Melt.in: il social network italiano per la tecnologia

Melt.in è il risultato di un’idea di un team di una decina di giovani con base a Firenze.

Il ragionamento alla base di questa piattaforma è molto semplice. Talmente semplice che capita di farlo quasi a tutti ogni volta che si rompe il cellulare, o che si decide di cambiare un qualsiasi prodotto diventato obsoleto. Si parte alla ricerca del degno sostituto e si decide di optare per un particolare prodotto, ma prima di effettuare la spesa ci si chiede se il prodotto effettivamente sia valido.

Ma chi ha voglia di mettersi a cercare recensioni su diversi siti, senza conoscerne l’affidabilità?

Ciò che tutti pensano – e che questi giovani intraprendenti hanno deciso di mettere in pratica – è questo: sarebbe proprio comodo poter entrare a contatto con chi quel prodotto lo ha già acquistato e chiedergli: “Come ti trovi? Dove ti sei informato prima di acquistarlo?”. Dopodiché fare la stessa domanda ad un altro. E poi ad un altro. Così, giusto per andare sul sicuro.

Nasce così Melt.in: una piattaforma di recensioni sociale in cui ognuno può dire cosa desidera, entrare nella pagina del prodotto (questi sono divisi in tre categorie: elettronica, informatica, telefonia) e trovare informazioni fornite da chi ha già provveduto all’acquisto o da altri che stanno valutando se effettuarlo.

Il nome nasce dal desiderio del team di fondere in un’unica piattaforma tutti gli approcci degli internauti nei confronti delle curiosità tecnologiche. Tutti i social network, i forum e i blog usati da milioni di utenti come canali di informazione confluiscono in un unico canale in cui c’è confronto e condivisione.

Così su Meltin si può iniziare a seguire un prodotto, contribuire alla sua recensione (aggiungendo immagini, video, link), si può condividere su Facebook e Twitter il proprio contributo e, se questo é positivo ai fini della valutazione da parte di altri utenti, si guadagnano Meltin Points. Più Meltin Points si hanno e più gli altri utenti si fidano delle informazioni offerte da parte di qualcuno; un po’ come i punti di Yahoo Answer.

Melt.in al momento é in beta pubblica. Gli sviluppatori hanno intenzione di implementare la piattaforma con diverse novità. Una delle più importanti é l’internazionalizzazione del sistema aggiungendo la lingua inglese.

Quindi, se dopo dieci anni il vostro 3310 ha tirato le cuoia e vorreste avere piu informazioni riguardo alla sua straordinaria evoluzione, il 3330, fate un salto su Meltin e scoprite cosa ne pensa chi ha già fatto il salto 😆

Telelavoro: non sempre l'uso della tecnologia favorisce il business

Abbiamo commentato questa mattina la notizia relativa la decisione di Marissa Mayer, Ceo di Yahoo!, di abolire il telelavoro riuscendosi a tirare addosso polemiche di moltissime donne che non condividono la sua visione di crescita aziendale. Ecco allora che vi proponiamo una versione analitica della stessa, perchè il telelavoro è una pratica ormai molto diffusa anche nel nostro Paese, non si tratta solo di una tecnica per delocalizzare gli uffici, ma consente di dimenticare i vincoli spaziali e temporali consentendo alle persone di scegliere come e dove lavorare.

Sul web troviamo moltissime definizioni più o meno dettagliate, ve ne proponiamo una forse un pochino troppo scolastica, ma che chiarisce bene quali sono le caratteristiche per considerarsi un “teleworker”. Secondo Giampiero Bracchi e Sergio Campo dall’Orto,

“Un’attività si configura come telelavoro qualora siano rispettate le seguenti condizioni:

– esista una delocalizzazione dell’attività rispetto alla sede tradizionale di lavoro
– si usino strumenti telematici nello svolgimento del lavoro
– l’attività svolta a distanza abbia caratteristica di sistematicità
– esista un rapporto di lavoro basato su un contratto in esclusiva

[da L’impresa n.10, 1995].

E’ indubbiamente un grande cambiamento, praticamente l’unico limite col quale dover fre i conti nella scelta del luogo dove lavorare è la presenza di una connessione internet. Come in tutte le rivoluzioni, però, accanto ad ricca schiera di sostenitori troviamo anche chi contesta questà modalità di lavorare.

