Prakownia: il ristorante diventa una gigantesca tela

Avete mai pensato di entrare in un ristorante e ritrovarvi all’interno di una gigantesca tela colma di schizzi di colore?

Oggi questa non è più solo immaginazione, è Prakownia.

Prakownia è il decimo progetto della collezione XII di Wamhouse, disegnata interamente da Karina Wiciak. Una collezione di 12 bar e ristoranti che sono intrinsecamente opere d’arte, ognuna con un tema diverso.
“Pracownia” significa workshop in polacco, laboratorio, spazio creativo. Gli elementi più caratteristici sono le bolle di colore: le superfici sono quasi tutte completamente macchiate, dal pavimento al soffitto. Il design degli spazi prevede interni dal carattere glossy e un arredamento costellato ovunque da schizzi di colore.

Un’altra caratteristica fondamentale riguarda l’architettura, con pennelli oversize utilizzati come colonne, mentre le sedie e i portalampada sono modellati come grandi secchielli di vernice ribaltati. I tavoli e i lampadari in vetro sono a forma di tavolozze. Tutto questo vale anche per il bagno, che non è affatto uno spazio secondario.

Nonostante il concetto e lo spirito divertente, il ristorante ha un tocco chic e molto raffinato. Non è esattamente un ristorante dallo stile pop-art, ma è comunque molto contemporaneo ed elegante. Ecco perché, oltre alle macchie di colore, dominano il bianco, i bagliori chiari e le finiture metalliche, brillanti e luminose dei pennelli giganti.

E voi amici ninja, andreste a cena in un ristorante così?

I gadget nella nostra vita, una vera e propria relazione d'amore

Nei laboratori della Intel non ci sono solamente ingegneri, ma anche sociologi e antropologi. Genevieve Bell è forsa la più famosa tra questi, in quanto, grazie alla sua particolare formazione accademica, riesce sempre a dare degli spunti interessanti alla ricerca in ambito tecnologico. Grazie all’articolo di AllthingsD siamo riusciti a scoprire che, tra le ultime sue teorie, sta prendendo piede la definizione di human-computer relationship.

Evoluzione delle ormai famose teorie sulla human-computer interaction, l’assunto della Bell gira intorno ad un argomento molto attuale, ovvero quella della relazione tra uomo e computer. In questo caso la terminologia inglese ci aiuta a differenziare e a comprendere meglio il concetto di novità che si nasconde nell’evoluzione da interaction a relationship.

Il primo termine si riferisce prevalentemente ad una connessione resa possibile da anni di studi sul contesto, sul design e sulla linguistica, mentre il secondo termine, secondo la Bell, determina la necessità di nuovi studi sull’interazione attraverso la parola. Questa è la nuova frontiera della tecnologia che, aiutata dall’antropologia si impegnerà a rendere le nuove tecnologie più coinvolgenti e personalizzate. Il discorso sembra banale e ritrito, ma non lo è, grazie ad un divertentissimo video che vede protagonisti Siri e un Furby, la ricercatrice è riuscita a comprendere che il futuro della tecnologia va verso dei device studiati per interagire a 360° con il nostro corpo, cosa che attualmente deve essere perfezionata, in quanto molto spesso i comandi vocali non vengono compresi al 100%.

La reciprocità che si dovrà formare tra noi e i nostri futuri gadget, sarà appunto una vera e propria relazione, che vedrà potenziati non solo sistemi come Siri, ma anche le moderne tecniche di marketing one to one, come quelle usate su Amazon o Netflix. A sostegno di ciò, la Bell, ci porta un interessante esempio di reciprocità, ovvero il riconoscimento delle impronte digitali sul nuovo iPhone.

La domanda più importante però è collegata alla nostra apertura verso queste novità: Siamo pronti ad accettarle? O ci sentiremo minacciati da esse? Secondo i ricercatori dei laboratori Intel non ci sono dubbi, le persone stanno già sviluppando delle relazioni, a volte anche morbose, con i propri device. Una delle dichiarazioni clou della ricercatrice all’Intel Developer Forum di San Francisco è stata “Ormai siamo arrivati a pretendere delle funzioni che anni fa erano inpensate, l’arrivo di tecnologie che anticipano i nostri bisogni sarà solamente la naturale evoluzione del rapporto uomo-computer: una vera e propria relazione”.

Knock, l'app che sblocca il MacBook bussando sull'iPhone!

