Ecco cosa è successo alla BattleMI, la più epica battaglia tra startupper

battlemi

Anche quest’anno si è conclusa La Battaglia delle Idee, l’evento targato Ninja Marketing e Ninja Academy dedicato a startupper, innovatori e industry digitale. Dopo le edizioni di Napoli e Salerno, i Guerrieri dell’Innovazione sono stati chiamati a scontrarsi in uno scenario internazionale e a confrontarsi con guerrieri provenienti da ogni parte del mondo.

Infatti quest’anno La Battaglia delle Idee si è tenuta al MiCo di Milano, il 18 marzo 2015, all’interno dell’evento globale GEC 2015 (Global Enterpreneurship Congress). Networking, formazione gratuita e competizione di idee: il format che unisce startup e musica rap fa colpo su un pubblico giunto da ogni parte del mondo.

Tanti sono stati gli ospiti, tra relatori, coach e giurati, che hanno preso parte all’evento e hanno aiutato le startup in gara a prepararsi per lo scontro finale presentato dalla nostra madrina Kris Grove e dal rapper Esa, che hanno diviso il palco con i rapper Nerone e Shiva e i breaker della crew Natural Force.

ninja academy

Non sei venuto e vorresti sapere cosa è successo? O vuoi semplicemente rivivere quegli epici momenti? Take a look!

Cosa abbiamo imparato alla #BattleMI? Business tips, case study e consigli di pitching

mirko pallera

In attesa della battaglia del 18, lo spazio Ninja Academy ha fornito a tutti i presenti training gratuito con gli esperti del settore: professionisti, influencer, docenti che ci hanno parlato di content marketing, social media, cloud computing, startup, growth hacking, design, digital heathcare. Sono state con noi aziende come MailUp, OVH, Viralbeat, Microsoft, Argoserv, Fightbean, Combocut e Razorfish Heathware.

Pitch battle: gli scontri tra startup con dj, rapper e breaker

La Battaglia delle Idee è esattamente il contrario della solita carrellata di elevator pitch: è una vera e propria pitch battle in cui le 12 idee selezionate hanno dovuto lottare sfida dopo sfida, con sempre meno tempo per poter spiegare la loro idea, affrontando prove a sorpresa e dimostrando ad investor e platea la loro capacità di improvvisare e non farsi cogliere impreparati nella loro scalata al successo.

Le 12 startup finaliste in gara erano:

  • PVFamily, la soluzione per monitorare le prestazioni degli impianti fotovoltaici residenziali e gli incentivi statali ricevuti;
  • Breading, la piattaforma che riduce gli sprechi del food connettendo panetterie ed ONG;
  • Ethanks, la piattaforma che trasforma il ringraziamento in un’attività di fidelizzazione per le aziende;
  • ConceptKicker, un ecommerce che trasforma l’arte 2D in stampe 3D ;
  • Breezometer, l’app che rende visibile la qualità dell’aria intorno a noi;
  • Fanceat, il box consegnato a casa per cene made in Italy;
  • Meritocracy, la piattaforma di employer branding;
  • Collabobeat, una piattaforma di collaborazione medico-paziente;
  • Quomi, una food delivery startup per la consegna di ingredienti italiani a domicilio;
  • iGoOn, l’app per l’autostop digitale;
  • LoveB, la borsa per fashionista geek;
  • Fashtags, una vetrina virtuale per esportare il Made In italy in Asia e nei mercati emergenti del mondo.

Round #1 – Creativity

Dopo un primo giro di presentazione, in cui i magnifici 12 hanno presentato la loro idea in 3 minuti, tutti hanno avuto l’accesso al primo round, “Creativity” in cui hanno dovuto rappare, sì hai letto bene, rappare, la loro idea, uno contro l’altro, di fronte al pubblico in sala, alla giuria internazionale di esperti e al pubblico da casa che ci seguiva in streaming. Ah, vi ho detto che era in inglese? YO!

Round #2 – Face to face with jury

Il secondo round ha permesso ai sei che hanno passato il turno di rispondere alle domande della giuria di esperti composta da Henrik Scheel, founder e CEO di startup Experience; Paolo Gesess, co-Founder e Managing Partner di United Ventures; Anna Testa, responsabile del TIM #WCAP di Milano; Bernardo Mattarella, Direttore dell’Area Incentivi e Innovazione di Invitalia; Mariano Pireddu, founder e CEO di Quag; Lisa Di Sevo, associate in Dpixel; Roberto Magnifico, board member di LVentures e Layla Pavone, partner in Digital Magics.

Solo in tre, assieme ad un quarta startup ripescata dalla giuria, hanno avuto l’accesso al terzo round.

Round #3 –  Explain it to your grandma

In questa prova i quattro partecipanti hanno dovuto spiegare la loro idea in un minuto e mezzo ad un’adorabile nonnina che si è ritrovata in sala. Come si suol dire, la tua idea deve essere così semplice ed immediata che deve essere comprensibile anche a tua nonna!

Round #4 – Just like Zuckerberg

Se il founder di Facebook ha imparato il mandarino per parlare ad una conferenza in Cina, anche i nostri startupper hanno dovuto dimostrare di sapersela cavare in una lingua molto diversa dalla nostra. I risultati sono stati molto divertenti!

Alla fine dei quattro round sono state due le idee premiate dal pubblico e dalla giuria di esperti. Il founder di ConceptKicker Denny Hollick ha conquistato la giuria popolare del pubblico in sala con la sua passione e capacità di improvvisazione, mentre quello di Breezometer, Ziv Lautman, in virtù delle potenzialità di mercato e dell’attenzione ai big data applicati al settore ambientale è stato invece premiato dalla giuria tecnica.