Tra questi il CEO di Yahoo, Marissa Mayer che ha da poco modificato la politica aziendale rispetto al telelavoro, imponendo che tutti i dipendenti debbano presentarsi in ufficio ogni giorno.
La novità ha suscitato le proteste da parte dei dipendenti convinti di essere molto più produttivi lavorando da casa, ma come Marissa molti pensano che il telelavoro possa nuocere al business e vi proponiamo alcune ragioni a sostegno di questa tesi.

Quali sono le insidie di un lavoro “troppo virtuale”?

(1). Scarse opportunità di collaborazione

Le piccole imprese vivono di innovazione e le idee migliori spesso provengono da conversazioni casuali davanti a un caffè o in pausa pranzo.

“Non si possono replicare i risultati di una collaborazione faccia a faccia”

spiega Nick Balletta, amministratore delegato di TalkPoint, una società di webcasting con sede a New York.

“In qualità di proprietario di una società di IT, mi preoccupa di più quello che potrebbero sviluppare tre ragazzi in un garage, piuttosto che quello che tre ragazzi in tre garage separati potrebbe fare. Non c’è sostituto per quello che può accadere quando le persone in una stanza insieme”.

(2). Difficoltà di capire la direzione dell’azienda

Mettere in atto una nuova strategia aziendale è possibile solo quando i dipendenti riescono a capire quale strada voglia intraprendere l’azienda e che tipo di lavoro è richiesto per raggiungere l’obiettivo prefissato.

Cindy Lubitz, fondatrice e amministratore delegato di inTalent Consulting, società di consulenza con focus sulle risorse umane con sede ad Atlanta:

“Mayer è stata chiamata a salvare un’impresa in difficoltà, dalla mia esperienza con le organizzazioni di dimensioni simili, so che è difficile raggruppare persone che sono sparse, una webinar o una conference-call possono accorciare le distanze. Nella fase in cui cui si trova ora Yahoo, è fondamentale assicurarsi che tutti capiscano e facciano proprio il nuovo orientamento strategico.”

(3). Rischio di non incentivare abbastanza la cultura aziendale

I “capi” di solito non vedono di buon occhio le pause dei dipendenti, un’interruzione del lavoro fa pensare immediatamente ad un calo di produttività. In realtà queste soste hanno un ruolo fondamentale per lo sviluppo delle relazioni interpersonali, che esistono e si alimentano solo lavorando fianco a fianco.

“Non si può avere un’ora di svago virtuale dal lavoro”, dice Balletta. “Parte dell’ambiente di lavoro sta sviluppando esprit de corp (spirito di apartenenza al grupp). Questo è ciò che crea cultura aziendale e favorisce l’innovazione.”

(4). I lavoratori meno produttivi non possono essere monitorati

La nuova politica di Marissa Mayer potrebbe risolvere questa situazione.

“Coloro che non vorranno esserci si taglieranno fuori da soli”

spiega Balletta, che conclude

“oggi, non solo le persone devono lavorare di più e in modo più intelligente, devono lavorare insieme”.

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E voi cosa ne dite?

Donne contro donne: quanto ci costa la carriera!

Domani uscirà un libro, Facciamoci Avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire.
Sembra che se ne senta forte la necessità, giustificata dal fatto che nonostante le lotte di genere, i movimenti sessisti e le dimostrazioni parascientifiche dell’importanza della presenza femminile in un’organizzazione di successo, c’è ancora qualcosa degno di allarme sociale, perché “non è solo che noi donne continuiamo a non metterci in primo piano, ma anche che non notiamo questo divario e non cerchiamo di colmarlo.”

Quarantatrè anni, quinta donna più potente del mondo del 2011 secondo Forbes, sin dal suo ormai famoso TedX “Perchè le donne leader sono ancora troppo poche” del 2010 in cui si chiede perché la percentuale di donne che raggiungono l’apice della carriera nella loro professione sia inferiore alla percentuale di uomini nella stessa posizione: ad esprimersi in questi termini è Sheryl Sandberg, la top manager di Facebook, che da anni non fa che affermare che le donne non dovrebbero accontentarsi di essere seconde agli uomini come invece si riducono a fare.