Knock app per bussare macbook

Siete pronti a stupire amici e colleghi? Toc Toc: Apriti Macbook! E siete dentro!

Knock è un’app per iPhone che permette di sbloccare la lock screen del vostro MacBook semplicemente bussando due volte, senza digitare la password. Dove dovete bussare?! Sullo schermo del vostro iPhone! Che sia sul tavolo, in tasca, o in mano… una bussata sul display per aprire le porte del MacBook.

Knock: come funziona? E’ sicura?

Il meccanismo è geniale quanto semplice: funziona tramite due app, una per il vostro iPhone (Knock app, € 3,59) ed una da installare sul vostro Mac (gratuitamente disponibile qui). Il collegamento fra i dispositivi avviene tramite la tecnologia Bluetooth Low Energy che assicura un ridottissimo consumo di batteria anche se utilizzato tutto il giorno.

La sicurezza è garantita da una connessione criptata e dal fatto che l’app non modifica nessuna impostazione di sistema e non tocca la password, semplicemente la inserisce quando “bussiamo” due volte sul telefono!

Quando l’idea ed il concept di un app sono più Viral che Usefull

Non c’è che dire, i ragazzi di Knock Software sono stati bravissimi… ma in cosa?!

L’idea di sbloccare l’iPhone bussando sullo schermo di un dispositivo da oltre € 700 è, con tutta onestà, più scenica che  utile, ma è stata realizzate strategicamente benissimo!

Il video che pubblicizza l’app è breve, incuriosisce, ha un inquadratura che “incorpora” lo spettatore nella scena, non svela subito il trucco e strappa un sorriso accompagnato dall’esclamazione nerd “che figata“… La condivisione sui social è certa!

Il sito internet knocktounlock.com anch’esso fatto molto bene, con in primo piano il video perfettamente integrato in tutta la struttura del sito che si sviluppa in verticale. Semplice, dinamico (c’è anche l’animazione della bussata sullo schermo), chiaro e curioso allo stesso tempo. Bravissimi.

Il prezzo? Un po’ esagerato per un’app al limite dell’inutile e per il livello di maturazione, ma, stupire amici e colleghi con questa magia li vale tutti!!

Per ora, hanno venduto meglio l’idea dell’utilità, che dire, bravi loro. Vedremo!

Advertising Professionals: cosa piace e non ai pubblicitari [VIDEO]

Advertising Professionals: cosa piace e no ai pubblicitari [VIDEO]

Siete dei professionisti del settore pubblicitario? Allora è probabile che amiate la musica indie, l’Helvetica, i film stanieri… e che mettiate la tv su “muto” quando passano degli spot.

Lowe Roche, agenzia pubblicitaria canadese, ha riunito tutte queste statistiche in un video dal titolo “Advertising Professionals“. Il motivo?

“Volevamo essere certi al 100% che il nostro video per l’Agenzia dell’anno fosse un successo, così ci abbiamo messo dentro tutto quello che piace agli addetti ai lavori”.

Chiaro 🙂

Chi si rivede tra queste statistiche?

Astrafit, la startup ucraina che aiuta a scegliere la taglia giusta


NinjaMarketing li ha conosciuti a TechCrunch a Roma, arrivati direttamente dall’Ucraina. Sono Kateryna Dobrynina e Nikita Dobrynin, rispettivamente COO e CEO di Astrafit, startup a cui lavorano già 12 persone, tra cui esperti di IT e designer d’abbigliamento. Il mondo del fashion è infatti il mercato di riferimento di questa nuova soluzione che semplifica gli acquisti online. Facciamoci raccontare da Nikita come.

Com’è nata l’idea?

Abbiamo lavorato nel mondo dell’abbigliamento dal 1993.

Nell’agosto del 2012 abbiamo deciso di avviare un nostro progetto per risolvere un problema a cui poche realtà stavano lavorando: scegliere la taglia giusta di un capo senza provarlo.
Dopo qualche test ed esperimento, abbiamo trovato la soluzione per sviluppare un sistema efficiente e preciso per individuare la propria taglia. Abbiamo infatti creato un algoritmo che considera le misure del corpo e le dimensioni dei capi per fornire indicazioni relative a come si adatta un capo alla forma di ogni persona.

Quali sono i trend nel mondo del fashion?

