Quando il marchio se le canta e se la suona: le branded pop song

C’era una volta il Carosello, varietà televisivo trasmesso senza sosta per 20 anni e vero capostipite della pubblicità in Italia. Al suo interno si alternavano i pezzi, sketch interpretati da attori del calibro di Totò, Gassman e Sordi, e i codini, reclame di prodotto musicate ad hoc. Una vera e propria commistione tra TV, teatro, musica e advertising.

Con il passare del tempo il rapporto tra pubblicità e musica è andato sempre più a consolidarsi, fino a rendere gli spot la vetrina (se non addirittura il trampolino) per le hit stagionali. La parola d’ordine è meno jingle (troppo scontati e spigolosi) e più canzoni da Top 10 heavy rotation.

Ai brand fa comodo scegliere hit del momento o in procinto di scalare le classifiche, anche per associare indirettamente il proprio marchio nel tempo (“Mettimi quel pezzo di X usato anche per la pubblicità di Y”). A volte addirittura il musicista soccombe di fronte alla magnificenza del prodotto (“Mettimi quel pezzo usato per la pubblicità di Y”). Il rischio, tuttavia, è quello di spersonalizzare il brand e perdere così il fruttuoso legame (“Mettimi quel pezzo di X usato anche per quella pubblicità dai ti ricordi?”).

Oggi la tendenza è sempre più quella delle branded pop song, canzoni customizzate create ad hoc per il brand e perché no associate ad un bel video che possa fare impazzire la rete. Una narrazione fatta in casa che trasmette il messaggio in maniera profilata e divertente, mettendo la canzone al centro della campagna. D’altra parte il limite dei 30 secondi di spot non è più un vincolo, grazie alla diffusione delle campagne che parte soprattutto dalla rete, e vedere una pubblicità di 3 minuti non è mai stato così piacevole.

Ne sa qualcosa la Oreo, che ha creato la campagna Wonderfilled per sponsorizzare i propri biscotti. Una serie di video musicali dove indie band internazionali del calibro di Owl City, Chiddy Bang e Kacey Musgraves rivisitano in chiave propria il jingle storico del brand.

Associati al brano, video di animazione virali e divertenti alimentano lo stimolo alla condivisione e alla diffusione del messaggio di marca.

Un gioco ancora più divertente è riuscito alla Melbourne Metro Trains, che per sensibilizzare alla sicurezza nelle proprie stazioni dei treni ha creato la brillante campagna “Dumb ways to die”.

Nel video di presentazione, simpatici pupazzetti muoiono in maniere orribili mentre una pop song orecchiabile spiega come sia facile evitare di incappare in incidenti banali semplicemente prestando un minimo di attenzione. Il risultato? Canzone nella top ten di iTunes, milioni di visualizzazioni su YouTube e incetta di premi a Cannes.

Anche la Chevy si è lanciata nell’avventura (in questo caso termine più che mai azzeccato) delle branded pop song. Per trasmettere lo spirito libero del proprio truck Silverado, infatti, la casa di produzione americana ha ingaggiato Will Hoge, songwriter che ha composto un brano dalle forti tinte western.

Una sorta di inno alla vita dei cow-boy e del life style del mid-west che non c’è bisogno di dirlo ha proiettato cantautore e automobile in cima alle classifiche di vendita.

Alle recenti premiazioni di Cannes sono numerose le campagne incoronate proprio grazie alla focalizzazione dei brand sui temi musicali. Una sperimentazione che ancora da noi non è stata intrapresa in pieno (ci stanno provando in questi mesi diverse compagnie telefoniche). Il futuro dei songwriter sarà sempre più quello di sostenere brand internazionali? I brand valorizzeranno le realtà musicali più indipendenti? Oppure torneremo al connubio prodotto/top-10-song?

Voi cosa ne pensate?

Jobyourlife, quando il lavoro bussa alla tua porta

Jobyourlife quando il lavoro bussa alla tua porta
Se solo avessi scoperto Jobyourlife tre mesi fa probabilmente a quest’ora sarei ancora nella mia città (Roma) e non nella fredda (sebbene in questi giorni no sia proprio il termine adatto!) Milano.
Mea culpa, dato che questo progetto ha avuto inizio nel febbraio 2012, dall’idea di Andrea de Spirt giovane 24 enne (il mondo dell’innovazione deve essere grato all’anno 1989, dato che ha dato i natali a tanti “imprenditori” di oggi).

Cos’è Jobyourlife

Il primo portale di ricerca lavoro in Italia che utilizza la geolocalizzazione dei curricula professionali, insieme agli annunci geo-mirati per aiutare gli utenti iscritti a trovare il loro lavoro ideale dove vogliono e per permettere alle aziende di trovare il candidato più adatto alle loro esigenze.

Dunque un portale di ricerca lavoro geolocalizzato. Perchè nessuno ci ha mai pensato? Perchè Linkedin non ha integrato questa modalità ricerca?
Forse perchè non funziona? Quali sono i vantaggi per le aziende di cercare candidati in base alla loro posizione geografica o al luogo dove vorrebbero lavorare?
A giudicare dai numeri di Jobyourlife, il progetto sembra proprio funzionare. Più di 15000 utenti iscritti, 20 aziende che utilizzano la piattaforma per la ricerca del personale, tra cui spiccano Mc Donald’s, Coin. Oviesse, Panorama, NHhotel, solo per citarne alcuni.
Cifre da capogiro sono quelle investite da due business angels privati e i guadagni che Andrea ha prospettato per il 2014: 3 milioni di euro.

