Come usare i selfie come strumento di marketing? [INTERVISTA]

"Le selfie non sono solo narcisismo e autocelebrazione" - Tommaso Sorchiotti

Tommaso Sorchiotti

Creative Digital Strategist, Social Media Activist e docente Ninja Academy. Tommaso Sorchiotti ne sa qualcosa su come utilizzare i social media e i trend che li caratterizzano all’interno di una strategia di marketing.

Così, incuriositi sull’esplosione dei selfie e, soprattutto, sul loro utilizzo da parte dei brand, abbiamo colto l’occasione dell’uscita del suo libro, scritto con Alessandro Prunesti, #Selfie: la cultura dell’autoscatto come forma di racconto e appartenenza, per fargli qualche domanda su questo argomento.

#Selfie: la cultura dell’autoscatto come forma di racconto e appartenenza

Prima di tutto, una premessa: si dice il selfie o la selfie?

Vanno bene entrambe le declinazioni di genere. Come termine importato dall’inglese e inserito nella lingua italiana si fa riferimento al concetto corrispondente e più vicino. In questo caso se leghiamo selfie a fotografia l’articolo sarà femminile, se leghiamo il termine a scatto o autoscatto l’articolo diventa maschile. La stessa Accademia della Crusca riporta la fase di incertezza riguardo al genere grammaticale, aprendo ad entrambi gli usi.

Una curiosità è che prima di avere conferma dalla Accademia della Crusca io e Alessandro ci siamo scontrati sul genere da utilizzare. Io infatti spingevo per l’utilizzo del femminile, mentre lui era per il selfie al maschile. Tuttora rimaniamo fermi sulle nostre posizioni, ma questo non ci impedisce di farci selfie assieme :)

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Ora possiamo cominciare con la domanda che apre il tuo libro: siamo noi a farci le selfie o sono le selfie a fare noi?

​Entrambe.

Il motivo è abbastanza semplice. Più puntiamo la fotocamera verso di noi per scattarci foto e più le foto che scattiamo rappresentano ​chi siamo, cosa vogliamo rappresentare e quali contesti contraddistinguono la nostra giornata.

Possiamo avere un’idea più o meno precisa della nostra immagine e dell’identità che comunichiamo. Di sicuro abbiamo meno certezze su quanto sia efficace questa comunicazione. Con ogni selfie ci mettiamo in gioco, accettiamo di essere valutati dai nostri interlocutori e siamo disposti a correggere la percezione che abbiamo di noi stessi.

Non è solo l’autoscatto quindi a definire chi siamo. Vederci dall’esterno è un primo elemento. Ma l’effetto che la foto genera, una volta condivisa con i propri contatti, è ancora più potente.

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Diciamoci la verità: gli autoscatti ce li siamo sempre fatti. Quando e perché è nata l’esigenza di chiamarli selfie?

​Le selfie si distinguono dagli autoscatti proprio per la loro natura social. Si tratta propriamente di una foto di se stessi (in primo piano, allo specchio, ai piedi o alle cosce, in gruppo o davanti a un determinato contesto) che viene fatta per essere condivisa online.

Prestate attenzione la prossima volta che vi capita di vedere o di essere parte di una selfie. Il gesto ha una ritualità precisa e consolidata: preparazione, batteria di scatti ravvicinati, controllo immediato del risultato, selezione, editing (più o meno impegnativo) e condivisione. Per poi seguire la discussione o comunque verificare l’effetto online.

Difficilmente si sceglie il primo scatto e quasi mai ci si limita ad una sola foto quando si scatta una selfie. Questo perché per una volta abbiamo la possibilità di controllare direttamente l’immagine di noi stessi che viene creata e condivisa. Di conseguenza si dedica generalmente molta cura a come “esce la foto”.

Le selfie sono fatte soprattutto per essere condivise. Quali sono i fattori che determinano il successo di un contenuto?

​Originalità, capacità di condividere un’emozione, bellezza del soggetto e del contesto. Senza considerare che autenticità dello scatto e buona qualità della foto sono due elementi fondamentali.

Su Instagram in questo momento ci sono quasi 300 milioni di foto taggate #selfie. Sicuramente molte altre che non hanno associato il tag.​
Non esiste una formula magica per avere successo, che in questo caso possiamo definirlo come capacità di stimolare una reazione positiva nei propri interlocutori.

Io e Alessandro abbiamo isolato una serie di consigli per realizzare al meglio l’autoscatto, che non si traduce automaticamente nell’avere una tempesta di like e commenti.

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Selfie è solo autocelebrazione, narcisismo e ricerca di approvazione o pensi ci sia qualcosa di più?

​Il libro vuole proprio distruggere questa tesi: le selfie non sono solo narcisismo e autocelebrazione. Di sicuro sono elementi importanti, così come la ricerca e il disperato bisogno di essere riconosciuti e accettati all’interno del contesto sociale di riferimento.

Ma oltre questi aspetti c’è un universo di significati che abbiamo indagato. Le selfie si sono velocemente affermate come un linguaggio espressivo di chi frequenta i Social Network, o per dirla come i media offline, di chi è 2.0. Da lì è partita la corsa di vip, artisti e politici ad autoaffermarsi due-punto-zero.

Le selfie hanno portato l’intimità del mondo social ​nei rapporti con capi di stato, cantanti e altri personaggi irraggiungibili. Che reazione avete avuto quando avete visto per la prima volta la (prima) selfie di papa Francesco, con il suo faccione tagliato a 20 cm dall’obiettivo e accanto a dei normalissimi ragazzi?

Le selfie sono diventate uno strumento di narrazione, semplice e immediato, ma carico di significato. In uno spazio di comunicazione sempre più frenetico e immersivo, non è un caso che le selfie, così come gli sticker, le emoji, le gif animate, abbiamo una rilevanza sempre più importante. E’ una specie di ritorno alle origini, fatto di un linguaggio rappresentativo e di facile fruizione.

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Qual è, a tuo avviso, l’iniziativa di marketing più interessante che ha sfruttato questo trend?

​Dal punto di vista del marketing due iniziative di successo sono state la Selfie Samsung della Notte ​degli Oscar e il video della sfida Turkish Airways di Selfie estremi tra Kobe Bryant e Leo Messi, recentemente premiato come miglior spot da YouTube.

Al di là dei risultati raggiunti in termini di condivisioni/apprezzamenti/visualizzazioni queste due iniziative si sono innestate in un fenomeno di costume dando una loro interpretazione, e non limitandosi a cavalcare il trend come i centinaia di contest praticamente identici che sono nati negli ultimi due anni.

Esistono poi interpretazioni e proposte creative molto belle e divertenti create da diversi artisti sparsi per il mondo che (immagino) presto vedremo adottati dalle aziende. Un progetto che mi piace molto è MirrorsMe di Helene Meldahl. Colorando lo specchio con degli UniPosca e dei gessetti colorati, la ragazza norvegese ha creato una serie di selfie a tema davvero simpatici.