Ai partecipanti sono stati assegnati anche dei premi tematici assegnati dai partner MailUp, OVH, Microsoft Italia, Argoserv, Ninja Academy, Viralbeat, Prestashop, Talent Garden, Direzione Ostinata, I’M IN, Elatos e Red Bull.

Il tutto è stato inframmezzato da una vera rap battle, che ha visto scontrarsi Nerone e Shiva, l’esibizione di Esa e quella dei breakers Natural Force, che hanno ballato tra il pubblico.

Una cosa è certa: l’auditorium del MiCo non ha mai visto così tanta energia! Ci vediamo l’anno prossimo?

Foto di Chiara Fracassi per Direzione Ostinata.

Cosa è l'Internet of Me, e come si differenzia dall'Internet of Things?

L’Internet of Things è uno dei main focus del momento, ed ogni giorno esce un post su come l’IoT influenzerà le nostre vite attraverso la creazione di un ecosistema atto a semplificarci la vita. Mancava però l’ampliamento del concetto di Internet a quella che è la nostra vita vera e propria. A colmare questa lacuna ci ha pensato – tra gli altri – Accenture, attraverso il suo report “Technology vision 2015” in cui viene illustrato il concetto di Internet of Me. Scopriamo insieme di cosa si tratta.

LEGGI ANCHE: Internet Of Things: le aziende sono pronte per un Business da trilioni di Dollari? [INFOGRAFICA]

Cosa si intende per “Internet of Me”?

Internet of Me indica l’interazione tra utente e smartphone (il vero gateway tra mondo reale e internet) che consente e consentirà a noi utilizzatori di interfacciarci a quello che ormai viene definito un vero e proprio ecosistema tecnologico, composto da una user experience altamente personalizzata, ed in grado di fornirci contenuti online ad hoc in base alle nostre esigenze.

Ma quindi, quale è la differenza tra IoT ed IoM? Sostanzialmente nessuna! La vera differenza sta negli oggetti che appartengono all’una ed all’altra categoria.

Internet of Things vs Internet of Me: trovate le differenze

L’Internet of Things indica tutti gli oggetti inanimati che nascono con una connessione Internet on-board, oppure tutti quegli oggetti che vengono dotati di connettività attraverso soluzioni OEM (ma di questo parleremo in un altro momento) in grado di connetterli direttamente ad Internet (un’affermazione “filosofica”, in quanto in realtà non è detto che un oggetto appartenente all’IoT sia realmente in gradi di connettersi ad Internet).

Quindi? Siete confusi? Parliamo di Internet of Me allora. L’Internet of Me indica tutti quegli oggetti appartenenti alla categoria wearable e non solo (es. smartphone) in grado di interagire direttamente con l’utente finale, il quale vorrà avere una UX estremamente spinta e personalizzata. Tale user experience personalizzata verrà resa disponibile anche online attraverso campagne marketing personalizzate… e non solo.

Secondo il bellissimo rapporto Technology Vision 2015, l’Internet of Me è il trend più importante del 2015 e punta alla personalizzazione più spinta dei contenuti offline (avete capito bene!) che, per forza di cose, vengono gestiti attraverso servizi online. Accenture utilizza una frase perfetta per descrivere questo concetto: “The Internet of Me: Our world, Personalized”.

Un esempio pratico proposto da Accenture di questo nuovo contesto personalizzato può essere il seguente.

Immaginiamo una sorta di device-diagnostico della nostra salute, una sorta di tool (PhysIQ) che crea una collezione di dati sanitari provenienti da una serie di dispositivi wearable e li confronta con una baseline precedentemente imposta o di riferimento (per esempio, alcuni dati ottimali calcolati in base ad una determinata popolazione e alla provenienza geografica). La chiave di tutto ciò è proprio la personalizzazione delle applicazioni che consente a PhysIQ di rilevare in modo preciso e puntuale eventuali anomalie o potenziali problemi, in modo da allertare gli organismi appositi.

Tutto questo è Internet of Me, una estensione del concetto Internet of Things, tenendo in considerazione una personalizzazione estremamente spinta ed efficiente.

E voi Ninja? Cosa ne pensate? 🙂

Ninja Social Factory: al via il primo incontro a Roma e Milano

I guerrieri della Ninja Social Factory di Roma con Adele Savarese, Cinzia Gallenzi e Carmine Esposito

Un’esperienza che ti coinvolge a 360° nel mondo digital, più precisamente in quello del social media marketing per metterti in prima persona alla prova studiando e approfondendo casi concreti in project work di gruppo: è questo l’obiettivo della Ninja Social Factory della Ninja Academy che ha preso il via sabato 21 marzo nelle sedi di Roma e Milano del TIM #WCAP partner dell’evento.

Ma com’è andata la giornata formativa? Ecco il racconto delle due inviate Ninja all’evento!

QUI ROMA (a cura di Felicia Mammone)

Guerrieri puntuali e pronti a mettersi al lavoro nella sede capitolina di TIM #WCAP: ore 10.00 in punto (strano a dirsi dato che siamo a Roma!) parte il primo incontro live della Ninja Social Factory. Ad accogliere i ragazzi Adele Savarese, Chief Content Officer di Ninja Academy; Cinzia Gallenzi, responsabile Social TIM nonché tutor della Factory, e Carmine Esposito, coordinatore dei tutor.

Si inizia con la presentazione della Factory: deadline e spunti per comprendere al meglio l’esperienza che i guerrieri dovranno affrontare: saranno dieci i brief sui quali dovranno esercitarsi settimana dopo settimana, in parallelo alle lezioni del Master Online in Social Media Marketing. I brief sono stati sviluppati da Cinzia Gallenzi e sono ispirati alle problematiche più comuni e concrete che un brand come TIM si trova ad affrontare sui social network. Da Twitter a Pinterest, ogni social presenta un banco di prova per mettere in pratica le nozioni apprese.