Il mondo del fashion online sta fiorendo, ma non velocemente come potrebbe. Uno dei grandi problemi sono i resi, a causa della difficoltà dell’online-fitting.

Il trend principale è la personalizzazione di qualunque cosa, dal marketing alle produzione.

Come descriveresti la scena delle startup nel tuo paese, l’Ucraina?

In Ucraina l’ecosistema delle startup è piuttosto piccolo, ma esistono alcune iniziative interessanti, come l’incubatore iHub e l’IDCEE conference.

La torinese INTOINO vince la Global Startup Challange al Webit di Istanbul

Il 6 e 7 Novembre a Istanbul si è svolta la quinta edizione del Webit Congress, prestigioso evento internazionale che mira a promuovere, sostenere e connettere i mercati digital, tech e telco dell’area EMEA (Europa, Medio Oriente e Africa).

La presenza italiana al Webit

Quest’anno i partecipanti sono stati oltre 8.000 prevenienti da più di 100 nazioni, ma tra di esse l’Italia si è distinta non solo per la presenza di una delegazione di 10 startup (Alleantia, Besharp, Ekuota, ModeFinance, Ro Technology, Uimbo, Vividaweb, Wanderio, Youmove.me, Intoino) guidata da Agenzia ICE (Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane) e dal Ministero dello Sviluppo Economico, ma anche per la vittoria della torinese INTOINO alla Global Startup Challange, la competition a cui si sono candidate più di 800 idee innovative. Vediamo dunque ora la storia di questa startup che ha conquistato Istanbul.

Dalla Svezia a Torino, per partecipare a Startup Weekend

Era il 2012. L’Italiano Marco Bestonzo lavorava in Svezia come assistant researcher al Karolinksa Institutet. Però aveva un’idea per una nuova startup e anche un po’ di nostalgia per l’Italia. Così ha colto l’accasione dello Startup Weekend Torino (di cui NinjaMarketing ha parlato) per tornare nella città natale, e vedere se, nel corso di un weekend, la sua idea sarebbe diventata realtà.

Ovviamente non è stato così. Nelle 54 ore di un evento non si può realizzare una startup, però quello che si può fare è raccogliere feedback da altri aspiranti imprenditori, fare networking, conoscere figure complementari alla propria, vedere come lavorano e poi, se ci si piace, formare un team assieme. Quindi Marco in 54 ore non ha realizzato la propria idea, ma ha cominciato a lavorarci, con quello che poi è diventato il co-founder di INTOINO, Dario Trimarchi.

Tra Stoccolma e Istanbul c’è quindi stato Torino, un anno in cui il progetto è cresciuto all’interno di TreataBit, il programma di supporto per startup digitali di I3P, l’Incubatore di Imprese Innovative del Politecnico di Torino e nel frattempo ha raccolto favori da varie parti del mondo.

INTOINO è infatti stata finalista di diverse competition, dall’Innovation Forum 2013 di Berkeley, California, al LeWeb 2012 di Parigi, fino ad HY!Berlin 2013.

INTOINO: il primo App Store dell’Internet delle Cose

Cos’è dunque che piace così tanto a pubblico ed investitori? La possibilità di rendere alla portata di tutti tecnologie open source ed open hardware, quali Arduino™. Se sei un maker infatti con una scheda Arduino puoi facilmente programmare l’open hardware per connettere oggetti in rete e dare concretezza a quell’Internet delle Cose di cui si parla tanto da qualche anno.

Con INTOINO è possibile però fare un passo in più, ovvero consentire anche a coloro che non hanno alcuna competenza di elettronica o informatica di trasformare i propri oggetti in dispositivi elettronici intelligenti.

Come avviene tutto ciò? Beh, immaginiamo di dover partire per un meritato weekend di vacanza, e di avere vicini antipatici, che non si prestano a dare da mangiare al cane o ad innaffiare le piante. Cosa si può fare? Si può andare online o da un rivenditore specializzato ad acquistare due kit INTOINO, il primo per irrigare automaticamente le proprie piante, il secondo per dare da mangiare al cane in caso di necessità e, nel frattempo, magari si acquista anche un kit per essere avvisati se la porta di casa si apre.

Una volta acquistati i kit si scarica il video tutorial che insegna come montare la scheda Arduino™ con i suoi sensori plug and play e come programmarla semplicemente scaricando via wifi l’apposita app dallo store di INTOINO.

