.606 ore l’anno. Famosa per essere uno dei centri finanziari internazionali più importanti del mondo, la città si caratterizza per avere un orario di lavoro frenetico. Si stimano ben circa 50 ore a settimana trascorse dietro il proprio impiego, per un complessivo di 17 giorni di vacanza pagati all’anno.
  2. Mumbai: qui la media di ore lavorative annue è di 2.277.
  3. Città del Messico: l’orario di lavoro conta un complessivo di 2.261 ore.
  4. Nuova Delhi si piazza al quarto posto con una media di 2.214 ore.
  5. A Bangkok ogni anno i lavoratori sono impegnati nel loro impiego per 2.191 ore, ricevendo solo 9 giorni di vacanza pagati.
  6. Dubai: qui si lavora circa 2.186 ore l’anno, con 30 giorni di ferie pagate, alle quali vanno aggiunte però le festività.
  7. Nairobi: 22 giorni di ferie retribuite per un totale di 2.184 ore lavorative.
  8. Taipei: ore di lavoro 2.141, giorni di vacanza 13.
  9. Jakarta, con 2.102 ore di lavoro annue, è uno dei Paesi con meno giorni di vacanza pagati: appena 12. Insieme a Shanghai, Pechino e Bangkok, inoltre, conta anche il minor numero di giorni festivi.
  10. Al decimo e ultimo posto della classifica troviamo Bogotà con 2.096 ore lavorative annue.

E tu in quale città vorresti lavorare?

Leo Burnett, dalle bolle ai biglietti di sapone

Leo Burnett, dalle bolle ai biglietti di sapone

Cosa accomuna un biglietto del bus e un sapone?

All’apparenza nulla, ma se decidessimo di visitare lo Sri Lanka potremmo avere una grossa sorpresa: un biglietto dei mezzi pubblici può infatti diventare una saponetta monouso.

Asiri Hospital e Leo Burnett hanno scelto di creare un biglietto innovativo, per sensibilizzare la popolazione riguardo l’importanza dell’igiene quotidiana.

In un paese con un’alta densità di popolazione il rischio di malattie è molto elevato ed è fondamentale preoccuparsi di sé stessi, ad iniziare da un semplice gesto come la pulizia delle mani.

L’agenzia creativa è dunque partita da un gesto quotidiano, come prendere un bus, per aggiungere un’altra azione alla vita di tutti i giorni. Ogni persona in Sri Lanka, infatti, dopo essere salita su un mezzo pubblico, compra il biglietto. Ma, una volta arrivati a destinazione, qual è l’utilità di quel piccolo pezzo di carta?

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Ed ecco che Leo Burnett ha scelto di creare un biglietto speciale, una miscela innovativa composta di carta e sapone; in questo modo ogni persona saprà come utilizzare quel foglio di carta, con l’obiettivo di educare la fascia meno abbiente della popolazione, all’igiene personale, soprattutto dopo un lungo viaggio in bus.

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In questo modo L’Asiri Hospital Group ritiene di riuscire, in futuro, a prevenire numerose malattie, tra cui l’epatite, attraverso un semplice gesto come lavarsi le mani.

Leo Burnett, dalle bolle ai biglietti di sapone

La campagna è stata sostenuta anche da diversi messaggi pubblicitari, diffusi nei luoghi più frequentati, negli ospedali e sui mezzi pubblici.

L’interactive marketing a sostegno delle campagne di sensibilizzazione

Il caso di Leo Burnett e del biglietto di sapone è interessante anche da un punto di vista marketing.

In questo caso non si parla di un prodotto ma l’obiettivo è veicolare un messaggio: il punto di forza di un’esperienza è quella di trasmettere in modo concreto un concetto, che a parole non sarebbe così efficace e di impatto.

Leo Burnett, dalle bolle ai biglietti di sapone

Il marketing interattivo dunque può diventare un’ottima strategia, qualora il nostro obiettivo sia dare un esempio o un messaggio forte, parlando allo stesso tempo un linguaggio vicino alle persone. L’esperienza è lo strumento migliore per permettere alle persone di capire ed imparare un comportamento.

Cosa impareremmo se il biglietto che abbiamo nel portafoglio da mesi avesse all’improvviso un nuovo utilizzo?

5 tool di citizen journalism per avvicinarsi agli election days #NinjaUSA2016

Social network e politica: 5 tool per avvicinarsi agli election days USA 2016

Nel 1973 il giornalista americano Timothy Crouse pubblicò il libro “The Boys On The Bus”: il racconto della vita on the road dei reporter che avevano seguito la campagna elettorale per le presidenziali USA 1972. La pratica prevedeva un bus ufficiale nel quale i giornalisti accreditati potevano seguire i candidati per non perdersi nemmeno un momento, una dichiarazione o una gaffe dei protagonisti.