Da 4 anni faccio scommesse ogni giorno e la Ninja Social Factory è buona palestra per vincere le vostre di sfide – perché – lavorerete su un grande brand e potrete sfruttare la metodologia anche nel vostro piccolo“, afferma la tutor Cinzia Gallenzi.

Dopo il collegamento in diretta skype con i colleghi milanesi e una pausa caffè… si riprende e questa volta la parola passa ai guerrieri: i ragazzi si presentano, raccontano le loro esperienze e competenze, i percorsi di studio fatti e perché hanno deciso di vivere la Factory Ninja. “Mi sono preso un anno sabbatico dal lavoro – racconta uno di loro –  così ho deciso di investire su di me, nella mia formazione”. E ancora “Voglio acquisire maggiori competenze in questo settore, ho solo iniziato a lavorarci e ho capito che mi piace!” dice un’aspirante Ninja.

Concluse le presentazioni si entra nel vivo: i ragazzi vengono divisi in tre gruppi per iniziare a conoscersi e settare le basi del lavoro comune.

QUI MILANO (a cura di Diana Piemari Cereda)

A Milano, in diretta dalla sede Working Capital di TIM, i partecipanti della Ninja Social Factory meneghina iniziano la loro avventura. La docente tutor di Milano, Michaela Matichecchia, racconta cosa aspetterà i Ninja nei prossimi tre mesi: il percorso è impegnativo ma gratificante, l’obiettivo è imparare sul campo confrontandosi non solo con il proprio gruppo, ma soprattutto rispetto al target dei brief, parola d’ordine “do it”. Senza la paura di commettere errori: la Factory è il percorso ideale per imparare anche a sbagliare per evitare di farlo una volta “fuori”, a Factory conclusa.

LEGGI ANCHE: Ninja Digital Factory: l’esperienza raccontata dai vincitori

Ci sono professionalità diverse, da tutte le parti d’Italia, che non vedono l’ora di imparare passo dopo passo, lezione dopo lezione e level dopo level, come impostare e gestire campagne di social media marketing.

I gruppi di Milano iniziano a conoscersi meglio

I gruppi della social media factory di Milano vengono formati, suddividendo le competenze in quattro macro categorie che consentono l’eterogeneità dei gruppi, come in una vera propria agenzia: marketer, analyst, comunicatori, designer. Ci si conosce meglio partendo subito dalle risorse tecniche di ognuno, origliando tra i tavoli sento già parlare di strumenti di project management e organizzazione dei compiti.

Intanto online si scatenano reazioni di ogni tipo a seguito dei nostri tweet.

Che cosa faranno i nostri guerrieri? Per scoprirlo appuntamento al secondo evento live di sabato 16 maggio!

La mappa del Content Marketing nel 2015

mappa content marketing 2015

Il Content Marketing offre infinite opportunità e percorsi da seguire. Pare proprio che le aziende, non solo quelle dai brand più blasonati, ma anche le nostre più discrete PMI, stiano prendendo seriamente in considerazione la strada dei contenuti per le proprie strategie di marketing. C’è chi infatti ha già provveduto a destinare parte delle proprie risorse nel content marketing e chi investirà nel breve periodo. Ma una cosa è certa: i numeri tenderanno a crescere nei prossimi anni.

Elaborare e pianificare una strategia mirata alla creazione di contenti di qualità è funzionale a generare traffico e interazione con i clienti. In termini di tempo e risorse, le aziende hanno il dovere di percorrere la strada giusta. Dallo studio messo a punto da Curata, 2015 Content Marketing Tactics and Technology Study si possono identificare Quattro gruppi di Marketer, distinti sulla base delle strategie e delle tattiche che adottano in fatto di contenuti.

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esempi content marketing efficace

  • La Volpe: intelligente, con grandi capacità di adattamento e rapido nell’elaborare pensieri strategici. E’ in grado di utilizzare le risorse a disposizione per la crescita del gruppo.
  • Lo Gnu: segue il gruppo, non è un individualista, perché ha sempre paura di essere lasciato indietro dagli altri.
  • L’Elefante: forte, stabile, paziente. Non ama molto i cambiamenti.
  • T – Rex: il marketer che non è al passo con le innovazioni, ormai in via di estinzione.

È facile capire che la strategia vincente è quella della volpe. Ma in cosa consiste nello specifico?

team content marketing

Costruire un team qualificato dedicato al Content Marketing

Un approccio strategico vincente è quello che punta sulle competenze del proprio team di lavoro. Puntando all’eccellenza sarebbe importante creare un centro operativo che riesca ad allineare il lavoro dei diversi produttori di contenuti dell’azienda: blogger, social media marketer, esperti in campagne PPC o in product marketing.

Come creare la squadra perfetta? Trovare le persone giuste per avviare un progetto che sia vincente non è cosa facile. Ma l’unione di diverse figure professionali che ruotino intorno al mondo del content marketing è la strada giusta da percorrere. A tal proposito, il lavoro del team deve basarsi sulla fiducia e sullo scambio di informazioni.