Insomma, forse lo avrete capito, il Kit di INTOINO e il suo app store consentono di connettere un oggetto ad internet con la stessa facilità di scaricare un’app sullo smartphone.

Inoltre, così come le app per smartphone, anche le app di INTOINO potranno essere programmate da maker esperti, che poi le potranno mettere a disposizione della comunità di amatori sullo store.

Annunciata la campagna di crowdfunding

Maker, amatori, o padroni di cani costretti a stare a dieta quando vuoi siete fuori casa, se volete contribuire alla nascita del primo App store dell’Internet of Things, registratevi sul sito internet: www.intoino.com e potrete partecipare alla campagna di crowdfunding. Al Webit infatti Marco ha annunciato che fra pochi giorni sarà attiva su Indiegogo la campagna in cui potrete contribuire alla realizzazione di INTOINO.

App of the Week: con Lettrs invii lettere dal tuo iPhone

App of the Week è la rubrica di Ninja Marketing sulle app più divertenti, più cool, più utili che il nostro Kenji Uzumaki scova nei market e testa per Voi! Siete pronti a fare download? Fate tap su questa nuova App of the Week!

Oggi parliamo di un’app che conquisterà anche quelli che rimpiangono la cara e tradizionale “carta”: Lettrs, un’app che vi farà tornare il piacere di scrivere lettere e renderà le vostre e-mail più preziose.

Dopo aver sviluppato l’anno scorso una piattaforma cloud-based per inviare sia posta cartacea che lettere digitali in tutto il mondo, Lettrs ha lanciato la sua prima applicazione mobile per iPhone e informa che le versioni iPad e Android sono già in fase di sviluppo .

L’applicazione estende la funzione della piattaforma Lettrs permettendo anche di convertire la voce in testo dettando la lettera al proprio iPhone, e di includere altri dati e le immagini.

Secondo Lettrs , circa 40 miliardi di lettere sono conservate in scatole, cassetti e scantinati soltanto negli Stati Uniti.

La nuova app mobile, secondo il fondatore di Lettrs, Drew Bartkiewicz, vuole aiutare le persone a conservare le lettere a cui sono più legate, quelle della propria famiglia o degli amici e far rivivere il piacere di scrivere una lettera fuori dagli schermi dell’e-mail. 

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Con l’app Lettrs , gli utenti possono:

• digitare o dettare una lettera sul proprio iPhone , utilizzando più di 20 temi come sfondo; l’app mobile Lettrs converte infatti la voce in testo e inserisce anche immagini. Lettrs permette alle persone occupate di dettare organizzare e inviare le lettere comodamente dal proprio device;

• Scegliere di inviare la loro lettera in formato cartaceo,corredata da un sigillo in cera e addirittura in carta profumata;

• Utilizzare la fotocamera di iPhone per caricare una lettera scritta a mano e consegnarla tramite il sistema Lettrs;

preservare e condividere una lettera scritta a mano grazie alla piattaforma, un po’ come la vecchia scatola in cui una volta si tenevano raccolte le lettere a cui eravamo più affezionati.

Gli utenti possono anche collegare i propri contatti su iPhone per avere così subito una rubrica di indirizzi da usare con Lettrs.

 

Avendo bisogno di un unico identificativo specifico di un individuo (ad esempio un indirizzo di posta elettronica), l’utente può inviare una lettera in qualsiasi parte del mondo, il tutto da un browser Internet o dall’app mobile Lettrs .

Lettrs è una piattaforma di comunicazione che nel futuro potrà avere un significativo risvolto per l’istruzione, l’editoria, i marchi di consumo e per chi comunica con le lettere, dai professionisti alle aziende.

Se vi abbiamo incuriosito, trovate l’app qui:

6 strumenti utili per la gestione di Twitter

Se avete già scoperto quali sono gli errori da evitare per una social media strategy di successo, ecco alcuni utili strumenti per gestire e monitorare al meglio il vostro profilo Twitter, soprattutto se dovete gestire attività di costumer care.

Click to Tweet

Click to Tweet dall’omonima azione del “clicca per twittare”. Si tratta di un semplice tool per favorire il retweet del messaggio che stiamo scrivendo nei 140 caratteri.

Come funziona: si scrive il testo del tweet da condividere comprensivo di link (un indirizzo web, un profilo Twitter…), il sito genera un URL che incorpora tutto il messaggio. Salvatelo, e inseritelo nel vostro post sfruttando delle parole ancora o delle frasi, ad esempio “clicca qui per twittare”.