Jobyourlife quando il lavoro bussa alla tua porta

L’idea

Di necessità virtù. Mai proverbio fu più vero per Andrea. Nel cercare dei collaboratori per un progetto che avrebbe voluto avviare, è incappato nella difficoltà della ricerca. Da qui l’illuminazione:

Perché non creare uno strumento che permetta da un lato alle aziende di trovare i candidati con competenze specifiche nel minor tempo possibile, ottimizzando i costi, e dall’altro che consenta agli utenti di essere contattati direttamente dalle aziende per posizioni allineate al loro profilo?”

Dall’idea alla realizzazione il passo è stato breve. Una domanda nasce però spontanea: Come avrà trovato Andrea i suoi collaboratori? Li avrà cercati nel suo quartiere?

Come funziona Jobyourlife?

Per chi come la sottoscritta è esperta di siti di ricerca lavoro, inserire il proprio profilo è un gioco da ragazzi.

Queste le regole per iniziare a giocare:
Registrati al portale tramite il tuo account Facebook, Linkedin o Twitter
Crea il tuo profilo: settore di riferimento, titolo professionale e foto
Completa il tuo profilo manualmente o importando le informazioni da Linkedin (molto comodo… se solo avessi un profilo Linkedin degno di essere chiamato tale!)
Specifica la tua posizione geografica: la via in cui abiti, lavori o vorresti trovare un impiego
– Completa il profilo aggiungendo informazioni utili quali conoscenza lingue straniere, disponibilità a trasferimenti, patente ecc.
– Aggiungi fino a tre destinazioni dove vorresti lavorare
Inizia a creare il tuo network selezionando professionisti del tuo settore o della tua area geografica
– Inizia a ricevere i tuoi annunci personalizzati

Jobyourlife quando il lavoro bussa alla tua porta

I dubbi dell’inesperto

Sebbene mi spacci come un’esperta del web e dei portali di ricerca alvoro, ci sono alcuni aspetti a me poco chiari e che mi lasciano perplessa.
L’idea della geolocalizzazione la trovo geniale, ma forse si è un po’ esagerato. Non basta solo inserire la località attuale o desiderata, ma bisogna specificare la via. Ora, un utente come fa a sapere esattamente dove vorrebbe lavorare. E poi su una via quante aziende di un determinato settore potranno mai esistere?

La geolocalizzazione limita anche la possibilità di ricercare altri professionisti, dato che le ricerche sono impostate sulla propria posizione.

Forse rischio di fare una figura barbina, chiedendo al CEO stesso di rispondere a queste ed ad altre domande, sciogliendo ogni mio dubbio. Ma corro il rischio e lo interpello personalmente, aspettando una sua rivelazione.

Ad ogni modo, con la scusa della recensione, il mio CV l’ho inserito… chissà magari riesco a tornare a Roma oppure a evitarmi 40 minuti di metro ogni mattina!

Facebook porta alle stelle gli stipendi in Silicon valley

La Silicon Valley, già una delle mete più ambite da molti giovani di tutto il mondo che sperano di realizzarsi professionalmente, potrebbe diventare il sogno americano anche dei magnati della finanza.

Il salario medio settimanale nella Contea di San Mateo in California, sede di colossi come Facebook, ha registrato un’impennata nell’ultimo trimestre del 2012 portando San Mateo in cima alla classifica dei luoghi più ricchi d’america, superando perfino la sede di Wall Street.

Galeotta fu l’IPO

Alla base di questo aumento ci sarebbe la quotazione in borsa di titoli di alcune aziende tra cui proprio Facebook. Le azioni dell’azienda di Zuckerberg, divenuta “pubblica” nel maggio 2012, potevano essere riscattate dopo 6 mesi dall’emissione, ovvero nel novembre 2012, proprio il periodo nel quale è avvenuto l’aumento di salari di circa il 107%.

Peter Thiel, uno dei primi e più grandi investitori del social network ha incassato qualcosa come $ 1 miliardo e, anche se lo stesso Zuckerberg ha promesso di non incassare il valore delle azioni, sicuramente altri nomi più o meno meno famosi lo hanno fatto.

Considerando che i circa 6.200 lavoratori tech nel settore hanno intascato salari per un totale di 6,8 miliardi dollari ( Wall Street Journal – Scott Thurm), si capisce che non può esserci altra spiegazione per questo salto.

Un altro dato interessante di questa tabella riguarda Douglas County in Colorado, un sobborgo fuori di Denver.

In questo caso non ci sono state importanti offerte di azioni al pubblico, ma è solo grazie alla spinta di alcune aziende locali in settori come la sanità e le telecomunicazioni che la Contea ha conquistato il secondo posto della classifica registrando un aumento del 48% nel trimestre considerato.

I nuovi “paperoni” e l’economia locale

Ora che la contea di San Mateo ha così tanti nuovi super ricchi, ci si domanda come varierà l’economia locale.

