Italia Caput Mundi: lo storytelling sul prosciutto [ULTIMA PARTE]

Tra i prodotti leader nell'export dei salumi, è il prosciutto italiano a primeggiare, nonostante il suo mercato sia un ibrido tra orgoglio e decadenza

La settimana scorsa ci eravamo lasciati con una riflessione sul futuro dell’Italia e degli italiani e, un video storytelling dopo l’altro, per dieci settimane, abbiamo viaggiato alla scoperta dell’imprenditorialità italiana, del successo dei suoi prodotti tipici e dei motivi dell’eccellenza internazionale di un certo modo di lavorare artigiano che ci caratterizza da sempre nella storia.

Oltre alla definizione di “made in Italy”, abbiamo cercato di dare senso alla scoperta delle caratteristiche dei prodotti che fanno il Made in Italy anche ragionando sui limiti e sui problemi che oggi ha l’economia italiana.
Tiriamo oggi le somme col pretesto di presentare l’ultimo video della campagna di comunicazione Italia Caput Mundi, dedicata al prosciutto italiano.

Il valore economico del “saper fare italiano”

Quando parliamo di reparto salumeria italiano ci riferiamo all’industria delle carni che, per tradizione ed innovazione, ha saputo puntare su due caratteristiche principali, che sono qualità del prodotto e sicurezza della provenienza delle carni. In questo senso made in Italy corrisponde ad un “saper fare italiano” che si distingue ancora una volta in cucina e nel food.
Insieme al prosciutto, salami, pancette e coppe sono i prodotti cosiddetti “belli e ben fatti”, di fascia medio alta nel settore chiave del Made in Italy, che sono esportati all’estero.

Stando ai dati Assica (l’Associazione Industriali delle Carni e dei Salumi), nel 2012 sono state esportare dall’Italia negli Stati Uniti circa 5.892 tonnellate di salumi, con una crescita del 21,5% rispetto all’anno precedente.
Di queste, l’83% è rappresentato da prosciutti crudi.

Il controvalore delle esportazioni italiane di salumi negli USA nel 2012 equivale a 68 milioni di euro, pari ad una crescita del 29,7% rispetto al 2011.
Si stima che nel 2014, complice l’entrata in vigore del provvedimento del maggio 2013 con cui le Autorità statunitensi di APHIS (Animal and Plant Health Inspection Service) hanno ufficialmente riconosciuto l’indennità di Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e delle Province autonome di Trento e Bolzano dalla Malattia Vescicolare del Suino, il flusso delle esportazioni aumenterà di 10 milioni di euro, a cui va aggiunto un “effetto traino” sull’export degli altri salumi tipici italiani.

Tra questi, il Prosciutto di Parma è il prodotto della salumeria italiana più venduto all’estero. Infatti l’export della DOP di Parma vale infatti 232 milioni di euro, ovvero più di quanto realizzano insieme Prosciutto Cotto, Mortadella e Wurstel.

Le esportazioni incidono per il 28% sul fatturato complessivo del Prosciutto di Parma, quota di molto superiore rispetto alla media del comparto agroalimentare italiano.
Questi risultati sono ancora più significativi se si considera che il Prosciutto di Parma rappresenta al 100% il Made in Italy in quanto vanta una filiera interamente italiana. Ed è su questo che ci apprestiamo a fare una nuova riflessione.

Il prosciutto italiano tra orgoglio e decadenza

Grafico estratto dal report Assica 2013

Secondo un recente reportage della Gazzetta Gastronomica, due prosciutti su tre sono prodotti con carni di maiali allevati in Olanda, Danimarca, Francia, Germania e Spagna e solo uno su tre con carni di maiali allevati in Italia.

Nell’ultimo anno sono 615.000 i maiali in meno allevati nelle nostre aziende: solo in Emilia Romagna in dieci anni siamo passati da 126.000 a 66.000 animali allevati e che la Dop Prosciutto di Parma nell’ultimo anno è passato da 9,2 milioni di pezzi a poco più di 8.

Il settore perciò è in crisi perché le caratteristiche e l’alimentazione del maiale italiano lo rendono qualitativamente migliore del maiale importato, ma proprio per questo i nostri maiali sono più costosi e non reggono la concorrenza delle carni di scarsa qualità importate dall’estero.

L’effetto a catena è che i commercianti, costretti a trovare soluzioni per non morire a causa delle regole di mercato, sottopagano la produzione nazionale e spingono sulle importazioni dall’estero, che che garantisce margini più alti, naturalmente a discapito della qualità.

Grafico estratto dal report Assica 2013

In cambio, molti produttori chiudono perché la loro remunerazione è insufficiente: si stima che per ogni 100 euro spesi dalle famiglie in salumi, 48 euro restano in tasca alla distribuzione commerciale, 22,50 euro vanno al trasformatore industriale e 11 euro al macellatore: così restano all’allevatore soltanto 18,50 euro. In altre parole, all’allevatore i maiali sono pagati circa 1,40 euro al chilo mentre il consumatore spende oltre 23 euro al chilo per il prosciutto Dop.

Visto il prezzo finale molto alto, spesso i consumatori scelgono di non acquistare il prosciutto italiano.

Caro Made in Italy, quante barriere per il tuo futuro sviluppo


Come abbiamo visto, il settore dei salumi, così come il resto dell’alimentare, non è stato risparmiato dalla crisi dei consumi che ha trascinato verso verso il basso anche la produzione.
La domanda intera di prodotti Made in Italy, anche in questo caso, è depressa a causa dei numerosi provvedimenti assunti in favore del risanamento dei conti pubblici e schiacciata dai timori delle famiglie per il futuro.

Inoltre la redditività, in un contesto di costi crescenti che ha visto un aumento dei prezzi di tutti i principali fattori produttivi, dall’energia al lavoro fino alle tasse, è risultata ulteriormente compromessa dall’accesso al credito.

Molti imprenditori hanno – loro malgrado – dovuto rinunciare alla propria attività, gli altri hanno sperimentato giorno dopo giorno la difficoltà di resistere e continuare a produrre in un ambiente che anche dal punto di vista burocratico e normativo diventava sempre più insidioso, all’interno di un quadro di peggioramento delle condizioni economiche in tutta Europa.

Per concludere, la mia opinione personale è che le barriere dell’evoluzione futura del Made in Italy, così come della capacità imprenditoriale italiana di creare nuovo valore per la società, si riscontrano principalmente nell’incapacità di guarire quella “Girfriend in a coma” dal punto di vista politico.

A voi la riflessione finale, mentre vi lascio con l’ultima puntata della serie Italia Caput Mundi che parte proprio presentando la tradizione millenaria, diventata poi simbolo del mangiare tipico italiano, oltre che uno dei pilastri della nostra economia.

Per un quadro più generale sull’eccellenza italiana, leggi Una classifica dei prodotti top a marchio “made in Italy”.

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