La Battaglia delle Idee: relazioni pubbliche e startup con Giancarlo Panico [INTERVISTA]

Sabato 5 luglio alle 12.45 è in programma alla #BattleSA l’intervento di Giancarlo Panico – docente universitario, senior partner di NPR Consulting ed editor in chief  di Ferpi.it e del magazine Relazioni pubbliche – che affronterà il tema “RP e media relation per startup”. Abbiamo fatto qualche domanda a Giancarlo sulle relazioni pubbliche e sulla loro evoluzione all’interno del mondo digital  e nel contesto di una startup.

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Su quali aree dovrebbero concentrarsi le RP di una nascente startup?

Innanzitutto un’identità chiara e ben comunicata. La visual e corporate identity è la prima e più importante area delle Rp. Poi, senza dubbio, i media e oggi consiglierei di puntare diritto su quelli online, perché l’awareness mediatica per una startup è fondamentale. Anche i media tradizionali e generalisti sono importanti, ma punterei soprattutto sui principali social media, i blog specializzati i magazine di settore, le community tematiche in cui si accresce la reputazione. Poi i public affairs e le relazioni industriali.

Dopo un attento screening dei principali stakeholder istituzionali e di mercato, dedicherei particolare attenzione alle modalità e i canali per farsi conoscere e accreditarsi. Infine gli eventi. Le fiere, innanzitutto, perché sono una vetrina attraverso cui farsi conoscere. Ma anche seminari formativi, workshop e altri eventi tematici, che sono occasioni di networking. L’importante è studiare bene lo scenario, i pubblici coinvolti negli eventi e le opportunità. Se si è sviluppata un’app per il food, forse è meglio farsi conoscere in ambito turistico che nello stesso settore di mercato. Infine le digital Pr. Essere presente sui social, intervenire in forum e community online. E’ fondamentale, però, interagire sempre con i propri pubblici.

Come hanno cambiato i social media il panorama delle media relations per le PMI?

I social media hanno rivoluzionato il panorama delle media relations. Ma la gran parte delle Pmi non ne sono ancora consapevoli e continuano ad inseguire improbabili articoli sugli ormai obsoleti quotidiani e giornali cartacei. La awareness e la reputazione, oggi, la si costruisce prevalentemente online, perché è online che ognuno di noi trascorre la maggior parte del tempo. Ciò non significa che sono cambiate le Relazioni pubbliche. L’approccio resta sempre lo stesso. Individuare e segmentare i pubblici. Monitorare i loro comportamenti e capire quali sono i luoghi (anche e soprattutto online) dove si incontrano. Fare engagement, veicolare messaggi chiari, interagire con giornalisti, blogger, influencer. Seguire con grande attenzione l’evoluzione dello scenario mediatico, sociale e di mercato, con riferimento alle aree tematiche di interesse.

Media relations efficaci affondano le radici in un buon sito internet istituzionale, che è il primo e più importante media per l’impresa. Suscitare interesse offrendo spunti sulla propria impresa e il suo core business, magari tematizzando aspetti di attualità o di mercato.

Quali strumenti digitali a supporto delle RP consiglieresti ad un founder?

Il sito internet è fondamentale. Eviterei siti vetrina e punterei su un sito narrativo attraverso cui raccontarsi e raccontare storie, dare voce ai protagonisti, ai progetti, al benchmark con le esperienze internazionali. Qualsiasi organizzazione, anche una piccolissima impresa nascente, per farsi spazio nella società e nel mercato deve proporsi come media factory. Bisogna uscire dalla vecchia logica della “comunicazione a” e puntare decisamente su una “comunicazione con” i pubblici.

I social, scelti secondo le reali esigenze dell’impresa, sono lo strumento ideale per raccontare, per esserci. Sul proprio sito non può mancare una buona press area, con i comunicati, foto, video e perché no la classica rassegna stampa, termine ormai superato ma che serve per capirsi. In questo spazio, infatti, devono andarci anche gli articoli più significativi dei media online, di blog, di magazine digitali. Potrebbe essere utile anche sviluppare una newsletter, anche con poche notizie, purché diventi un appuntamento periodico. Altro strumento utile alle Rp è un’App. Non è indispensabile. Dotarsene o no dipende dal tipo di attività.

Confusione sulla Disuguaglianza: Thomas Piketty nel caos mediatico

Thomas Piketty

Thomas Piketty, autore del saggio Le Capital au XXIe Siècle, al centro dell'attenzione mediatica mondiale

Non si può negare che il tema della disuguaglianza tra gli uomini tocchi particolarmente le nostre sensibilità, al punto che restiamo abbastanza diffidenti di fronte alle argomentazioni economiche che lo affronta con lo scopo di risolverlo.
In questo caso però sarebbe disonestà intellettuale porsi nei confronti de Le capital au XXIe siècle, il saggio dell’economista francesce Thomas Piketty che sta facendo discutere il mondo da mesi, conservando una tesi di torto o ragione sul lavoro che ha compiuto.

Il libro solleva questioni economiche che dovrebbero avere impatto sulle politiche dei Paesi di tutto il mondo, proponendosi come una lettura storico-filosofica che richiama le tesi sul Capitalismo di Carl Marx, sul Reddito di Simon Kuznets, sulle politiche per l’occupazione di David Ricardo o la migrazione delle popolazioni di Arthur Young, per citarne alcuni tra i più importanti all’interno della trattazione.

Eppure davanti la tesi per la quale la disuguaglianza tra classi sociali è destinata ad aumentare, il mondo dell’informazione si è diviso senza uscirne molto bene.

Paul Krugman

Paul Krugman, economista americano di stampo liberal-democratico, concorda con il collega Piketty

Ad esempio la critica di Chris Giles, il caporedattore del Financial Times, confrontatasi con la voce di Paul Krugman, alla fine si è risolta in una figuraccia, oppure la sottile disfatta di Carlo Formenti su MicroMega che dichiara impotenti i neoliberisti e i conservatori italiani nei confronti delle tesi di Piketty risulta più una propaganda mirata che un servizio di informazione ai cittadini, per non citare grandi gruppi editoriali come L’Espresso che ha deliberato totale adesione alle tesi del nuovo Capitale, rilanciando in buona sostanza altrettante posizioni conservatrici, da cui invece l’autore si distacca perché dichiara il bisogno di un profondo rinnovamento sociale globale.

Perché il bombardamento mediatico non sta tutelando l’informazione

Il capitale al XXI secolo è un mattone di quasi mille pagine, veramente bello e molto più facile da consultare di quanto non si immagini, che parla in estrema sintesi delle differenze sociali che dipendono dalla ricchezza economica. Molti lo considerano -erroneamente- la continuazione de Il Capitale di Marx, anche se è senza dubbio destinato a diventare un classico dell’economia.

La distribuzione della ricchezza tra le popolazioni

La distribuzione della ricchezza tra le popolazioni: uno sguardo alle condizioni delle favelas brasiliane

Diviso in quattro parti, questo libro si basa principalmente su una raccolta di dati sui redditi delle famiglie in tre secoli, guardando soprattutto a Paesi come Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, comparandoli con grandi realtà come Canada e Cina.

Ma non è facile difendersi dal bombardamento mediatico che critici, giornalisti ed economisti stanno facendo contro i lettori di tutto il mondo, contro di noi perché spesso non vengono chiariti i motivi di tanto assenso, o dissenso, sull’analisi condotta in questi ultimi quindici anni da Piketty, motivi che invece sono alla base di una corretta informazione.

