Come usare la realtà aumentata nelle riviste di musica

Dal 2010 ad oggi la realtà aumentata entra timidamente nell'editoria. Ancora una volta è la musica il laboratorio privilegiato per la sperimentazione di marketing.

Nella mia vita la musica riesce a dare un senso alle cose, anche le più assurde, persino alle riviste in realtà aumentata.

Antefatto

2010 – Milano – Cape Town, il tipico locale milanese per pubblicitari sbronzoni e altra gente di un certo livello.

La mia amica Sara entra trafelata nel locale affollatissimo e punta il nostro tavolo con lo sguardo da rapace tipico della suo professione: Sara vende pagine pubblicitarie nel settore Féscion di un’importante casa editrice che non vi dirò per questioni di privacy (due ne abbiamo comunque…) e ci ha convocati qui oggi perché deve troppo mostrarci una cosa che rivoluzionerà il mercato dell’editoria, un progetto segretissimo della case editrice: la (prima) rivista a realtà aumentata….

Nei metri che dividono Sara dall’entrata vediamo il suo tacco 12 messo a dura prova nel sorreggere i suoi 45 kili + 5 di riviste + 2 kili di decoltè in vista (non calcolati nei 45 kili), mentre cerca di disticarsi nel marasma di professionisti del mondo della comunicazione, confusi ed eccitati dall’idea di essere finalmente usciti dell’agenzia per poter raccontare agli amici (dell’agenzia) tutto quello che è successo oggi in agenzia; ma la ragazza è nel suo ambiente naturale e nel giro di pochi secondi ha già raggiunto il tavolo e ottenuto un bicchiere di vino bianco (che berrò io perché a lei la fa ingrassare) e il numero del barista (che non chiamerà mai perché non ha tempo che deve troppo lavorare).

Con fare massonico estrae dalla pila di riviste una busta contenente l’oggetto che avrebbe rivoluzionato il mondo, che nel 2010, in virtù della proprieà transitoria (nel senso che transita) del lessico marketing, si chiamava ancora “rivista interattiva“, che pochi mesi prima avremmo chiamato rivista multimediale, che oggi si chiama “rivista in realtà aumentata” ma che alla fin fine potremmo semplicemente chiamare: Come la tiro avanti la carretta al giorno d’oggi con una case editrice?

Sara mi passa una normale rivista patinata con la particolarità di avere una copertina spessa circa due centimetri al cui centro si trova una schermino grande circa come un pacchetto di cerini con la risoluzione dello schermo pari a quella del primo game boy anni 80 e un’autonomia di circa 30 min di batteria; con lo sguardo folle tipico del commerciale Féscion, Sara parte ad illustrarmi le incredibili potenzialità di quello strumento destinato a cambiare tutto, ma proprio tutto, il mondo del lettore. Che da oggi potrà avere un’esperienza completamente rivoluzionaria ed immersiva, incisiva, incredibile e in anteprima (nel 2010 non si usava tanto engage, altrimenti sarebbe stata anche troppo engage)…. e mentre lei parla io subisco il potere del commerciale, tanto che non ne posso più di aspettare e premo un tastino grande come un chicco di riso a fianco dello schermino grande come un pacchetto di cerini e ….

…. parte uno spot dell’Audi di 5 minuti senza sonoro, noioso come un normale spot dell’Audi e in più piccolo e sgranato.

Uno spot dell’Audi !?!   ma cazzo Sara, tutto quello che vi è venuto in mente per rivoluzionare il mercato dell’editoria è stato trovare un modo per aumentare (ancora) gli spazi pubblicitari nella rivista ?!? Ma Sara non mi ascolta e sta guardando estasiata lo schermino, nel quale vede riflesso il sogno di un ritorno agli anni in cui vendere le pagine per una rivista Féscion voleva dire fare un sacco di soldi, andare ad un sacco di feste e avere un sacco di scarpe e non solo un sacco di menate per mantenere un sacco di gente nelle redazioni, e lo dico con il massimo rispetto e comprensione,  avendo io sposato una commerciale Féscion (no, non Sara).

Per chiudere questo lungo antefatto, posso dirvi che il primo numero della rivista con lo schermino è stato anche l’ultimo, e oggi vale una fortuna in Ferrero Rocher sul mercato nero dei collezionisti di riviste Féscion.

Tutto questo…

…per dirvi che sono anni (e anni) che si cerca un modo di integrare la tecnologia con l’editoria, ma non nessuno a mio parare c’è mai riuscito, almeno fino a l’altro ieri, quando ho comprato una rivista chiamata “Classic Rock Italia” che riportava la scritta “la prima rivista in realtà aumentata!”.

A parte il fatto che mi diverte che una una rivista che tratta solo rock prodotto dagli anni 60 agli anni 90 si spinga verso le nuove tecnologia, devo dire in tutta onestà che il risultato non è davvero niente male: grazie ad un’app che si scarica gratuitamente è possibile inquadrare con smartphone e tablet alcuni articoli contrassegnati da un loghi a forma di “Play”, per vedere comparire sul proprio device la possibilità di comprare da Itunes la musica di cui si sta leggendo la recensione, o di far partire contributi video correlati.

Sembra semplice e quasi scontato, e infatti lo è ed il bello è proprio questo, che per una volta è stato fatto un uso semplice della tecnologia, non forzato e soprattutto rivolto all’utente e non solo a chi deve vendere la pubblicità.

A questo punto ho solo due richieste da fare: che oltre ad Itunes e Google play (c’è anche Google play) si linkino anche le playlist su Spotify e che anche le riviste di musica d’attualità come Rumore inizino ad usarlo. Sarebbe infatti un’emozione incredibile dopo vent’anni che leggo Rumore capire di che tipo musica sta parlando il giornalista (lo dico con affetto e reverenza, ma sembrano le recensioni dei vini fatte dai comici di Zelig).

E anche stavolta vi ho parlato dei fatti miei, ho citato mia moglie, mi sono portato a casa lo stipendio, ho citato la mia capa Adele Savarese (quando? adesso) ma non Justin Bieber (che però lo scrivo così indicizza).

Alla prossima

Jack ‘n Roll.