L’aumento della ricchezza potrebbe aumentare gli scambi traslando l’aumento di ricchezza alla comunità locale, ma non è una questione così semplice. Infatti in questa area il livello di povertà, soprattutto nelle comunità di ispanici e neri, è in forte crescita come lo è il divario tra ricchi e poveri.

Un maggior livello di ricchezza rischia di far salire il costo della vita incrementando maggiormente le differenze tra ricchi e poveri. La speranza è che la classe di amministratori sia dotata di una nuova “mentalità civica” e che decida di fare qualcosa per contribuire attivamente al miglioramento dell’economia locale.

I migliori 16 videogiochi per Nvidia TEGRA

I migliori 16 videogiochi per Nvidia Tegra

I migliori 16 videogiochi per Nvidia TEGRA

Nel panorama in pieno fermento dell’industria videoludica su piattaforma mobile non è sempre facile individuare giochi di alta qualità: per questo può essere d’aiuto consultare la piattaforma online Tegra Zone che cerca di dare maggiore visibilità a tutti quei titoli che sono stati rifiniti o sviluppati appositamente per la tecnologia grafica Nvidia TEGRA.

A nostro avviso una simile raccolta merita una ulteriore selezione.
Non tutti i videogiochi Tegra sono uguali e alcuni più di altri meritano di essere maggiormente conosciuti.
In virtù di queste considerazioni siamo sicuri che terrete fra i preferiti questo interessante articolo per molto tempo! 😀

1) AVP: Evolution (Aliens vs Predator)

I migliori 16 videogiochi per Nvidia TEGRA

Sviluppato da Angry Mob Games e pubblicato da Fox Digital Entertainment. Davvero imperdibile per gli amanti della saga cinematografica di Alien e Predator: Must Have! 🙂
Occupa uno spazio di  248 MB, lo troviamo nella versione 1.4.


 Venduto su Google Play a 3,79 euro.

2) Max Payne – Mobile

I migliori 16 videogiochi per Nvidia TEGRA

Sviluppato da Rockstar Games, si tratta dell’esatta trasposizione del primo capitolo della leggendaria saga di Max Payne su PC (2001). Localizzazione italiana da 10 e lode. Presenta anche un’ottimizzazione apposita per i processori Tegra 3.
Occupa uno spazio di di 1.36 GB, lo troviamo nella versione 1.2.

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 Venduto su Google Play a 2,69 euro.

3) Sonic 4 Episode II THD

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Sviluppato da Sega of America.
Uno dei migliori platform esistenti, il più bel Sonic mai realizzato dal punto di vista grafico per dispositivi mobile.
Sviluppato appositamente per i processori Tegra 3, di conseguenza un ottimo acquisto anche per Tegra 4. Occupa uno spazio di 560 MB, lo troviamo nella versione 1.4.

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 Venduto su Google Play a 4,62 euro.

4) ShadowGun THD

I migliori 16 videogiochi per Nvidia TEGRA

Si tratta di uno Sparatutto in terza persona, sviluppato da Madfingers Games. Grafica semplicemente perfetta, effetti dell’acqua eccezionali. Occupa uno spazio di circa 650 MB. Sviluppato appositamente per i processori Tegra 3, di conseguenza un ottimo acquisto anche per Tegra 4.
Lo troviamo nella versione 1.3.5 .

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 Venduto su Google Play a 4,67 euro.

5) The Bard’s Tale

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Si tratta di un RPG molto particolare, sviluppato da inXile Entertainment. Sembra proprio che presenti un record assoluto in termini di spazio occupato: Quasi 3 GIGA e mezzo!
Lo troviamo nella versione 1.4 .

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Venduto su Google Play a 2,31 euro.

6) Real Boxing

I migliori 16 videogiochi per Nvidia TEGRA

Sviluppato da Vivid Games. Gioco di pugilato basato sul potente motore Unreal Engine 3. Presenta anche un’ottimizzazione apposita per i processori Tegra 3.
Occupa uno spazio di di 252 MB, lo troviamo nella versione 1.3.1.

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Venduto su Google Play a 0,89 euro.

7) Star Wars Pinball

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Sviluppato da Zen Studios. Un flipper dedicato a tutti gli amanti di Guerre Stellari. 🙂
Tre tavoli a tema: Star Wars Episode V: The Empire Strikes Back, Star Wars: The Clone Wars e Boba Fett.
Presenta anche un’ottimizzazione apposita per i processori Tegra 3. Occupa uno spazio di 13.82 MB, lo troviamo nella versione 1.0.2.

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Venduto su Google Play a 1,52 euro.

8) SoulCraft THD

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Si tratta di uno dei migliori Action RPG mobile in circolazione, sviluppato da MobileBits. Presenta anche un’ottimizzazione apposita per i processori Tegra.
Occupa uno spazio di di 254 MB, lo troviamo nella versione 2.3.

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Gratis su Google Play.

9) Avengers Initiative

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Sviluppato da Marvel Games con una bellissima grafica.
Occupa uno spazio di circa 1.74 GB. Sviluppato appositamente per i processori Tegra, lo troviamo nella versione 1.0.4.

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Venduto su Google Play a 1,52 euro.

10) NBA 2k13

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Sviluppato da 2K Games.
Un gran bel gioco di basket. Presenta anche un’ottimizzazione apposita per i processori Tegra. Occupa uno spazio di di 1.13 GB, lo troviamo nella versione 1.1.2.