L’economia come scienza e il giornalismo come dovere di informazione alla base della democrazia hanno iniziato a deragliare con la loro politicizzazione, condizione che induce ad anteporre il problema della distribuzione della ricchezza al problema della sua creazione, se non addirittura a confondere i due problemi.
Ed è questa confusione che ha creato un’opinione pubblica convinta del fatto che la ricchezza esista di per sé, come esiste l’aria, e il guaio sta nella sua mala distribuzione.

Che la distribuzione della ricchezza sia iniqua e moralmente inaccettabile è vero, ma che ridistribuire ricchezza possa generare maggior ricchezza è falso, perché attivare politiche economiche di redistribuzione potrebbe produrre invece maggiore povertà, quindi si otterrebbe un danno economico incalcolabile: è dovere dell’economista guidare i politici verso certe scelte, ma è dovere dei cronisti di tutto il mondo spiegarlo in maniera molto seria e senza fare ideologismi.

distribuzione della ricchezza sia iniqua e moralmente inaccettabile

Scrivo queste righe prima di tutto da lettrice. La mia penna vuole mobilitarsi in difesa del lettore e provare a spiegare quali sono gli elementi del ragionamento di ogni parte del libro, e per ognuna di esse rispondere ad una domanda, con l’obiettivo di non dover più leggere da ora in avanti un blocco di informazioni sottoforma di recensione o critica non spiegata, ma dotarci di alcuni elementi fondamentali per rispondere a questo chiacchiericcio mediatico.

1. La prima causa della disuguaglianza sociale: c’è ricchezza e ricchezza

causa della disuguaglianza sociale

Global Wealth Report

Da notare: Piketty ci mette oltre cento pagine prima di scrivere la parola “disuguaglianza”.
Non lo fa per via di lunghe introduzioni, anzi, perché dopo aver dato le definizioni di base dei concetti di cui si servirà più tardi, spiega qual è la sua prima proposta: rimettere la questione della ripartizione della ricchezza al centro dell’analisi economica.

Parlando di ricchezza, distingue la ricchezza di un paese dalla ricchezza del mondo nel suo insieme, intuitivamente per arrivare a concludere che se ognuno ci mettesse un minimo e si riuscisse a investire una parte della ricchezza “comune” soprattutto nei paesi più poveri e aiutare le economie emergenti, si potrebbe fondare una giustizia sociale a garanzia della competività vera tra i Paesi.
Distingue l’origine di questa ricchezza, in modo da farci capire che esiste una ricchezza “reale”, che è il frutto della produzione, e una ricchezza “virtuale”, che è il frutto dei ricavi dati dagli scambi economici.

Dopo la crisi finanziaria del 2008 che ha colpito l’Occidente, sappiamo ormai bene che è la ricchezza virtuale, basata sul debito, che permette ricavi maggiori ma allo stesso tempo favorisce speculazioni, corruzione, bolle di mercato, con annessa perdita del potere d’acquisto e sfruttamento del lavoro, quando c’è ancora. Inoltre, sono i ricavi che permettono la crescita dei patrimoni da parte di alcune classi sociali.

Si tratta di patrimoni che un tempo le famiglie ricavavano dal proprio lavoro e che si tramandavano nel corso delle generazioni, con una crescita lenta e progressiva, ma tutto sommato proporzionata alla reale ricchezza che era stata creata con questo lavoro. Dalla Guerra Fredda in poi, invece, i patrimoni sono stati completamente persi da alcuni e messi in piedi da zero nel giro di pochissimi anni da altri.

La differenza rispetto al passato è che però questi patrimoni sono sì connotati da una crescita molto più elevata e veloce, ma si trovano in mano ad una percentuale di persone in netta minoranza rispetto al passato.

Prima domanda: è giusto pensare alla convergenza delle economie ancora come obiettivo perseguibile?

champagne-glass distribution

La famosa "champagne-glass distribution"

Insomma: in passato la società era caratterizzata da un numero più elevato di persone ricche rispetto ad oggi, ma esse possedevano proporzionalmente meno ricchezza. Oggi ci sono in società molte meno persone ricche rispetto al passato, ma in compenso ognuna di loro detiene una ricchezza inimmaginabilmente elevata rispetto a tutte le altre, che restano molto molto povere.

Alla luce del raggiungimento di una certa uguaglianza economico-sociale, la convergenza delle economie dei singoli Paesi propone obiettivi comuni, come mantenere un certo rapporto tra debito pubblico e Pil, istituire tassi di cambio o interessi sugli scambi uguali per tutti, per fare qualche esempio, che, l’esperienza europea post Trattato di Maastricht insegna, non sempre sono effettivamente perseguibili o, per lo meno, non lo sono senza fare altrettante vittime di ingiustizie (si vedano i casi di Germania, Grecia e Spagna).

In qualche modo quindi, secondo me, per potersi far ispirare dalla lettura di questo saggio di Piketty bisogna scegliere quale delle due condizioni si preferisca. In seconda istanza, bisogna poi ragionare sull’adozione di una politica economica che però possa garantire a tutti libertà e benessere. Inutile tergiversare: non bisogna tradurre il ragionamento di Piketty come una propensione al livellamento sociale verso il basso, in una situazione in cui l’uguaglianza corrisponderebbe ad una nuova forma di socialismo (per quanto mi riguarda, sicuramente da temere).

multiculturalismo

Bisogna comprendere invece che l’analisi che ci viene fornita è utile a convincerci dell’intelligenza e dell’utilità per tutti di adottare politiche di economia etica che aiutino i Paesi di tutto il mondo a tendere verso una dimensione di maggiore benessere e sostenibilità sociale.

In questo senso, sì, assolutamente sì, è bene (ri)pensare ad una certa convergenza tra i Paesi. E Piketty suggerisce anche come ottenerla: formando le future generazioni, ovvero riportando al centro dell’interesse sociale l’istruzione e l’utilizzo appropriato delle tecnologie.

2. La dinamica del rapporto Capitale/Ricavo: per i ricchi è un gioco

rapporto capitale/ricavo

Nella seconda parte del saggio Piketty tocca temi come il capitale nazionale, la differenza tra ricchezza pubblica e ricchezza privata e la privatizzazione del patrimonio nei Paesi ricchi, accostandoli ai due concetti di “illusione” e di “realtà”. Tra tutti gli argomenti, mi ha colpito però quello del ruolo della fortuna: la speculazione sul debito, un po’ come il gioco d’azzardo, è teso al ricavo massimo di un movimento di soldi basato su una pura scommessa, quindi su un evento economico sul quale non vi è certezza, che sia la vincita di una partita piuttosto che di una chiusura azionaria in borsa, facendo a volte anche guadagnare qualcosa.

Certamente ad un povero questo gioco non è concesso per il semplice fatto che non si trova nella condizione di poter rischiare una parte della sua ricchezza per tentare la fortuna e moltiplicarla, senza aver generato né lavoro né produzione, come dovrebbe accadere in un mercato reale.

La differenza che esiste tra il mondo illusorio della speculazione sulla presunta ricchezza e il mondo reale del lavoro che crea reale ricchezza, è la sottile linea rossa che disegna le regole di una competività reale che, fondamentalmente, non esiste.

All’interno di questa situazione la tecnologia funge da fattore di facilitazione nel calcolo delle probabilità di vincita, sostituendo l’abilità dell’uomo di favorire un certo tipo di eventi attraverso la sua azione e il suo lavoro.