Il libero scambio delle informazioni stimola la partecipazione attiva alla soluzione dei problemi e produce crescita a livello di business; il concetto di team, infatti, ha come presupposto lo scambio delle informazioni necessarie per portare a termine con efficienza ed efficacia il compito.
(Gilberto Borzini)

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piano editoriale content marketing

Sviluppare una ricca linea editoriale: oltre un post c’è di più

Prima regola: non riciclare contenuti vecchi. Questi devono essere sempre nuovi, originali, innovativi. L’indagine condotta da Curata, invece, ha sviluppato un interessante soluzione basata sul riutilizzo sistematico dei contenuti prodotti dall’azienda. Alla base di questa organizzazione c’è la Piramide del Marketing, un punto di riferimento per il riutilizzo ottimale dei contenuti e per la loro promozione.

content marketing pyramid

Così diventa facile capire che la produzione dei contenuti non è l’unico aspetto da prendere in considerazione dai marketer, perché devono inoltre seguire la promozione e la distribuzione su tutta una serie di canali specifici, come blog, siti, landing page, profili social e tanto altro. Un esempio? Molti decidono di sperimentare il livello di gradimento dei propri clienti con la distribuzione gratuita di un eBook oppure con la creazione di guest post che facciano riferimento a fonti di elevato spessore.

Misurare l’impatto economico dei contenuti 

Una vera volpe? Chi è capace di affinare la misurazione dell’impatto dei contenuti a tutti i livelli, e di conseguenza sulle vendite aziendali. Ci viene in aiuto il Lead Marketing. Gli investimenti in content marketing aumentano per le aziende, grazie all’intuizione e alla sensibilità dei nuovi marketer che concentrano risorse e azioni nella creazione di contenuti di alto valore e ne valuta le performance.

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content marketing misurare

Potenziare il valore dei contenuti grazie all’uso delle nuove tecnologie

Le aziende concentrano i loro investimenti nell’implementazione di nuove tecnologie per la gestione e l’organizzazione dei contenuti. Alberto Maestri e Francesco Gavatorta hanno offerto una visione particolare del futuro e di cosa potrà accadere grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie. Gli autori parlano di HyperContents, come contenuti dinamici che nascono e si sviluppano contestualmente a seconda di chi li fruisce, del tempo e dello spazio in cui si trova.

Così l’esperienza diventa contenuto e l’utente è il protagonista della creazione, produzione e distribuzione di contenuti insieme all’azienda.

Poter utilizzare in misura sempre maggiore la tecnologia ha permesso di raggiungere obiettivi prima impensabili: costruire delle vere e proprie video series sempre più complesse con budget ridotti, dialogare con candidati e clienti online avendo cognizione in tempo reale del sentiment della rete, sperimentare forme di ricerca di impiego tramite soluzioni mobile, indagare le nuove frontiere del social recruiting.

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Con Google è giunta l’ora di Street Art Watch Face

di Giuseppe Arnesano.

 

Questa settimana Streetness coglie con tempismo le nuovissime tendenze degli smartwatch. Da qualche giorno è sul mercato il progetto Street Art Watch Face, coloratissima app di Google dedicata gli sfondi interattivi degli orologi smart, disponibile per tutti i dispositivi Android Wear.

Come ci dice il nome dell’app, l’azienda di Mountain View punta tutto sulla veste grafica e strizza l’occhio alla street art, coinvolgendo una sporca dozzina di giovani creativi internazionali, già facenti parte di Google Art Project.

 

In pratica, la nuova applicazione di Google sbarca gratuitamente sulla piattaforma Play Store e permette di personalizzare il volto del proprio orologio “intelligente”: si sa che, leggerissimi, modernissimi e dal design molto accattivante, gli smartwatch funzionano come veri e propri computer da polso.

Dal web, in pochi istanti, l’app sarà direttamente sul vostro smartwatch e dopo il download basterà installare l’applicazione e avviare il programma da uno smartphone o tablet. Dopo di ciò, possiamo inserire l’immagine desiderata che cambierà automaticamente secondo un tempo prestabilito.

Street Art Watch Face utilizza come immagini di sfondo, quindi, alcune opere realizzate da questi artisti e illustratori. Ancora una volta, tuttavia, ci si riferisce alla street art, anche se gran parte dei creativi coinvolti sono principalmente illustratori. Questa rubrica si chiama Streetness, perché è con questa espressione che tentiamo di sciogliere il dilemma contemporaneo del posizionamento della street art nei circuiti delle svariate realtà creative visive degli ultimi decenni.

Sappiamo che la street art, oggigiorno, è un punto di convergenza tra una discreta parte del graffiti writing, una piccola parte della più ampia arte pubblica urbana ed un’altra parte ancora di escursioni stradali di illustratori e pittori. Streetness è quindi quel senso della strada che caratterizza certe opere di certi artisti anche in contesti altri dalla città che lo sprigiona.

Accade che in questi grandi progetti, alcune volte, non si fa molta attenzione alla pratica artistica che si vuole utilizzare come marketing medium, e poi si sa in questi ultimi tempi la street art piace a molti. La maggior parte degli artisti che partecipano a Street Art Watch Face sono stilisticamente inclini all’illustrazione e all’arte digitale, ma tra i vari, pure sempre validissimi, permetteteci di rilevare l’italiano Chekos’art.

L’artista salentino, che nella Milano degli anni novanta debutta non a caso come graffiti writer, abbraccia in seguito la street art praticando stencil e collage e continuando a sperimentare differenti soluzioni artistiche. I suoi grandi volti di personaggi, che hanno lasciato un segno nella storia, nella società, nell’arte e nella poesia, riempiono le facciate dei palazzi delle periferie cittadine e guardano alla memoria e all’identità dei luoghi.

Tra i suoi numerosi progetti, mostre e contest collettivi, dobbiamo ricordare che nel 2009 fonda Street Art South Italy, piattaforma che coinvolge tutta la street art del Sud Italia, in condivisione con numerosi artisti nazionali e internazionali. Inoltre Chekos organizza, in un quartiere popolare di Lecce, il laboratorio 167/B Street che funziona anche da centro di ritrovo tra arte, creatività e cittadinanza attiva.