You physically had to be there, because you might get some access to him, and hopefully get some access to him off the record, too, so you could hopefully get some sense of what ticked inside of him.
John Dickerson, CBS Political Director, coprì la sua prima campagna nel 1996.

Molti anni dopo, nel 2008, Huffington Post lancia il progetto “Off The Bus: tutto cominciò con un incontro tra Obama e dei finanziatori a San Francisco (uno dei tanti di campagna elettorale), raccontato da una sola fonte, la blogger Mayhill Fowler; nel frattempo la copertura dei caucus in Iowa vide una vera e propria “folla” di improvvisati giornalisti, cioè persone che raccontavano attraverso immagini e parole ciò a cui assistevano grazie ai social network.
I cittadini, inoltre, fotografano eventi, riprendono in video importanti pezzi di informazioni e a volte, come portò alla luce Off the Bus, ottengono uno scoop politico.

LEGGI ANCHE: NinjaUSA2016: i social media rovinano la politica. Ecco come.

Nel 2013 il ricercatore Peter Hamby pubblicò un report, in collaborazione con la CNN, intitolato “Did Twitter Kill the Boys on the Bus? Searching for a better way to cover a campaign”, nel quale riprende il libro di Crouse e fa eco al progetto del Huffington Post.

Social network e politica: 5 tool per avvicinarsi agli election days USA 2016

Grazie ai social networks, Twitter in primis, e all’enorme quantità di dati, informazioni e immagini provenienti dai comuni cittadini, la pratica on the bus non è più necessaria. Il flusso di notizie è pressoché continuo, i titoli degli articoli ci vengono forniti dai candidati stessi con i loro tweets, ridimensionando il lavoro del giornalista che si ritrova a organizzare e dare un senso a questa mole ingente di informazioni.
Anche noi ninja, oggi, possiamo seguire la campagna elettorale dei candidati per le politiche USA 2016 seduti comodamente in poltrona, senza salire su un bus, e senza perderci particolari scottanti. Come? Con cinque semplici tool.

Rock The Vote

La web app per gli americani più giovani, che rende la comunicazione più facile ed efficace e funziona come guida per sapere dove, come e quando votare. Per chi volesse fare un passo in più, ed esser coinvolto attivamente, segnala molte iniziative di volontariato.

Real Clear Politics

Un sito web dedicato alle notizie politiche, ed integrato con opinioni, analisi, sondaggi e video, prodotti sia da giornalisti, sia da comuni cittadini.

Ballotpedia

Un tool che propone analisi sui democratici e repubblicani che corrono per la presidenza, e abbina una mappa interattiva che guida i lettori/elettori alla scoperta di come gli stati abbiano votato in passato e di quali eventi ospiteranno.

LEGGI ANCHE: Digital journalism: come i social network hanno cambiato l’informazione.

FrontRunner

App disponibile solo per dispositivi iOS. Utile per essere costantemente aggiornati sui sondaggi elettorali.

Meerkat

Dopo Periscopi esiste Meerkat: app di live streaming molto amata dai candidati americani. Unico neo: i video, una volta finito il live streaming, si cancellano.

LEGGI ANCHE: Meerkat, la live streaming app che spaventa Twitter

Se conosci altri tool da consigliarci, scrivili nei commenti. Condividi l’articolo utilizzando l’hashtag #NinjaUSA2016.

Il settore dell’haircare diventa sempre più digital e Wella punta su Ninja Academy [INTERVISTA ]

giuseppe vincenzo presti wella

Il 20 e 21 settembre Ninja Academy ha partecipato come partner al Wella Franchise Congress, evento tenutosi alla Fiera di Roma e dedicato agli oltre 2.500 hair stylist associati a Wella Professionals, brand Procter & Gamble. La prima giornata è stata dedicata alla formazione manageriale degli associati, con interventi del top management Wella Professionals e di Enrico Mentana. A seguire gli speech Ninja Academy in marketing digitale con i docenti Luca La Mesa, Rosaria Toriello e Diego Orzalesi, mirati a spiegare agli hair stylist come utilizzare i social per ottimizzare l’immagine e il brand del proprio salone ed aumentarne il giro d’affari.
Abbiamo intervistato Giuseppe Vincenzo Presti, Franchise Leader Wella Italia, per farci spiegare come sta cambiando la formazione nel settore dell’haircare professionale. 

Il tuo lavoro è fare in modo che tutti gli hair stylist di Wella siano formati e aggiornati, e ciò include anche i Social Media. Quanto conta la formazione digital in questo settore?