Mobile Alerts

Grazie alle funzionalità di Twitter su smartphone potrete ricevere notifiche relative a brand o profili di vostro interesse che necessitano di un monitoraggio costante. Quando questi twitteranno, vi sarà notificato.

Come fare: aprite Twitter nel vostro browser, andate sul profilo di vostro interesse, cliccate sull’iconcina della gestione del profilo e successivamente selezionate “Attiva le notifiche per il cellulare”, come nell’immagine qui sotto.

Ma attenzione. Per procedere dovete aver impostato il numero di cellulare dal vostro account personale: clic su “impostazioni” (ingranaggio) > “cellulare”. Una volta verificato il numero vi basterà  specificare ogni quanto vorrete essere avvisati tramite messaggio.

Twilert

Twilert è un tool di monitoraggio che vi aiuta a tener traccia di menzioni, parole-chiave o hashtag, ricevendo un’e-mail per ciascun Twilert da voi creato. Consentendovi di gestire al meglio il vostro brand, partecipando attivamente alle conversazioni che si creano attorno a questo, con un riscontro positivo sulla reputazione online.

Come funziona: una volta inserito il vostro indirizzo e-mail, potrete mettervi subito alla prova nella versione free grazie ad un’interfaccia molto intuitiva.

Raffinando la vostra ricerca in base a:

  • estratti di frase, query, hasthag;
  • tweet da e verso utenti, che menzionano utenti, escludendo utenti;
  • geolocalizzazione, distanza e lingua;
  • sentiment positivo/negativo, tweet sottoforma di domanda, retweet, link.

Specificando la frequenza degli aggiornamenti tramite e-mail. Proprio come se fosse un google Alert di Twitter! 😉

 

Tweet Reach

Il tool Tweet Reach agisce come una sorta di motore di ricerca all’interno della piattaforma del pennuto blu. Inserendo nel campo di ricerca il termine, l’hashtag, o il link che si desidera analizzare si otterrà un report supportato da grafici.

Saranno evidenziati i seguenti dati: i profili che più hanno twittato a proposito del tal argomento, le impressioni, i retweet e quindi la portata, una timeline che riporta gli ultimi tweet sull’argomento specificato.

Questo è l’esempio di report derivante dalla ricerca della parola “social media”.

 

Tchat

Per unirvi alle conversazioni di Twitter vi basterà inserire l’hashtag da voi desiderato su Tchat. Vi permetterà di concentrarvi sui topic da voi scelti. Inoltre, non dovrete ripetere ogni volta che twitterete l’hashtag, perché ci penserà Tchat a inserirlo per default!

 

TwXplorer

Tranquilli nulla a che vedere con Internet Explorer! 🙂  Questo tool vi aiuterà nello scrivere tweet ad hoc. Eh sì perché TwXplorer, una volta inseriti i termini di ricerca, analizzerà e vi fornirà un’analisi sulle azioni compiute dagli utenti negli utlimi 500 tweet.

Avrete così una visuale sugli ultimi tweet, termini e hashtag utilizzati spesso congiuntamente, link a contenuti che riguardano i temi specificati nei parametri di ricerca!

Potrete salvare le vostre ricerche per creare il vostro archivio nelle liste, o semplicemente, visualizzarle in seguito.

Questi sono solo alcuni tool utili. Voi quali utilizzate?

Doing Business 2014, il caso italiano

Circa una settimana fa è uscito il report con la classifica mondiale più attesa dell’anno: il Doing Business 2014.

Andiamo a vedere, nello specifico, di cosa si tratta e perchè è un progetto-oggetto che desta così tanta attenzione a livello globale.

Che cosa è e a che cosa serve il Doing Business?

Il Doing Business (DB) è un report elaborato dalla Banca Mondiale che analizza dal 2002 (anno del sua ideazione), il regime normativo applicato a tutte le imprese di un Paese, dal quale, poi, si deduce il grado di competitività di una nazione in confronto con altre. Il tutto è visibile attraverso una classifica che lo stesso DB pubblica annualmente nelle numerose pagine della sua analisi.

L’obiettivo primario di tale progetto è quello di fornire una base oggettiva per la comprensione e il miglioramento del contesto normativo delle imprese di tutto il mondo. Di fatti, oltre ad essere una fonte di ispirazione a numerose altre ricerche del settore, il DB diventa un importante spunto e strumento per tutti quei paesi che decidono di promuovere una regolamentazione normativa più efficace al fine di incoraggiare lo sviluppo economico al loro interno.

