Y Combinator, un futuro di cambiamenti

Aria di cambiamento per il futuro di Y Combinator, da finanziatore di startup in fase embrionale a Venture Capital di realtà in fase successiva. Attualmente i diretti interessati non si sbilanciano, ma andiamo per ordine.

Come e quando è nata Y Combinator?

Y Combinator nasce nel 2005 dall’idea di Trevor Blackwell, Paul Graham, Jessica Livingston e Robert Tappan Morris con la voglia di creare un acceleratore di startup basato a Mountain-View. Il modello plasmato è quello di campus per startup dove piccole realtà vengono selezionate, attraverso un semplice application form online, e finanziate durante la loro fase embrionale dallo stesso Y Combinator.

Oggi però la situazione sembra cambiare e Y Combinator, incubatore californiano di startup in fase iniziale, esprimerebbe la sua volontà di ampliare il portafoglio di progetti arrivando a finanziare anche quelli in fasi successive.

Un valido Venture Capital fa la differenza


La vita di una startup dipende quasi esclusivamente dal suo finanziatore: se grandi fondi decidono di finanziare la fase embrionale di una startup, ma di non supportarla nelle fasi successive, la vita di questa idea di business è molto precaria.

Secondo CB Insights, infatti, il futuro di una startup dipende moltissimo dalla qualità dell’investitore che vi partecipa, sia sotto il punto di vista economico che reputazionale. Importantissimi, infatti, sembrano essere gli investitori della fase iniziale o, ancor meglio, la continuità di investimenti ed investitori tra la fase embrionale e quella successiva.

Proprio per questo ultimo punto Y Combinator potrebbe aver deciso di cambiare strategia, per cogliere il meglio di entrambe le fasi: quella embrionale in cui essere competitiva sull’ammontare dell’investimento e quella successiva in cui poter dar vita a vere e proprie startup milionarie come Airbnb and Twitch, frutti dello stesso incubatore.

Cambiamenti all’orizzonte per Y Combinator

Il panorama dei Venture Capital sta evolvendo andando ad includere sempre di più investitori non convenzionali, come fondi privati, che, ad oggi, stanno versando nel mondo startup bilioni di dollari detenendo circa il 75% dei round di finanziamento.

Ma Y Combinator sta davvero cambiando rotta? Alcune fonti sembrerebbero avvalorare l’idea, sottolineando come l’incubatore californiano stia creando un fondo da diversi miliardi di dollari da destinare al finanziamento di startup in fase due.

Y Combinator, a causa dell’evolversi della tendenza a finanziare le startup early stage, si trova a muoversi in un panorama sempre più affollato e turbolento da cui è necessario trovare una via di uscit. Quindi perché non muoversi verso l’investimento in startup di fase successiva? Visti i successi delle startup già finanziate, il successo sembra a portata di mano.

LEGGI ANCHE: 500 milioni di dollari per Airbnb valutazione a 10 miliardi

Le possibili conseguenze del cambiamento

La prima conseguenza possibile è che se Y Combinator inizierà a finanziare anche startup di livelli superiori, aumenterà il suo rischio di insolvenza del finanziamento, senza lasciare possibilità di intervento di altri Venture Capital esclusi dalla competizione.

In secondo luogo il tavolo dei concorrenti si andrebbe ad ampliare: Y Combinator nei finanziamenti alle piccole startup è imbattibile, ma crescere di fase e di livello vuol dire andare a scontrarsi con fondi più grandi o più conosciuti, insomma iniziare a nuotare in un mare denso di squali.

Ancora, cambiare target di investimento significa cambiare anche il proprio supporto alle startup, non solo economico, ma anche reale: Y Combinator non potrebbe più solo pensare ad un campus di addestramento, ma dovrebbe evolverlo verso un ambiente di crescita di un business già avviato.

Come andrà a finire? Lasciamo che il tempo faccia il suo corso e che Y Combinator decida la sua strada, per ora la sua identità rimane immutata.

Tracciare gli Emoji, si può? Verso la nuova frontiera dei Digital Insights

Una faccina, una fetta di pizza, un gamberetto, un cuoricino.