La formazione è uno degli elementi distintivi del marchio Wella sul mercato: da sempre l’azienda è stata riconosciuta dai clienti e dal mercato come il punto di riferimento nella formazione tecnica, stilistica e manageriale. Dal 2011 abbiamo abbracciato la formazione anche online, grazie al nostro sistema di e-education che permette ai parrucchieri di tutto il mondo di poter seguire i corsi base sull’utilizzo e la conoscenza dei nostri prodotti.

Il trend della formazione digitale, nonostante sia stato abbracciato molto presto da parte dei principali attori del mercato, si sta sviluppando particolarmente solo negli ultimi 12 mesi, come dimostra il tasso di conversione dei nostri clienti Franchise alla nostra piattaforma online, passato dal 12% al 56%.

E il team building? Quali strumenti hai a disposizione?

Il team building è uno dei temi ricorrenti dei piani formativi Franchise Wella. Abbiamo attività di formazione che vanno dal “come si costruisce una attività di team building” all’esecuzione di uno di questi presso i saloni dei nostri clienti. Inoltre due volte all’anno, costruiamo un contenitore in cui svolgiamo l’attività di team building dedicata ai nostri clienti/fornitori (coloro che erogano formazione ai nostri clienti) ed in quella occasione li esponiamo alle novità di prodotto e di formazione previste per l’anno successivo.

Parlaci del Wella Franchise Congress: perché è l’evento più atteso dalla famiglia di Wella?

Il Wella Franchise Congress è il frutto di due anni di lavoro da parte del team Wella Franchise, per la costruzione di un unico grande contenitore formativo manageriale e stilistico. Per noi mettere sul palco i migliori relatori manageriali, che lavorano con noi durante l’anno e i nostri direttori artistici, che con il loro estro e la loro creatività danno vita a quattro straordinarie collezioni, è l’espressione massima delle conoscenze dell’azienda. Inoltre è una occasione unica per avere insieme i nostri migliori clienti e poter con loro disegnare il futuro di questo mercato.

Vi siete affidati a Ninja Academy per la formazione dei vostri hair stylist. Cosa ti ha spinto a scegliere la scuola di marketing non convenzionale di Ninja Marketing?

Ninja è la nostra grande scommessa per il 2016! Volevamo un partner d’eccellenza da affiancare ad Università Bocconi e NABA, ma anche un partner che uscisse dagli schemi, forte di una innovativa accademia manageriale e legato ai giovani. Il settore dell’haircare professionale ha bisogno di nuovi stimoli e di avvicinare giovani che vogliano disegnare insieme a noi il futuro della categoria per i prossimi 30 anni. Siamo certi che il marchio Ninja Academy ci aiuti a fare un salto di qualità ancora più grande e di poter iniziare un cammino che ci veda partner per lungo tempo.

Eventi formativi, E-learning, Wella Salon Marketing:
guardando al futuro, quali sono i trend e novità da cavalcare?

Le novità sono tante, ma forse la più importante di tutte è il nuovo modo in cui la rete sta cambiando la vita dei nostri clienti, spostando l’attenzione sulle vetrine elettroniche (siti internet, pagine facebook, blog, ecc..). I nostri clienti e la nostra azienda si trovano davanti ad un momento di passaggio importante in cui stanno cambiando tutte le regole del gioco e non basta più saper giocare offline, ma bisogna saper essere eccellenti in entrambi i mondi. La consistenza tra immagini ed offerta offline ed online, fa la differenza tra chi cresce a doppia cifra e chi è costretto a chiudere.

Non esiste una sola leva tattica su cui giocare ma una moltitudine di piccole azioni che se gestite tutte nella stessa direzione strategica permettono di poter affrontare il futuro con tranquillità e non con preoccupazione. Potrei già spiegare quali siano le cinque cose più importanti da fare all’interno di un salone per avere successo nel 2016 ma non lo farò ora. Le sveleremo al prossimo Congresso di Febbraio 2016 e fino a quel momento resteranno un segreto Ninja. 🙂

Come gestire un'attiva community su Facebook [HOW TO]

Community Facebook

Crisi nera per i siti web di aziende e brand? Non esageriamo, ma che Facebook abbia stravolto il modo di “esserci”, non possiamo negarlo. Che si tratti di una fan page  aziendale o di un folto gruppo virtuale di amanti dell’uncinetto, le community che nascono su Facebook non si contano più.

Ma sappiamo tutti gestire efficacemente una community su Facebook? Sappiamo creare il giusto mix di sentimento e partecipazione (tecnicamente engagement) affinchè l’utente possa consigliare il brand ai propri amici, trasformarsi in cliente o semplicemente sentirsi motivato alla partecipazione?