Lo studio, supportato da molti esperti e professionisti, si è ampiamente affermato, non a caso, per aver motivato la progettazione di diverse riforme normative nei paesi in via di sviluppo.

Doing Business, inoltre, offre anche dei report subnazionali che vanno ad evidenziare esaustivamente la normativa aziendale e di riforma in diverse città e regioni all’interno di una nazione. Tali progetti possono poi essere comparati con i regolamenti commerciali di altre città del Paese o della regione di appartenenza o, addirittura, con le altre 189 economie studiate oggi con il DB 2014.

Diversi paesi di tutto il pianeta hanno ormai avviato emendamenti per migliorare la loro classifica nel DB. Questi sforzi sono motivati anche dal fatto che la Banca Mondiale pubblica i dati del progetto a livello globale e quindi vi è una grandissima copertura da parte dei media in cui chiaramente si evidenziano i paesi che meglio sono riusciti a realizzare riforme di successo.

Il DB è stato, quindi, ampiamente conosciuto e utilizzato da accademici , politici, esperti di politiche economiche, etc., per evidenziare la burocrazia e promuovere migliori e nuove leggi .

Con questo progetto, la Banca Mondiale è riuscita a consigliare, dalla sua nascita, a più di 80 paesi, importanti cambiamenti normativi, fornendo e venendo così ad assumere anche un ruolo di assistenza tecnica e di orientamento a politiche di sviluppo e crescita economica.

I contenuti del Doing Business

Ogni Doing Business contiene i seguenti temi centrali:

  1. Evidenziazione di tutte le normative che agevolano o meno l’avvio di un’impresa economica.
  2. Valutazione di quanto sia facile o difficile, dal punto di vista legislativo, amministrativo e burocratico realizzare opere edili private o pubbliche.
  3. Facilità, qualità e costi di erogazione dell’energia elettrica.
  4. Registrazione della proprietà.
  5. Ottenere credito.
  6. Protezione degli investitori.
  7. Tasse e fisco.
  8. Scambi internazionali.
  9. Rispetto dei contratti.
  10. Impiego di lavoratori.

Analisi e valutazione del Doing Business

Il Doing Business basa la propria analisi su sondaggi effettuati a collaboratori esperti (avvocati, commercialisti, etc.), in tutti quei paesi che si occupano generalmente di sviluppo di regolamentazione delle imprese. I risultati, poi, sono controllati e convalidati dai governi che ne consentono la pubblicazione.

Una spiegazione dettagliata di ogni indicatore e strumento di calcolo la potete trovare sul sito web www.doingbusiness.org.

Nota bene:

Il DB non si può comunque classificare come valutazione completa ed esaustiva di un contesto economico. Tale report deve essere considerato semplicemente come una valutazione chiara del quadro normativo affrontato dal settore privato in un paese specifico.

Doing business 2014, una panoramica mondiale

Ecco una panoramica mondiale dei principali risultati emersi dal DB 2014.

Il posto ideale per aprire un’attività è Singapore, seguita da Hong Kong e Nuova Zelanda. Gli Stati Uniti sono quarti, davanti alla prima tra le economie europee in classifica, la Danimarca.

114 Paesi hanno varato 238 riforme per facilitare la vita alle imprese. Tra questi si segnalano Ucraina, Rwanda, Russia, Filippine e Kosovo.

Per la prima volta si sono riusciti a raccogliere dati sul “fare impresa” in: Libia, Myanmar, San Marino e il Sud Sudan.

Doing business 2014, e l’Italia?

Banca mondiale:“Più facile fare impresa in Botswana che in Italia”. Ad affermarlo sono proprio gli economisti di Washington che in merito alla nuova classifica del Doing Business 2014 collocano il Paese al 65esimo posto su 189 economie prese in esame.

C’è da fare un’osservazione però… Rispetto al DB 2013, l’Italia passa dalla 73esima alla 65esima posizione, guadagnando così ben 8 punti!

Un piccolo passo avanti dovuto in sostanza a tre fattori: registrazione della proprietà (dal 54esimo al 34esimo posto), efficacia dei contratti (da 140esimo a 103esimo) e commercio estero (da 58esimo a 56esimo).