Seconda domanda: ma allora il capitale umano è un’illusione?

capitale umano illusione

Per spiegare il potere del capitale umano, Piketty si serve del caso delle società agricole tradizionali che, attraverso il “saper fare” hanno dotato nel corso della storia un valore al lavoro umano, che ha fondato la vera ricchezza di intere popolazioni.

La tecnologia però, inserendosi all’interno dei processi di produzione per velocizzarla e facilitarla, ha aumentato il valore del lavoro, seppure non più svolto dagli uomini, riducendo il valore del capitale terriero, immobiliare e finanziario delle famiglie. Se tutto questo è corretto, dice Piketty, all’interno di questa forma strutturale del lavoro allora non ha più senso il fattore umano, perché la tecnologia ha teoricamente migliorato il lavoro. Eppure non si spiega come mai allora la tecnologia diminuisca inversamente il valore del capitale.

I capricci della tecnologia

Forse perché l’accumulo del capitale non passa, in questo momento, per il lavoro umano?
Ne “I capricci delle tecnologie” risponde giustamente l’autore che la tecnologia di per sé non conosce limite né morale, quindi è importante che venga qualificata attraverso le competenze umane affinché la forza del capitale accumulato trionfi sul capitale umano.

3. La struttura della disuguaglianza

La struttura della disuguaglianza

La teoria più accreditata che spiega la disuguaglianza è quella che fa capo al ruolo dell’educazione e della tecnologia. Questa teoria è basata sull’ipotesi che la produttività di un lavoratore all’interno di un’azienda dipende dalla sua qualificazione, quindi i salari dipendono dalla domanda che una società fa di un certo livello di qualificazione. La qualificazione del personale dipende dal livello di tecnologia raggiunto dalla società stessa, quindi dalla disponibilità di quell’ecosistema a produrre beni e servizi consumati dalla società.

L’offerta e la domanda di lavoro qualificato dipendono entrambe dal sistema educativo sul quale è fondata la società, in particolare dalle politiche pubbliche e dai criteri di selezione all’interno delle diverse filiere, dal modo di finanziare il sistema e dal costo degli studi per le famiglie, quindi dalla possibilità di formazione professionale reale.

Il progresso tecnologico dipende inoltre dal ritmo delle invenzioni e conduce generalmente ad una domanda di nuova qualificazione, nonché ad un rinnovamento permanente dei contenuti dei mestieri corrispondenti.

Tutto questo comporta che la disuguaglianza è prima di tutto relativa le società: quanto più sono avanzati tecnologicamente alcuni Paesi e quanto più alti sono i salari che i suoi lavoratori percepiscono, tanta più qualificazione, intesa come conoscenza tecnologica, viene richiesta. Tralasciando l’analisi sui ricavi marginali del lavoratore e i dati sulla trasformazione dello stato patrimoniale dei Paesi nord-occidentali, Piketty arriva a concludere in questa parte del suo studio che tale situazione porta in ultima istanza ad un sistema estremamente meritocratico per la spartizione della ricchezza, e che la meritocrazia non è un criterio di selezione per garantire tutto a tutti, bensì per garantire il meglio della ricchezza ai migliori assoluti.

La struttura della disuguaglianza

La disuguaglianza mondiale dei patrimoni nel ventunesimo secolo in questo momento è perciò fondata non su chi crea la ricchezza totale, ma sul modo attraverso cui essa viene conquistata, portando ad una divergenza internazionale di tipo oligarchico: un esempio è la Cina che “si appresta a possedere il mondo”, scrive Piketty. Questo Paese però, insieme all’India e ad altre economie emergenti, non considera i bisogni della popolazione, che sono lontani dall’essere soddisfatti, oltre a tassarla in maniera più elevata che gli Stati europei o americani.

Terza domanda: se la crisi economica è un problema di sistema, come si fa ad uscire dalla recessione?

crisi economica è un problema di sistema

Immagine emblematica utilizzata da Elio e le Storie Tese nell'album "Sta arrivando la fine del mondo"

Il paradosso, insomma, è che i Paesi che detengono più ricchezza sono proprio i Paesi più poveri, mentre i Paesi che producono questa ricchezza sono quelli che vivono in situazioni di maggiori stenti a sacrifici, all’interno dei quali la popolazione fatica a formarsi in maniera professionalizzante, quindi ad essere economicamente competitiva rispetto alle altre popolazioni del mondo.

Piketty tocca a tal proposito diversi argomenti, come quello del merito e dell’eredità, quello dei fondi pensione e i fondi petroliferi, e arriva a concludere che chi governa e beneficia di tale ricchezza, sostanzialmente, non è chi la produce.
Ecco in cosa consiste la disuguaglianza ed ecco perché è nel ruolo dell’educazione, della politica e delle istituzioni la chiave di lettura per un cambio di scena.

4. Regolare il Capitale nel XXI secolo

Regolare il Capitale nel XXI secolo

Quando si scrive “cambio di scena” e si parla di regolamentazione del mercato, è vietato concludere approssivatimante con l’augurio di uno Stato Sociale capace di redistribuire la ricchezza.

Le forme di welfare state del ventunesimo secolo sono tante e per riuscire a rinnovarle occorre stabilire al centro della ridistribuzione una logica di diritto. Ciò significa che andrebbe prima di tutto rinnovato lo Stato, il modo cioè in cui esso risponde ai diritti all’educazione e alla formazione, al diritto alla salute e al modo in cui le istituzioni educative, in particolare, permettono la mobilità sociale. Piketty prende l’esempio della massificazione della scolarizzazione dagli anni ’70 in poi che però non è stato accompagnato da un cambio generazionale dell’insegnamento e arriva al tasto dolente dell’università, che ancora è l’ambiente in cui la meritocrazia si scontra con l’oligarchia verso una rincorsa per il prestigio. Il problema è che questo prestigio, quindi, non viene raggiunto dai migliori, bensì da coloro i quali hanno la forza finanziaria per sostenere il percorso di formazione.

All’interno di questa panoramica, gli stati emergenti non hanno spazio per agire e la lotta per l’appropriazione della ricchezza resterà sempre in mano ai Paesi che hanno già conquistato le posizioni di dominio per assicurarsi la stessa: il cerchio del ragionamento si chiude così e Piketty arriva quindi a fare la sua proposta operativa, che ritiene utopica.

Quarta domanda: come difendersi da tutte le bugie sulla crisi?

come difendersi da tutte le bugie sulla crisi

L’utopia consisterebbe nel ripensare all’imposta progressiva sui salari e stabilire invece una politica economica capace di inserire un’imposta mondiale sul capitale, con l’obiettivo di generare trasparenza democratica e finanziaria, agendo attraverso la trasmissione automatica delle informazioni bancarie.

Secondo Piketty nonostante questa proposta possa essere considerata utopica, è un’utopia utile per reinventare la democrazia, proporre nuove logiche politiche e culturali, stabilendo un’infrastruttura economica completamente diversa da quella che ci governa oggi. All’interno di questa proposta, conclude, è dovere sia della ricerca sociale che del giornalismo informare correttamente i cittadini, ed è dovere dei cittadini cercare di comprendere le leggi che li governano, perché la disuguaglianza sociale e la compromissione dei sistemi educativi e tecnologici dipendono proprio da questo.

In conclusione: abbiamo diritto ad un’economia etica

Abbiamo capito che non è vero in alcun modo che la distribuzione della ricchezza produce ricchezza e che quindi la disuguaglianza sociale non deriva dalla cattiva distribuzione della ricchezza.