Avreste mai pensato che questi innocui simboli potessero contenere dei dati? Se la vostra risposta è “no”, vi state sbagliando. Quei disegnini usati ormai da tutti noi e noti come emoji sono entrati ormai di diritto a far parte del nostro linguaggio telematico quotidiano, tanto da essere utilizzati esattamente come se fossero lettere e parole indistintamente da tutti (perché sì, anche le nostre madri usano gli emoji). Dalla loro nascita ad oggi gli emoji si sono evoluti, sono diventati sempre di più – al momento sono 722, con qualche cambiamento nel corso degli anni – e hanno stravolto il nostro modo di comunicare dando vita ad un vero e proprio linguaggio a sé stante, capace di esprimere sensazioni e di trasmettere informazioni in maniera immediata ed incisiva.

E allora, perché non cercare di decodificarli?

LEGGI ANCHE: Che mondo (digital) sarebbe, senza Emoji?

Prima di tutto… Cosa sono gli emoji?

Gli emoji sono dei simboli pittografici divenuti popolari alla fine degli anni ’90 in Giappone, loro luogo di nascita (la “e” sta per “picture”, “moji” per “character”, ndr). La fama degli emoji è cresciuta nel corso degli anni tanto da farli includere nel 2010 all’interno del sistema di codifica Unicode, che assegna un numero univoco ad ogni carattere usato per la scrittura di testi a prescindere dalla lingua, dalla piattaforma informatica e dal programma utilizzati. Nel 2011 con l’avvento di iOS 5 Apple li rende disponibili a tutti, introducendo per la prima volta una tastiera internazionale appositamente dedicata ai nostri amati simboletti. Ed il resto è storia.

Quanto vale una faccina?

Qualche dato interessante: secondo quelli diffusi nel mese di marzo da Instagram, quasi metà dei testi pubblicati sul social fotografico contenevano degli emoji, ed in Finlandia addirittura il 63% delle caption è composta da simboli e faccine (noi italiani “parliamo” per emoji solo al 45%).
Secondo dati raccolti da eMarketer ci sono 2 miliardi di smartphone nel mondo, attraverso i quali ogni giorno vengono scambiati 41,5 miliardi di messaggi e 6 miliardi di emoji.

Di conseguenza, interpretare il consumatore attraverso l’utilizzo che fa dei simboli sta diventando, per le società che si occupano di digital analytics, una vera e propria mission. L’obiettivo? Decodificarli per rispondere a dei bisogni e, ovviamente, tracciare ancora un po’ di più i nostri profili.

“Vedere usare gli emoji è come osservare un nuovo linguaggio, proprio di fronte a noi” ha affermato Tony Clement, VP analytics dell’agency Big Spaceship, che attualmente sta lavorando proprio sul tracking degli emoji al fine di misurare il sentiment degli utenti sui brand, espresso però a faccine anziché a parole. Insomma, non tutti i cuori sono uguali e le aziende questo lo sanno: è giunto il momento di imparare ad interpretare.

Ma gli emoji non sono dei simboli da sfruttare solo per comprendere l’utente, perché possono diventare un linguaggio con cui comunicare in modo assolutamente inedito anche quando si è dall’altro lato della barricata (ovvero, quando si è il brand): basta dare un’occhiata al progetto di Chevrolet #ChevyGoesEmoji, in scena su Twitter da nemmeno un mese, per capire quali siano le potenzialità di questo strumento, e come potrebbero essere sfruttate per comunicare con la clientela ponendosi sullo stesso piano (io, marchio, sto comunicando come te).

E, oltre agli emoji, c’è chi punta ad individuare loghi e prodotti nelle foto condivise, fino ad arrivare ad interpretare l’opinione dei clienti.

“Ci manca una fase, quella in cui le persone condividono foto che riportano il nostro marchio o quello di un nostro competitor”, ha detto Errol Apostolopoulos Senior VP product dell’agenzia social Crimson Hexagon, che ha analizzato messaggi contenenti adesivi e loghi nelle foto per alcuni suoi clienti come la compagnia telefonica UK O2, Campbell e Allstate così da poter arrivare, attraverso il rilevamento di immagini, ad identificare la presenza di prodotti come un determinato tipo di caffè o un brand di abbigliamento, pubblicati dagli utenti su social come Instagram o Tumblr fino ad arrivare a tracciare il sentiment.

Inbound marketing: a che punto siamo?

Da un rapporto di Hubspot relativo all’ inbound marketing, abbiamo raccolto i dati più interessanti a partire dalle interviste a più di 3500 professionisti del marketing a tutti i livelli, in tutti i settori e da tutto il mondo. È stato chiesto cosa fanno, perché lo fanno, come lo fanno e se funziona.