È dunque all’esempio di Chekos’art e di altri simili street artisti che le imprese nazionali e multinazionali dovrebbero puntare le proprie strategie, alla conquista di un pubblico di consumatori sempre più informato e critico anche riguardo fenomeni un tempo di nicchia ed oggi, sebbene mantenuti con i piedi per terra, in forte affermazione mainstream, quindi estremamente più diffusi, sperimentali e contaminati. Ed è infatti a creativi urbani strutturati di questa specie che ci piace rivolgere lo sguardo per capire, nell’intimità di un segno anche apparentemente minimo ma sensato e cosciente, nelle dinamiche complesse della street art che ore sono.

Agricoltura, healthcare, ambiente e sicurezza: il drone, molto più che un giocattolo telecomandato

Drone: velivolo privo di pilota e comandato a distanza, usato generalmente per operazioni di ricognizione e sorveglianza, oltre che di disturbo e inganno nella guerra elettronica; è indicato anche con la sigla RPV, dalle lettere iniziali dell’ingl. Remotely Piloted Vehicle «veicolo guidato a distanza.

Ecco come definisce il dizionario della lingua Italiana uno dei termini entrati nel linguaggio comune di tutti noi. Non è chiaro se la ragione di questo successo è da attribuire alle tante campagne promo-pubblicitarie – famosissimo lo scherzo sulle consegne a domicilio tramite drone di Amazon – o soltanto alla curiosità di quello che appare un concentrato di recentissima tecnologia, certo è che tutti, almeno una volta, ne abbiamo sentito parlare.

Proviamo allora a capire cosa sono davvero questi oggetti volanti e se in qualche modo possono tornarci utili.

Passato, presente e futuro dei Droni

La definizione del dizionario è molto chiara: il drone è un dispositivo di varie dimensioni, in grado di alzarsi in volo ad altezze anche considerevoli senza un pilota a bordo ma telecomandato a distanza. Ma attenzione, se pensate che si tratti di una scoperta recente vi sbagliate: pensate che i droni nascono come oggetti militari nella prima guerra mondiale circa cento anni fa.

Nel 1916, infatti, si parlava di “Bomba volante” per indicare un prototipo di veicolo senza pilota. Quel che è recente, evidentemente, è la diffusione in ambito civile. Ma come possono incidere sulla nostra vita quotidiana e alcuni dei campi d’applicazione più interessanti?

Alcuni ambiti di applicazione dei Droni

  • Agricoltura: basta dire che il MIT Technology Review ha recentemente pubblicato le dieci tecnologie che diventeranno le pietre miliari dell’innovazione nei prossimi anni. Ebbene sì, tra questi spicca l’uso dei droni in agricoltura di precisione! Gli agricoltori (a dire il vero, al momento, solo quelli più strutturati) iniziano a comprendere le potenzialità dei miglioramenti in termini di qualità delle loro coltivazioni. Si pensi alla possibilità di controllare l’irrigazione, le infestazioni parassitarie piuttosto che di monitorare il raccolto o semplicemente le malattie delle piante.
  • Healthcare: la notizia arriva direttamente dall’Olanda dove l’applicazione di questa tecnologia si estende in campo medico. L’idea è quella di migliorare il soccorso delle persone in difficoltà ovviando al macchinoso, e spesso lento, soccorso via terra. Un “ambulanza volante” che riesca a portare sul luogo un defibrillatore per soccorrere persone che hanno subito arresto cardiaco. Sorprendenti anche le caratteristiche tecniche del prodotto: velocità fino a 100km/h con possibilità di trasportare pesi fino a 4Kg. Insomma, l’idea del giovane ventitreenne Alec Momont è forse ambiziosa ma di sicuro impatto.

  • Ambiente: il drone potrebbe diventare un supporto prezioso anche per tutto quello che ci circonda. Sono stati già testati dei droni “subacquei” in grado di spingersi fino a 200 metri di profondità! Questo potrebbe essere molto utile, ad esempio, per prevenire uragani e tifoni che hanno recentemente portato morte e distruzione in tante parti del mondo. Spesso, infatti, l’intensità di questi fenomeni dipende dalla temperatura in profondità degli oceani che potrebbe essere in qualche modo monitorata attraverso il supporto di questi apparecchi.
  • Sicurezza: per certi versi il campo d’applicazione più scontato ma per niente banale. FlySecur è il nome del drone consegnato alla Polizia di Stato a titolo sperimentale. L’idea è quella di fornire le forze armate di un sistema di sorveglianza in situazioni dove risulta necessario un controllo ed un monitoraggio dall’alto del territorio, perfetto anche per ricognizioni e pedinamenti a corto e medio raggio. Facilità di montaggio, autonomia e semplicità di trasmissione dei dati acquisiti a bordo: queste le sue caratteristiche principali. Quando i dati vengono immagazzinati in modo quasi immediato vengo condivisi alla stazione di terra.

Allora, sperate di trovare nell’uovo di Pasqua un fantastico drone da montare ed utilizzare nelle prime giornate di sole in Primavera? Bene adesso speriamo sia più chiaro che si tratta di un “giocattolo” molto, molto particolare ! 😉

Twitter lancerà una timeline dedicata ai commenti dei programmi TV

Per tantissimi, la televisione è ormai un oggetto obsoleto. Per alcuni è un elettrodomestico al pari di microonde e lavatrice, per altri un oggetto che, con un filo di snobberia, non merita neppure di essere tenuto in casa. C’è chi invece la considera ancora la risorsa più importante dell’intrattenimento domestico.

