Verso nuovi modelli di crowdfunding?

Dialogo con Alessandro Ravanetti, CMO di CrowdValley, sulle potenzialità di questa forma di finanziamento e le possibili evoluzioni del settore

Che il crowdfunding stia vivendo un momento di grande fermento è cosa evidente. Dopo diversi anni durante i quali la pratica del “finanziamento della folla” è stata relegata a cosa per pochi intimi, oggi stiamo assistendo ad una letterale esplosione del fenomeno. Da un punto di vista culturale, il moltiplicarsi delle conferenze e degli eventi dedicati al tema supporta la diffusione di questa forma di finanziamento al grande pubblico.

Le istituzioni allo stesso tempo pare abbiano compreso, seppur con qualche anno di ritardo, l’importante opportunità che il crowdfunding può offrire in termini di stimolo allo sviluppo economico (due su tutte: il Jobs Act negli Stati Uniti e il decreto sviluppo in Italia).

Parimenti le piattaforme si moltiplicano e si specializzano per settore, Kickstarter sbarca in UK, in Italia nascono, oltre a quelle già presenti, Starteed (finanziamenti seed e early stage) e Musicraiser (gruppi musicali).

Nel mare magnum degli attuali operatori, CrowdValley mi ha colpito per il tipo di esperienza complessiva che offre. Non più una verticalizzazione delle piattaforme per singoli temi ma un insieme di servizi funzionali alla creazione di operazioni di crowdfunding. CrowdValley, difatti, fornisce tutti gli strumenti necessari alla creazione del proprio portale di micro finanziamento.

Di questo e dei potenziali scenari che si sono aperti negli ultimi mesi ne parliamo con Alessandro Ravanetti CMO e co-founder di CrowdValley.

Target e successo di una campagna di crowdfunding

Quali sono i fattori da valutare per capire se il crowdfunding può o non può essere la via giusta per finanziare la propria startup?

In linea di massima l’equity crowdfunding è l’ideale per startup early stage in cerca di un primo finanziamento, per validare l’idea e iniziare a crescere in termini di utenti e visibilità.

Quali sono i requisiti affinché una campagna di crowdfunding possa avere successo?

E’ importante avere una community forte che creda nel progetto, l’idea deve essere innovativa, presentata in maniera semplice e credibile e allo stesso tempo avere una storia che emozioni. Un pitch ben fatto e un video per presentarsi sono fondamentali. E’ inoltre necessario cercare di essere restare realisti con le aspettative. Anche a parità di importo raccolto è molto meglio fissare un obiettivo relativamente basso e superarlo, piuttosto che metterne uno molto alto e per poi nemmeno avvicinarcisi.

Rischi e nuove normative

Il primo tentativo di regolamentazione del settore è stato introdotto negli Stati Uniti con il Jumpstart Our Business Startup Act.
In che modo le disposizioni del Jobs Act modificheranno il settore degli operatori di crowdfunding?

Con l’implementazione del Jobs Act che avverrà nei prossimi mesi vedremo l’inizio di un mercato tutto nuovo che al momento non ha ancora strutture adeguate per sostenere e supportare se stesso. Dal nostro punto di vista quello di cui si ha bisogno è un’infrastruttura per proteggere imprenditori e investitori, che è ciò a cui stiamo lavorando.

Quali sono i rischi nei quali chi chiede i finanziamenti in crowdfunding può incappare? E dal lato di chi finanzia?

Investendo in una startup che si trova ad uno stato iniziale, si corrono indubbiamente dei rischi, così come si corrono dei rischi a investire in una società quotata in borsa. Come in ogni investimento è sempre bene fare le dovute ricerche prima di prendere una decisione. Con il Jobs Act in America l’investimento massimo consentito per un individuo, che non sia un investitore “sofisticato”, sarà rapportato al suo reddito: non più di 2000$ o il 5% se il reddito è inferiore a 100.000$ annui e il 10% nel caso il reddito sia superiore a questa soglia. Si parla quindi sempre di tante piccole somme versate da parte di una moltitudine di individui che si divideranno poi il rischio. Con il Jobs Act sarà inoltre richiesto alle società di fornire informazioni adeguate a riguardo del progetto per il quale vogliono raccogliere fondi, al fine di dare a tutti gli stakeholder informazioni il più possibile dettagliate in modo da poter prendere decisioni informate.

Per chi raccoglie i fondi il rischio è quello di non aver chiaro cosa fare del denaro raccolto, quindi trovarsi con un malloppo di denaro e non riuscire a gestirlo in maniera adeguata.

Un altro potenziale problema, per chi offre un rewards in cambio dei fondi raccolti, può essere quello di non saper gestire la pressione generata dalle aspettative di chi ha finanziato. Un caso è ad esempio quello di Pibble, per cui è stata completata una campagna di crowdfunding tramite Kickstarter la scorsa primavera.

I fondatori sono riusciti a raccogliere più di 10 milioni di dollari da parte di 68.000 persone, con più di 2 milioni in prevendite e un prodotto che doveva ancora essere ultimato. In questo caso diventa ovviamente poi difficile rimanere tranquilli quando ci sono decine di migliaia di persone che sono impazienti di ricevere il proprio prodotto.

Scenari futuri

In che modo la possibilità di creare piattaforme di crowdfunding completamente autonome può cambiare il settore degli operatori che oggi si trovano sul mercato?

Crediamo che il crowdfunding e in generale i modelli di funding online avrà una portata locale costruita sulla fiducia intrinseca che attraversa le comunità locali. Quindi quello che si potrà vedere saranno piattaforme di crowdfunding dedicate a particolari nicchie, aree di competenze, regioni, ecc. Crediamo ci saranno tanti portali dedicati a mercati specializzati, in cui la conoscenza locale e la competenza sarà di fondamentale importanza.

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