Dalla ricerca si ricava un quadro chiaro ed esaustivo che spinge ad accelerare l’utilizzo degli strumenti di inbound marketing ed a riflettere sulle enormi potenzialità di crescita.

Ma prima di argomentare i risultati facciamo chiarezza sulle differenze tra inbound marketing e outbound marketing.

Il marketing inbound racconta l’azienda attraverso una serie di strumenti digitali per far si che siano i clienti a cercare l’azienda. Diversamente, il marketing outbound spara nel mucchio informazioni e notizie con una metodologia e degli strumenti che puntano a “trovare” un cliente.

Budget

Inbound Marketing budget per tipologia di azienda.
I bilanci interessano diverse tipologie di organizzazioni, in particolare i fornitori B2B.
Dal grafico, non solo, si evince lo schiacciante successo del marketing inbound, ma soprattutto l’interesse di tutte le tipologie di imprese a un approccio innovativo ed efficiente

Fattori che influenzano i cambiamenti nel bilacio: higher VS. lower.
Nessun fattore preso singolarmente, neanche l’economia, ha un impatto tanto significativo sul bilancio quanto il marketing inbound.
Dislivelli significativi, che intercettano potenzialità immense e tracciano il percorso evolutivo di una tendenza determinante per la crescita e lo sviluppo delle capacità imprenditoriali.

Bilancio di marketing annuale (secondo il Sales Level Agreement).
Se il vostro budget di marketing supera i 500.000$ ci si aspetta uno SLA con vendite importanti.
Scommetto che non esiste reparto commerciale che non adori questo grafico ma per rendere praticabile uno scenario simile è necessario investire in risorse di marketing inbound.

Plan

I principali canali di marketing inbound e marketing outbound.
I canali di marketing inbound ricevono il doppio dei canali outbound.

Puoi scegliere:

Fiera di settore –> Sito web

Rassegna stampa –> Blog post

Manifesto 6×3 –> SEO

Percentuale dei marketers che praticano marketing inbound su base annua.
Il numero dei professionisti che lavorano nel marketing mostrano un incremento del 60% rispetto allo scorso anno e dell’ 85% per quest’anno.

Open Text: biggest challenge.
Solo 1 su 300+ ha citato il “mobile” come una sfida di marketing top.

EMEA ( European Middle East, Africa) riflette fedelmente le metriche di marketing inbound del Nord America e l’ idea che L’Europa sia lontana anni luce dal marketing del Nord America è ormai un mito.
L’ innovazione è senza confini, geografici soprattutto, e l’ Europa non ha nulla da invidiare al Nord America, del resto i numeri raccontano di un gap minimo.

Esecuzione

Prospetto conoscitivo prima della vendita: inbound vs. outbound.

Le risorse rintracciate grazie all’ inbound sono migliori rispetto a quelle outbound, ovviamente prima del confronto con la funzione commerciale.

Il cambiamento di rilevanza tra le fonti: inbound vs. outbound

L’ 84% dei marketers inbound – rispetto al solo 9% dei marketers outbound – presta attenzione ai dati organici, al funnel dei contenuti ed alla rilevanza dei contenuti.

Una forma mentis completamente diversa; contenuto, approfondimento, approccio analitico e flessibilità. Arrivano al capolinea quelle ricette preconfezionate che reiterano contenuti e messaggi senza approccio innovativo e passionalità.

Il cambiamento nell’importanza delle fonti: marketing vs. commerciale

I reparti commerciali hanno 7 volte più probabilità di essere rintracciati dai risultati organici con un ritorno del 61% rispetto agli strumenti di marketing outbound che restituiscono un risultato del 9%.

Misurazione

Impatto del ROI con il marketing inbound.
Gli strumenti di marketing inbound offrono 12 volte migliori possibilità di generare un ROI rilevante anno dopo anno.

Ragionare in modo analitico ti permette di misurare ogni minimo passaggio e soprattutto ogni minima variabile. Questo cosa significa? Che hai la possibilità di misurare esattamente cosa genera cosa e di valutare nel dettaglio quali parametri contribuiscono alla crescita del tuo ROI.

L’impatto del blogging sul marketing inbound.
I marketers che hanno un blog ottengono un ROI 13 volte superiore, rispetto ai professionisti che non ne hanno uno.