Se guardiamo già solo alla storia italiana, ci rendiamo conto che la nostra economia è stata prevalentemente agricola, ovvero era un’economia di sostentamento. Dopo la lunga stagnazione medievale si è avuto un primo accumulo di ricchezza grazie al commercio delle città marinare ma è la ricchezza prodotta dalla società pre-industriale era considerata ricchezza da consumare, per costruire per esempio palazzi, chiese e bella vita, non era cioè ricchezza da accumulare per investimento, quindi ricchezza in denaro da investire nel processo economico.

Quindi, fino alla rivoluzione industriale, cioè la rivoluzione della macchina che moltiplica a dismisura il lavoro manuale, l’uomo è vissuto in grande povertà e fino al Novecento l’uomo occidentale non ha conosciuto quella che sarebbe poi diventa la società del benessere, che in Italia è durata solo una cinquantina d’anni, per poi entrare in fase di recessione economica, cioè in una fase in cui il sistema viziato non ha saputo più dare abbastanza posti di lavoro, non ha saputo più qualificare e remunerare il lavoro, non ha saputo più innovarsi tecnologicamente né rinnovare il proprio sistema educativo, finendo così in una condizione di peggioramento economico e sociale che non si è ancora arrestato, a causa principalmente delle politiche inadeguate a favorire i cambiamenti necessari per rispondere ai bisogni della popolazione.

La storia dell'economia italiana

Come e quando usciremo da questa recessione gravissima non è dato saperlo, anche e letture acute della realtà come quella fornita da Piketty ne dà una vaga idea. Grazie all’economista francese infatti oggi sappiamo che il punto da capire per uscirne, però, è che il diritto a qualcosa sussiste solo se quel qualcosa c’è.
Se esiste quindi un diritto alla ricchezza, un “diritto ai soldi”, esso presuppone che i soldi vengano prima creati. In bocca al lupo a noi: la pagina per una politica che abbracci l’economia etica è ancora tutta da scrivere.

Yo: un'app, due lettere, mille e nessun significato

yo app logo

Diciamoci la verità, per noi italiani, europei, abitanti del vecchio mondo, il termine Yo vuole dire essenzialmente tre cose:

  1. è quel termine di cui sono piene le canzoni dei rapper statunitensi, che lo usano per salutarsi – abitudine nata anni addietro, sulle pagine di Jack Kerouac, come ci ricorda Wikipedia – e per allungare le strofe delle proprie improvvisazioni freestyle;
  2. se raddoppiato, Yo-Yo, diventa il celebre passatempo con cui si sono divertite generazioni intere di bambini (e che ora vediamo al massimo tra le dita degli hipster);
  3. è il tic verbale di Jesse Pinkman, al secolo Aaron Paul, provetto cuoco di metanfetamina in Breaking Bad, serie tv culto di questi anni (qui una spassosa carrellata dei suoi Yo, conditi da insulti e appellativi vari).

Fino a qualche giorno fa, non c’era molto altro da dire. Yo.

Ma ecco scalare velocemente la classifica delle app gratuite per iOS e Android – mentre scriviamo è già al 51esimo posto – una nuova moda che si chiama Yo: ha un’icona tutta viola, permette solo di mandarsi l’ormai evidente saluto, ed è stata scaricata da un milione di utenti e sovvenzionata con un milione di dollari in pochissimo tempo.

Confusi? Procediamo con ordine.

Yo è un app che permette di mandare ai nostri amici un messaggio sonoro (che per l’appunto suona come uno Yo buffo, come quello pronunciato da un cartone animato o da un uomo che ha appena aspirato dell’elio).

È l’equivalente moderno degli “squillini” che andavano tanto di moda quasi 15 anni fa: si fa avvertire la propria presenza all’amico, alla fidanzata o a quella che vorremmo lo fosse, senza comunicare nulla di preciso, senza il bisogno di parole.

Così il nostro Yo potrà voler dire tutto e il contrario di tutto, lasciando trovare alla fantasia di colui che riceve il senso del saluto (e se fraintende, pazienza!)

A inventarla è stata Or Orbel, un israeliano di 32 anni che lavora nella Silicon Valley, e che ha impiegato otto ore per partorire quello che non esita a definire come il “più semplice e il più efficiente modo di comunicare al mondo” (a dire il vero, pare che dietro a questa invenzione ci sia Moshe Hogeg, che chiese a Orbel un modo comodo per comunicare con la moglie).

yo app

Lasciando stare per un attimo il grido di dolore di migliaia di scrittori e poeti, esistenti ed esistiti, non possiamo non riscontrare che ci troviamo di fronte a qualcosa di incredibile: un applicazione quasi demenziale per ideazione e facilità di utilizzo, che riesce a far breccia negli interessi di un milione di utenti, arrivando a superare nei download giornalieri colossi come Facebook e Instagram.

L’applicazione è molto colorata, ha grandi tasti da premere e chiede solo di cercare i propri amici online: installarla è già saperla usare.

Un nuovo modo di comunicare è arrivato e non prevede l’utilizzo della parola.

Del resto, è risaputo come la soglia di attenzione degli utenti della rete sia sempre più bassa: un video colpisce nei primi 15 secondi, di un articolo si legge solo il titolo – e se tanto mi dà tanto, queste nostre parole sono già perse nel vento – e le fotografie vengono in fretta dimenticate se non hanno come oggetto figure femminili in déshabillé.

E allora a che serve scriversi, quando possiamo Yoarci?

I 140 caratteri di Twitter sono tutte e tre le cantiche della Divina Commedia a confronto di Yo e poi… siamo davvero così sicuri che non si possa essere altrettanto profondi con uno Yo?

Uno Yo può essere un “ciao!”, un “come va?”, un “ti penso”, un “ti amo”, e persino un “quando sei qui con me, questa stanza non ha più pareti…”.

Ovviamente un tale successo ha subito attirato l’attenzione di hacker – studenti di un college in Georgia! – che hanno violato la sicurezza e rubato milioni di numeri di telefono; altri si sono limitati a sostituire il saluto con una canzone; altri ancora hanno messo su Instagram la foto della propria marachella e creato l’hashtag #YoBeenHacked.

yo app security

Insomma, una rapida celebrità porta con sé anche tanti aspetti negativi e di certo non si erano previsti così tanti utenti per un’app che ha così poco da dire!

È già stato comunque rilasciato un aggiornamento (1.0.6,) che dovrebbe aver aumentato i sistemi di sicurezza, introducendo una password di registrazione (colpo di genio degli informatici di Yo).

Ma cosa rimarrà di questa novità una volta che più nuova non sarà?

Probabilmente col tempo diventerà noiosa e potrebbe provare ad introdurre delle migliorie come la possibilità di poter registrare lo Yo con la propria voce, l’abbinamento di colori che facciano realmente capire che sfumatura dare all’invio delle nostre due lettere, o magari, semplicemente, un’icona più accattivante rispetto al quadrato violaceo al momento in uso.

Ma rimarrà sempre un giochino futile che sarà durato il tempo necessario per far diventare ricchi i propri inventori.

Se invece dovessimo sbagliarci, i nostri articoli diverranno infinitamente più facili da scrivere.

E se va bene a voi, buon Yo a tutti!

Fire Phone: perché può avere successo e perché può essere un flop

Fire Phone

Jeff Bezos stavolta l’ha fatta grossa. Dopo la felice esperienza con Kindle e Kindle Fire, il 19 giugno Amazon ha presentato al mondo Fire Phone, il suo primo smartphone, mettendo fine ai tanti rumors che circolavano in rete da più di un anno.