La visione dell’ex tubo catodico è però cambiata nel corso del tempo e oggi non può essere svincolata dall’invasione che i social media hanno messo in atto in tutti gli aspetti della nostra società. Twitter è di certo il social che meglio si interfaccia con il piccolo schermo.

È facile e immediato e ci permette di dire la nostra su show, film, serie tv e reality, leggere cosa dicono gli altri utenti e poi tornare con gli occhi alla tv.

LEGGI ANCHE: Il live-tweeting dei programmi TV è meglio VIP

L’azienda nata nel 2006 a San Francisco sa di avere questa freccia in più nella propria faretra e vuole sfruttala al meglio per diventare leader assoluto del second screen, il secondo schermo che è divenuto compagno insperabile del primo e più famoso.

È notizia di qualche giorno fa il lancio di Twitter TV Timeline, un nuovo servizio che aiuterà i commentatori in 140 caratteri a seguire meglio i propri programmi tv.

Mashable ha avuto l’occasione di provarlo in anteprima e ne ha evidenziato alcuni aspetti davvero interessanti.

Quando useremo un hashtag relativo a una trasmissione tv, American Idol per esempio, comparirà sul display un avviso come questo:

Saremo invitati a partecipare una timeline dedicata, frequentata solo da coloro che staranno, come noi, commentando uno specifico programma.

Tutti gli altri tweet degli account che seguiamo saranno temporaneamente sospesi, permettendoci di dedicare la massima attenzione a un solo oggetto.

Un utile strumento non solo per chi guarda la tv per divertimento, ma anche per chi ne fa un utilizzo lavorativo: in un solo colpo avremo infatti tutti i commenti, senza doverli andare a cercare, di volta in volta, con refresh.

Questa Timeline dedicata sarà divisa in tre sezioni: Highlights, Media e All.

 

Com’è facilmente immaginabile, nella prima categoria troveremo i tweet che hanno avuto maggiore successo e quelli realizzati dai VIP del social; nel secondo ci saranno tutti le foto e i video che orbitano intorno allo show in onda e nel terzo tutti i cinguettii emessi dagli utenti.

 

L’introduzione di questo servizio – per ora solo si dispotivi iOS – rappresenta una logica svolta nell’evoluzione di questo social network.

Secondo i dati forniti da Nielsen Social, solo in Italia lo scorso settembre sono stati registrati 2,6 milioni di tweet relativi a programmi tv, e 240.ooo utenti che hanno lanciato almeno un tweet su quel che stavano guardando in tv (con fiction RAI come Braccialetti Rossi, Un passo dal cielo 3 e reality c0me The Voice e L’Isola dei famosi a farla da padrone).

La social Tv è il futuro di Twitter e, con questo servizio interno, l’obiettivo è quello di sottrarre ad altre app, come Beamly per esempio, più utenti possibili per portare tutto il traffico di commenti televisivi solo all’interno del mondo dell’uccellino.

SpecialProposal di CoorDown: la conquista dell'indipendenza

“Sei la mia vita”
Dice Salvatore alla sua Caterina, la coppia scelta da CoorDown per raccontarci quanto quello che per noi é quasi normalità, per chi ha la Sindrome di Down significa ancora di più libertà: l’indipendenza.

Una vera e propria conquista dopo tanta fatica; un percorso durato mesi che ha portato la giovane coppia romana a esser idonea ad andar a vivere in una casa tutta loro e iniziare, in un certo senso, una nuova vita insieme.

Grazie ad una soggettiva camminiamo con il protagonista del video fino a raggiungere un gruppo di ragazzi vestiti di nero che sembra aspettarci, con loro entriamo in un McDonald’s. Di lui sappiamo solo che si chiama Salvatore, che ha 38 anni e che stiamo andando a far una sorpresa alla sua ragazza.

La prospettiva si allarga e i ragazzi in nero cominciano a intonare “Come away with me” (“vieni via con me”) di Nora Jones in una di quelle versioni a cappella dal carattere inconfondibile; riconosciamo infatti i Neri per Caso che, a vent’anni dall’esordio di San Remo, tornano a parlarci d’amore.

Cantanvano: “Le ragazze che sfidano le opinioni della gente, hanno gli occhi limpidi di chi dice la veritá” e nonostante gli anni passati da quel giorno, quelle stesse parole non possono che tornarci in mente guardando gli occhi scintillanti di Caterina di fronte a quella sorpresa.

Finalmente ecco comparire Salvatore, elegantissimo ed emozionatissimo, le si avvicina, si inginocchia e le porge una scatoletta con la chiave della loro nuova casa: “vuoi venire con me, amore?”. Le stesse parole della cantante statunitense fatte sue ci raccontano una storia vera e le danno vita. Al di lá di un anello, di una proposta di matrimonio, la possibilità di andar a convivere é il vero sogno dei due innamorati: significa libertà.

Per il quarto anno consecutivo CoorDown e Saatchi&Saatchi lavorano insieme per lanciare un nuovo messaggio di comunicazione a livello internazionale in occasione della Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down, il 21 marzo.

Proprio come Caterina e Salvatore, moltissime coppie sognano di poter un giorno iniziare una vita insieme, in tutti i sensi, sotto lo stesso tetto: preparando la colazione al mattino fino all’accoccolarsi sul divano prima di andar a letto, mano nella mano.

LEGGI ANCHE: Saatchi&Saatchi racconta i retroscena del commovente spot CoorDown

L’anno scorso ci eravamo commossi davanti a “Dear Future Mom” e i messaggi che ragazzi down hanno voluto mandare a una futura mamma, spaventata alla scoperta che il bimbo che portava in grembo sarebbe nato con questa sindrome. Lingue diverse per dire la stessa cosa con un unico linguaggio universale che ha raggiunto 6.5 milioni di visualizzazioni.