Costi medi per seguire le grandi imprese.
Adottare strumenti di inbound marketing è, certamente, meno costoso che adottare strumenti outbound.
Canale unico, innumerevoli strumenti, costi minimi, mercato infinito, welcome to web world.

In breve: approfittate degli strumenti forniti dal web per raccontare la vostra professione, i vostri traguardi e anche i vostri dubbi.

Sfruttate il social networking per conversare con professionisti e potenziali clienti. Raccontatevi in digitale.

Ninja Social Oroscopo dal 16 al 22 luglio

oroscopoCari Guerrieri, l’oroscopo della settimana suggerisce attenzione nella gestione dei rapporti con colleghi, clienti e fornitori. Un Guerriero che non è ancora andato in ferie è, con molta probabilità, un Guerriero stanco e affaticato, poca importa quale siano il suo segno zodiacale e il suo ascendente.
Le discussioni saranno all’ordine del giorno se non si procederà con cautela evitando di giudicare o criticare l’operato altrui senza un approccio costruttivo.

I più esuberanti saranno i segni di Fuoco, capitanati da un Leone tronfio di sicurezza per “colpa” della Luna che transiterà nel suo segno. L’obiettivo sarà quello di rendersi visibile, di costruire un mito dietro al proprio operato, anche quando non avrà nulla di straordinario. Il Sagittario cercherà di ottenere tutto e subito, sabato e domenica saranno le sue colonne d’Ercole superate le quali ancora non sa cosa potrà trovare. L’Ariete avrà bisogno di un po’ di coraggio in più per non mollare. Postare qualche selfie mentre compie l’impresa lo aiuterebbe a sentirsi “coccolato”, mettiamogli qualche like!

I segni d’Acqua saranno un po’ distratti. Venere farà una breve tappa nel segno della Vergine, costringendoli a mettere la vita di coppia davanti a quella lavorativa. Fosse facile, perché tra approcci di pancia(Cancro), idiosincrasia per la tenerezza (Scorpione) e spiriti liberi (Pesci) rischieranno di adottare approcci da latin lover un po’ fuori moda! State alla larga dai Social Media Wedding, presentarsi al primo appuntamento con una proposta di fidanzamento non è più richiesto al giorno d’oggi.

I segni d’Aria cercheranno di sopravvivere evitando di presenziare a riunioni noiose e nascondendosi in bagno quando il capo cercherà di costruire un team per un nuovo progetto. L’Acquario sarà l’unico ad essere giustificato perché potrebbe doversi assentare per gestire un imprevisto di carattere personale. Il Gemelli si sentirà obbligato a partecipare, ma una volta compreso il briefing potrà ottimizzare il proprio tempo lavorando da casa, solo. La Bilancia dovrà essere tenuta sotto controllo. Immagazzinerà dati e li riordinerà nella sua mente in modo da giudicarsi non all’altezza. Sarà importante farla sentire parte attiva della squadra valorizzando pregi e difetti di ogni “giocatore”.

I segni di Terra saranno in equilibrio tra desiderio di raggiungere i propri obiettivi personali, costi quel che costi, ormai ci sono quasi arrivati, e quello di godersi un po’ di tempo libero con famiglia e amici. Il Toro, spontaneamente, sarà come il prezzemolo. Lo troverete alla reception, in riunione in ascensore e pure in bagno. La Vergine cercherà di fare del suo meglio e lo farà con amore. Si presenterà da voi in orario di uscita con la “sola” della giornata oppure vi chiederà il classico “favore enorme”, accompagnandoli da un caffè a una bottiglia di vodka a seconda della gravità della questione! Il Capricorno per una volta avrà bisogno del nostro aiuto. È stanco, di obbiettivi ne ha già centrati una marea, è ora che si prenda qualche giorno di ferie, per il bene di tutti. Facciamo in modo che possa essere sicuro di poter contare su di noi, vendiamogli la nostra eccellenza così che non abbia preoccupazioni, poi al suo ritorno si vedrà, eheh!!

Instagram: i migliori tool d'analisi gratuiti

Un social media manager non può definirsi tale se non utilizza almeno tre tool d’analisi: in particolare IFTTT, Buffer e Hootsuite rappresentano le sacre tavole delle performance sui social.
Ovviamente entrando nello specifico, sappiamo che Facebook ha da anni i propri insight, ma non tutti i social permettono di dare un valore così immediato alla propria strategia.

