CARISSIMA TV addio

Meno male che ogni tanto appaiono le gemelle Lecciso, meno male che le Lecciso permettono ogni tanto di ragionare sulla tv.

La reazione più immediata e perbenista alle loro esibizioni è: mio dio, com’ è ridotta male l’ Italia, possibile che ci siano così tanti imbecilli che apprezzano questi spettacoli? Poniamoci allora un’ altra domanda, più decisiva: esiste una differenza fra Italia reale e Italia catodica?

Per molti anni il reale e il catodico hanno coinciso e quindi sono comprensibili certe reazioni preoccupate. Se a questo si aggiunge che nelle ultime stagioni il consumo medio giornaliero di tv è cresciuto, varcando la fatidica soglia delle quattro ore a testa, il biasimo è quasi scontato. Ma, a differenza di quanto comunemente si crede, il pubblico della tv non rappresenta affatto l’ intera popolazione.

Certo, la tv è ancora il mezzo di comunicazione più potente e pervasivo, ma non è più al centro del Paese: la sovrapposizione fra telespettatori e cittadini non funziona. C’ è chi la tv la guarda molto, chi l’ attraversa per brevi istanti, e persino chi la ignora. Fatto sta che il «pubblico della tv», un’ entità magmatica in continua trasformazione, i cui gusti e le cui abitudini variano di continuo, ha una sua specifica fisionomia.

La popolazione italiana è costituita da circa 58 milioni di persone, con una leggera prevalenza delle donne (51,5%) sugli uomini (48,5%). Nel 1990 c’ era equilibrio fra giovani (che guardano poco la tv) e anziani (che guardano molto la tv); oggi il rapporto è cambiato a favore degli anziani.

Il pubblico medio dell’ intero giorno tv (24 ore di emissione) è stato, nell’ ultima stagione, di 10.146.538 spettatori. Naturalmente, come tutti sanno, la tv vive e si organizza in fasce orarie: durante il mattino e il pomeriggio il bacino d’ utenza degli spettatori è più limitato; nella prima serata è massimo. Nel prime time gli spettatori medi complessivi sono stati 27.607.047; ancora superiore è il numero dei contatti, cioè delle persone che hanno guardato la tv per almeno un minuto: sono 37.334.366. Come si vede, però, anche considerando i contatti, nel momento di maggior affluenza di pubblico, l’ audience rappresenta soltanto il 50% (ascolto medio) della popolazione (si sale al 70% solo se si considerano i contatti).

Numeri rilevanti, che però ci invitano a domandarci: chi guarda la tv? La tv raggiunge una platea potenziale che copre l’ intera popolazione, perché, molto banalmente, c’ è almeno un televisore (e spesso più d’ uno) per ogni famiglia. Il vero problema è che solo una parte – una minoranza, e non certo la maggioranza né tanto meno la totalità – della popolazione vive la tv come unica interfaccia col vasto mondo. Si tratta, in sostanza, di spicchi della popolazione doppiamente svantaggiati: per livelli d’ istruzione (medio-bassi) e fasce d’ età (avanzate, le più consistenti in Europa); ma soprattutto per il tenore dei consumi culturali, che non vanno al di là della tv generalista.

Sono persone che non leggono abitualmente quotidiani o riviste, che non comprano libri, che non ascoltano la radio, che non si permettono la pay-tv. Per descrivere questo fenomeno di marginalizzazione, Carlo Freccero ha usato una felice espressione: «La tv è la colonna sonora della periferia». La tv delle origini aveva per insegnanti intellettuali e professionisti, e si rivolgeva a una borghesia desiderosa di imparare e di emanciparsi. Ora le cose sono cambiate. La tv attuale è più pedagogizzante di quella delle origini ma non lo dà a vedere perché si vergogna di operare solo nella periferia, con maestri di periferia. Aldo Grasso (dal “Corriere della Sera” del 12 dicembre 2004)