Due anni fa era stata la volta della campagna “Dammi più voce”, dove personaggi dello sport e dello spettacolo italiani e internazionali hanno partecipato con un messaggio che invitava a sostenere CoorDown con una donazione. La campagna ha raggiunto 30 milioni di persone e incrementato le donazioni del 700%.

Quest’anno si parla di indipendenza, di quanto questa sia un traguardo possibile. É un percorso lungo, impegnativo e ricco di prove ma se affrontato con caparbietá e se lo si desidera davvero, può diventare qualcosa di possibile anche per chi ha la Sindrome di Down.

Salvatore e Caterina hanno intrapreso questo percorso, facendo ogni giorno un piccolo passo avanti, fino a veder realizzare il sogno di vivere insieme e crescere quotidianamente diventando finalmente indipendenti e liberi di vivere da soli.

La realizzazione, proprio per la genuinitá dei suoi protagonisti, ne ha reso impossibile la programmazione e pianificazione nei dettagli.

Avessimo chiamato Salvatore, anche solo la sera prima, anticipandogli cosa stava per succedere, avrebbe fatto saltare la sorpresa. Non sarebbe mai stato capace di custodire il segreto e questo ha fatto sì che l’intera operazione potesse saltare il giorno stesso se lui si fosse tirato indietro, ci racconta Alessandro Orlandi, uno dei tre Creative Directors di Saatchi&Saatchi che hanno curato il progetto.

La regia dell’intera operazione é stata affidata a Filmmaster che, attraverso dieci telecamere sapientemente nascoste, ha catturato gli attimi della sorpresa in un contesto dove il “buona la prima” era un requisito fondamentale, per poi riportarcela attraverso un abile montaggio. Bella anche la scelta della GoPro nascosta sotto la camicia di Salvatore, che ci ha raccontato quasi attraverso i suoi occhi, quel momento così speciale.

Una boccata di fresca spontaneità in un mondo che ci ha abituati che nulla di ciò che vediamo é frutto di libera espressione: dagli spot ai reality show tutto é sapientemente studiato e manovrato a favore del risultato che si vuol mostrare al pubblico. Qui, invece, nonostante ovviamente una regia studiata nei dettagli, è stata fatta la scelta non semplice di lasciar la libertà ai suoi protagonisti nei gesti e di vivere la sorpresa nella bellezza della sua genuinità.

Dopo il grande successo di Dear Future Mom nel 2014 era una sfida certamente ardua quella di riuscire a rinnovare in maniera efficace i contenuti e le forme della nostra comunicazione, senza cadere in alcuni automatismi. Con The Special Proposal vogliamo contribuire ancora una volta a diffondere in tutto il mondo un’autentica cultura della diversità e una maggiore consapevolezza sulle reali potenzialità delle persone con sindrome di Down.

Il diritto ad una vita indipendente e all’autonomia abitativa sono i temi centrali del World Down Syndrome Day 2015 e rappresentano obiettivi realistici, anche se difficili. Per arrivare a questo traguardo, sia individuale che di coppia, serve un percorso graduale e virtuoso: l’integrazione nel sistema scolastico, la possibilità di svolgere un lavoro, la piena uguaglianza nell’esercizio dei propri diritti e la creazione di una rete di relazioni sociali soddisfacenti. Solo una vera autonomia oggi può garantire un futuro sereno alle persone con sindrome di Down, racconta Federico De Cesare Viola, responsabile comunicazione CoorDown.

Ogni anno impariamo a conoscere sempre meglio che cosa significhi avere la Sindrome di Down grazie alle campagne di CoorDown, ci appassioniamo alle storie di questi ragazzi tanto che ci sembra quasi di conoscerli; siamo curiosi di scoprire che cosa si inventeranno la prossima volta a questo punto.

Il futuro dell'informazione? È Hi-Tech, con i Robot Giornalisti

futuro dell'informazione

Un robot ci sostituirà? Sono anni che l’uomo si pone questa domanda e, sebbene sia rassicurante pensare che non possa succedere grazie alla nostra unicità, il cambiamento è iniziato.

Nel campo del giornalismo, gli automi sono già realtà.

LEGGI ANCHE: Tecnologia e lavoro: come sarà il nostro futuro?

Il reporting automatico

Come dichiara il blog della WAN-IFRA, la maggiore organizzazione mondiale dell’editoria, alcune redazioni possono già vantare la presenza del cosiddetto “robot giornalista”, utilizzato soprattutto per elaborare dettagliati resoconti finanziari e sportivi. I software di automated reporting consentono infatti di leggere grosse moli di dati, tabelle e grafici, analizzandone i trend chiave. Gli algoritmi di scrittura automatica sono in grado di compilare report veloci, accurati e precisi, al punto da sembrare redatti da giornalisti in carne ed ossa.

Lou Ferrara, Vice Presidente e Managing Editor di Associated Press, rivela come la sua agenzia di stampa abbia ingaggiato un Automation Editor per velocizzare il sistema degli andamenti finanziari e per poter tenere i lettori informati sui match delle squadre del college, che in passato le redazioni non riuscivano a seguire. Il software (prodotto da Automated Insights), non solo aumenta la quantità di report prodotti, ma consente addirittura di far risparmiare il 20% del tempo di scrittura al suo staff.

reporting automatico

Tra entusiasmo e critiche

Il sistema delle news automatizzate è stato accolto con entusiasmo da testate di rilievo quali il New York Magazine e TechCrunch, ma non si sono fatte attendere anche le critiche, a partire dall’imprenditore della Silicon valley Martin Ford.