E poiché Instagram è un social su cui puntare sempre di più, ma non fornisce una bacheca di dati insight, andiamo ad approfondire i migliori tool d’analisi gratuiti per questa piattaforma.

Iconosquare

Precedentemente conosciuto come Statigram, può essere utilizzato facilmente sia dall’utente singolo che da brand che vogliono incrementare il proprio business.
Gli analytics forniti sono di alto livello e permettono un’analisi in profondità, monitorando il numero di like ricevuti, le foto che hanno ricevuto più like in assoluto, il numero medio di commenti, i grafici della crescita dei follower e molto altro.
Iconosquare permette anche di attivare funzionalità di suggerimento: il tool permetterà quindi di ricevere consigli sul filtro migliore da usare o sul giusto timing con il quale pubblicare le foto.
Inoltre permette di aggiungere una tab Instagram alle pagine Facebook per aumentare l’engagement cross-channel, e anche aggiungere gallery Instagram sul proprio sito tramite embed.

SimplyMeasured

SimplyMeasured è disponibile per account con oltre 25.000 follower.
Questo tool fornisce report di analisi ogni due mesi che comprendono dati come l’engagement medio per foto, analisi keyword per i commenti, il momento migliore per pubblicare le foto, le migliori location e i migliori filtri.
Inoltre è molto utile per poter misurare la propria posizione competitiva rispetto ai concorrenti, e per monitorare l’andamento del proprio target e della propria community.
SimplyMeasured permette anche di analizzare l’andamento di Instagram rispetto agli altri social del brand, valutando quindi il peso della strategia Instagram sulla strategia social generale.
È un tool veramente completo e ottimo per fini aziendali, in quanto i risultati vengono mostrati con grafici, presentazioni e tabelle.

Union Metrics

Pur non essendo un tool completo come i precedenti, Union Metrics ha il vantaggio di fare un checkup gratuito e completo del proprio profilo Instagram in soli due minuti.
Con questa breve procedura è possibile ottenere dati sul miglior tempo di pubblicazione, su quali hashtag creano maggiore engagement, su quali contenuti è meglio valorizzare (o quali è meglio eliminare) e chi sono i top follower in termini di commenti e like.

Crowdfire

Noto anche come JustUnfollow, Crowdfire è un tool d’analisi per Twitter e Instagram, che può essere utilizzato sia da desktop che da mobile (su iOS e Android).
Mentre i tool finora analizzati si concentravano maggiormente sulla performance complessiva, questo è focalizzato sui follower. Se si hanno quindi necessità di analisi sul relationship management e si vuole analizzare maggiormente il target questo è il tool ideale, in quanto permette di identificare i follower inattivi e valorizza invece le caratteristiche dei top follower, analizzandone abitudini e hashtag.
Simile a Crowdfire c’è anche Social Rank, più preciso per gli altri social, ma con le stesse funzionalità per quanto riguarda Instagram.

Avete trovato utili questi tool d’analisi? Li utilizzate già o preferite i sempre classici IFTTT, Hootsuite e Buffer? 

Come ottimizzare i tag in ottica SEO

L’uso e l’utilità dei tag resta per molti un tema critico. Tuttavia, per indicizzare al meglio un contenuto, la scelta di etichette appropiate potrebbe risultare fondamentale.
Come usare i tag? Quanti? Ecco un post che prova a rispondere ad alcune di queste domande.

Cassetti ed etichette

Il metodo di classificazione tassonomica per etichette o tag si è diffuso poiché permette di ordinare un elemento in un sistema aperto.

Poniamo un esempio, la tua cartella di posta in arrivo è suddivisa in categorie chiuse, tanti cassetti diversi in cui riporre diversi contenuti: amici, lavoro, famiglia. Ma dove archivi l’email che ti è stata inviata da un tuo collega di lavoro che è anche un tuo amico? Un categorizzazione chiusa obbliga a fare una scelta tra un cassetto o l’altro.

Ciò non avviene se ad ogni email possiamo dare più di un’ etichetta, il tag appunto.

Nel caso di un blog il più delle volte le categorie corrispondono a forme di catalogazione verticale, ovvero quelli che abbiamo definito cassetti: gli elementi della categoria x non possono appartenere ad altre categorie e viceversa. I tag, invece, servono a classificare i contenuti in maniera orizzontale, contrassegnando contenuti appartenenti a categorie differenti.

Ok, ma come li uso?