Ma lei non è il braccio destro (e forse anche un pezzo di cervello) della prima donna in versione maschile Zuckerberg?

Un’altra carrierista a finire seconda è quella che pure sta scatenando più di qualche pensiero in queste ultime settimane: Marissa Mayer, Ceo di Yahoo!, che dopo aver preso la decisione di abolire il telelavoro è riuscita a tirarsi addosso le polemiche di moltissime donne che non condividono la sua visione di crescita aziendale. Anche lei come la collega è stata considerata il personaggio dell’anno, ma a soffiarle il primo posto è stata un’altra prima donna in versione maschile: Obama. Secondo il Time infatti è quella di un uomo la personalità più influente dello scorso anno.

Ma rileggiamo attraverso i commenti di altre donne quello che è appena accaduto in Silicon Valley con il libro in uscita della Sandberg, che non piace soprattutto a prestigiose firme del giornalismo (femminista) americano, e la bufera scatenata dallo stop al telelavoro della Mayer…

“a partire dal premio Pulitzer e firma di punta del New York Times Maureen Dowd che, letta la notizia su Yahoo e il telelavoro, scrive un commento sul suo blog dal titolo inequivocabile: “Scendi dalla nuvola“. E il resto dell’articolo non è più tenero: con tanto di velenosi riferimenti alla precedente polemica che aveva colpito Marissa Mayer: la sua brevissima pausa maternità: «Ho bisogno di solo due settimane di stop», disse allora ricevendo critiche e battute ironiche, come quella con cui la Dowd chiude il suo pezzo: «Lei ha un asilo nido fuori dalla porta del suo ufficio. Ma non tutte sono così fortunate». E in poche ore ecco arrivare quasi settecento commenti.

E non va meglio con gli altri giornali: «La sua decisione è un insulto alla nostra intelligenza», strilla il Boston Globe“.

Secondo l’autrice del libro la causa del ritardo femminile è nell’atteggiamento femminile stesso perché le donne facilmente si rassegnano a una posizione di secondo piano e rinunciano alla carriera che sognano.
Così per avere successo ed essere accettata nelle posizioni di comando, ogni donna deve adottare una strategia del compromesso: risultare intelligente e consapevole, farsi avanti od opporsi platealmente e drasticamente a decisioni che si ritengono sbagliate non paga. Meglio essere “carina”, apparentemente debole ma determinata.

Allora Usa Today, per firma della giornalista e scrittrice Joanne Bamberger, coglie l’essenza della polemica:

“ecco la nuova battaglia delle mamme. Chi sono le nemiche delle donne? Altre donne. La tesi è semplice: le loro parole lasciano l’amaro in bocca a tante lavoratrici che soprattutto in questo periodo di crisi devono affrontare mille difficoltà. Loro si dimenticano da dove vengono. Forse le intenzioni sono buone, ma i risultati sono disastrosi”.

“Essere donna”: che espressione inflazionata

La discussione in atto è riassumibile in queste due posizioni.

Una di rimprovero, per cui nonostante le condizioni di vita e quelle lavorative siano nettamente migliorate negli ultimi decenni, le donne continuano a non saper raggiungere i traguardi professionali maschili.
Una di giustificazione, per cui sono i condizionamenti sociali che mettono le donne in condizione di non riuscire a mettersi in pari col sesso forte.

La mia domanda è: ma dobbiamo?

Il pressing mediatico spinge noi donne ad essere in gara con gli uomini, con le altre donne e con noi stesse. Ma non mi sembra affatto strano che in questo modo ancora non si riesca a comunicare efficacemente perché, dalla politica agli affari, fino ai luoghi “femminili” per eccellenza come il no profit (o la famiglia!), il divario tra le posizioni coperte da uomini piuttosto che da donne esiste ed è netto, in Italia in particolare. E non mi piace neanche la chiave di lettura che la stampa ha dato agli avvenimenti americani di cui sopra, perché nella dialettica di “donne per le donne” e di “donne contro le donne” non esiste un’antitesi alla posizione per cui le donne dovrebbero ridimensionare tutta questa tensione verso obiettivi sinceramente discutibili.
Discutibili nella misura in cui, ovviamente, nel lavoro la donna non trova una dimensione di completamento della propria identità come nelle altre dimensioni, ma cerca l’unico luogo di desiderabilità sociale e di approvazione per se stessa.