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Venduto su Google Play a 2,70 euro.

11) Pinball HD for Tegra

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Sviluppato da Gameprom.
Un simpatico flipper sviluppato appositamente per i processori Tegra. Occupa uno spazio di circa 45 MB, lo troviamo nella versione 1.0_2411.

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Venduto su Google Play a 2,12 euro.

12) Renaissance Blood THD

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Sviluppato da NCsoft / Bridea.
Sparatutto in prima persona basato sul potente motore Unreal Engine 3. Sviluppato appositamente per i processori Tegra 3, di conseguenza un ottimo acquisto anche per Tegra 4. Occupa uno spazio di circa 380 MB, lo troviamo nella versione 1.7.

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Venduto su Google Play a 3,07 euro.

13) Grand Theft Auto III – (Edizione 10° Anniversario)

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Sviluppato da Rockstar Games. Semplicemente GTA in tutto e per tutto. 🙂
Non sembrano esserci dei fastidiosi macro-bug come invece spuntano per la versione Tegra di “Grand Theft Auto: Vice City”.
Presenta anche un’ottimizzazione apposita per i processori Tegra. Occupa uno spazio di di 1.22 GB, lo troviamo nella versione 1.4.

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Venduto scontato su Google Play a 2,25 euro.

Il trailer del lancio ha superato più di 6 milioni e mezzo di visualizzazioni su YouTube.

14) Ravensword: Shadowlands

I migliori 16 videogiochi per Nvidia TEGRA

Si tratta di un RPG open-world, sviluppato dall’italiana Crescent Moon Games.
Occupa uno spazio di di 517 MB. Presenta anche un’ottimizzazione apposita per i processori Tegra 3, lo troviamo nella versione 1.26.

I migliori 16 videogiochi per Nvidia TEGRA
Venduto su Google Play a 5,37 euro.

15) Riptide GP2

I migliori 16 videogiochi per Nvidia TEGRA

Si tratta di un water-racing game sviluppato da Vector Unit. Grafica davvero spettacolare concentrata in meno di 50 MB.
Presenta anche un’ottimizzazione apposita per i nuovi processori Tegra 4, è stato pubblicato esattamente una settimana fa, 23 Luglio 2013, quindi lo troviamo nella sua primissima versione 1.0.

I migliori 16 videogiochi per Nvidia TEGRA
Venduto su Google Play a 2,99 euro.

16) Arma Tactics THD

I migliori 16 videogiochi per Nvidia TEGRA

Si tratta di uno sparatutto strategico a turni sviluppato da Bohemia Interactive. Una bella grafica, occupa uno spazio di  215 MB.
Esclusiva per processori Tegra 3 e 4. Pubblicato a Maggio di quest’anno, lo troviamo nella versione 1.2159.

I migliori 16 videogiochi per Nvidia TEGRA
Venduto su Google Play a 3,79 euro.

Tutti i filtri di Photoshop in un'animazione [VIDEO]

Filtri ed effetti sono concetti che negli ultimi anni sono diventati pane quotidiano di chiunque possegga uno smartphone, grazie a Instagram e applicazioni affini. Grafici e fotografi masticano questo linguaggio da anni, lavorando con software di fotoritocco come Photoshop, al quale lo studio spagnolo Device ha dedicato questa animazione-omaggio.

Utilizzando il logo di Photoshop, gli animatori mostrano uno ad uno tutti i filtri del programma. Ma non si sono limitati all’aspetto visivo; anche il suono, infatti, è stato adeguatamente editato: in realtà quello che sentiamo è sempre lo stesso suono, al quale è stata però applicata di volta in una volta una distorsione “corrispondente” al tipo di trasformazione che ogni filtro mette in atto.

C’è anche un Tumblr, “Photoshop CS5 Filters Animation“, nel quale potete osservare una ad una le gif animate relative ai filtri.

Disoccupato? Ecco come promuovere te stesso col personal branding

self-branding

Nulla di più faticoso che cercare lavoro. Bisogna setacciare la Rete in lungo e largo, spulciare gli annunci, distinguere quelli veri dalle potenziali truffe, capire se vale la pena investire tempo e fatica nel prepararsi a quel determinato colloquio: insomma, cercare un lavoro è un vero e proprio lavoro.

Ecco allora 5 preziosi consigli stilati da The Daily Muse per Mashable su come fare personal branding. Perché per trovare lavoro bisogna sapersi vendere. E bene anche.

#1 – Credi in te

Sembra scontato, ma non tutti si propongono avendo un’adeguata consapevolezza delle proprie competenze. Se non sei convinto tu stesso di ciò che vali dal punto di vista professionale, come potrai mai essere un candidato convincente?

Ma, soprattutto, non fare l’errore di pensare che non sei degno dell’opportunità che stai cercando di ottenere. Partirai già sconfitto e sarà davvero difficile convincere gli altri.

#2 – Fai attenzione a come ti muovi sui social media

Alcuni dei più grandi sabotaggi alla reputazione personale avvengono nelle discussioni su Linkedin. Di solito chi cerca lavoro si butta a capofitto nella discussione parlando della propria situazione lavorativa. Sbagliato.