Dobbiamo tenere presente che, per Google, tag e categorie sono entrambi archivi di contenuto aggregato. Di solito non ci troviamo a creare molte categorie, ma spesso utilizziamo i tag senza troppo valutarne le conseguenze. Usarne tanti e in maniera poco ragionata potrebbe peggiorare il processo di indicizzazione del nostro contenuto.

I tag sono parole chiave per aggregare voci diverse, quindi sono degli archivi. Tenendo conto di ciò, è poco pratico associare un tag ad un solo elemento. Infatti, ogni volta che inseriamo un nuovo tag creiamo un nuovo archivio, che dovremmo riuscire a riempire per migliorare il nostro posizionamento organico.

Google è grande, ma non è perfetto. Se il nostro contenuto è di qualità un buon modo per aiutarlo ad emergere è con la SEO.

I tag sono tuoi alleati, usali con moderazione!

Nike trionfa ai mondiali di calcio femminili in finale e sui social media

Questo post è stato scritto per Ninja Marketing da Marco Parlato: napoletano, classe 83, laureato in Comunicazione d’Impresa, master MBA, da sempre appassionato di branding.

Domenica 5 luglio, in una caldissima Vancouver, è andata in scena la finale dei mondiali di calcio femminile. E se in Italia il pensiero di associare il calcio, da sempre territorio incontrastato del maschio alfa, al gentil sesso scatena reazioni che vanno dal disgusto all’ironia, dovete sapere che da questa parte dell’oceano le dinamiche sono quasi opposte ed il “soccer” in versione femminile è, invece, molto più seguito della controparte maschile.

USA vs Canada, la finale mancata

La manifestazione, iniziata il 6 giugno e conclusasi il 5 luglio, si è rivelata un successo in termini di media spettatori e di interesse generato con punte di oltre 50.000 spettatori nelle partite più importanti. Tanti qui in Canada sognavano una finale tra la squadra di casa e gli USA, ma purtroppo la nazionale della foglia d’acero si è fatta eliminare ai quarti dall’Inghilterra.

Così in finale sono arrivate le stesse squadre che si sono contese il titolo nella scorsa edizione, ovvero Giappone ed USA. Ma se quattro anni fa sono state le “samurai” ad avere la meglio, quest’anno la partita non ha avuto storia visto che la nazionale a stelle e strisce, rigorosamente griffata Nike, ha stravinto per 5 a 2 segnando ben 4 goal, di cui uno da metà campo, nei primi 16 minuti.

Il sorpasso “social”

Ma la sfida tra i due colossi dell’abbigliamento sportivo si è estesa anche al di fuori del rettangolo di gioco spostandosi nell’arena virtuale dei social media. Anche qui la sfida è stata vinta da Nike che ha fatto registrare il doppio delle citazioni Twitter rispetto ad Adidas che, va ricordato, è lo sponsor tecnico ufficiale della manifestazione.

Il merito di questa schiacciante vittoria da parte dell’azienda statunitense è da attribuire anche alla campagna online caratterizzata dall’hashtag #NoMaybes. Il video da 60 secondi, che è andato oltre il milione di visualizzazioni, è impreziosito dalla colonna sonora “American Woman”, nella prima versione del 1970 della rock band canadese The Guess Who. L’annuncio, realizzato dall’agenzia Thousands Creative, si basa sul claim “Strong Alone. Unstoppable Together”e vede protagoniste diverse giocatrici della nazionale a stelle e strisce mentre si sottopongono a duri allenamenti in vista dell’esordio mondiale.

Corsa, dribbling e cinguettii

Secondo uno studio condotto dall’agenzia Amobee, Nike e Adidas sono stati i brand più nominati su Twitter, seguiti poi da Chevrolet, che conferma il connubio vincente tra calcio ed automotive, e gli sponsor ufficiali della manifestazione Coca-Cola e Visa.

Amobee ha inoltre segnalato che ci sono stati 2.875.436 tweet riguardanti la Coppa del Mondo femminile, ed in particolare la squadra degli Stati Uniti, nelle sei ore successive il calcio d’inizio della finale. Di questi, 1.080.000 con l’hashtag #USA, 688.511 con #USWNT, 629.000 per il torneo in sé, 120.951 su Carli Lloyd (attaccante statunitense che ha segnato una tripletta in finale) e 98.028 con l’hashtag ufficiale #FIFAWWC. In totale è stato registrato un aumento del 571 per cento di cinguettii con l’hashtag #USA nell’arco di un periodo di 6 ore successivo alla partita di domenica che durante tutto il 4 luglio, festa dell’indipendenza americana, 1.080.000 contro 161.000.