Cosa dobbiamo fare allora? Combattere per affermare nuovi ruoli?
O magari iniziare a riaffermare il nostro, distinguerlo da tutti gli altri con carattere e senza ipocrisie.

Il premio nobel per l’economia Krugman dà ragione a chi, come Sandberg, cerca di affermare nuovi modelli, per preparare le donne ad essere davvero parte integrante di un sistema sociale (e non limitarsi a sfruttarle come unico sistema di welfare esistente, per tornare ancora alla condizione italiana).

A mio avviso è la lotta per le prime posizioni gerarchiche a corrompere anche l’identità di genere e far sgretolare sempre più le reti sociali in cui il ruolo femminile è -e resta- il presupposto per la buona riuscita di un progetto, che sia lavorativo, politico o familiare.

Ma che ormai siano proprio gli uomini a prendere più spesso le parti delle donne per cercare di aprire loro gli occhi credo riassuma perfettamente il motivo della sconfitta del gentil sesso quando, nel mancare al proprio ruolo, non sa fare altro che rincorrere quello degli altri, come in cerca di una (meravigliosa) identità perduta.

Moleskine e Mickey Mouse, il video della Limited Edition [VIDEO]

Della Moleskine Mickey Mouse Limited Edition ce ne aveva già parlato la nostra Emanuela Di Natale aka Manuramaki poche settimane fa.

Da qualche giorno è online anche il video promozionale della linea: la creatività della comunicazione Moleskine non ci delude nemmeno questa volta, proponendoci un contenuto in linea con i precedenti video ma capace anche di comunicare l’identità del brand Disney.

Un’animazioen fluida e ipnotica in cui protagonisti assoluti sono il famoso taccuino, Topolino, e delle mani: quelle dei disegnatori Disney ma anche di coloro che useranno la loro Moleskine.

Reality Drop

Reality Drop, la piattaforma di Al Gore che unisce gamification e fact checking

Diciamolo subito. Sui cambiamenti climatici c’è poco da scherzare.
E costruirci attorno un “gioco” potrebbe suonare, per certi versi, irriverente verso uno dei più grandi (e sottovalutati) problemi del mondo odierno.

Potrebbe, appunto. Non è certo questo il caso di Reality Drop: la piattaforma di social-attivismo ideata da The Climate Reality Project, l’organizzazione fondata e diretta da Al Gore, da lui stesso presentata con un talk al recente TED di Long Beach, California.

L’obiettivo è chiaro e scritto con buona evidenza accanto al logo: diffondere la verità, distruggere il falso (Spread the truth. Destroy denial.) su tutto ciò che riguarda i rischi ambientali conseguenti ai cambiamenti climatici. E lo fa attraverso una miriade di azioni messe in atto dagli stessi utenti, stimolati da meccanismi molto popolari nei social games quali achievements, rankings e ovviamente una classifica a punti che mette in bella evidenza gli attivisti più prolifici nella divulgazione della realtà.

Perché è di questo che si tratta. Ciascun utente può contribuire attraverso azioni virali a divulgare la verità scientifica rispetto le conseguenza del climate change e a “combattere” tutte quelle notizie pubblicate dai media basate su “falsi miti” (non perdetevi la sezione Mith Vs Reality) o la cui pubblicazione è stata “caldeggiata” dalle multinazionali con forti interessi a diffondere un certo tipo di verità.

Nel “radar” del sito sono presenti numerosi articoli (provenienti da media tradizionali, media online, blog, …) ciascuno caratterizzato da una cornice che ne evidenzia il grado di verità: cornice verde, articolo veritiero; cornice rossa, articolo basato su una notizia falsa; cornice grigia, articolo neutrale – in questo caso è l’utente stesso, attraverso una votazione, a poter essere l’ago della bilancia).