Per fare self branding sui social media devi lavorare per accreditarti come un appassionato del tuo campo. Quindi, dai il via a discussioni interessanti, condividi articoli rilevanti e parla di tutto fuorché del fatto stai cercando lavoro. Nell’immediato, non interessa a nessuno.

#3 – Fai networking agli eventi

Lo sappiamo, è difficile presenziare a tutti gli eventi decisivi per il networking. Ci vogliono tempo ed energie. Ma lo devi fare e, soprattutto, con metodo. Pianifica in anticipo cosa vuoi trasmettere e gli obiettivi che vuoi ottenere.

Non dare l’impressione di star aspettando che accada magicamente qualcosa all’improvviso. Le magie accadono solo se le si prepara e si è preparati ad accoglierle. Quindi, preparati le risposte a queste domande cruciali: chi sei e cosa vuoi? Chi vuoi essere sicuro di incontrare? Per dargli quali informazioni?

Le persone che lasciano il segno agli aventi sono quelle che mostrano personalità, sono molto chiare nel far capire cosa vogliono e prendono parte alle conversazioni facendole virare verso l’inaspettato.

#4- Fai qualcosa per gli altri

Quando si è in cerca di lavoro è comprensibile essere molto concentrati su se stessi, in modalità “tutto su di me”. Ma farai un favore più grande a te stesso se ti guarderai intorno per cogliere l’opportunità di aiutare gli altri, in particolare quelle persone che potrebbero tornati utili al giro successivo.

Dare per ottenere, certo, ma anche dare per dare.

Questa strategia paga molto a lungo andare e a volte in modi inaspettati. Quindi, condividi un’idea, tendi una mano o presenta ad un tuo amico qualcuno che può essergli utile. E stai a guardare cosa la riconoscenza può innescare.

#5 – Sappi quando è il momento di lasciar perdere

Contattare chi ti ha fatto un colloquio 15 volte in una giornata, dopo che ti ha detto che ti avrebbe fatto sapere appena ci fossero state novità, non ti fa sembrare un candidato appetibile, ma un candidato disperato. E tu non vuoi questo, vero?

Certamente è giusto chiedere un feedback a chi ha esaminato la tua candidatura, ma non fare pressioni e non asfissiare chi deve prendere la decisione di assumerti. Dai tutto quello che puoi al colloquio e poi aspetta gli eventi.

La ricerca di un lavoro può essere davvero spossante. Ma con la giusta strategia, un po’ di perseveranza e la giusta fiducia in se stessi puoi avere ciò vuoi.

Utenti e social network: il parere di Barbara Collevecchio aka @Colvieux [INTERVISTA]

La settimana scorsa vi abbiamo fatto discutere molto con un post (Sara Tommasi: quando il gossip diventa strategia di social media marketing), che nei suoi limiti aveva l’obiettivo di aprire un dibattito su un focus particolare e molto attuale: come un qualsiasi contenuto condiviso sui social network possa attirare l’attenzione di utenti anche “distanti” da quella sfera semantica, magari attratti dal posizionamento “trash” o dal suo essere ridicolo.

Se nel caso specifico il punto di partenza è stata una sorta di strategia (perdonateci se reiteriamo l’utilizzo di questo vocabolo 😉 ) “casuale” proposta da Sara Tommasi, la quale ha saputo sviluppare forte interesse intorno alla sua brand page di facebook partendo proprio da alcuni post irriverenti e volgari, nell’analisi di quanto capitato abbiamo tentato di spostare il topic del discorso sul concetto di Voyeurismo Digitale. Un termine forte, ma che ben descrive cosa capiti, ad esempio, a un utente che interrotta una relazione amorosa controlla ripetutamente e ossessivamente gli account dell’ex partner sui social network nella speranza di avere dettagli sulla sua vita privata.

La tendenza ad andare a cercare informazioni che possono farci male, darci fastidio, o magari non rientrare nella nostra sfera d’interesse: cosa innesca questi meccanismi? La facilità con cui sul web e in particolare sui social network riusciamo a reperire informazioni? O forse una trasformazione che lato utente è sempre più evidente, e che va compresa in primis dai brand che vogliono dialogare con il proprio pubblico e con i prospect?

Un discorso che coinvolge tanti aspetti diversi, e su cui abbiamo cominciato a ragionare a partire da un articolo pubblicato su IlFattoQuotidiano.it, a firma Barbara Collevecchio (se siete su Twitter, la conoscete come @Colvieux), dal titolo: “Il web ci impedisce di chiudere con gli ex?“: un’analisi interessante che mette al centro la naturale tendenza, conclusa una relazione affettiva, a continuare a cercare informazioni sull’ex con l’intento di formarsi un’opinione su ciò che lo riguarda. Un meccanismo simile – anche se dall’origine ovviamente differente – a quello che si innesca con brand e personaggi famosi che come Sara Tommasi genericamente non piacciono, ma che appena creano una rottura dell’equilibrio fragorosa polarizzano le attenzioni di molti utenti diversi fra loro che vogliono semplicemente “saperne di più”. Atteggiamenti che in molti, nei commenti al post dedicato a Sara Tommasi, ci avete fatto notare essere mutuato da una tendenza generale alla ricerca del torbido tipica del pubblico italiano: aggiungiamo noi, atteggiamenti potenziati dalla grande quantità di informazioni fruibili in Rete.