Ultima curiosità: la sola Carli Lloyd, che ha anche vinto il premio come miglior giocatrice del torneo, ha generato più Twitter nella giornata di domenica che tutte le 30 squadre della Major League Baseball messe insieme, dimostrando di avere “i numeri” anche al di fuori del campo di gioco.

Periscope: quale futuro per il video live streaming?

 

Un servizio di streaming video che trasforma gli smartphone in una finestra interattiva sul mondo: ecco cos’è Periscope, la novità di casa Twitter che sta facendo discutere soprattutto sui diritti di eventi e manifestazioni, tanto da essere stata vietata nell’ultimo torneo Wimbledon. Il tema non stupisce dato che l’applicazione è in concorrenza diretta con la televisione più che con gli altri canali del web, da cui si differisce per la natura di flusso continuo – senza editing o montaggi – nel quale può finirci di tutto, anche rapine in diretta.

Tra i dubbi legali, una cosa sembra evidente: Periscope piace e a dimostrarlo ci sono i numeri. L’ allora CEO di Twitter Dick Costolo dichiarò che a dieci giorni dal lancio è stato superato il milione di utenti nel mondo, e anche in Italia l’accoglienza non è stata da meno.  Nel solo weekend di lancio infatti, sono stati contati più di centomila link alle dirette condivisi su Twitter. E tutto questo con la sola versione per iPhone.

Se l’utilità del mezzo è evidente per il giornalismo, così come l’aveva voluta il fondatore, la sua particolarità impone una riflessione specifica a chi vuole creare contenuti aldilà di eventi e spettacoli, o dell’annuncio esclusivo di novità. Si potrebbero immaginare ad esempio sessioni di domande e risposte, tutorial, esperienze di utilizzo condivise dagli influencer, o trasmissioni in cui veicolare codici promozionali esclusivi. Perché non pensare a una web serie interattiva fondata sull’improvvisazione? Di certo le possibilità di utilizzano sono proporzionali al grado di trasparenza dell’azienda.

Di certo la curiosità più grande resta sulle modalità di sponsorizzazione e, a giudicare dal primo esperimento d’oltreoceano, questa possibilità resta in mano alla piattaforma di Twitter.

Nel weekend del solstizio d’estate, alcune personalità di Periscope sono diventate ambasciatori della Nestlè per promuovere la linea di coni gelato Drumstick. Tutti i link della diretta sono stati prima condivisi e poi sponsorizzati su Twitter, dove il brand ha assunto altri 100 influencer per twittare sul gelato. Una campagna che sottolinea quali possano essere le potenzialità di Periscope e del video live streaming.

Come prevedi verrà utilizzato in futuro questo social? Ti piace o eviteresti di proporlo alle aziende? Dicci la tua!

Instagram: arriva l'alta risoluzione nella mobile photography


Pare proprio di questa volta sia vero: Instagram ha deciso di fare il grande passo e di convertirsi all’alta risoluzione.

La scorsa settimana lo aveva anticipato il portale statunitense The Verge e la notizia era stata confermata da un tweet del co-founder Mike Krieger. Nei prossimi giorni gli utenti iOS e Android dovrebbero essere in grado di visualizzare da mobile, direttamente dall’app, le immagini salvate in formato 1080×1080 pixel. A breve, quindi, l’addio definitivo allo storico 640×640, adottato dal social sin dalla sua nascita.

Alla richiesta di feedback da parte dello stesso Krieger, i commenti degli utenti non sono tardati ad arrivare. Come era prevedibile, per molti il “nuovo” formato risulta ancora troppo limitante e anacronistico per uno strumento di social sharing dedicato proprio alle immagini. D’altra parte, però, il cambiamento era atteso ormai da tempo e la notizia non poteva che essere accolta come una ventata di aria fresca. Più o meno velatamente, il mood dei commenti sembra così oscillare tra un era ora e un sempre meglio di niente.

Cinque anni – tanti ne sono passati dalla nascita di Instagram, nell’autunno 2010 – sono in effetti un’eternità nel mondo dei social. Figuriamoci in quello del mobile.

Se all’inizio poteva essere ragionevole utilizzare un formato “leggero” – adeguato a smartphone con screen più piccoli e connessioni più lente – ormai da qualche tempo il gap tra device e app era diventato inspiegabilmente incolmabile. Smartphone evolutissimi e un formato da preistoria.

