L’attivismo non è un crimine: nascono i banditi del clima Greenpeace

L'incredibile condanna di Salvatore Barbera. Ecco la risposta dei banditi del clima

Protestare in modo non violento contro i cambiamenti climatici è un reato, pena: l’ “esilio“. È quello che è successo a Salvatore Barbera, responsabile della campagna “Energia e Clima” di Greenpeace Italia.

Lo scorso 6 dicembre stava protestando insieme ad altri attivisti di Greenpeace in maniera non violenta d’avanti Palazzo Chigi. In quei giorni si svolgeva a Durban, in Sud Africa, la conferenza sul clima dell’ONU. I protestanti chiedevano al governo di prendere, per tale causa, una posizione forte ed ambiziosa per la salvaguardia del clima. Protesta come suddetto assolutamente pacifica che ha però avuto delle conseguenze che hanno dell’assurdo.

Salvatore, a seguito della protesta, ha ricevuto, dal questore di Roma, un foglio di via obbligatorio che lo intima a non rientrare a Roma per i prossimi due anni. Questo provvedimento viene solitamente usato per i casi di mafia e non per un atto di responsabilità civile. Ma Greenpeace non se ne è stata a guardare. L’attivismo non è un crimine, quindi ecco subito la protesta sul sito Banditidelclima.org.

Su questo sito c’è un video in cui lo stesso Salvatore racconta la sua storia e fa un appello (ad attivisti e non) a diventare dei “banditi del clima“, compilando un form ed inviando una propria foto. La protesta ha da subito avuto un grandissimo successo, trovando, in meno di una settimana, l’appoggio di più di 9000 banditi“. L’obiettivo è di dimostrare che sono in tanti coloro che credono che protestare (in maniera pacifica) per il clima non sia un reato, ma un diritto.