Barbara si è prestata a rispondere a qualche nostra domanda: andiamo a sentire la sua opinione sul legame fra utente, contenuto e tendenza al ricercare notizie anche “scomode” sui social network.

1) Quali sono i meccanismi che fanno scattare la curiosità del conoscere, scoprire un contenuto? E quanto questi meccanismi sono stati esaltati dai social network?

La curiosità è stimolata da alcuni fattori, uno è intrinseco all’individuo: mi interessa un contenuto che abbai o ha che fare con qualcosa che mi riguarda per opinione, valori, interessi personali. Un altro motivo è il modo in cui la notizia o il contenuto è lanciato: oggi molte testate pubblicano una notizia o un pezzo precedendo il titolo con  “Mannaggia”, “Da non crederci”, “Leggi cosa è successo”, “Sconvolgente”: questa tecnica da giornalai serve per incuriosire la massa ma a mio avviso è scorretta. Poi c’è chi sa usare bene il web e la comunicazione facendo titoli interessanti, mettendo in mostra abilità da copywriter. Un altro fattore importante è legato all’influencer: se mi fido di una persona che per me ha autorevolezza sul web sono più portato a leggere i contenuti che quest’ultimo condivide.

2) Nel tuo articolo su Ilfattoquotidiano.it porti all’attenzione del lettore il rapporto che si può venire a creare con l’immagine dell’ex partner, distorta da una conoscenza completa eppur anche superficiale della sua quotidianità filtrata dai social network. In generale, questo si può dire in generale con tutte le strutture di senso fruibili in questi ambienti digitali? Può la realtà incompleta dei social media mutare anche la percezione dell’esistente non filtrato, portando ad andare a cercare informazioni che potrebbero infastidire o, peggio, far soffrire?

Assolutamente sì e posso fare un esempio personale. Ho avuto un pessimo diverbio con una persona anch’essa con molti follower su Twitter. Ad un certo punto, questa persona ha preso delle mie foto dal mio profilo facebook per pubblicarle su Twitter con delle didascalie atte a dimostrare che, avendo io fatto degli autoscatti, non sono una brava professionista. Al di là della storia penosa quello che voglio dire è questo: è lecito usare delle immagini per formarsi un’idea? Come posso desumere da uno status su facebook la personalità, la vita, la professionalità di una persona? I nostri contenuti sul web sono transeunti e alcuni superficiali, posso io dare un giudizio su qualcuno semplicemente giudicando ciò che condivide sul web? Questo è un pericolo perché implica una iper semplificazione del giudizio legato solo all’immagine.

Lo stesso vale per un nostro ex: come posso desumere da uno status o foto in cui appare felice o triste, quali sono le sue vere emozioni?  È masturbazione mentale: tutte inferenze senza nessun valore concreto.

3) Hai seguito il caso di Sara Tommasi? Secondo te, è corretto parlare di “voyeurismo digitale”, una forma ancora più acuta e marcata di tendenza da parte degli utenti a interessarti a determinati topic?

Non conosco bene il caso Tommasi, me ne sono interessata superficialmente solo perché si è parlato di ricovero psichiatrico. Sì, posso affermare con convinzione che sia un tristissimo caso di Voyeurismo digitale che altro non è che la forma più evoluta della vicina di casa pettegola che si mette ad origliare o spiare da dietro la tenda. In questo caso ho visto che questa povera ragazza viene usata nonostante abbia dei gravi problemi dimostrati dai suoi innumerevoli ricoveri. Quello che più sconvolge è al reazione sessita e volgare di chi commenta solo per scaricare rabbia di frustrazioni personali.

4) Sorgono le prime cliniche per disintossicarsi dai social network: secondo te, cosa porta un essere umano a diventare “dipendente” da questi strumenti?

I fattori sono molteplici, la realtà umana è sempre figlia di tante variabili e non mi pace mai cadere nella generalizzazione anche se è comoda. Credo che la  tendenza alla dipendenza sia più forte in alcuni rispetto ad altri. Non è il mezzo il problema ma l’uso distorto di quest’ultimo. Per disintossicarsi dalla droga l’abbiamo resa illegale ma c’è ancora chi si droga, credi che chi si disintossichi dal web, se non fa un percorso per scoprire il perché della sua tendenza a dipendere, non tornerà a dipendere ancora da qualcos’altro? Se non si affronda il punto nodale, il nucleo dei nostri complessi, essi si agganciano sempre a cose diverse e si rischia di passare da una dipendenza ad un’altra in una coazione a ripetere infinita.

Grazie Barbara!

A voi!

Da questo piccolo dialogo, sorgono spunti interessanti per concentrare l’attenzione sull’utente e sulle sue “gesta”. Concepire la comunicazione come un flusso virtuoso esperienziale ed emozionale può diventare la marcia in più per un brand che vuole sul serio polarizzare l’attenzione con modalità che ottimizzino queste tendenze alla ricerca, senza esasperarle o approfittare delle debolezze degli utenti.

Siamo ancora agli inizi di un’analisi che nei prossimi anni si farà più articolata sugli effetti della fruizione di informazione attraverso la propria rete di conoscenze: un settore di studio che interesserà non soltanto chi si occupa di marketing e comunicazione, ma anche chi mappa le strutture che si sviluppano.