In modo estremamente semplice gli utenti possono divulgare le notizie “vere” o controbattere quelle “false” sui propri siti, social, o canali personali guadagnando punti. Qualora l’azione informativa venisse criticata da qualche negazionista, Reality Drop suggerisce in che modo replicare portando all’attenzione di tutti i lettori la verità scientifica rispetto il tema dibattuto.

Ogni azione e ogni replica consente all’utente-attivista di guadagnare punti e scalare la classifica. E’ superfluo sottolinearlo, premi non ce se sono e le classifiche, e tutti i vari achievements, sono puramente cibo per il proprio ego. La soddisfazione, misurata in rankings, della propria azione sociale nella battaglia per la divulgazione della verità.

La cosa, forse più nuova, e senza dubbi interessante è la capacità con cui gli ideatori di questa piattaforma hanno saputo unire gamification, ovvero l’utilizzo delle dinamiche dei giochi (come livelli, punti o premi) in contesti del “mondo reale” per creare interesse o risolvere problemi, e il fact-checking, per la verifica del grado di veridicità di una notizia.

Pdf2iPad

Trasformare cataloghi pdf in app per iPad? Si può con Pdf2iPad!

Pdf2iPad

Due settimane fa vi avevamo introdotto nel mondo di I-Contact Srl, la società italiana che ha realizzato Pdf2iPad, il servizio che permette a chiunque di pubblicare un progetto editoriale su App Store!
Con lo sviluppo del settore mobile (e il conseguente aumento delle opportunità di business) è diventato fondamentale, per le aziende, essere presenti e soprattutto diventare protagoniste in un mercato sempre più competitivo.

Cos’è Pdf2iPad?

Pdf2iPad trasforma un documento in formato PDF in una vera e propria App utilizzabile su iPad, iPhone e iPod Touch. I vantaggi sono molti, tra i principali:
– è di facile utilizzo;
– non richiede conoscenze informatiche;
– non richiede di sostenere gli elevati costi degli altri strumenti;
– è possibile pubblicare cataloghi, riviste, brochure, libri.

Trasformare cataloghi pdf in app per iPad? Si può con Pdf2iPad!

Con Pdf2iPad è possibile scegliere tra due tipologie di App: Easy e Library. Easy App è indicata quando l’applicazione è rappresentata da un unico contenuto (senza aggiornamenti frequenti), mentre Library App è consigliata quando l’applicazione deve contenere diverse pubblicazioni oppure c’è la necessità di frequenti aggiornamenti.

Creare cataloghi con Pdf2iPad

Pdf2iPad, con delle semplici procedure, permette di trasformare un catalogo PDF nato per la stampa in catalogo per iPad.

Le peculiarità dei cataloghi creati con Pdf2iPad sono:

– la possibilità di creare menu per avere una navigazione più intuitiva all’interno degli articoli o delle sezioni del catalogo;
– l’organizzazione in categorie dei contenuti all’interno della libreria che permette appunto di organizzare i diversi cataloghi aziendali sia per tipo di prodotto sia per gestire più lingue per gli stessi cataloghi. Si possono infatti creare diverse categorie e inserire all’interno di ogni categoria specifici pdf ossia cataloghi;
– la gestione della ricerca che permette di trovare all’interno di un catalogo determinati articoli (ad esempio per codice, come avviene per l’app dell’azienda Ferrari che ha un catalogo di molti articoli);
– la gestione dei preferiti che permette di memorizzare le pagine dei prodotti di interesse;
– la possibilità di proteggere alcuni contenuti all’interno dell’app tramite password: funzione che può essere utilizzata per pubblicare ad esempio listini o parti di cataloghi accessibili solo alla rete vendita. In questo modo si può avere un’app che per i clienti mette a disposizione il catalogo promozionale mentre per gli addetti aziendali mette a disposizione contenuti specifici.

Trasformare cataloghi pdf in app per iPad con pdf2ipad

Un’app di esempio è Xacus: presenta inizialmente un menu personalizzato per accedere alle diverse sezioni che contiene video promozionali e dove è stata gestita la navigazione a matrice ossi la possibilità di scorrere in verticale per accedere alle pagine successive di uno stesso argomento mentre in orizzontale per accedere alla sezione successiva. Questo tipo di navigazione può essere impostata anche avendo a disposizione un pdf predisposto per la stampa oppure si possono creare impaginati ad hoc per il dispositivo.