Di seguito alcuni consigli pratici per trasformare una piazza piena di gente silenziosa in una community attiva, coinvolta e rispettosa.

1.Cura i contenuti

Quando si dice “Content is king”, sappi che non è solo un motto stampato sulla maglietta di qualche fanatico marketer, ma è la regola numero uno da tenere sempre a mente per avere successo nel mondo social e non.

Se sei un Community Manager e devi gestire l’affollata fan page del brand per cui lavori, proporre contenuti interessanti, di qualità, che innescano un dibattito è sicuramente la strategia vincente da mettere in campo.

Dedicarsi alle attività di content creation e content curation ti permetterà di innescare meccanismi di coinvolgimento con il resto della community . Offri spunti di discussione interessanti, crea valore aggiunto a quello che proponi. Consulta la lista delle fonti da cui prendi spunto per i post, cerca tra i blog di settore più influenti e programma due o tre post da condividere quotidianamente per innescare il dibattito.

Community Facebook

2. Utilizza immagini e video

Abbiamo già parlato di quanto l’utilizzo di immagini e video nella social marketing strategy sia fondamentale. Le immagini sui social attirano l’attenzione dell’utente, innescano un maggiore coinvolgimento e in questo modo avrai maggiori possibilità di interagire con i membri della tua community.

LEGGI ANCHE: Social Media Management: Come realizzare ottime immagini per i tuoi canali

3. Gestisci i post di Facebook

Quando si ha il compito di gestire una community, nulla va lasciato al caso. Affinchè la nostra pagina non si trasformi in una Babele, è necessario tenere sempre tutto in ordine. Pensiamo alla nostra community come al nostro desk da lavoro.

Programma i post seguendo un calendario editoriale ben definito, serviti di tool come Hootsuite e Buffer per gestire e monitorare gli account social e programmare i post.

Posiziona in alto un post che potrebbe riguardare per esempio la netiquette della community o un argomento di particolare interesse, tieni sempre d’occhio la percentuale di engagement dei singoli post pubblicati, quando necessario promuovi dei post (advertising), condividi post anche individuando particolari target nella tua community.

4. Individua l’ora migliore per pubblicare i post

Quando pubblichiamo un contenuto su facebook pensiamo che tutti i membri della nostra community siano collegati e pronti per commentare, ma non è così. Solo una piccola parte dei fan è connessa in quel preciso istante.

Quello che fa un bravo Community Manager è individuare l’ora migliore in cui pubblicare i post. Controlla sempre i dati insight della pagina e dei singoli post, è possibile individuare il numero di fan collegati nei singoli giorni e ore. Solitamente gli orari migliori sono intorno alle 14.00 e intorno alle 21.00 (subito dopo i pasti) ma i target delle varie community hanno profili così diversi che questa regola non può essere applicata così facilmente.

Studia le abitudini dei membri della community e condividi i contenuti nel momento migliore della giornata.

Community Manager

5. Rispondi ai commenti

Non sempre troverai commenti gentili, educati o brillanti, ma da buon Community Manager dovrai rispondere anche a questi . Rispondere ai commenti degli utenti contribuisce a stringere il legame con il gruppo o il brand – nel caso di una pagina aziendale – e invoglia anche gli altri a partecipare alla discussione.

Nel rispondere ai commenti usa le menzioni e non gli hashtag, scrivi rivolgendoti a tutti, perché tutti potrebbero leggere la tua risposta, sii sempre positivo, o comunque cerca di mantenere un certo distacco, non prolungare troppo il botta e risposta.

6. Sii sempre presente

Se gestisci una community non c’è nulla da fare, ci devi essere, sempre. I membri del gruppo devono avere l’impressione di essere sempre seguiti e coordinati, devi essere sul pezzo. Soprattutto se gestisci la pagina di un brand, il real time marketing è quello che può fare la differenza. Vedi caso Ceres.

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7. Analizza la tua community

Non esiste strategia senza una buona analisi dell’andamento delle proprie azioni. Per gestire una community su facebook è necessario far riferimento a Facebook Insights.

I membri di una community, partecipano attivamente lasciando commenti, opinioni e condividendo i contenuti. Analizzare in modo quantitativo e qualitativo tutto ciò che succede all’interno della comunità è fondamentale per capire se la strategia messa in atto sta dando i frutti sperati o se è il caso di cambiare rotta.

Questi sono solo alcuni degli accorgimenti da mettere in campo per gestire una community su Facebook. Hai qualche altra dritta da suggerire?