Che ne pensate, amici lettori?

Fame di lavoro? A scuola con Docebo per trovare occupazione su Rysto [INTERVISTA]

 

Qualche mese fa vi abbiamo presentato Rysto, la startup Made in Italy nata con lo scopo di favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro nella ristorazione e nell’hospitality.

L’avventura di questa giovane impresa è sempre in crescita, tanto che pochi giorni fa è stata annunciata una doppia notizia per l’azienda: la raccolta di un round Venture Capital da un milione di dollari e un accordo strategico con Docebo, piattaforma internazionale per la formazione on-line.

L’esperienza di Massimo Fabrizio e Jacopo Chirici, fondatori di Rysto, è uno degli esempi più intelligenti di come fare business cogliendo le esigenze di un mercato, come quello del lavoro, che può offrire moltissime opportunità puntando sulla specializzazione.

Abbiamo intervistato Massimo per scoprire qualcosa in più sui segreti del successo della loro startup, che si prepara al lancio internazionale.

I lettori Ninja conoscono già il successo di Rysto, ma recentemente l’alleanza strategica con Docebo ha allargato i confini delle attività di questa impresa. Come si è sviluppata questa partnership?

Rysto è nata con lo scopo di mettere in contatto domanda e offerta di lavoro nel campo della ristorazione e dell’hospitality e con il tempo abbiamo intuito la possibilità di diventare un riferimento per la gestione completa del personale.

Un punto fondamentale da affrontare è stato quello della formazione. Sviluppare una partnership con Docebo, società leader internazionale nella formazione online, ci ha aperto le porte verso nuovi orizzonti. Grazie a questa consolidata alleanza stiamo realizzando alcuni corsi online, che vanno dalle certificazioni necessarie per legge, tipo HACCP e sicurezza del lavoro, fino ad arrivare a corsi mirati per i professionisti del settore.

Gli utenti di Rysto, quindi, ora possono acquisire competenze specifiche grazie alla piattaforma di e-learning internazionale. Si va verso un mercato del lavoro sempre più specializzato e qualificato anche nel settore della ristorazione?

Da alcune ricerche che abbiamo fatto, l’80% del successo dell’attività nel campo della ristorazione dipende dalle competenze del personale. Dare la possibilità alle aziende di fare formazione online risparmiando tempo e denaro sarà la chiave del loro successo.

Non vogliamo sostituirci alle grandi scuole alberghiere, di cucina, barman o sommelier già presenti nel nostro Paese, ma vogliamo lavorare in sinergia con loro per facilitare l’inserimento nel lavoro.

Parlando delle difficoltà di realizzare la propria idea in forma imprenditoriale, il risultato raggiunto con il Venture Capital e con Docebo è un esempio positivo di come il fundraising sia essenziale o la genuinità delle idee è sufficiente a raggiungere grandi obiettivi?

Il risultato che abbiamo raggiunto dopo l’accordo con il Venture Capital è stato il frutto del duro lavoro fatto nei primi mesi di vita di Rysto. Abbiamo da sempre creduto nelle potenzialità del nostro prodotto e notato da subito l’interesse da parte delle aziende del settore food. Aver ricevuto un investimento per noi significa la possibilità di espandere ancora di più quello che a livello locale è stato un successo.

Per catalizzare attenzioni a livello internazionale la chiave giusta è quella di una idea giovane e con un approccio innovativo o anche esperienze formative come la Startup School di Mind The Bridge forniscono una base indispensabile nella creazione del network di cui tanto si parla?

A livello internazionale l’universo delle startup è molto competitivo, pieno di idee giovani ed ovviamente innovative.

La chiave del successo sta sicuramente nel network. Il team di Rysto si è formato durante le tre settimane della Startup School di Mind The Bridge a San Francisco, il paradiso per ogni startupper. In California abbiamo conosciuto tantissime persone che come noi cercano di realizzare idee semplici per cambiare il mondo. Abbiamo ricevuto consigli utilissimi alla realizzazione della nostra startup.

La ricerca e l’offerta di lavoro online è generalmente associata a LinkedIn, Rysto è invece un servizio specifico e mirato. Nel contesto dei social, Rysto ha una marcia in più, mettendo in collegamento utenti con interessi e necessità condivise?

Crediamo che la nostra forza sia stata la verticalità, linkedin è dedicato principalmente ad un mondo totalmente diverso da quello della ristorazione.

Molte volte viene fatto l’errore di considerare un lavoro manuale meno importante o meno gratificante di altri. Ci sono milioni di persone nel mondo che ogni giorno si recano sul loro posto di lavoro e che svolgono con amore e dedizione la loro professione di cuochi, camerieri, baristi e barman.

Rysto vuole essere un punto di riferimento per la condivisione delle loro passioni, facilitando l’incontro di domanda e offerta di lavoro.

Da giovane startup ad una partnership con Docebo, possiamo aspettarci altre grandi novità per il futuro?

Per il momento concentriamo il 100% delle nostre energie nel consolidamento di quelle che sono le nostre attività principali. Non nascondiamo che abbiamo in cantiere nuove idee per la realizzazione di un sistema di feedback esclusivamente dedicato al personale.

Novità non possono che non arrivare dal mercato italiano e dalla reazione che ci aspettiamo abbia Rysto una volta lanciato a livello internazionale.