Registratevi e create la vostra applicazione gratis: solo quando deciderete di pubblicarla sull’App Store procederete al pagamento. Cosa aspettate, provate Pdf2iPad registrandovi subito!

Silvian Heach, la pubblicità è volgare o liberale?

In molti ricordiamo Silvian Heach, il marchio Italiano dal nome esotico, che per gli scatti “tutto lato B” realizzati da Terry Richardson nel 2011, raccolse non poche critiche da esperti, e non, del settore. Per saperne di più del caso, cliccate qui

Dopo circa due anni, il brand di moda torna alla riscossa e decide di farlo in una data particolare, l’8 marzo. Il web non resta indifferente e passa all’offensiva, facendosi forza sull’attacco frontale di un noto professionista italiano.

Ma nello specifico, cosa è successo? La foto bersagliata è stavolta questa.

 

E’ Gabriele Clima, scrittore e illustratore nostrano, a non reggere  il colpo e si è deciso a scrivere direttamente alla direzione marketing di Silvian Heach:

Gentilissima Natascia, è bello constatare che ci sono persone (o aziende, c’è differenza?) che propugnano nuovi e più moderni valori in contrapposizione a una ormai decadente mentalità perbenista. La sua comunicazione pubblicitaria è di indubbio valore artistico e, come tale, culturale. L’ultima immagine che lei ci regala (perché le immagini tutto vendono gratuitamente) è sapientemente costruita da Terry Richardson sui canoni aurei della pittura classica, con riferimento particolare – lei lo saprà di certo – al triangolo leonardesco. Una scelta di gusto, dunque, la sua, oltre che di contenuto, perché di triangolo in fondo si continua a parlare.
Ma l’obiettivo della sua azienda (o della sua persona, c’è differenza?) è più alto di questo troppo discreto impegno culturale; è la mercificazione del corpo e dell’anima secondo il pensiero, più moderno e senza dubbio più stimolante, della donna da avere, da guardare, da spogliare, da comprare, da scambiare, sempre e comunque da assoggettare – moralista chi pensi il contrario – ai propri bisogni primari.
Un insegnamento importantissimo per i nostri figli e per le nuove generazioni, alla ricerca non di vacui ideali ma di valori autentici, veri, concreti, valori da, come dire, toccare con mano.
Grazie, dunque, per mostrarci ogni anno il volto del suo importante impegno sociale, per vestire (o svestire?) di valori à la page la moralità collettiva e in questo modo contribuire – sempre con eleganza – ai 4000 episodi di violenza sessuale registrati annualmente in Italia, numero in costante rialzo anche grazie a persone come lei.
Le auguro la migliore fortuna.
Gabriele Clima

Il blog adci pubblica la mail e racconta la reazione dell’azienda ma soprattutto raccoglie i consensi di moltissimi utenti in rete che  hanno aderito all’attacco. Non restano indifferenti anche altre figure professionali di spicco come il Vice Presidente vicario di TP (Associazione Italiana Pubblicitari Professionisti), Tiziana Pittia, sostenendo l’ offensiva all’azienda ed esprimendo consensi e giudizi di diniego contro l’ormai inflazionata immagine della donna solo-sesso-e-tacchi-a-spillo .

Ma L’azienda non si è lascita zittire e ha replicato: la Direttrice Marketing Natascia D’Isa si è espressa così:

SILVIAN HEACH è un marchio esclusivamente femminile disegnato e prodotto dall’azienda ARAV Fashion, guidata e composta prevalentemente da donne. L’ultimo dei nostri obiettivi è pertanto svilire la donna a cui, di contro, vogliamo dare attraverso le nostre campagne, certamente provocatorie, un messaggio forte di libertà e di apertura mentale. Le donne Silvian Heach devono poter essere libere di esibire se stesse, laddove lo desiderino, senza dover temere in alcun modo che il loro atteggiamento, a volte anche sfrontato, possa essere interpretato da uomini prepotenti ed incapaci di gestire le proprie pulsioni come un “via libera” a comportamenti scorretti.
Gabriele Clima, forse, dovrebbe domandarsi se ritiene corretto che una ragazza che esce la sera debba rinunciare ad una minigonna per paura di poter essere accusata di aver “indotto” una eventuale violenza. Io e l’azienda che rappresento, dunque, non smetteremo di batterci per permettere che una donna si possa comportare e vestire come vuole senza che per questo possa essere considerata una istigatrice della violenza maschile.

