Tracciare gli Emoji, si può? Verso la nuova frontiera dei Digital Insights

Una faccina ha il suo peso, e i marketer lo sanno: ecco perché il nuovo obiettivo è tracciare e studiare gli emoji

Una faccina, una fetta di pizza, un gamberetto, un cuoricino.

Avreste mai pensato che questi innocui simboli potessero contenere dei dati? Se la vostra risposta è “no”, vi state sbagliando. Quei disegnini usati ormai da tutti noi e noti come emoji sono entrati ormai di diritto a far parte del nostro linguaggio telematico quotidiano, tanto da essere utilizzati esattamente come se fossero lettere e parole indistintamente da tutti (perché sì, anche le nostre madri usano gli emoji). Dalla loro nascita ad oggi gli emoji si sono evoluti, sono diventati sempre di più – al momento sono 722, con qualche cambiamento nel corso degli anni – e hanno stravolto il nostro modo di comunicare dando vita ad un vero e proprio linguaggio a sé stante, capace di esprimere sensazioni e di trasmettere informazioni in maniera immediata ed incisiva.

E allora, perché non cercare di decodificarli?

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Prima di tutto… Cosa sono gli emoji?

Gli emoji sono dei simboli pittografici divenuti popolari alla fine degli anni ’90 in Giappone, loro luogo di nascita (la “e” sta per “picture”, “moji” per “character”, ndr). La fama degli emoji è cresciuta nel corso degli anni tanto da farli includere nel 2010 all’interno del sistema di codifica Unicode, che assegna un numero univoco ad ogni carattere usato per la scrittura di testi a prescindere dalla lingua, dalla piattaforma informatica e dal programma utilizzati. Nel 2011 con l’avvento di iOS 5 Apple li rende disponibili a tutti, introducendo per la prima volta una tastiera internazionale appositamente dedicata ai nostri amati simboletti. Ed il resto è storia.

Quanto vale una faccina?

Qualche dato interessante: secondo quelli diffusi nel mese di marzo da Instagram, quasi metà dei testi pubblicati sul social fotografico contenevano degli emoji, ed in Finlandia addirittura il 63% delle caption è composta da simboli e faccine (noi italiani “parliamo” per emoji solo al 45%).
Secondo dati raccolti da eMarketer ci sono 2 miliardi di smartphone nel mondo, attraverso i quali ogni giorno vengono scambiati 41,5 miliardi di messaggi e 6 miliardi di emoji.

Di conseguenza, interpretare il consumatore attraverso l’utilizzo che fa dei simboli sta diventando, per le società che si occupano di digital analytics, una vera e propria mission. L’obiettivo? Decodificarli per rispondere a dei bisogni e, ovviamente, tracciare ancora un po’ di più i nostri profili.

“Vedere usare gli emoji è come osservare un nuovo linguaggio, proprio di fronte a noi” ha affermato Tony Clement, VP analytics dell’agency Big Spaceship, che attualmente sta lavorando proprio sul tracking degli emoji al fine di misurare il sentiment degli utenti sui brand, espresso però a faccine anziché a parole. Insomma, non tutti i cuori sono uguali e le aziende questo lo sanno: è giunto il momento di imparare ad interpretare.

Ma gli emoji non sono dei simboli da sfruttare solo per comprendere l’utente, perché possono diventare un linguaggio con cui comunicare in modo assolutamente inedito anche quando si è dall’altro lato della barricata (ovvero, quando si è il brand): basta dare un’occhiata al progetto di Chevrolet #ChevyGoesEmoji, in scena su Twitter da nemmeno un mese, per capire quali siano le potenzialità di questo strumento, e come potrebbero essere sfruttate per comunicare con la clientela ponendosi sullo stesso piano (io, marchio, sto comunicando come te).

E, oltre agli emoji, c’è chi punta ad individuare loghi e prodotti nelle foto condivise, fino ad arrivare ad interpretare l’opinione dei clienti.

“Ci manca una fase, quella in cui le persone condividono foto che riportano il nostro marchio o quello di un nostro competitor”, ha detto Errol Apostolopoulos Senior VP product dell’agenzia social Crimson Hexagon, che ha analizzato messaggi contenenti adesivi e loghi nelle foto per alcuni suoi clienti come la compagnia telefonica UK O2, Campbell e Allstate così da poter arrivare, attraverso il rilevamento di immagini, ad identificare la presenza di prodotti come un determinato tipo di caffè o un brand di abbigliamento, pubblicati dagli utenti su social come Instagram o Tumblr fino ad arrivare a tracciare il sentiment.

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