La situazione era alquanto anomala, considerata l’enorme centralità che sta assumendo la mobile photography negli ultimi anni. Non più solo uno strumento di diletto personale democratico e prêt-à-porter, non più solo uno strumento potentissimo per il visual storytelling, sapientemente utilizzato da brand, blogger e influencer. Ma anche uno strumento dai risvolti inaspettati per esperimenti di giornalismo partecipativo o attività di reporting DIY.

In fondo, come ha affermato Steve McCurry in un’intervista su Instagramers Italia, “[…] Sempre più spesso i grandi reporter sono passanti che si trovano in un posto e in un momento in cui succede un evento memorabile”.

E questo non è necessariamente il male. A volte forse sì, come nel caso del turista russo che ha postato sul suo account Instagram l’immagine dei cadaveri dell’attentato in spiaggia in Tunisia. La foto è stata ripresa dai media di tutto il mondo e, anche se la sua pubblicazione sull’account personale è una scelta alquanto discutibile e di dubbio gusto, ha dimostrato più che mai che il qui e ora della mobile photography, tanto caro ai fondatori di Instagram, è una preziosa risorsa che va ben oltre selfie e gattini.

Il caso dell’app italiana Whoosnap ne è un altro esempio: un incontro in real time tra domanda e offerta di immagini di un dato evento, luogo o quant’altro, che permette una maggiore disponibilità di risorse e fonti cui attingere da un lato, e una nuova professionalità tutta da inventare e costruire dall’altro. Certo c’è chi storce il naso, proprio perchè il primo rischio è lo svilimento di una professione che si impara con anni di studio ed esperienza sul campo. E poi perchè si tratta pur sempre di foto scattate da smartphone, l’inevitabile spettro abbassamento della qualità è dietro l’angolo.

Ecco così che ritorna la questione vitale dell’alta risoluzione. Per questo, anche se il formato 1080×1080 forse non è ancora la svolta epocale che molti si aspettavano, per Instagram si tratta senza dubbio di una rivoluzione. Almeno di intenti. Un forte segnale della volontà di rimanere al passo coi tempi e di seguire la naturale evoluzione del social, al di là dell’idea iniziale con cui era stato concepito.

E allora benvenuta alta risoluzione su Instagram.

Con Leader Digitali, Piero Tagliapietra spiega framework e strategie di influencer management [RECENSIONE]

Leader Digitali e Influencer: chi sono, cosa fanno davvero? E come riconoscerli al fine di coinvolgerli nel modo giusto?

In un mondo – quello online – dove le comunicazioni errate o poco precise portano frequentemente a crisi digitali e danni di reputazione per aziende e business, il libro di Piero Tagliapietra “Leader Digitali. Dall’Analisi dell’Influenza Online all’Influencer Management” della collana NEO di FrancoAngeli diventa uno “strumento” molto importante.

Il merito dell’autore, professionista ben conosciuto in rete, è quello di inserire il tema della corretta gestione degli influencer all’interno di un framework di analisi che studia in profondità prima lo scenario attuale digitale e il concetto stesso di influenza. Sono prese in considerazione diverse variabili, dalle umane a quelle più tecnologiche, arrivando al tema dell’Influencer Management con un bagaglio di nozioni e conoscenze interessante e per nulla banale per la letteratura di settore.

LEGGI ANCHE: Giochi da prendere sul serio: il libro che spiega come applicare la Gamification al business e alle aziende [RECENSIONE]

“Ci sono persone le cui azioni e parole sono effettivamente in grado di cambiare o creare determinati comportamenti? Si possono identificare, gestire e coinvolgere nei progetti? Possono essere considerate dei leader?”

Leader Digitali è un manuale che si appresta a diventare un validissimo alleato per tutti quei professionisti che devono gestire e coordinare strategie di comunicazione online e Digital PR. Ma non solo: la sua prospettiva che mescola analisi sociale e paradigma digitale lo rende un’ottima lettura anche per chiunque voglia approcciare l’argomento del social web da una chiave di lettura nuova… e innovativa!

LEGGI ANCHE: FrancoAngeli Edizioni: nasce NEO, il progetto editoriale che narra e spiega l’innovazione digitale

Tutti in libreria, dunque, per un’estate all’insegna delle buone letture digitali! #BeNinja