DB 2014, Italia: fattori positivi per fare impresa

Il report elenca interventi positivi, nella salita in classifica del nostro Paese, in tre campi: i passaggi di proprietà, l’efficacia dei contratti e la gestione dei fallimenti.

Nel primo ambito vi è stata l’eliminazione dell’obbligo di presentare un attestato dell’efficienza energetica per gli edifici commerciali sprovvisti di impianti di riscaldamento. L’efficacia dei contratti è a sua volta migliorata grazie alle riforme sulle tariffe degli avvocati e all’informatizzazione di alcune procedure dei tribunali. Le modifiche alla disciplina della bancarotta hanno semplificato la gestione delle procedure fallimentari.

DB 2014, Italia: fattori negativi per non fare impresa

I fattori negativi che fanno scendere di posizione l’Italia nella classifica del Doing Business 2014 sono dovuti dai lunghi tempi della burocrazia e dall’alta ed estenuante pressione fiscale.

Pesano i costi! Un imprenditore italiano effettua circa 15 pagamenti l’anno e impiega per questo 269 ore di lavoro amministrativo versando delle imposte sugli utili, sui consumi e i contributi sociali e previdenziali quasi doppie rispetto alla media Ocse, oltre il 65%!

Non a caso, proprio sul dato relativo alla tassazione, l’Italia si colloca al 138esimo posto al mondo, perdendo tre punti rispetto al Doing Business 2013.

In difetto anche i permessi per costruire che dal 101esimo posto sono scivolati al 112esimo e la facilità di aprire una nuova società (che passa dall’84esimo al 90esimo posto).

Peggiora anche l’accesso al credito che dal 105esimo scende giù alla 109esima posizione in classifica.

Anche avere un allaccio alla rete elettrica è complicato: 5 procedure per 124 ore di lavoro!

Inoltre, si può notare che tra i Paesi Ue, dove la Germania è al 21esimo posto, il Belpaese viene addirittura dopo la Spagna della crisi (52esimo posto).

Doing Business: risultati

L’obiettivo, più che stilare una classifica, è incentivare i Governi a liberalizzare e semplificare le loro economie in modo da sostenere l’attività delle aziende, in particolare le Pmi, fondamentali per la tenuta e la crescita dell’occupazione.

Senza dubbio, uno dei risultati più enfatizzati nel report è il fatto che le economie più povere hanno migliorato l’habitat delle imprese a tassi doppi rispetto alle economie avanzate.

Grazie Doing Business!

Social media al servizio del personalized marketing: nuovi scenari

Avete presente la Strategia Oceano Rosso, quella messa in discussione da Kim e Mauborgne in Strategia Oceano Blu? Quella a cui si sono ispirate fedelmente le aziende per anni (e a cui ancora quelle tradizionali tendono) i cui capisaldi sono l’approccio altamente competitivo all’interno del mercato, l’assoluta e cieca credenza che sia necessario imitare il migliore per sopravvivere e l’accanimento verso il trade-off tra costo e valore? Bene, da un paio di anni a questa parte ci si è accorti che non è più possibile operare nei mercati così.

Cirque du Soleil, ad esempio, come citano i due autori, ha destabilizzato lo status quo dell’intrattenimento, valorizzando il contesto del circo, perché pur mantenendone i clown ha “spostato il loro sense of humor dalla farsa a uno stile più sofisticato”, conquistando nuove segmenti di mercato: gli intellettuali habitué dei teatri.

Creare “innovazione di valore” all’interno di un mercato, dove non si combatte la concorrenza, ma la si aggira, dove non ci si litigano le fette di mercato, ma se ne conquistano di nuove,  dove si rompe con il concetto di trade-off tra costo e valore sono le idee che supportano le tesi di Kim e Mauborgne.

Operare nell’ottica di una Strategia Oceano Blu significa approcciarsi al mercato creando un’opportunità. Ora, come interpretiamo questo messaggio legato alla creazione di valore sui social media?