L’ecommerce per eccellenza è pronto a competere con i colossi del device tascabile, protagonisti di un mercato che hanno così tanto cannibalizzato da rendere quasi impossibile l’ingresso a nuovi competitor.

In attesa di poter testare personalmente Fire Phone (i primi modelli verranno distribuiti negli States a partire dal 25 luglio), cerchiamo insieme di analizzare il futuro di questo smartphone, con le informazioni rese pubbliche da Bezos durante la presentazione.

Le prime opinioni tra gli addetti ai lavori sono contrastanti: Amazon farà di nuovo centro? Fire Phone sarà un successo o un flop clamoroso?

Per comprendere meglio lo scenario, proviamo a sintetizzare all’estremo le possibili strategie di mercato che possono accompagnare il lancio di un nuovo smartphone:

  • strategia del prezzo – produrre un device dalle caratteristiche tecniche non eccezionali per attaccare le fasce di prezzo medio-basse è una soluzione che ha consentito a molti player di farsi spazio tra i big;
  • strategia del valore percepito – nonostante siamo prossimi a ricevere l’ennesimo aggiornamento per iOS, moltissimi consumatori continuano ad acquistare entusiasti l’iPhone 4S… di Apple, però, ce n’è una sola;
  • strategia delle novità – che siano hardware o software, le novità sono sempre un’ottima leva per provare a convincere una nicchia più geek e smanettona ad investire in qualcosa di nuovo.

Il problema di Fire Phone, secondo molti, starebbe tutto qui: le sue caratteristiche non gli consentirebbero di essere competitivo, in modo specifico, in almeno una tra le strategia di posizionamento sul mercato, correndo il rischio di venire oscurato sia dai top di gamma che dalle proposte low cost. Una contraddizione che può costare caro: vediamo qualche feature nel dettaglio.

amazon Fire Phone

Courtesy by Amazon

Può avere successo perché…

 

1)      il sistema di sensori Dinamyc Perspective, sulla carta, sembra essere davvero una novità. Le 4 fotocamere frontali ad infrarossi, montate alle estremità del device, riprendono costantemente i nostri movimenti per offrirci una nuova esperienza con i contenuti: Fire Phone registra la sua inclinazione scoprendo menu ed informazioni nascoste, anima il display restituendo all’utente un effetto simile al 3D. Un’idea  interessante se applicata ai videogame e all’acquisto dei prodotti, oltre che per tutti i developer;

2)      il cloud storage delle fotografie illimitato per ogni utente e l’utilizzo gratuito del servizio Prime per un anno sono due regali non da poco, che mirano a colpire sia nuovi clienti che i fedelissimi.

3)      Fire Phone condivide con Kindle e Kindle Fire lo stesso obiettivo: non tanto creare margine direttamente dalla propria vendita, ma essere uno strumento di vendita in funzione dell’e-commerce Amazon. Lo dimostrano i servizi che Bezos ha deciso di garantire con l’acquisto dello smartphone ma lo dimostra soprattutto Firefly, un rilevatore ottico capace di tracciare oltre 100mila tipologie di oggetti, la musica, i film e le immagini: subito dopo il riconoscimento, Firefly rimbalza l’utente all’interno dell’ecommerce per permettergli di comprarne una copia. Se Google Goggles ti permette di conoscere cosa c’è intorno a te, Firefly punta anche a fartelo acquistare.

Può essere un flop perché…

4)   oltre alla decantata magia del 3D (tutta da valutare), a livello tech Fire Phone non offre nulla di nuovo: monta  un processore Quad-core Qualcomm Snapdragon 800 da 2.2 GHz, 2 GB di RAM, uno schermo HD da 4,7 pollici (per 315 ppi), una fotocamera posteriore da 13 megapixel e un’anteriore da 2,1 megapixel. Tanta roba, per carità, ma nulla che non possiamo già trovare a bordo di un top di gamma.

5)    relativamente al prezzo, i conti non tornano: senza abbonamento, Fire Phone costa 649 dollari o 749 dollari a seconda delle dimensioni della memoria (32/64 GB). Stiamo parlando di un prodotto tutt’altro che economico, una scelta che stride con la strategia portata avanti da Amazon (ricordate i prezzi competitivi di Kindle Fire?) e che lascia perplessi sulle sue reali possibilità di rappresentare una valida alternativa ai soliti nomi.

Fire Phone, in sostanza, ha tutta l’aria di essere lo smartphone perfetto per chi Amazon addicted lo è già. Lo stesso Bezos, durante la presentazione, ha chiarito come tutto il progetto sia nato dalla domanda: “Possiamo realizzare un telefono migliore per i nostri utenti più attivi?”.

Ora resta da capire se Fire Phone, oltre a portare più spesso gli utenti di Amazon al carrello della spesa, riuscirà anche a spostare gli equilibri di mercato catturando le preferenze di milioni di persone.

Voi che ne pensate? Credete nelle potenzialità di Fire Phone? Nel frattempo, se volete conoscerne tutte le caratteristiche tecniche le potete trovare al link qui sotto.

 

Lo stage è una porta… socchiusa sul mondo del lavoro

La stagista più famosa del cinema: quella protagonista nel film "Il Diavolo veste Prada"

Come è noto a molti, l’ingresso nel mondo del lavoro prevede il passaggio attraverso la via dello stage. In quest’ottica appare interessante l’iniziativa de la «Repubblica degli stagisti» una testata giornalistica online nata per approfondire la tematica dello stage in Italia e dare voce agli stagisti.

Il sito nasce per orientare i giovani verso una scelta di qualità attraverso il monitoraggio delle aziende che offrono un buon livello di formazione agli stagisti unito alla soddisfazione degli interessi primari dei giovani: la remunerazione per essere indipendenti dalle famiglie, unitamente ad un consistente percorso di formazione lavorativa e alla possibilità di essere assunti.

I dati sugli stage in Italia

Vediamo qualche dato. Gli stage attivati in Italia sono circa 425 mila ogni anno e interessano una popolazione di circa 9 milioni di giovani fra i 15 e i 29 anni. Tuttavia ancora non esiste un monitoraggio puntuale degli stage attivati, delle condizioni offerte e degli esiti occupazionali. Sappiamo che nel 2006 i tirocini in azienda erano circa 228 mila arrivando poi a 322 mila nel 2009. Il calcolo è frutto di una delle poche ricerche in merito condotte dal sito la Repubblica degli Stagisti che ha raccolto i dati di diverse fonti come Excelsior di Unioncamere, Alma Laurea e Istat.

Tuttavia il totale è approssimato per difetto, in quanto l’indagine riguarda solo le imprese private, circa 307. Infatti quanti siano esattamente gli staguer nella pubblica amministrazione e nel mondo del no profit è ancora un mistero. Il dato che è emerso è il seguente: appena il 9, 1% dei tirocini oggi si converte in un contratto di lavoro. Come è stato detto durante il convegno organizzato da La Repubblica degli Stagisti a Milano il 4 giugno, in Italia gli stage, spesso, non sono una porta aperta nel mondo del lavoro ma socchiusa.

Da cosa o da chi dipenda tutto quanto rischia di diventare un infruttuosa caccia all’uomo, o all’azienda cattiva e dato che generalizzare è diventato spesso un modo semplicistico per tagliare corto sarebbe interessante parlare piuttosto di quelle organizzazioni che propongono percorsi, di primo approccio al lavoro, virtuosi e corretti.