E quindi noi tutti in coro ci chiediamo;
– Se non basta un rametto di mimose, basterà mai una foto del genere a dare valore alla femminilità di una donna?
– Siamo un popolo di bigotti per lo stile comunicativo di Silvian Heach?
– Eccesso di avanguardismo che proprio non riusciamo a coglierne il senso o, effettivamente, un senso non c’è?

Perché scegliere una visual content strategy?

Diamo per assodato che i media stanno cambiando il modo di comunicare tanto nel B2B quanto nel B2c. Sorge spontanea la domanda del come stia avvenendo questa evoluzione, seguita dalla curiosità nel sapere quali siano le chiavi di lettura per poter differenziare il proprio business dai diretti  competitor.

Paul Biedermann, direttore creativo di reDESIGN pone l’accento sull’importanza di dedicare cura e attenzione alla parte visual della nostra content strategy. Questo perché studi sull’utilizzo della memoria rivelano che il nostro cervello ricorda più facilmente informazioni visive rispetto a informazioni di tipo testuale.

Se puntiamo lo sguardo sul social media marketing tenendo ben presenti le diverse piattaforme social, possiamo notare come le persone amino condividere foto e immagini meme. Piattaforme come Pinterest e Instagram sono costruite principalmente sulla componente visual e, come ben sappiano, sono ottimi strumenti di Visual Storytelling 2.0.

L’aspetto visual sta diventando sempre più importante anche sugli altri Social Network: da Facebook, passando attraverso LinkedIn fino ad arrivare a  Twitter (entrato da poco nel mondo del video hosting con Vine).

Quali sono le difficoltà dell’ambiente circostante?

Certo è che una visual content strategy può essere utile nel raccontare la storia del proprio brand, per poter catturare l’attenzione dell’audience, del mercato e delle community online. In un ambiente rumoroso in cui milioni di informazioni vengono scambiate, riuscire a raggiungere  l’utente interessato rischia di diventare un’ardua impresa se non si sfrutta un design della comunicazione impattante.

Ci si deve confrontare con utenti distratti e indaffarati. Anche se il video editing fa parte della visual strategy, dobbiamo renderci conto che per guardare un video serve tempo e, al giorno d’oggi, sembra che nessuno sia disposto a sprecare il proprio. Al contrario un’immagine (in senso lato un immagine di marca) può essere pervasiva e catturare l’attenzione tramite diversi canali.

Esiste, inoltre, una convinzione che vede il design per nulla necessario alla propria strategia di comunicazione, una sorta di contorno insomma che non necessariamente deve essere aggiunto.

Altro pregiudizio che attanaglia il design della comunicazione è il costo eccessivo. In realtà un buon designer riesce a capire quali siano le operazioni necessarie evitando gli sprechi di denaro dovuti ad azioni ridondanti e fuoriluogo.

Quali sono i vantaggi di una visual content strategy creata ad hoc?

I grandi brand puntano da sempre sul design per render più forte la propria brand image, facilitandone il ricordo e il riconoscimento.

Una visual strategy evita una cattiva comunicazione e tende ad influenzare positivamente gli utenti, facendo emergere il brand nella giungla delle offerte, garantendo il raggiungimento del pubblico in tempi brevi. Per questo il piano di business deve sempre essere accompagnato da una strategia creativa.

Una strategia che permette ai propri contenuti di tipo visual di dominare sugli altri viene ritenuta prudenziale. Questo perché se parliamo di testi vige la regola “Less is more“.

La chiave per coinvolgere gli utenti è sempre la semplicità. Le storie complesse creano solamente confusione e allontanano l’audience. Ma attenzione semplicità non vuol dire banalità! Per distinguersi bisogna attuare un focus sulla promessa del nostro business, e sul come trasmetterla in maniera interessante.