Dal contextual marketing al personalized marketing

Fino a oggi, la Strategia Oceano Rosso è stata applicata anche in ambito di contextual marketing: un unico messaggio standardizzato per target diversi, che si è tradotto in uno stesso banner per tutti. Che cosa succede se invece adottiamo una Strategia Oceano Blu?
Accade che si passa da un contextual marketing a un personalized marketing

Tra le cose che ci conviene dimenticare allora, annoveriamo anche la terminologia militare: non parliamo più di target, ma di persone. Ora, banalmente possiamo dire che reperire i dati dai social, tracciare i comportamenti e profilare l’audience sono step che fanno parte di un processo piuttosto noto.  Ci siamo impegnati tutti a raggiungere i potenziali consumatori ragionando in termini di quantità, trascurando la qualità dell’informazione relativa al singolo potenziale consumatore. Quando sia ha a che fare con i big data, il mare nostrum del web offre tutt’altro che un mare calmo e navigabile. E allora, come creo innovazione di valore?

Verso una qualità dell’informazione: disambiguare per ottenere engagement

Nel campo dell’Intelligenza artificiale, i tool di disambiguazione sono quelli che servono a identificare con un certo grado di precisione, i significati delle parole in base al contesto. Prendiamo una parola polisemica come “calcio”. Quanti significati vi vengono in mente? Sicuramente 3:

– calcio: elemento chimico

– calcio: sport

– calcio: atto di violenza.

Ora, immaginiamo di essere i produttori di un noto brand di calzature sportive e che vogliamo posizionare il nostro banner proprio in un contesto pertinente al nostro messaggio pubblicitario. Converrete con me, che se il messaggio non viene disambiguato, il banner verrebbe posizionato all’interno di un contesto in cui si parla ad esempio, di un episodio di violenza, che vede come protagonista un uomo ferito con un “calcio”. Sicuramente il banner viene ignorato.

Se però, abbiamo disambiguato il messaggio e quindi il banner compare proprio in una conversazione in cui si parla di un imminente partita di calcio o di un risultato della nostra squadra del cuore, allora, la pubblicità della scarpa da calcio risulta interessante agli occhi del lettore, proprio perché si sente più coinvolto.

Più “social” meno “mass”

Rispetto al resto dell’Europa, la TV in Italia continua a godere di una certa importanza. Come dimostrano i recenti studi Nielsen, il 42% degli italiani si fida ancora tanto della pubblicità televisiva mentre solo 1 italiano su 3 dichiara di essersi affidato ai messaggi promozionali sui social network. Eppure, è anche vero che Twitter e Facebook sono tra i social network più utilizzati dai pubblici italiani.

Allora, qual è l’errore, se di errore si può parlare, che ha fatto il contextual advertising? Uno di questi potrebbe essere quello di aver ingenuamente trattato i pubblici del web alla stregua del pubblico di massa televisivo. Il modello one-to-many non è più accettabile e si scontra con quella che dovrebbe essere la filosofia one-to-one del personalized marketing.

Siamo ben oltre il tracciamento dei like sui gusti e le preferenze degli italiani. Monitoraggio che peraltro è fine a stesso e i cui risultati sono sempre poco credibili, visto che non sempre una preferenza rispetto a un brand corrisponde a un vero interesse. E allora di quali informazioni possiamo “social” possiamo disporre?

Pensiero laterale: emozioni, meteo, luoghi

Immaginiamo un aggiornamento di stato di Francesco, un nostro amico, che scrive:”Maledetta pioggia. Stavo percorrendo la tangenziale di Bologna e ho tamponato un camion. Sono piuttosto incazzato“.

Quest’informazione è oro per chi fa marketing e ha intenzione di arrivare al cuore di Francesco, che sarà sicuramente più interessato a visualizzare un banner di una compagnia assicurativa low cost, piuttosto che quello di una vacanza a Malta per imparare l’inglese.

O ancora, pensiamo alla nostra amica Lucia che scrive:” Domani mi sposo. Sono felice. Ti amo, tesoro mio“. Matrimonio, felicità, amore, che cosa vi fa venire in mente, se non un bel braccialetto Tiffany? E tac. Il banner azzurro-Tiffany  potrebbe proprio calzare a pennello.

E guardate un po’ che cosa comunica nostro cugino Carlo:”Milano, nevica di brutto.” Chi potrebbe essere interessato a un’informazione del genere, se non un produttore di gomme da neve?

Un personalized marketing dovrebbe superare il concetto della stampa del proprio nome di battesimo su un’etichetta della bottiglia della Coca Cola o su di un vasetto di Nutella.

Il marketing dell’Oceano Blu crea valore e quel valore sta proprio nel riconoscere quell’universo di significati che contraddistingue ognuno di noi. Non siamo solo nomi!