La Repubblica degli Stagisti decide di percorrere questa strada e lo fa in due modi. In primo luogo premiando sei meritevoli aziende con un RdS Award. Tra queste figurano: TetraPack per il miglior rimborso spese (“800 euro netti, 1.100 euro netti e palestra aziendale per gli stagisti residenti a più di 40 km dalla sede”), Everis per il miglior tasso di assunzione post stage (90% , quasi tutti a tempo indeterminato), PwC per il miglior utilizzo dell’apprendistato (circa 100 giovani inseriti direttamente nel 2013). Sono stati assegnati, poi, tre premi speciali, “candidati”, “miglior progetto youth employment” e “piccola azienda”, andati rispettivamente a Ferrero , Nestlè e SIC , servizi integrati e consulenze.

In secondo luogo inserendo le 28 realtà aziendali, di tutti i settori, che si sono distinte per il modo in cui “trattano con rispetto i giovani che si inseriscono in stage o con contratto” in una guida intitolata “BestStage2014″, un e-book scaricabile gratuitamente dal sito.

“L’ e-book vuole fare il punto della situazione sull’universo stage e fornire a tutti i giovani che stanno attraversando il momento di passaggio dalla formazione al lavoro, o compiendo i loro primi passi nel mondo del lavoro, una bussola per orientarsi, conoscere i numeri, le leggi, le novità” si legge nel sito.

È anche vero che in questi ultimi decenni il mondo del lavoro ha subito una radicale trasformazione rompendo la cristallizzazione nel tempo del posto fisso verso un mercato dinamico e flessibile, allineandosi con i modelli di altri stati. Fino a qualche decennio fa questa struttura era impensabile. Mi chiedo, potrebbe rappresentare lo stage un modo per formare ed educare i giovani ad un approccio lavorativo nuovo, che preme per affermarsi?

La Battaglia delle Idee: Diego Orzalesi ed il social media listening [INTERVISTA]

Diego Orzalesi

Oggi conosciamo un altro speaker de La Battaglia delle Idee: Diego Orzalesi – web marketing strategist e social media manager, founder di FritumuvHootSuite Italian ambassador. A proposito del suo speech Hashtag: strumenti e tecniche di performance, programmato per il 5 luglio alla #BattleSA, gli abbiamo posto alcune domande sul tema.

Se vuoi partecipare all’evento, prenota il tuo ticket gratuito qui!

Quali sono i pregiudizi più comuni sulla performance degli hashtag?

Spesso, sempre meno fortunatamente, le aziende non hanno ben chiaro che cosa sia un hashtag, quindi ancor meno come possa essere usato in maniera propria. Probabilmente il # è considerato ancora un carattere strano, poco comune nella quotidianità comunicativa, specie tra i non nativi digitali, mentre ad esempio la @ risulta oramai sdoganata 🙂

Hashtags
Chi non ne conosce le potenzialità tende a minimizzarne l’importanza, mentre è un elemento fresco ed attuale, importante per il branding, per la stimolazione delle conversazioni, per l’ascolto, specie ora che può essere usato su molti social. Ogni azienda dovrebbe avere un hashtag ufficiale così come ha un logo e crearne di specifici per specifiche campagne o eventi, integrandoli nelle propria strategia comunicativa crossmediale. Talvolta invece si teme che possano svilupparsi filoni di conversazioni fuori luogo o ironiche che se associate ad un hashtag risultano naturalmente meglio individuabili, quindi peggiori per la reputazione.

Quali aziende citeresti come modelli nel social media listening?

Non ti farò dei nomi 🙂 Sicuramente le aziende del settore turistico spiccano tra le pmi per le attività di ascolto: sono abituate al fatto che i loro clienti parlino di loro post soggiorno e sanno benissimo quanto la reputazione, quindi il proprio branding e quello della destinazione influisca sulle scelte del turista e determini in parte le strategie di pricing. Questo porta ad utilizzare le tecniche di ascolto (per topic e/o in base alla posizione) per monitorare i competitors, per integrare le strategie di content curation focalizzandosi sull’amplificazione di contenuto esperienziale generato dagli utenti o per fare innovazione di prodotto. In altri settori il social media listening è più maturo nelle grandi realtà con forte vocazione al B2C, sia per monitorare il sentiment di mercato che per seguire/amplificare campagne o eventi specifici.

firenze

Qual è il tuo hashtag preferito? 🙂

Beh.. qui sono di parte. Probabilmente il mio hashtag preferito è #tuscanygram, coniato circa 2 anni fa su Instagram per un mio personale progetto di valorizzazione territoriale della terra che tanto amo, la Toscana, e veicolato dall’omonimo account. Ad oggi le foto taggate #tuscanygram sono oltre 80k. Può essere un semplice esempio di come da un lato si possa invogliare l’utilizzo di un hashtag e dall’altro utilizzare l’ascolto per individuare il contenuto taggato, in questo caso per veicolare e amplificare i contenuti all’esterno di Instagram.

Facebook Marketing: come sviluppare business sui Social Network?

Facebook Marketing: come sviluppare business sul Social Network?

© nanomanpro - Fotolia.com

Impossibile ormai ignorare la centralità di Facebook come strumento di business: a giugno 2014 Facebook ha festeggiato infatti 30 milioni di piccole imprese attive con una pagina aziendale sui propri canali. Con Facebook si possono raggiungere nuovi utenti e creare nuovi mercati. Per farlo è però necessario essere di persone in grado di coniugare conoscenze tecniche con abilità creative e relazionali.

Corso Online in Facebook Marketing [Settembre 2014]

Il Corso Online in Facebook Marketing si propone di mostrare strumenti e tecniche per rendere sempre più efficiente la propria presenza, adottando i tool di profilazione e advertising per andare a raggiungere il proprio target di utenti e clienti. Oltre alla definizione delle strategie, si tratterà il monitoraggio dei risultati raggiunti, per avvicinare sempre più la presenza sui social network alla vendita, giustificando gli investimenti intrapresi online.

▨ Come progettare una strategia efficace di Marketing su Facebook?
▨ Come lanciare e gestire al meglio la propria pagina Facebook aziendale?
▨ Come misurare le azioni e le performance quotidiane e l’efficacia nel medio-lungo periodo?
▨ Come creare dei contenuti e un piano editoriale social che funzioni?
▨ In che modo sfruttare Facebook come facilitatore di Social Commerce?
▨ Come trovare nuovi clienti ed espandere il proprio business grazie a Facebook?

Vuoi un assaggio del corso? Venerdì 5 settembre dalle 18 alle 18.40 circa partecipa al Free Webinar di presentazione.

#ninjaFB

Il programma del corso

  • Le Brand page: come utilizzarla al meglio
  • Content Strategy: ideare palinsesti di contenuto per target specifici
  • Facebook Insight: come misurare l’interazione con gli utenti
  • Facebook Advertising: come trovare nuovi utenti su Facebook
  • Creazione ed impostazione delle campagne
  • Strumenti avanzati di gestione: il Power Editor per le campagne di advertising
  • Mobile: come gestire le campagne per chi usa il social network da smartphone e tablet
  • Wildfire e tool di gestione per contest & sweepstakes
  • Strumenti di profilazione: imparare a selezionare il target delle nostre attività sul social network
  • Le applicazioni Facebook: perché e come idearle, casi di studio
  • Case history: Le migliori campagne creative e promozionali che utilizzano Facebook

Ninja Master | Lorenzo Viscanti

Lorenzo Viscanti


Social Media Strategist & Founder @ Mapendo
Laureato in Ingegneria e grande appassionato di comunicazione, assieme a Facebook progetta lo sbarco ufficiale della piattaforma di marketing in Italia, è fondatore di Mapendo, una realtà che si occupa di marketing mobile e content marketing, sostenendo le vendite con strategie di contenuto per aziende che operano online.