Per questo Biedermann ci ricorda di abbinare una storia semplice a una campagna visual forte, fornendoci l’esempio della lavanderia.  🙂

Se doveste scegliere il messaggio per la vostra lavanderia:

  • direste che effettuate il servizio di lavaggio o che piuttosto il vostro fine è quello aiutare le persone ad apparire in ordine e per questo stimolarle a dare il meglio di sé? 
  • o ancora, puntereste sulla semplicità dell’utilizzo dei vostri macchinari per rendere la vita ancora più semplice e garantendo alle persone più tempo da dedicare alle cose che amano? 
  • oppure puntereste sul green affermando che i prodotti utilizzati nella vostra lavanderia non sono inquinanti e che perciò garantite la salvaguardia dell’ecosistema?

Ecco, vi lasciamo con questo esempio, mentre noi andiamo a distendere i panni della sezione Social Media di Ninja Marketing! 😉

Squali, zombie e parole luminose: i video insoliti della settimana [VIDEO]

Si avvicina l’estate e con essa aumentano le campagne di prevenzione per i tumori della pelle. League Against Cancer, associazione non profit con sede a Miami, ha scovato una formula teatrale e a d’alto effetto per sviluppare il suo spot sociale: rifarsi allo schema cinematografico dell’attacco degli squali, compreso quel motivetto tetro e angosciante entrato oramai nella memoria collettiva. C’è un piccolo particolare che rende lo spot originale: lo squalo non c’è.

Quello che vediamo è infatti una ragazza che dalla spiaggia entra in acqua per un bel bagno. Fintanto che la vediamo, la musichetta c’è. Poi scompare quando lei si immerge. E poi ritorna. Che sia lei il cattivo di turno? Eh no. Parliamo di tumori della pelle, ricordate?

Gli zombie stanno dando filo da torcere ai vampiri: l’attenzione di film, telefilm, fumetti, si sta spostando tutta su di loro. Prima “The Walking Dead”, poi “Warm Bodies”, ora “In The Flesh“, ultima serie della BBC che andrà in onda a partire dal prossimo 17 marzo.

Per promuoverla, uno spot in stile ‘comunicazione sociale di servizio’ dal sapore retrò, in cui si invita la popolazione a guardarsi bene dal girare da soli, non avvicinarsi ai ‘non morti’, sbarrare e rinforzare porte e finestre. Con un invito finale che strizza l’occhietto al finale: “Keep calm and avoid the Undead“.

Creare videoclip musicali che ci propogono il testo della canzone all’interno della scenografia stessa sta diventando una tendenza: pochi giorni fa abbiamo parlato di “Favourite Place” di Black Book, oggi vi proponiamo “Dream” degli Husbands, in cui vediamo ogni parola del brano ‘accendersi’, in sincro con l’audio, grazie ad un sistema di illuminazione creato dai designer di Cowboyz.

Ed ecco anche il make of del video.

Con il riuso dei pallet l'arredamento creativo si tinge di verde!

I pallet altro non sono che pedane in legno utilizzate per meglio accatastare e trasportare i più svariati prodotti industriali.
Tuttavia, poiché l’immaginazione e la creatività non hanno limiti, è tutt’altro che insolito trovare pallet interamente riciclati e trasformati fino a diventare originali complementi d’arredo.

Il web è pieno di idee, tutorial e persino una bacheca su Pinterest interamente dedicata agli estimatori di questo versatile ed economico oggetto.
Inoltre, per soddisfare gli spiriti più “analogici”, esistono anche piccoli manuali incentrati sul recupero creativo dei pallet, come Ikrea, un libro la cui promessa principale è proprio quella di fornire tutte le idee necessarie per trasformare la propria casa e “liberare l’eco-designer che è in voi”.

Tavoli, scrivanie, sedie, letti, divani e tutto ciò che la vostra fantasia sarà in grado di concepire, per un arredamento creativo e 100% ecologico. Qui vi forniamo qualche immagine per sollecitare la vostra fantasia e, se non lo conoscevate già, darvi il benvenuto nel fantastico mondo dei pallet!