Autore del libro Rise of the Robots, Ford sostiene che l’Intelligenza Artificiale stia renedendo obsoleto il “buon lavoro”, compreso il modo di fare giornalismo.

«Vogliono farvi credere che questi sistemi si limiteranno a svolgere operazioni noiose che consentiranno agli altri dipendenti di dedicarsi ad attività più interessanti.  Così come è già accaduto con altre innovazioni tecnologiche, è inevitabile che alcuni posti di lavoro possano essere messi a rischio.»

Lou Ferrara non è dello stesso avviso, sostenendo come il lavoro svolto dal reporting automatico consenta alle redazioni di utilizzare al meglio le proprie risorse limitate e offra loro l’opportunità di dedicarsi all’approfondimento.

«Non è altro che un’evoluzione del giornalismo, cosi come nel tempo si sono evolute le tecniche di stampa, di impaginazione e di fotografia. – dice il vice presidente di AP – Il giornalismo avrà sempre bisogno di nuove figure, di maggior rilievo e responsabilità, al massimo potrebbero risentirne le figure entry-level».

A detta di Ford, invece, in questo caso si parla di qualcosa di differente dalle rivoluzioni tecnologiche del passato. Il passaggio all’automazione richiederà del tempo, ma finirà con il coinvolgere non solo il campo del giornalismo, ma tutto il mondo impiegatizio.

Futuro del Giornalismo

Quale futuro del giornalismo?

Lou Ferrara mette in guardia, però, da chi potrebbe servirsi del robot giornalista in maniera non del tutto etica. In una realtà in cui le notizie sono redatte da sistemi automatici, il rischio principale è rappresentato dall’omologazione dell’informazione. Un fenomeno che naturalmente andrebbe a discapito del lettore, privato della possibilità di avere accesso a diverse prospettive di un unico avvenimento.

Sarà quindi necessario che il reporting automatico non soppianti l’unicità del giornalismo e che le notizie possano continuare a farsi leggere e distinguersi per contenuti di valore.

Ora non resta che scoprire quale impatto avranno i sistemi automatizzati sulla società e sul futuro dell’informazione.

I lettori continueranno a premiare il buon giornalismo?

McDonald's e la sostenibile leggerezza dell'essere all'EXPO

McDonald's e la sostenibile leggerezza dell'essere all'EXPO

Molti brand stanno lavorando su come prendere parte al grande circo mediatico dell’Expo 2015 di Milano: la scorsa settimana parlavamo dell’iniziativa di Ebay per promuovere il food Made in Italy sulla propria piattaforma, oggi ci soffermiamo sulla partnership di McDonald’s con la manifestazione.

Il colosso del fast food è diventato infatti sponsor ufficiale di Expo e sarà presente con un proprio padiglione dedicato alle filiere agricole italiane sue partner.

LEGGI ANCHE: Pollo fritto & Frappuccino, il fast food USA applicato al Belpaese

McDonald’s e il Fattore Futuro

D’accordo con il Ministero delle Politiche Agricole 20 imprenditori agricoli italiani under 40 avranno l’opportunità di diventare fornitori per tre anni dei ristoranti McDonald’s grazie all’iniziativa Fattore Futuro.

I nuovi fornitori della catena food saranno scelti in base ai progetti di innovazione e sostenibilità che adottano per le proprie aziende.

Questo progetto va ad inserirsi nella scelta strategica del brand che può vantare nei ristoranti italiani una quota dell’80% di prodotti di Made in Italy.

Haters & Choose Lovin’

McDonald's e la sostenibile leggerezza dell'essere all'EXPO

Ma se con l’ultimo pay-off McDonald’s si proponeva di unire i nemici, come sempre la catena ha problemi nella relazione con le colonie di Haters sparse per il globo.

Ovviamente la scelta di partecipare all’Expo è stata subito bollata come un tentativo di green washing ma Roberto Masi, Ad di McDonald’s Italia, sostiene che con i suoi 36.000 ristoranti in 120 Paesi nel mondo, McDonald’s serve ogni giorno 70 milioni di persone: non sono molte le realtà che con gli stessi numeri possono dire di affrontare sul campo e in modo concreto, ogni giorno da decenni, le tematiche che saranno al centro del dibattito durante i sei mesi di Expo: il cibo e la sua filiera produttiva, nonché le modalità di distribuzione e fruizione.

Fatto sta che la coppia McDonald’s e Coca Cola, che ritroviamo nei menu dei ristoranti della catena americana, si ripropone sempre nella sponsorizzazione dei più grandi eventi dedicati a cibo, salute e sport: oltre ad avere entrambi un padiglione nell’evento milanese, i due si ritrovano come main sponsor anche altrove, come alle olimpiadi.

Se già una fetta di consumatori worldwide non vede di buon occhio le multinazionali perchè le reputa poco sostenibili, le antipatie crescono ogni volta che certi marchi si eleggono a promotori di uno stile di vita sano e corretto…

Sostenibilità e ascolto

Forse per riuscire a riconciliarsi con i suoi detrattori Mcdonald’s potrebbe iniziare ad ascoltare di più le critiche e i suggerimenti che giungono da ogni dove.

Ad esempio potrebbe prendere in considerazione l’idea lanciata sull’Huffington Post di creare un hamburger vegetariano: avrebbe un minore impatto ambientale, verrebbe incontro alle esigenze alimentari sia di una nicchia di mercato che oggi è tagliata fuori dai menu del fast food e sia di chi cerca un’alternativa più sana al tradizionale burger.

Forse la ricetta della sostenibilità potrebbe essere più semplice di quel che sembra: una strategia di comunicazione bidirezionale, non a senso unico, potrebbe sortire più effetti positivi di sponsorizzazioni importanti ed ingombranti.