Ninja Master | Laura Saldamarco

Laura Saldamarco

Social Media e Digital Specialist @ Gruppo Finelco
Laureata in Pubblicità e Design Strategico, ha seguito il lancio di IKEA sui canali social e la crescita dei relativi profili per oltre due anni. Dopo IKEA, approda in Finelco, gruppo radiofonico italiano, per gestire e coordinare la comunicazione social delle 3 radio proprietarie: Radio 105, Virgin Radio Italy, Radio Monte Carlo.

Vantaggi del Corso Online

✔ Puoi seguire i corsi live comodamente da casa o dall’ufficio
✔ Nessuno spostamento né viaggio da intraprendere
✔ Un costo decisamente inferiore e più vantaggioso rispetto ai corsi in aula
✔ Question Time in diretta per esporre dubbi e domande e interagire con i docenti
✔ Accesso alla piattaforma e-learning per rivedere i contenuti on-demand
✔ Attestato di partecipazione

SCONTO EARLY BOOKING

Fino al 9 settembre: 249 €
Dal 10 settembre: 299 €

Il team Ninja Academy resta a vostra disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento.
Potete scrivere a info[@]ninjacademy.it o telefonare allo 02 40042554 o al 346 4278490.

Knowledge for change.
BE NINJA.

Ninja social oroscopo dal 26 Giugno al 2 Luglio

Il passaggio di Venere in Gemelli rende l’amore per tutti i segni d’Aria una meta da raggiungere e molti Gemelli, Bilancia e Acquario coroneranno un sogno d’amore. Vergine, Sagittario e Capricorno punteranno i piedi per tornare al centro delle attenzioni del partner, mentre Pesci, Scorpione e Leone si crogioleranno nei traguardi raggiunti dall’inizio dell’anno tirando per un po’ i remi in barca. Splendida settimana  per Ariete e Toro, mentre per i Cancro in arrivo strepitose oppurtunità!

 

Torna la campagna ShineStrong di Pantene, ma non convince [VIDEO]

Torna la campagna ShineStrong di Pantene, ma non convince [VIDEO]

Solo pochi mesi fa il web lodava la campagna #whipit di Pantene, una comunicazione potente contro le etichette di genere di cui ci aveva parlato la nostra Nunzia Falco Simeone. Oggi il brand di proprietà di P&G ci propone un video simile per intenti, ma che sembra stia lasciando dietro di sé più dubbi che approvazione.

Sorry, not Sorry“. Scusateci, non chiediamo scusa. Questo il messaggio motivazionale ed emancipatore di Pantene, che ci tiene a sottolineare come le donne tendano a chiedere spesso scusa, anche quando non sarebbe necessario, anche andando oltre alla semplice educazione.

Tra le protagoniste dello spot c’è chi chiede scusa per attirare l’attenzione dell’interlocutore, chi lo fa dopo che un maldestro uomo le ha inavvertitamente urtate, chi prima di tirarsi addosso la coperta del letto. Situazioni che per molti stonano con la potente premessa dello spot.

Torna la campagna ShineStrong di Pantene, ma non convince [VIDEO]

Torna la campagna ShineStrong di Pantene, ma non convince [VIDEO]

Torna la campagna ShineStrong di Pantene, ma non convince [VIDEO]

Torna la campagna ShineStrong di Pantene, ma non convince [VIDEO]

Non a caso quasi un commento ogni due su YouTube tende a focalizzarsi su questo punto: un femminismo un po’ svuotato, tirato per i capelli, che prende l’educazione e le normali convezioni comunicative come pretesto per dare forzatamente seguito ad una campagna che fu apprezzatissima.

Il rischio in operazioni di questo tipo è quello di ingrigire la bellezza di iniziative in grado, in passato, di generare conversazioni prima ancora che acquisti, e dare forza a chi sostiene l’importanza di insegnare alle donne ad avere più autostima in sé stesse: sta succedendo anche a Dove, i cui spot iniziano ad essere oggetti di contro-narrazioni nel web (soprattutto dopo la campagna “Patches“, che alcuni, tra cui Forbes, ha definito addirittura oltraggiosa).

Insomma, guardate il video e fateci sapere se anche secondo voi siamo di fronte ad un altro caso di gender washing oppure no.

Il business musicale dal punto di vista dell'impresa: Laura Mirabella racconta Deezer [INTERVISTA]

All’interno dell’analisi sul cambiamento del business musicale ai tempi dello streaming, abbiamo iniziato a confrontare il mercato discografico con la “generazione internet” e con i nuovi modelli di distribuzione in cloud.
Da questo momento in poi, il rapporto musica-tecnologia viene osservato da diversi punti di vista, quello dell’editore, quello del critico musicale, quello dell’artista, quello del produttore e quello dell’impresa.

Deezer, il punto di vista dell’impresa

Abbiamo visto come lo streaming sia diventato il modo preferito per ascoltare musica.

La generazione dei nativi digitali ha accesso tanto alla diffusione e all’ascolto di musica in massa, on-line e spesso gratuitamente, quanto ai modi di produzione, dando così il colpo di grazia agli ultimi sussulti di un’economia morente, quella basata sulla vendita del disco da parte delle grandi etichette.

Secondo dati Nielsen, con la digitalizzazione il fatturato dell’industria musicale è diminuito infatti del 62% in dieci anni e la spirale discendente ha toccato il fondo tra il 2011 e il 2012. Con una leggera ripresa dell’1% nel 2013, la speranza è che il periodo più nero del settore sia finito.

Questi numeri si spiegano perché mentre le gradi etichette discografiche lottano per mantenere ancora il privilegio di vendere dischi in tutto il mondo, sia in analogico che in digitale, dal tempo i modelli peer-to-peer in streming, in aumento negli ultimi anni, hanno reso la vendita del disco alla base di un modello di business non più redditizio.
Parallelamente la generazione internet sta guidando i cambiamenti di mercato e controlla l’offerta avvalendosi delle nuove forme di distribuzione e di fruizione del prodotto musicale.

Scaricare musica, guardare video su YouTube, costruirsi playlist su Deezer, seguire gli account Soundcloud e Instagram dei musicisti, condividere le loro canzoni su Twitter o su Facebook, sono funzioni di una nuova società della comunicazione che la sociologia non ha ancora messo a fuoco e che attraverso questi approfondimenti proviamo ad anticipare.

Avevamo già presentato ai nostri lettori Laura Mirabella, country manager Deezer per l’Italia, quando un anno fa presentavamo Deezer, la prima piattaforma dedicata allo streaming musicale che ha conquistato il mondo, molto prima di Spotify.

Da oggi Deezer si integra a Google Chromecast: dallo streaming all’home entertainment

Ma torniamo a parlarvene perché da oggi Deezer viene integrata con Google Chromecast e in questo modo tutte le migliori funzioni Deezer disponibili su mobile saranno disponibili in diretta anche sulla tv per un’esperienza innovativa di home entertainment.
L’integrazione include una nuova funzione che permette a più utenti di interagire con l’app contemporaneamente sulla stessa TV per una nuova frontiera della condivisione musicale.

Deezer è la piattaforma di ascolto musicale più flessibile al mondo sia in termini di accessibilità e funzionalità, da qualsiasi device: smartphone, tablet, PC di casa e ufficio, sistema audio domestico, auto, TV di ultima generazione e tutti i device che saranno connessi.