Google festeggia i suoi primi 10 anni… di fallimenti! [INFOGRAFICA]

Google festeggia i suoi primi 10 anni… di fallimenti! [INFOGRAFICA]

Google festeggia i suoi primi 10 anni… di fallimenti! [INFOGRAFICA]

Addio a Google Reader

Per Google, la prima metà del 2013 ha segnato la fine di uno dei suoi prodotti più importanti: Google Reader è ufficialmente defunto il 1° Luglio scorso. Per alcuni lo shock è stato grande: la prematura scomparsa di uno degli aggregatori di notizie più popolari al mondo, ha scosso notevolmente la sensibilità di milioni di utenti affezionati. Per loro esistono fortunatamente molte alternative fornite da altre aziende: basta googleare “rss reader” e scegliere quello che sembra più adatto alle proprie esigenze.

Estrema unzione anche per Google Talk, sistema di messaggistica istantanea recentemente sostituito da Google Hangouts.

Un altro prodotto destinato a sparire dall’universo della Rete è iGoogle: dal 1° novembre 2013 non sarà più possibile personalizzare l’homepage del proprio browser con i Google gadget prescelti: niente più oroscopo, aggiornamenti meteo, selezione delle news o quel tema così carino che vi era costato almeno cinque ore di ricerca iconografica.

Big G festeggia i prodotti ritirati

In occasione della prematura scomparsa di Google Reader e della morte annunciata di iGoogle, WordStream.com ha pensato di celebrare i prodotti che hanno attraversato la galassia di Google, con l’ironica e godibilissima infografica “Google Graveyard“. Molti di questi progetti non hanno mai preso piede tra gli utenti, altri si sovrapponevano con applicazioni già esistenti, ma come dichiarato da Eric Schmidt, ex CEO di Google, “celebriamo i nostri fallimenti”!

Clicca sull’infografica per ingrandire.

Google festeggia i suoi primi 10 anni… di fallimenti! [INFOGRAFICA]

Ecco i progetti naufragati dal 2006 a oggi

  • Health: sistema in cloud di archiviazione e gestione delle informazioni sanitarie
  • Knol: una sorta di Wikipedia redatta da esperti
  • Insights for Search: tool di statistiche attualmente integrato a Google Trends
  • Picknick: editor di immagini
  • Buzz: social network di microblogging integrato con Gmail
  • Aardvark: servizio di ricerca sociale basato su sessioni di domande e risposte in live chat
  • Sidewiki: barra laterale del browser che consentiva di inserire informazioni a qualsiasi pagina web
  • Notebook: taccuino virtuale in cui salvare frammenti di informazioni, sostituito nel marzo del 2013 da Google Keep
  • Dictionary: servizio di traduzione online
  • Labs: servizio in cui gli utenti potevano testare e dare feedback su progetti e prototipi
  • Wave: prodotto che ha lanciato l’editing collaborativo in tempo reale integrato con email, chat e social networks
  • SearchWiki: servizio di salvataggio e gestione dei risultati di ricerca
  • Dodgeball: servizio mobile di social networking, rimpiazzato da Google Latitude, a sua volta destinato a scomparire il 9 agosto 2013
  • Jaiku: servizio di condivisione di post brevi come haiku giapponesi… La versione Google di Twitter
  • Lively: programma di chat che ha vissuto solo sei mesi
  • Page Creator: servizio per la creazione di mini siti senza possedere conoscenze di HTML
  • Zeitgeist: raccolta di query di ricerca più popolari, servizio integrato a Google Trends
  • Answers: la versione Google di Yahoo Answers ma… a pagamento, fallimento assicurato

Tra gli altri progetti iniziati e abbandonati troviamo Google X, Catalog, Web Accelerator, Video Player, Audio Ads, Sets, SearchMash e Writely.

A fronte di un successo planetario, sembra impossibile immaginare che i fallimenti di Google siano così numerosi. Alla fine di questa carrellata di applicazioni defunte, qual è il servizio di cui sentite maggiormente la mancanza?

Concorso Instagram: partecipa anche tu e diventa testimonial per Bling Ring

Scatta la tua foto da red carpet e condividila su Instagram. Il concept del concorso indetto da Lucky Red per il nuovo film di Sofia Coppola, Bling Ring, è veramente semplice, intuitivo e frutto di un’ottima strategia di marketing.

Partecipando al contest si potrà diventare testimonial per i red carpet e gli eventi italiani legati al lancio promozionale del film che uscirà nelle sale il 26 settembre 2013. La pellicola, il cui soggetto e sceneggiatura sono stati scritti sempre da Sofia Coppola, racconta di un evento realmente accaduto, ovvero la formazione dell’omonima banda di adolescenti ribattezzata Bling Ring.

Volete diventare come Paris Hilton o Lindsay Lohan? Questo gruppo di teenagers di Los Angeles, con un’ossessione per la vita delle star, hanno deciso un bel giorno a rintracciare online gli indirizzi di molte celebrità andando poi a derubare le loro proprietà. La banda, capitanata da una brillante Emma Watson, ci permetterà di riflettere sui pregi e i difetti del mondo contemporaneo, forse troppo accecato dal lusso e dalle celebrità. Continua a leggere