L’accesso alla propria musica preferita è possibile, sia online che offline, quindi anche senza connessione di rete.
Nell’ottobre del 2012, Deezer ha ricevuto investimenti per 130 milioni di dollari, utilizzati per accelerare lo sviluppo globale e per portare la musica a tutti e ovunque.

Se dovessimo definire Deezer con delle cifre, sarebbero queste:

182, i Paesi nei quali Deezer è attivo e in crescita.
100 milioni, il numero di playlist già create dai 10 milioni di utenti attivi ogni mese su Deezer.
30 milioni, i di brani disponibili on demand nel catalogo Deezer.
5 milioni, il numero di abbonati al servizio a pagamento.
70, la percentuale delle persone che provano il servizio decidono di abbonarsi.
90, la percentuale di soddisfazione degli abbonanti.
60, le ore di utilizzo medio mensile di Deezer Premium+.
8, gli anni di successo dal giorno del lancio del,a startup, nel 2007.

Ho voluto confrontarmi con Laura su questa evuluzione e queato è il risultato del nostro confronto.

Qual è la forza di Deezer?

“Deezer, nonostante sia il primo servizio di streaming di musica di portata mondiale, ha un’attenzione quasi maniacale alla caratterizzazione del servizio nei Paesi in cui opera.
Questo garantisce la disponibilità di un catalogo tra i più completi a livello globale e un’offerta ritagliata su abitudini e tradizioni del Paese. Tutto ciò è possibile grazie ad un team di editor, che agisce localmente in ogni country o area geografica in cui Deezer è presente e ascolta – ogni settimana – tutte le nuove release delle case discografiche.

La musica proposta sulla nostra piattaforma è poi il frutto di un algoritmo che riesce a proporre il meglio dell’uomo e della macchina, grazie al mix di suggerimenti che derivano sia dagli ascolti precedenti che dai contenuti proposti di nostri editor, aumentando così l’orizzonte della scoperta. Ne è un esempio Flow, una funzionalità rivoluzionaria che crea un canale radio personalizzato con una selezione di musica preferita, senza limiti di tempo.

Inoltre, la user experience di Deezer è più semplice e immediata essendo più grafica, caratteristica molto rilevante quando si parla di servizi innovativi.

Da ultimo, Deezer è sempre all’avanguardia: abbiamo dimostrato spesso di arrivare per primi a sfruttare le ultime frontiere della tecnologia. Il nostro obiettivo è quello di rompere le barriere di accesso alla musica, per questo abbiamo scelto innanzitutto di essere disponibili sul web, garantendo l’accessibilità al servizio anche dall’ufficio o da un qualsiasi pc, prima di sviluppare un app anche per desktop. Per lo stesso motivo siamo sempre “on time” nel rilasciare app per i nuovi sistemi operativi o nuove funzionalità per il servizio. L’ultimo esempio è il nostro lancio, oggi, dell’integrazione con Google Chromecast, la chiavetta che consente di fruire dei contenuti disponibili sullo smartphone direttamente sulla TV di casa, rendendo quest’ultimo un telecomando”.

In che cosa consiste la “human curation” di cui Deezer va orgoglioso?

“La human curation è la caratteristica fondante di Deezer, un’ intuizione già caratterizzante ma che sarà sempre più importante man mano che il mercato diventerà più maturo, perché gli utenti saranno sempre più esigenti. Il nostro team di editor lavora quotidianamente per aggiornare i contenuti proposti, per mantenere il catalogo completo e dare il giusto risalto a quello che succede di interessante nel mondo della musica. Promuoviamo artisti di ogni genere musicale, anche indie, e diamo sempre un po’ di spazio ad artisti emergenti perché la scoperta di nuova, buona musica non si fermi mai”.

In che modo servizi come Deezer possono integrarsi con altri canali di comunicazione online e ottenere viralità anche in momenti di intrattenimento offline?

“Deezer è integrato al 100% con Facebook e Twitter, perché la musica è per sua natura “social”: è il primo contenuto condiviso in rete. Quindi la viralità si ottiene facilmente consentendo ai clienti, oltre che di collegarsi e seguire i propri amici su Deezer, di condividere la musica che ascoltano, sia online che offline.

È chiaro che la modalità offline è più intima perché non richiede la connessione alla rete, ma concorre agli ascolti del cliente quindi è comunque tracciata tra le informazioni del profilo di chi segui o di chi ti segue”.

Ritieni che business model di servizi in streaming come Deezer permetteranno ricavi importanti affinché il settore possa essere sostenuto nel lungo periodo? Quali sono gli attori di questa filiera a guadagnarci di più?

“Il business model dei servizi di streaming funziona su larga scala. Il margine unitario di questi servizi è infatti basso, dato che la gran parte dei ricavi viene girata alle case discografiche e alle collecting society.

Quindi, la chiave di volta sta nei volumi: solo con i grandi numeri si può avere un business profittevole. Per questo è molto importante essere global, come Deezer che è aperto praticamente in tutto il mondo.

In questo modo, la somma dei clienti world-wide aiuta a creare la massa critica sufficiente.
Relativamente alla spartizione dei guadagni, credo che tutti dovremmo spingere perché a guadagnarci di più siano gli aventi diritto finali, ovvero gli artisti e gli autori”.

Cosa significa, dal punto di vista di chi si occupa di musica in questo momento, fare cultura digitale?

“La cultura digitale del Paese è fondamentale per chi si occupa di musica e non solo. L’Italia è ancora piuttosto indietro e per fare education sul mercato servono diversi elementi: servizi semplici da utilizzare, molta comunicazione e offerte che abbattano la principale barriera alla possibile curiosità degli utenti di provare nuovi servizi: il prezzo.

Bisogna quindi investire in comunicazione, usabilità e nel sovvenzionare in parte il costo del servizio, come si fa con l’approccio Freemium, che consente un accesso totalmente gratuito anche se con alcune limitazioni di servizio e poi l’accesso al servizio completo grazie al pagamento di un canone di abbonamento.

Dal punto di vista delle istituzioni, invece, è necessario sensibilizzare i consumatori ad un utilizzo legale e consapevole dei contenuti digitali”.

Domanda provocatoria: tra pirateria e Siae, chi danneggia di più il business musicale? Qual è la riforma più urgente di cui abbiamo bisogno?

“La cultura digitale, a mio avviso, deve essere guidata sotto molti punti di vista sia da entità istituzionali che dall’industry stessa.
Quindi, via al lavoro di innovazione sia degli strumenti di controllo della pirateria che di riscossione dei diritti.

Per avere, dopo l’equo compenso, un sistema di compenso aggiornato, affidabile e, infine, equo. Il dibattito in questi giorni è molto caldo: e questo potrebbe essere il punto di partenza per cominciare un dialogo costruttivo relativamente al tema della massimizzazione dei ricavi”.

So che in pentola bolle qualcosa di importante e che nei prossimi mesi ci aspettano sorprese da parte di Deezer: un’anteprima esclusiva per Ninja Marketing?

“Deezer è da sempre all’avanguardia in termini di arricchimento delle funzionalità e di miglioramento della customer experience. Lo dimostra da ultimo il lancio dell’integrazione con Google Chromecast.

Anche in questa occasione abbiamo dimostrato di essere attenti a raggiungere i clienti su tutti i device che sia collegabili alla rete, mantenendo il nostro obiettivo di rompere le barriere di accesso alla musica. Per il prossimo futuro, chissà, magari parleremo di qualche importante novità anche a livello Italia…”